Inutile, irrazionale, incostituzionale e punitiva: la riforma dell'ordinamento giudiziario non piace proprio ai magistrati che annunciano lo sciopero per il 14 luglio. All'assemblea nazionale dell'Anm dure le parole dei togati: «Il regolamento di conti è il vero scopo di una riforma che non avrebbe altrimenti senso». Il Guardasigilli: «Non accetto veti di forze extraparlamentari».
Pensioni, il Governo tenta di nuovo l'assalto
sommari de l'Unità
Il Governo tenta un altro assalto alle pensioni, approfittando dell'estate. Si starebbe preparando sono l'anticipo della riforma pensionistica suggerito dalla magistratura contabile, che oltre all'altolà di Cgil, Cisl e Uil ha già incassato anche quello di An e Lega. Dal ministero del Tesoro, per il momento, solo secche smentite. Duri i sindacati, che contro la proposta fanno barriera. «Siamo contrari alla controriforma Maroni, figuriamoci ad un suo anticipo», dice Beniamino Lapadula, responsabile economico della Cgil.
Crescita zero, deficit al 3,9% è giallo sui numeri del Dpef
Il ministero: fantasie totali. Ma la correzione dei conti sarà più forte del previsto
Prime indiscrezioni sul contenuto del documento di programmazione economica
Luisa Grion su la Repubblica
ROMA - E´ giallo sul Dpef. Un giallo curioso perché i fatti lasciano intendere che - per certi versi - le cose andranno peggio di quanto previsto da alcune indiscrezioni di stampa.
Il paese non crescerà, il rapporto deficit-Pil aumenterà ancor più di quanto calcolato da Bruxelles e la manovra di fine anno - necessaria per non far scivolare giù l´economia - dovrà attestarsi sui 13 miliardi di euro. Così recitavano nel pomeriggio di ieri, due lanci di agenzia - Adnkronos e Agi - anticipando di fatto i contenuti del Documento di programmazione economica e finanziaria atteso per i primi giorni di luglio. La ricchezza prodotta, alla fine del 2005, sarà a crescita zero. Uno zero tondo tondo, si diceva. Il deficit invece balzerà al temuto 3,9 per cento sul Pil. Lo 0,3 in più di quanto calcolato dalla stessa Ue. Ragion per cui sarà necessario mettere mano ad una manovra di fine anno che, oltre a coprire i 7 miliardi di sgravi Irap - prima promessi a Confindustria, poi rinviati al 2006 - possa anche destinare 6 miliardi alla correzione, appunto, del deficit.
Indiscrezioni, queste, che sono state vivacemente smentite dall´Economia che ha parlato di «fantasie totali» e di numeri che «escono dal nulla». In realtà, però, sembra che la prossima Finanziaria possa essere più pesante di quanto anticipato, perché - oltre a coprire gli sgravi sull´imposta per le attività produttive - dovrà garantire una correzione dei conti fra il mezzo punto e il punto di Pil. Mezzo punto o un punto intero corrispondente a 6 miliardi di euro nella «migliore» delle ipotesi, a 12 nella «peggiore».
I numeri del Dpef, replicano al Ministero, non sono ancora stati scritti (anche se le indicazioni su crescita e deficit-Pil segnano per l´appunto crescita ferma e rapporto vicino al 4 per cento). E poi prima di procedere al varo del testo, bisogna convocare le parti sociali. «La convocazione è obbligatoria, l´abbiamo sempre fatta e lo rifaremo» ha detto il ministro del Welfare Roberto Maroni.
Il Pentagono ammette: colloqui con i ribelli iracheni
sommari de l'Unità
Il ministro della Difesa americano Donald Rumsfeld ha confermato ufficialmente quanto riferito dal settimanale britannico The Sunday Times, secondo cui colloqui tra emissari americani e rappresentanti della guerriglia sarebbero effettivamente avvenuti in Iraq. In televisione Rumsfeld ha riconosciuto infatti che incontri tra le parti vi sono già stati, e che per conto di Washington vi hanno preso parte inviati dello stesso Pentagono.
Dal disastro alla politica
Vittorio Zucconi su la Repubblica
WASHINGTON - DOPO avere tentato per due anni e mezzo di ignorarli, di sterminarli, di incarcerarli, di licenziarli come «residuati del regime negli ultimi spasmi dell´agonia», gli strateghi del sanguinoso pantano Iracheno si sono rassegnati a incontrare quel «nemico inesistente» che ogni giorno si fa più forte e aggressivo sul territorio.
lo scrive il Sunday Times, giornale londinese non sospettabile di antiamericanismo, e lo conferma lo stesso Donald Rumsfeld: emissari del Pentagono, civili e militari, si sono più volte visti con leader della guerriglia, degli insorti, dei terroristi. L´etichetta poco importa di fronte al fatto che prendere contatto con loro significa fare esattamente ciò che Bush, Cheney e Rumsfeld non avrebbero mai voluto fare. Compiere il gesto simbolico che i governi italiani sempre rifiutarono di concedere al terrorismo di casa nostra: dare un riconoscimento politico al nemico. Riconoscere, almeno a una parte di esso, uno «status» di combattente e di legittimo interlocutore e tentare l´ipotesi di una soluzione politica a un disastro che la forza non riesce a risolvere.
Il Sunday Times, lo stesso giornale che ha rivelato quel "memorandum" segreto preparato per Tony Blair nel quale stava scritto senza giri di parole che gli americani avevano manipolato o inventato i fatti «per farli coincidere con la loro decisione di abbattere Saddam», racconta che i primi incontri con personaggi della guerriglia sunnita, tra i quali gli emissari di quel gruppo, Ansar al Sunna che fece strage di soldati americani al rancio, sono avvenuti in una villa di Balad, a 40 chilometri da Bagdad, dopo settimane di trattative per timori di imboscate. Gli incontri si sono ripetuti almeno due volte, in questo giugno, attorno a tazze di tè.
Il fronte interno, sul quale si combatte sempre la battaglia decisiva in tutte le guerre condotte da nazioni democratiche, sta passando dal patriottismo pavloviano delle prime giornate, alle perplessità scatenate dalla faciloneria della "missione compiuta", all´opposizione delle ultime giornate. I marine, il corpo scelto dell´Impero, hanno segnato nell´ultimo mese di statistiche complete, aprile, un terrificante «meno 42%» di nuove reclute, secondo il colonnello Charles Krohn vice direttore della sezione informazione del Pentagono. E l´istituto di ricerca Rasmussen, uno dei più rispettati del Paese, esce con un sondaggio che ha raggelato la Casa Bianca e provocato la decisione dell´appello in diretta alla nazione: il 49% degli americani pensa che sia stato Bush, e non Saddam Hussein (44%), la causa della guerra.
Anche l´effetto elezioni sul quale la Casa Bianca e i suoi alleati avevano contato per zittire definitivamente gli scettici, è da tempo svanito nella incapacità politica del governo provvisorio, nelle voci di corruzione dilagante, nelle dichiarazioni agghiaccianti della gente di Bagdad che chiede agli inviati del Washington Post davanti a crateri e ai cadaveri: «Per che cosa abbiamo rischiato la vita votando, per questo?».
Il senso di disconnect, di scollamento dalla realtà che questa amministrazione manifesta e che ormai anche la vecchia «curva sud» dei tifosi neo con avverte, cresce con il ripetersi di proclami ottimistici, sgretolati il mattino dopo dalle notizie che bucano anche la assuefazione del pubblico alla guerra. Muoiono donne e uomini, gli attacchi della guerriglia si estendono e persino il fiore all´occhiello della dottrina bellicista neo conservatrice, l´Afghanistan che ci fu venduto come liberato e senza burqa, si rivela un campo di battaglia fuori controllo e con il burqa. I mesi di maggio e giugno sono stati i più sanguinosi per gli americani in Iraq, dopo il gennaio della grande offensiva terroristica. Sessantanove caduti in azione bellica in maggio, 51 in giugno, contro una media di 33 nei mesi di febbraio, marzo e aprile, verso un totale che ormai ha superato i 1.700 soldati uccisi e 14 mila feriti.
Per questo, nel carnaio dell´Iraq, i primi "feelers", i primi sensori e tentacoli politici cominciano sicuramente a muoversi verso la galassia della guerriglia, per cercare un bandolo al quale aggrapparsi, un filo da cucire per arrivare alla soluzione che tutti vedono e nessuno osa ancora esplicitare.
Per arrivare cioè a un calendario di ritiro delle truppe che non precipiti quel popolo martire e incolpevole nell´orrore, cosa che può avvenire soltanto con una trattativa con il nemico, non con i diktat, con gli arresti e con le torture. E che permetta a coloro che tanto avevano irriso Kissinger e i "realisti" anni 70, di fare esattamente quello che Kissinger fece 32 anni or sono a Parigi. Fingere di avere vinto la guerra e salvare non il Vietnam o l´Iraq, ma l´America stessa, dagli errori dei propri leader.
Confesso di nutrire un sogno. Molto più piccolo ma anche più facile da veder realizzato di quello celebre di Martin Luther King: salutare l´avvento nelle strutture sanitarie italiane di medici scelti in base alla loro capacità e non alla fedeltà a questa o quella corrente partitica. Mi chiedevo, nell´ultima rubrica, perché i governatori di centrosinistra, che ormai controllano largamente quasi tutto il Sistema sanitario nazionale, non dessero assieme (con un´assemblea, un proclama comune o altro) un forte segno di discontinuità impegnandosi da subito a rompere con una pratica di governo che induce alla lottizzazione, attribuendo ai direttori generali delle Asl, designati a loro volta dal vertice politico regionale, poteri assoluti e insindacabili di nomina dei primari e dei loro sottoposti e, quando non basta, di duplicazione di incarichi, moltiplicazioni di ruoli, spezzatini di corsie e servizi. Ad una settimana dall´invito, come avevo pessimisticamente previsto, nessun governatore si è fatto vivo. Peraltro alcune voci hanno rotto l´omertà. Il nuovo assessore alla Sanità della Regione Lazio, l´on. Augusto Battaglia (ds), mi ha inviato una lettera di apprezzamento con interessanti attestazioni: «Pur convinti della scelta aziendalistica scrive in molte situazioni sentiamo prevalere da un lato un taglio economicistico nella gestione che rischia di condizionare pesantemente l´autonomia professionale dei medici e, dall´altro, il rischio di una eccessiva arbitrarietà nella individuazione dei dirigenti... Il tema è di stretta attualità e come assessore sto predisponendo una legge regionale anche per gli incarichi di secondo livello, che oggi vede una totale discrezionalità di scelta. Le commissioni selezionatrici dovrebbero proporre una terna di idonei all´interno della quale il direttore generale potrà effettuare la scelta. Eventuali scelte difformi del direttore generale dovrebbero essere motivate».
Più avanzata la proposta del direttore generale della Asl di Siena, dott. Roberto Marucelli, che è anche vice presidente della Federazione Aziende Ospedaliere. Egli rivendica gelosamente l´autonomia manageriale pur riconoscendo che essa «non è pienamente riconosciuta e rispettata dai diversi decisori istituzionali . così che non appare visibile agli operatori e all´opinione pubblica». Una dichiarazione sincera che si accompagna a una risposta affermativa al mio invito: «Penso afferma infatti che il tema della trasparenza di tutti i percorsi di carriera vada affrontato e debbano essere dati segnali forti per recuperare al sistema una piena credibilità Penso che la stragrande maggioranza dei direttori generali vedrebbe con assoluto favore una riforma del sistema delle nomine secondo i seguenti criteri: autolimitare il potere di scelta con la definizione di precisi profili professionali, motivare le scelte operate confrontando i curricula con i profili dei ruoli, scegliere i capi dei dipartimenti sulla base di rose di candidati indicate da chi dovrà con loro collaborare Ritengo che il Coordinamento nazionale degli assessori regionali, le associazioni rappresentative delle asl, le organizzazioni sindacali e dei cittadini potrebbero giungere a un pronunciamento comune in questo senso anche senza bisogno di nuove leggi».
E' quindi possibile far molto e subito senza spendere un soldo. Lo capiranno i leader del centrosinistra?
Crimini contro l´umanità ma il governo non si muove
Inferta una grave ferita alla nostra sovranità nazionale e calpestati i diritti umani
Antonio Cassese su la Repubblica
Le nostre autorità di governo non sembrano avvertire l´estrema gravità di ciò che è accaduto in Italia: il sequestro, da parte di tredici agenti della CIA, di un cittadino egiziano accusato di terrorismo e il suo trasferimento in Egitto perché renda confessioni grazie alla tortura. Varie fonti assicurano che la CIA non avrebbe mai agito senza il benestare delle nostre autorità. Se ciò è vero, si spera che gli organi preposti ai nostri servizi di sicurezza, e anzitutto Gianni Letta, titolare della delega ai servizi, e il ministro Pisanu, come capo del Sisde, deferiscano all´autorità giudiziaria italiana quei nostri funzionari che avessero avallato il gravissimo comportamento della Cia. E´ evidente che Letta e Pisanu, politici democratici che hanno vivo il senso della Stato, non avrebbero mai concesso l´ autorizzazione. Se invece fosse da escludere una collaborazione italiana, il comportamento della CIA sarebbe ancora più grave: agenti di uno Stato estero hanno svolto in Italia attività illegali, calpestando inoltre elementari diritti umani. Come potremmo tollerare questa violazione della nostra sovranità, oltretutto dopo lo smacco per il caso Calipari? In questi casi, in uno Stato che tenga ad essere rispettato, il ministro degli esteri si rivolge al suo omologo nel Paese violatore, ed esige, oltre alle scuse formali, anche l´immediato arresto e la consegna dei funzionari stranieri, o almeno la loro punizione esemplare; esige inoltre dall´Egitto la consegna del terrorista, perché venga processato in Italia.
Questo caso ha però messo anche in luce un altro limite istituzionale del nostro Paese. A ben guardare, quel che hanno fatto quegli agenti della Cia in Italia non è solo un sequestro aggravato. E´ anche un crimine contro l´umanità, nella specie una "sparizione forzata di persone", che lo Statuto della Corte Penale Internazionale definisce come l´arresto, la detenzione o il sequestro di una persona da parte di uno Stato o di un´organizzazione politica (o con il loro appoggio, autorizzazione o avallo), accompagnati dal rifiuto di ammettere che quella persona è stata privata di libertà o di dire dov´è, allo scopo di sottrarla alla protezione della legge. Poiché recentemente la pratica statunitense di effettuare, in più Stati esteri, sequestri illegali di sospetti terroristi e di consegnarli a governi che li torturano, è diventata assai diffusa, ecco che questa pratica assume i connotati di un vero e proprio crimine contro l´umanità. Aggiungo che essa si concreta anche in complicità in tortura come crimine contro l´umanità.
Ci potrebbe essere una nemesi. Tutti sanno oramai che la Corte Penale dell´Aja interviene solo in seconda battuta, e cioè se uno Stato è incapace o non vuole perseguire un crimine commesso sul suo territorio o da un suo cittadino. Ebbene, poiché le nostre carenze legislative ci impediscono di agire contro gli agenti della Cia per crimini contro l´umanità, la Corte Penale dell´Aja potrebbe avocare il caso a sé. Sarebbe una giusta "punizione" per le nostre inadempienze. Presumo però che non accadrà, data la grandissima prudenza con cui sembra procedere il Procuratore dell´Aja Moreno Ocampo.
Tornando all´azione dei nostri magistrati contro quegli agenti statunitensi, quale che sia stata la posizione dei nostri servizi segreti è certo che ora il nostro Governo non può permettersi il lusso di stare a guardare. Non solo perché è stata inferta una grave ferita alla nostra sovranità. Ma anche perché questa ferita è il risultato di azioni governative straniere che calpestano i più elementari diritti umani. E´ chiaro che qui si contrappongono due visioni diverse di lotta al terrorismo. La nostra polizia e i nostri giudici vogliono lottare con gli strumenti della democrazia ed equi processi; altri preferiscono metodi indegni di uno Stato democratico, e violano sia i diritti degli individui sia quelli di Stati sovrani. Occorre dunque reagire con risolutezza. L´Italia può essere declassata non solo se passa la proposta di riforma del Consiglio di sicurezza propugnata dalla Germania. Diventiamo di serie B o C anche se continuiamo a chinare il capo e a prenderci inerti le pedate.
"Altri 70 come Abu Omar così la Cia li ha sequestrati"
Il Paese arabo avrebbe ricevuto decine di prigionieri prelevati dai servizi segreti Usa
Luca Fazzo su la Repubblica
MILANO - Che il sequestro di Abu Omar, l´imam radicale prelevato il 17 febbraio 2003 a Milano da una squadra della Cia e consegnato ai servizi segreti egiziani, non fosse un caso isolato lo si sapeva già. Il fenomeno delle forced abductions (ovvero «prelevamenti forzati» e delle renditions («consegne») è stato ampiamente analizzato dal giudice milanese Guido Salvini nell´ordine di custodia spiccato contro Abu Omar: un mandato di cattura finalizzato in qualche modo a proteggere l´imam, a farlo riemergere dal nulla in cui è sparito in Egitto. Ma nella stessa ordinanza di Salvini compare un documento sorprendente per più di un motivo: sia per la fonte da cui proviene, sia per i toni del tutto espliciti, sia per le dimensioni che porta alla luce del fenomeno dei sequestri di persona realizzati dall´intelligence americana nell´ambito della lotta al terrorismo seguita agli attacchi dell´11 settembre. Si tratta di una intervista di Ahmed Nazif, primo ministro egiziano, che ammette senza mezzi termini che il governo del Cairo ha ricevuto tra i sessanta e i settanta «prigionieri» del genere di Abu Omar dalle mani dei servizi segreti americani che li avevano prelevati qua e là per il mondo. È una pratica che Ahmed Nazif sembra considerare del tutto legittima e quasi meritoria: e i casi di torture ai danni degli arrestati, che Nazif non nega, vengono però considerati sporadici e estranei alla strategia del governo egiziano. «La pratica della rendition è così ormai ammessa ed ufficializzata dal Paese che maggiormente ne usufruisce», commenta Salvini in una nota in calce al suo ordine di custodia.
Il fenomeno fa quindi ormai parte di un patrimonio conoscitivo largamente acquisito almeno nelle sue linee essenziali». E ancora: «Gli episodi di transational abductions sembrano comunque essersi moltiplicati negli ultimi anni in parallelo con lo svilupparsi del fenomeno del terrorismo internazionale e quale malintesa applicazione del principio della self-defence (autodifesa, ndr) e della prevenzione da futuri attacchi contro il proprio paese e i propri cittadini».
Il nuovo presidente Ahmadinejad sfida Israele e Usa, apre a Europa e Paesi arabi Rumsfeld: donne e giovani si rivolteranno. E sull'Iraq: trattative con la guerriglia « Il nostro sarà un governo popolare moderato e pacifico, non saranno ammessi estremismi » . Così il nuovo presidente dell'Iran, Mahmud Ahmadinejad, si è presentato alla sua prima conferenza stampa dopo la vittoria alle elezioni. Sul rapporto con gli Usa, Ahmadinejad ha detto che l'Iran « non ha alcun bisogno » di stabilire relazioni con gli Stati Uniti e a proposito di Israele il neopresidente si è limitato a definirlo « uno Stato terrorista » . Aperture invece nei confronti di Europa e Paesi arabi.
Gli ha risposto da Washington Donald Rumsfeld, che prevede in Iran « una rivolta di giovani e donne contro gli ayatollah » . Il capo del Pentagono ha anche ammesso che gli Usa hanno avviato negoziati con la guerriglia irachena.
Ha perso l'Occidente, non solo Bush
Franco Venturini sul Corriere della Sera
Più opportunista che moderato, Akbar Hashemi Rafsanjani non è riuscito a trasferire in Iran il «fattore Le Pen» che conservò a Chirac la poltrona dell'Eliseo: nessuna coalizione di elettori riformisti si è stavolta tappata il naso per sbarrare la strada all'ultraconservatore Mahmud Ahmadinejad, nessuna spinta alla democrazia è risultata più forte dell'alleanza tra religiosi e classi sociali meno abbienti sulla quale contava l'ex sindaco di Teheran.
Così a guidare l'Iran sarà d'ora in poi un nostalgico dichiarato di Khomeini e del khomeinismo, un esponente di punta dei Pasdaran, un laico duro e puro che vuole «una società islamica esemplare, sviluppata e potente». Non occorre altro per capire che lo sconfitto Rafsanjani è in folta e qualificata compagnia. Dalle elezioni presidenziali iraniane esce battuto l'intero Occidente che sperava in una affermazione della spinta modernizzatrice, puntava sulla secolarizzazione progressiva della società e della politica, inseguiva una liberalizzazione dell'economia iraniana (il nuovo Presidente, invece, promette di favorire le società petrolifere nazionali) e auspicava di pari passo un pieno reinserimento di Teheran nella comunità internazionale. Ma se il colpo è duro per tutti, qualcuno lo sente più di altri. Pensiamo all'America di George Bush, meritoriamente impegnata a diffondere la democrazia nel mondo come strumento privilegiato della lotta contro il terrorismo.
Ebbene, quale ruolo vorrà svolgere il falco Ahmadinejad presso la maggioranza sciita irachena sinora vincolata alla ragionevolezza dall'ayatollah al Sistani? Non gli mancherebbero, se volesse, le influenze necessarie per dare ulteriormente fuoco alle polveri. Soprattutto se la sua visione iper-nazionalistica lo portasse a prediligere uno smembramento territoriale dell'Iraq previa guerra civile.
La palla, allora, tornerebbe drammaticamente nel campo di Bush. Sconfitta è anche la malconcia Unione Europea. L'iniziativa anglo-franco-tedesca (combinazione interessante, di questi tempi) per far desistere Teheran dal suo programma di arricchimento dell'uranio non aveva portato a risultati definitivi prima delle elezioni. Tanto meno pare verosimile che ciò accada dopo l'ascesa al potere di Ahmadinejad, senza contare che la difesa del programma nucleare (dichiarato civile) unisce in Iran tutti gli schieramenti. La Russia si è già offerta di continuare a collaborare con Teheran, dalle capitali europee sono giunte immediate esortazioni alla conclusione del negoziato atomico, ma gli Usa, che non hanno mai davvero creduto nelle possibilità di successo europee, avranno ora nuovi motivi per passare a un regime di sanzioni deciso dall'Onu. E se le sanzioni non dovessero bastare, se Ahmadinejad si confermasse un intransigente quale è sempre stato, se prendesse consistenza lo spauracchio di un terrorismo islamico con accesso al nucleare? Tornerebbe fatalmente d'attualità, ammesso che abbia mai smesso di esserlo, l'opzione militare. Con le sue mille incognite operative, e con il rischio di infiammare l'intero scacchiere del Golfo se non l'intero scacchiere mediorientale.
Aids, il Brasile sfida le multinazionali:
«Farmaci troppo cari, violeremo il brevetto»
su l'Unità
La lotta all'Aids è più importante dell'interesse economico di una multinazionale. Ne è convinto il governo Brasiliano che ha ufficialmente annunciato che violerà per la prima volta il brevetto di un farmaco anti-Aids (il Kaletra) se la casa farmaceutica che lo produce (il laboratorio statunitense Abbott) non acconsentirà a ridurne il costo. «L'anti-retrovirale, noto come Kaletra, è un farmaco di interesse pubblico ma il suo prezzo è troppo alto» si legge sul comunicato diffuso dal ministero della Sanità brasiliano. Per questo, se entro 10 giorni la Abbott non ne ridurrà il prezzo, il Brasile produrrà autonomamente una versione generica del farmaco dimezzandone i costi.
Le leggi internazionali consentono infatti che un Paese utilizzi un brevetto senza l'autorizzazione del proprietario in circostanze «urgenti e di interesse pubblico». E l'hiv certamente lo è. Il governo stima che in Brasile, su una popolazione di 183milioni, ci siano quasi 600mila persone contagiate dal virus da immunodeficienza acquisita (o Hiv). Quelle che beneficiano del programma nazionale di medicinali gratuiti sono circa 170mila. Di questi 23.400 ricevono il Kaletra, il cui costo rappresenta ben il 30% del bilancio dell'intero programma governativo anti Aids. Il Brasile aveva già minacciato nel passato di violare i brevetti di altri farmaci contro l'Aids, ma era sempre arrivato ad un accordo con i produttori mentre l'Abbott si è sempre mostrata intransigente.
«Infrangere il brevetto del Kaletra non rappresenta un'infrazione nel contratto di fornitura né degli accordi internazionali sui brevetti, ma l'applicazione delle norme internazionali e degli accordi del WTO, che permette di adottare misure del genere in circostanze d'emergenza», ha dichiarato il ministro della sanità di Brasilia, Humberto Costa che ha ricordato che la dichiarazione di Doha, del 2001, riconosce che gli accordi internazionali sui brevetti non devono sovrapporsi agli interessi di salute pubblica.
«Siamo sicuri che questa posizione del Brasile otterrà approvazione e plauso in tutto il mondo», ha sottolineato il ministro brasiliano della salute. Adesso numerosi altri paesi dove imperversa l'epidemia di retrovirus potrebbero seguire l'esempio del Brasile e infrangere i brevetti dei farmaci.
mappe satellitari Il mondo visto dal buco della serratura
Google acquista Keyhole , ovvero immagini zoomate dell'intero pianeta. Guida alla navigazione.
Mario Cianflone su Il Sole 24 Ore
«Si chiama Keyhole l'innovazione del momento, la nuova killer application che muterà il rapporto tra persone e territorio, abbatterà le frontiere e farà sì che il mondo intero - nei più minuti dettagli - diventerà visibile - navigabile - da tutti, in qualsiasi luogo e con un qualsiasi dispositivo, fisso o mobile, purché sia online». Con queste parole John Gage, guru dell'informatica e della rete e soprattutto direttore scientifico e capo della ricerca di Sun Microsystems, spiega cosa sta dietro alla tecnologia che ha acceso le mappe satellitare di Google e ha aperto una finestra sul pianeta che in futuro sarà disponibile per tutti i luoghi.
La madre di tutti i motori di ricerca il 27 ottobre del 2004 ha acquistato una piccolissima società californiana, di Mountain View, nel cuore della Silicon Valley, dal nome quantomeno curioso: «Keyhole», ovvero, letteralmente, buco della serratura. Una vera e propria toppa della chiave puntata sul mondo poiché permette di osservare città, strade, campi, boschi, foreste e laghi e vallate con una risoluzione altissima, fino anche a 20 cm quadrati. Il sistema funziona grazie a un data base di immagini realizzate attraverso una speciale tecnica di visualizzazione tridimensionale, che combina foto satellitari e riprese aeree per ottener un livello di dettaglio immaginabile anche in un film di spionaggio. E per sentirsi novelli James Bond o agenti Jack Ryan, è sufficiente andare sul sito di Google, all'indirizzo http://www.google.it/maps dove ci sono mappe digitali online utili per cercare un indirizzo, o un punto di interesse, ma se si vuole di più, come per esempio vedere dall'alto a volo d'uccello, basta cliccare a destra puntando sul link «satellite» ed ecco che è possibile, ma solo per alcune metropoli (il progetto è in corso d'opera) scoprire la propria città dall'alto, oppure una metropoli sconosciuta e diventare turisti virtuali. e perché no giocare a Mary Poppins e volare con il mouse sopra i tetti di Londra. Tutto questo grazie a un database di fotografie scattate da aerei in volo a bassa quota con potenti obiettivi e alla tecnologia di Keyhole. E se si vuole di più: un maggiore controllo una navigazione sul globo in punta di dita, anzi di click del mouse, è preferibile usare il software dedicato scaricabile all'indirizzo www.keyhole.com. ci sono due versioni: KeyHole2 Lt (ovvero "light" leggera) destinata all'uso personale che costa 29,95 dollari (costava 69,95) ma il listino è stato drasticamente abbattuto da Google) mentre la versione per uso aziendale costa 599 dollari.
Google dunque acquistando Keyhole sembra aver visto giusto. Con una cifra non dichiarata ma, secondo gli osservatori, comunque bassa ha acquisito una società, costituita tra l'altro con fondi della Sony, entrando in possesso di una tecnologia di visualizzazione particolarmente valida. Ora il gigante della ricerca sul Web punta a fotografare l'intero pianeta e con l'ausilio dei satelliti abbinare i due livelli di informazione per creare un sistema di mappatura mondiale che permetterà a chiunque di volare a piacimento sopra i tetti, ponti strade, fiumi o ferrovie. Enormi sono le possibilità di utilizzo secondo John Gage, ma anche i rischi non sono trascurabili: basti pensare ai vantaggi che una mappatura totale, anche di luoghi sensibili, potrebbe dare a organizzazioni criminali e gruppi terroristici.