
sulla stampa
a cura di P.C. - 24 giugno 2005
Blair: "Riformerò la macchina Europa"
Romano Dapas su Il Messaggero
BRUXELLES - "Sono un europeista appassionato e lo sono sempre stato". Difficilmente Tony Blair avrebbe potuto essere più rassicurante dopo che i premier di mezza Europa gli hanno addebitato il fallimento del recente vertice di Bruxelles. Buona parte del suo intervento, davanti agli eurodeputati accorsi in massa ad ascoltarlo, il leader laburista l'ha riservata a rintuzzare, all'insegna di un europeismo pragmatico ma pur sempre dagli accenti lirici, le critiche che gli sono piovute addosso nei giorni scorso. "Credo nell'Europa in quanto progetto politico e non accetterò mai di ridurla ad un semplice spazio economico", ha dichiarato Blair, illustrando il programma del semestre di presidenza inglese della Ue che comincia il prossimo 1° luglio. Ma sull'essenziale nessuna concessione a Gerhard Schroeder, a Jacques Chirac e a Jean-Claude Juncker, i suoi avversari più tenaci. Anzi, la riaffermazione della necessità di riformare profondamente la macchina Europa per modernizzarla e metterla al passo coi tempi, l'invito ad allargare la Ue alla Turchia e alla Croazia a dispetto della pausa di riflessione invocata da Parigi e Berlino, la sottolineatura che l'attuale è una "crisi di leadership, non istituzionale o finanziaria" sono suonati come altrettante sfide. Nessun dubbio che Tony Blair, contando anche sul potere d'iniziativa della presidenza di turno della Ue, punta ad assumere il ruolo di super leader europeo dotato di sufficiente carisma per imporre una svolta radicale alla costruzione europea. "La gente vuole una leadership ed è questo il momento di dargliela", ha detto ad un certo punto, lasciando chiaramente intendere che il Regno Unito non si tira indietro e nei prossimi 6 mesi si darà da fare per sbloccare l'Europa in panne.
Modernizzare l'Europa e il modello sociale europeo con riforme appropriate, affrontare le sfide economiche della globalizzazione che provengono dall'America, dall'India e dalla Cina, garantire ai cittadini lavoro e sicurezza, migliorare la loro qualità di vita sono gli obiettivi indicati da Blair. "Dobbiamo rinnovarci, ritrovando il nesso tra gli ideali e il mondo moderno, altrimenti rischiamo il fallimento" ha ammonito il primo ministro inglese, auspicando che "il dibattito su questi temi non venga portato avanti a base di insulti, o in termini di scontro tra personalità diverse". Scarsa considerazione ha dimostrato Blair per le esitazioni della Francia e di alcuni altri partner a riprendere come se niente fosse il processo d'allargamento ai paesi candidati dopo la bocciatura della Costituzione nei referendum francese e olandese. "L'Europa non deve considerare l'allargamento come una minaccia - ha concluso - e durante il semestre noi ci sforzeremo di rispettare gli obblighi verso la Turchia e la Croazia che attendono nella speranza che il loro futuro si realizzerà in Europa".
Troppe attese su Angela
Carlo Bastasin su La Stampa
Forse la storia non si ripete, ma spesso recita in rime: alla fine tutto ha lo stesso suono. Angela Merkel, che si annuncia a parole come una Thatcher tedesca, potrebbe rivelarsi invece più simile a Schroeder.
Sette anni fa il cancelliere era l'uomo nuovo della politica europea, sostenitore della "terza via", alleato naturale di Tony Blair. Dopo pochi mesi si persero le tracce della svolta che doveva cambiare l'Europa. L'attesa si replica oggi nelle forme gentili della Merkel. Blair la invoca come fautrice di un "Nuovo Consenso" che muterà la filigrana dell'Unione, contro gli "Uomini di Ieri" (Schroeder e Chirac). Il futuro dell'Europa sembra nelle mani di Angela.
Ma è realistico? Merkel con tutta probabilità vincerà, ma in modo forse meno netto di quanto si prevede. Il suo governo ne dovrà tener conto e non potrà essere radicale. Quindi non avrà bisogno di cercare una sponda liberale in Europa che l'aiuti a giustificare una politica interna di rottura.
Sul voto di settembre i trionfalismi sono prematuri, perché in certe vittorie è più importante il "come" del "se". Da 16 anni il voto viene deciso negli ultimi mesi dall'elettorato dell'Est, disponibile a cambiare repentinamente e contrassegno. Certo Angela è dell'Est, ma Schroeder è un maestro delle campagne elettorali e, anche se in disarmo, nasconde più di un trucco nella manica. Inoltre una nuova formazione è spuntata a sinistra, darà fastidio al cancelliere, ma a Est berrà l'acqua di tutti. Se Schroeder si fermasse al peggior risultato storico dell'Spd (il 33% del '90), i Verdi rispettassero i sondaggi (7-8%) e il nuovo partito arrivasse come previsto all'8%, Merkel diventerebbe Cancelliere per un minimo margine.
In tema di Europa, il consigliere di Merkel è un ex collaboratore di Kohl: non solo lontano da Blair, ma incline al nuovo pragmatismo tedesco. L'Europa è ancora "la scelta corretta", ma le visioni non prevalgono sulle soluzioni. Merkel auspica che Francia e Germania restino il motore dell'Ue, seppur con politiche più moderne. Ha annunciato che cercherà un ruolo di mediazione, costruendo ponti anziché steccati: per essere l'incarnazione dello Zeitgeist è un tono quantomeno sobrio.
In questo momento, d'altronde, l'occhio di Angela si volta verso i luoghi a cui appartiene: è a Est che vincerà o perderà il voto, ed è ai Paesi orientali che circondano la Germania che può parlare con il linguaggio di chi ha conosciuto la vita senza libertà. Non per forza a Blair o a Chirac guardano la politica e l'economia tedesca.
Se l'Unione regala Tony alla destra
Gianni Riotta sul Corriere della Sera
Per capire che tipo di interlocutore avesse davanti, lo scrittore Leonardo Sciascia chiedeva talvolta " Lei, da che parte avrebbe combattuto a Waterloo? " , sintetizzando nel suo modo elegante due opposte visioni del mondo.
La Gran Bretagna razionale del Duca di Wellington, operosa e industriale, tollerante ma imperiale, libera nel rispetto sovrano della legge, contro la Francia figlia della Rivoluzione, madre dei diritti dell'uomo, innamorata di Napoleone. La ragione riformista di Londra contro la passione utopica di Parigi simboleggiano un antico scisma progressista, filtrato nel Novecento dall'icona inglese Bertrand Russell, matematico, pacifista, saggio, contro il totem francese Jean Paul Sartre, filosofo, comunista, tormentato.
Il discorso di ieri del premier laburista Tony Blair, all'esordio della presidenza britannica dell'Unione Europea, ripropone il canone anglosassone, pur dichiarandosi " europeista appassionato " . Il destino offre a Blair la guida dell'Europa giusto dopo la disfatta del presidente Jacques Chirac nel referendum contro la Costituzione. E la sua proposta è nel solco della tradizione londinese: mercato, efficienza, diritto e impegno nel mondo, non più sorretto dall'orgoglio imperiale vittoriano, ma dalla compassione socialista fabiana.
Il Vecchio continente vive confuso la tragedia della Costituzione perduta, la commedia della baruffa sul bilancio e l'epica del declino economico. Blair propone di innovare, senza imbalsamarsi in sussidi egoisti e goffi protezionismi, scommettendo sul futuro, per radicarsi tra Usa ed Asia.
Forte di otto anni di governo che hanno visto la disoccupazione restare bassa, la spesa sanitaria salire, la povertà tra i bambini ridursi e le pensioni minime per gli anziani crescere, Blair sa di non essere un orco.
I suoi risultati possono indurre nella sinistra italiana una salutare crisi di coscienza o una petulante paralisi.
Tanto gioca contro Tony Blair: la nostra opposizione nutre rancore per l'appoggio all' odiato George W. Bush in Iraq e diffidenza per un socialismo democratico che si occupa di criminalità, lavoro, valori, trasformando un modello sociale che non possiamo più permetterci, né perpetuare ai figli.
Guerriero in nome della democrazia, nemico dello status quo, Blair è da molti considerato a sinistra avversario mascherato, non alleato da studiare. Insistere nella scomunica del premier laburista è un errore strategico, che può raccattare qualche consenso, ma si rivelerà una trappola se il centrosinistra tornerà al governo nel 2006. Allora, finiti i comizi, i leader dell'Unione, Prodi, Fassino, Rutelli, dovranno rimettere in moto la nostra grippata economia.
Non è difficile che ce la facciano senza considerare, almeno in parte, le proposte di Blair: è impossibile.
Tanto vale allora tendere la mano al fratello separato, chiudere la diaspora dell'Iraq, discutere il piano sociale neolaburista. Blair lavora già sull'Europa ventura, con la democristiana Merkel cancelliere a Berlino e il gaullista Sarkozy leader a Parigi.
Tra due conservatori Blair avrà bisogno di copertura da un premier italiano progressista.
Negargliela vorrà dire isolarsi, con la Casa Bianca, nella Nato, all' Onu, nell'Unione Europea.
" Regalare " Tony Blair al centrodestra sarebbe futile testimonianza di una sinistra incapace di ben ordinare il Paese nel ribollente mondo globale: sarebbe schierarsi dalla parte sbagliata, a Waterloo.
Prodi convince Epifani
Roberto Mania su la Repubblica
SERRAVALLE PISTOIESE Dopo quasi due ore di confronto, Romano Prodi esce dall´albergo, collocato ai piedi della suggestiva rocca di Serravalle, con una borsa nera stracolma. Dentro ci sono tutte le proposte della Cgil, con un biglietto del suo segretario generale, Guglielmo Epifani: "Con l´augurio di buon viaggio, per tutti noi e per il Paese". Lui, il Professore, ha garantito che le leggerà e che ne terrà conto. E´ il sigillo dell´accordo tra il Prodi e il sindacato. E´ il segno che il "viaggio", fino alle elezioni del 2006, si farà insieme. Nessuno strappo, nessuno scontro preventivo come nel 2001, sulle politiche fiscali, tra la Cgil di Cofferati e l´allora candidato premier Rutelli. "Voglio coinvolgervi non solo nella definizione del programma, ma anche nella sua realizzazione", assicura il Professore ai dirigenti della Cgil nella riunione a porte chiuse. Ma è un concetto che ripete più volte nel successivo dibattito pubblico alla festa della Cgil di Pistoia, pronunciando quella che appare ormai una parola desueta nella politica italiana: concertazione. E Serravalle, dunque, torna ad essere il luogo delle ripartenze dopo quello tentato lo scorso anno da Epifani e dal neo leader della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo per una nuova stagione di relazioni industriali. Le cose, poi, non sono andate bene, ma non è detto che la storia si ripeta.
"Non abbiamo la vittoria in mano dice Prodi ma dobbiamo conquistarla". Per farlo servono anche le primarie ("non un escamotage per nascondere le divisioni, ma una cosa seria, con annesse possibili sorprese"), nelle quali però la Cgil come tale non scenderà in campo. "Non si possono fare i blocchi delle organizzazioni sociali", ammonisce Prodi. Ma lo rassicura Epifani, che spiega: saranno i singoli iscritti e militanti, se lo vorranno, a prendere parte alle primarie . Ma certo quei cinque milioni di tessere non saranno senza peso nella disputa di ottobre. D´altra parte il gruppo dirigente della Cgil ha rotto gli indugi, senza farsi scudo di inutili ipocrisie: ha scelto di stare con il Professore. "C´è bisogno ripete Epifani di un nuovo governo, di un altro programma di politica economica che coniughi allo stesso tempo risanamento e sviluppo".
Il doppio incontro era stato programmato da tempo da Epifani. Praticamente dopo che a ottobre dello scorso anno i dodici segretari confederali della Cgil avevano inviato, a titolo personale, il proprio contributo per il programma dell´Ulivo, scatenando una violenta polemica con gli altri sindacati. In quel documento la segreteria della Cgil chiedeva a Prodi l´abrogazione di molte leggi della Cdl, a cominciare da quella sul mercato del lavoro. Il Professore non ha detto quali leggi cambierà in caso di vittoria, ma ha garantito che le modifiche ci saranno e saranno anche radicali. La patrimoniale (altra proposta della Cgil) aleggia sulla rocca mediavale di Serravalle, ma nessuno ne parla. Prodi, però, annuisce quando Epifani dice che "non si possono più chiedere sacrifici a chi l´ha già fatti".
Le priorità sono la crisi dell´industria, il rilancio dell´export, gli investimenti per le giovani generazioni. E queste dice Prodi vanno condivise con i soggetti sociali. "Questa insiste è una rivoluzione rispetto al metodo dell´attuale governo". Ma quella conversione va fatta fino in fondo. Così Epifani torna a chiedere al centrosinistra di concentrarsi sulle priorità e di affrontare "un minuto dopo" il tema dei rapporti tra i partiti. Chiude Prodi invocando "unità, unità, unità e basta". La stessa che a porte chiuse chiede alla Cgil di ricercare con Cisl e Uil.
L'Unione, la pace senza vinti
Mario Pirani su la Repubblica
Gli elettori del centrosinistra hanno certo salutato con favore il compromesso che ha posto fine all´asperrimo contrasto tra la Margherita e Prodi. Anche la via d´uscita le primarie che incoronino il professore bolognese come candidato leader dell´opposizione appare proficuamente percorribile. A condizione che non venga sovraccaricata di significati e contenuti ambigui e pericolosi.
E, se è pur vero che la politica ci ha abituato a linguaggi figurati e sfuggenti, è altrettanto indubbio che una stampa libera, ancorché orientata in senso progressista, ha il dovere di spiegare con parole limpide la situazione, senza farsi imprigionare da una specie di galateo diplomatico, maestro del dire e non dire.
Una esigenza che poggia, peraltro, sulla revisione di una speranza, rivelatasi purtroppo precoce, circa la maturazione riformista nel nostro Paese. Pensavamo fosse ormai arrivato il momento propizio per dar vita ad uno schieramento politico in cui potessero confluire le diverse famiglie culturali del centro sinistra, almeno quelle che si riconoscono già in una politica sociale di mercato, nella collocazione europeista dell´Italia, nel sistema costituzionale uscito dalla Resistenza. Giudicammo che l´evoluzione socialdemocratica dei ds. e, ad un tempo, il venir meno nel cattolicesimo democratico (del resto già ibridato con la cultura laica nella Margherita) delle giustificatissime remore espresse a suo tempo dalla conventio ad excludendum, avessero aperto lo spazio per un processo unificante. In questo contesto la candidatura di Romano Prodi, così come nel '96, avvalorava il carattere federativo dell´impresa e rappresentava, anche per la biografia del personaggio (provenienza democristiano - imprenditorial-europeista) un fattore di baricentro e garanzia reciproca per i contraenti. Un eccesso di ottimismo - avvalorato dalle elezioni regionali - che non teneva, peraltro, conto del permanere, pur nel comune anti - berlusconismo, di differenze e diffidenze vecchie e recenti. Ad esempio, mentre tendevano ad azzerarsi quelle sulla politica economica, ne emergevano altre, imposte da nuove e impreviste scelte di natura etica, non certo contingenti. Che il processo immaginato fosse ancora irrealistico lo rivelò presto la frattura tra Prodi e Rutelli: il primo non riusciva ad esser percepito nelle vesti del federatore e la sua irata concitazione nel rivendicare i poteri derivanti da quell´incarico, rendevano ardua la composizione. Ma anche la linea assunta dall´ex sindaco del Giubileo, quelle sue irritanti dichiarazioni contro i Sì referendari, hanno dimostrato come la presentazione autonoma nel proporzionale, se non rappresentava in sé un vulnus irreversibile, acquistava, accompagnata alla professione di fede papalina, il profilo di un disegno a più lungo raggio. Se il punto d´arrivo intravisto sia quello di fare della Margherita lo scudo di sinistra di un neo guelfismo ratzingeriano, lo dirà il futuro. Comunque, per ora, il miracolo della pacificazione porta la firma di Piero Fassino e tanto basta.
Non crediamo esatto il paragone: il "patto" è un documento privato fra dirigenti di partito e non una riforma da presentare alle Camere. Resta, peraltro, la improponibilità politica di un impegno che, con l´intento di rafforzare la posizione del premier, prevede una decisione messa in freezer dai partiti, che dovrebbero, "oggi per allora", giurare di andare alle urne e chiedere lo scioglimento delle Camere non qualora muti la composizione della maggioranza, il che sarebbe logico, ma nel caso al premier venisse imprevedibilmente a mancare la fiducia dei suoi stessi partner o incorresse in qualsiasi inatteso evento che lo obbligasse alle dimissioni. Qui sta l´incongruenza, non costituzionale ma politica, di un "patto di legislatura" che nega la raffigurazione. sia pure ipotetica, di una maggioranza di centro sinistra senza il Professore. Non sono ammessi supplenti o sostituti, sfiducie costruttive o successioni. Né oggi, né domani, né mai. Una ipoteca sul futuro di una rigidità personalistica così accentuata da risultare impropria per uno schieramento politico democratico.
L'usa e getta di D'Alema
Editoriale su Il Foglio
Per Massimo D'Alema, che l'ha inventato nel lontano 1996, l'Ulivo è uno strumento di battaglia elettorale, che si usa finché serve. Quando, caduto il primo governo di Romano Prodi, non era più utile, D'Alema lo definì un'organizzazione buona solo per i giorni di festa. Dopo la vittoria elettorale del centrodestra, le contestazioni girotondine alla leadership della sinistra e a lui personalmente, D'Alema si convinse che bisognava ritirare fuori dall'armadio il vecchio vestito, puntando addirittura a una fusione di partiti nella Federazione dell'Ulivo. Si trattava di un altro espediente politico-elettorale, che avrebbe consentito di neutralizzare l'autonomismo dell'ala moderata della coalizione. Per favorire questo disegno ha appoggiato anche le più tracotanti minacce di Prodi, come quella di formare una lista dell'Ulivo con chi ci sta, cioè senza Francesco Rutelli. Visto però che Rutelli, anche grazie all'indisponibilità di Piero Fassino ad assecondare fino in fondo il disegno degli scissionisti della Margherita, è riuscito a resistere, oggi la Federazione dell'Ulivo, definita fino a ieri come elemento centrale della politica Ds, agli occhi di D'Alema è tornata ad apparire come un ingombro.
Così, con una mossa che sorprende chi non tiene conto della sua abitudine a cambiare cavallo quando gli conviene, D'Alema spiega ai dirigenti del suo partito che la Federazione, se non impedisce alla Margherita di presentare le sue liste al proporzionale, è una trappola per imbrigliare i Ds, e che quindi non serve più a niente. Serve invece una competizione a tutto campo con Rutelli, per non lasciargli come riserva di caccia le praterie del centro che non sarebbero più presidiate dai moderati del centrodestra. E Prodi? Si accontenti di fare il candidato premier, senza ingerirsi nelle questioni dei partiti, che ha maneggiato in modo così maldestro. Ci sarà chi imputerà a D'Alema l'incoerenza. Ma lo farà senza tener conto che nell'uso strumentale delle alleanze, piaccia o no, sta la sua vera coerenza.
Un colpo alla legalità
Nando Dalla Chiesa su l'Unità
Uscire fuori dalla grazia di Dio. E dunque avere un collasso. O un infarto. O un'ischemia. O altro ancora. Insomma, come dice il popolo, prendersi un fottone. È quello che è successo ieri mattina in Senato a Roberto Manzione, vicecapogruppo della Margherita. Il quale non ha avuto un generico malore in Aula, prima di essere portato in infermeria e poi in ospedale (auguri Roberto!).
Ma è uscito letteralmente dalla grazia di Dio, lui come altri, per quello che stava accadendo nella nostra cosiddetta Camera Alta. Per uno spettacolo che si ripete senza pudore da ormai quattro anni.
L'opposizione, dunque, stava facendo ostruzionismo su alcuni provvedimenti dall'inizio della giornata. La ragione? Da un lato intendeva rallentare fino alla fine il percorso della legge sull'ordinamento giudiziario, messa ieri in fondo all'ordine del giorno. Dall'altro voleva contestare l'ennesimo decreto-calderone varato dal governo. Un decreto sul quale l'ordine dalla Real Casa era non fiatare. Tanto che a colpi di maggioranza si era deciso che ogni gruppo avesse a disposizione circa cinque (cinque) minuti in tutto tra discussione generale, presentazione degli emendamenti e dichiarazioni di voto. Da qui le ripetute richieste di verifica del numero legale. E da qui l'ennesima, indecorosa e impunita messinscena dei pianisti.
Costoro, in realtà, alla prima performance erano stati sfortunati. Il quorum non era stato raggiunto nonostante la loro indiscutibile buona volontà e le loro spericolate acrobazie. Poi però era andata meglio: il numero legale era stato raggiunto grazie alle luci che si accendevano miracolosamente nei posti vuoti. A volte protette da un giornale, altre riparate da un telefonino, altre perfino da un portafoglio, altre da un umano in piedi nella fila sotto. Sapienza della pianisti band.
Quanto alle richieste di fare controlli accurati rivolte al presidente Pera, quelle erano cadute nel vuoto, e perciò erano anche salite di tono. Il presidente però rimbrottava severo: tocca ai segretari d'aula fare le verifiche. E capitò appunto che, mentre dai banchi dell'opposizione si levavano grida di protesta per l'ennesima vergogna, proprio una segretaria d'aula indicasse luci truffaldine al presidente. Ma senza effetto. Al punto da denunciare al microfono (come mai è accaduto nella storia recente, ma forse nemmeno in quella antica, del parlamento) di avere riscontrato irregolarità nella votazione che il presidente aveva ignorato. Bastava far di conto: se nella votazione precedente il quorum era stato raggiunto per appena due voti, solo la truffa lo teneva in piedi. Tanto più che chi contava le presenze fisiche della maggioranza non riusciva mai ad arrivare a centodieci.
È stato a questo punto che Roberto Manzione ha protestato. Vivacemente, certo. Uscendo dal suo scranno e facendo un paio di passi nell'emiciclo, certo. Ma che altro bisogna fare se la legalità viene così palesemente calpestata nel luogo in cui si fanno le leggi? Che altro bisogna fare se la legalità viene tranquillamente violata sotto lo sguardo della seconda carica dello Stato?
Il presidente Pera ne ha tratto una conseguenza: che Manzione in pochi secondi dovesse essere richiamato una volta, due volte e infine espulso dall'aula. Ci pensino i commessi a portarlo fuori. Per averlo difeso dall'espulsione, in attesa di avere i tabulati che denunciassero le nostre ragioni (tra cui le "assenze con voto" di due capigruppo della maggioranza), il sottoscritto ha ricevuto da un esponente della maggioranza tutto ordine e legge una lapidaria minaccia. Il tempo di sentirla e decifrarla e Manzione, uscito in virtù dei fatti dalla grazia di Dio, era a terra con gli occhi sbarrati, la pancia che balzava in alto come uno stantuffo e le mani fredde. Paura, molta rabbia, pochi rinsavimenti.
Ecco, voglio dire, si esce dalla grazia di Dio perché si assiste da anni a cose che indignano (l'alternativa essendo una somma di cinismo e disincanto): ma anche perché ci si stanca oltre il tollerabile se la fatica dell'opposizione in parlamento si carica su una stretta minoranza di volonterosi. Forse l'Unione, oltre che incontrarsi per fissare ruoli, competenze, bandiere, programmi e stati maggiori, dovrebbe riunirsi almeno una volta per decidere come tenere alto l'onore in parlamento nell'ultimo anno di legislatura.
Perché ora si tira la cinghia
Enrico Cisnetto su Il Messaggero
Perché se i redditi nominali non calano, crollano i consumi? E come mai, dopo che negli ultimi cinque anni gli acquisti degli italiani sono complessivamente aumentati di oltre il 20% a fronte di una crescita del pil di sei punti percentuali inferiore, ora il segno meno nella contrazione dei consumi è maggiore di quello della recessione? Insomma, perché fino a oggi siamo riusciti a mantenere sostanzialmente inalterato il nostro tenore di vita, integrando i redditi con le rendite derivanti dai piccoli e grandi patrimoni accumulati nel passato, e adesso abbiamo cominciato a tirare la cinghia? Non potevano che essere i dati allarmanti sul crollo record della nostra capacità di spesa mai così bassa nell'ultimo decennio a tenere banco ieri all'assemblea della Confcommercio, e anche nella risposta che il governo ha (saggiamente) affidato al ministro Siniscalco.
Le indicazioni fornite dall'Istat fanno pensare che ci siano almeno due grandi tipi di motivazioni che giustificano il cambio di atteggiamento delle famiglie italiane. La prima è che sui consumi si stia ripercuotendo la sfiducia nelle possibilità di ripresa della nostra economia. E' diffusa la sensazione che i margini di manovra siano molto ristretti e tutto questo spinge gli italiani a preferire il risparmio al consumo. Una propensione al risparmio che è anche accentuata dal diffondersi di una convinzione: molti genitori pensano che i loro figli vivranno condizioni inferiori o al massimo uguali alle loro. In una parola, si è persa la fiducia nel futuro. In questa fase, le famiglie hanno anche riorganizzato il proprio modello economico, spostandosi da quello reddituale, in cui alla base dei consumi è posto il reddito da lavoro, dipendente o autonomo che sia, ad uno basato sulle rendite, immobiliari (prevalentemente) e finanziarie. Per questi ceti, i consumi o sono rimasti inalterati (il lusso, per esempio, continua a tirare), o hanno subito contrazioni di natura psicologica.
Il secondo filone riguarda invece motivazioni di natura pratica. Si tratta di quei ceti, medi e medio-bassi, che non hanno materialmente più i quattrini per tenere il ritmo dei consumi di un tempo. La caduta degli acquisti di beni alimentari, che al Sud tocca la punta dell'11,4%, è la dimostrazione che una fascia crescentemente ampia di famiglie ha problemi di fine mese, e che nemmeno il sommerso a cui Berlusconi vorrebbe far ricorso per sistemare i parametri fuori posto dei nostri conti è in grado di sopperire.
24 giugno 2005