prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di P.C. - 23 giugno 2005


Un segno di sfiducia
Mario Deaglio su
La Stampa

Dalla fine della seconda guerra mondiale è ben difficile trovare un mese con un andamento così negativo e così generalizzato. Questa caduta non pare accompagnata da una flessione generale delle retribuzioni, dei redditi e del potere d'acquisto degli italiani. Le flessioni e le situazioni di difficoltà di determinati settori e determinate aree non bastano a spiegare un calo così pronunciato.
Se i redditi non scendono, perché scendono i consumi? Forse perché i redditi, anche se non calano in quantità, stanno subendo un peggioramento qualitativo: il lavoratore italiano medio, infatti, ritiene meno sicura la propria busta paga o il proprio incasso da attività indipendenti. Cresce la preoccupazione per la stabilità dei posti di lavoro, anche a seguito della forte concorrenza di alcuni Paesi esteri e dell'acuirsi della crisi di alcuni settori; a questo si aggiunge il carattere precario di una parte importante dell'occupazione, soprattutto giovanile e femminile. Il consumatore italiano, insomma, spende senza sorriso e spende malvolentieri perché non sa fino a quando potrà permettersi comportamenti di consumo ai quali è abituato da tempo. Perché, del resto, dovrebbe essere allegro quando le notizie economiche non sono rassicuranti?

Sul dato possono poi avere influito fattori occasionali negativi, legati alla data della Pasqua (quest'anno in marzo anziché in aprile), ma sarebbe opportuno non farsi un alibi di queste piccolezze. Occorre piuttosto riflettere che, se il sistema di mercato veramente funziona in Italia, una nuova offerta dovrebbe provvedere a questi nuovi bisogni, invece di continuare a proporre ai consumatori beni che li interessano meno di una volta.


Redditi fermi, prezzi alle stelle
Claudio Alò su
Il Messaggero

Ci voleva un'altra prova concreta per dimostrare che la crisi italiana e le difficoltà delle famiglie non sono solo un'invenzione di pessimisti incalliti e disfattisti contrari al governo? Serviva un'ulteriore martellata per convincere gli ottimisti a tutti i costi che il paese ha urgente bisogno di una concreta politica economica che rilanci competitività e produzione e restituisca agli italiani potere d'acquisto e fiducia nel futuro? Ebbene, nuova prova e relativa martellata sono arrivate ieri dall'Istat. I dati di aprile sulle vendite al dettaglio indicano per tutti i consumi il più forte calo mai registrato dal 1996, quando è partita la serie storica di questo tipo di rilevazione, e presumibilmente uno dei peggiori del dopoguerra. Il calo del valore delle vendite rispetto allo stesso mese del 2004 è stato pari a quasi il 4%, una percentuale che arriva a quasi il 6% se si calcola anche l'inflazione media dell'1,9% che nel frattempo, stando almeno ai conti dell'Istituto di Statistica (che molti considerano sottostimati), ha eroso il nostro potere d'acquisto. E il dato ancora più allarmante è che la riduzione delle vendite ha toccato più o meno tutti i settori, compreso quello degli alimentari che tradizionalmente vengono considerati i consumi più rigidi e meno soggetti ai tagli nei bilanci familiari. Così come, per la prima volta, a subire un calo nei valori delle vendite non sono solo i piccoli esercizi ma anche la grande distribuzione, compresi (sebbene in misura molto minore) ipermercati e hard-discount. Come a dire che senza ombra di dubbio gli italiani hanno cominciato a tagliare le spese, preferendo, per risparmiare al massimo, comprare dove i prodotti costano meno.

Sarà sufficiente il nuovo segnale d'allarme per convincere il governo che, al di là dei pessimismi interessati e degli ottimismi di maniera, la nostra economia ha bisogno, subito, di interventi di rilancio, di sostegno dei redditi e di provvedimenti capaci di iniettare nel sistema potenti dosi di fiducia nel futuro? Dopo troppi ritardi e nuovi rinvii ieri l'esecutivo ha dato un primo timido segnale. Con un decreto varato sul tamburo ha bloccato (con una complessa operazione finanziaria)l'aumento del 3% pronto a scattare da luglio sulle tariffe elettriche come risultato dell'impennata dei prezzi petroliferi. E' solo un rinvio, sia chiaro, perché quando i tempi saranno migliori i recuperi di prezzo andranno fatti. Ma è comunque l'indicazione che finalmente ci si è resi conto che imprese e famiglie stanno vivendo difficoltà reali. Il grosso, però, resta tutto da fare. E non è detto che, per evitare un perverso avvitamento nella recessione, si possa rimandare il resto alla prossima Finanziaria e al prossimo anno.
Se il crollo dei consumi d'aprile non è un falso allarme inventato dalle Cassandre, e purtroppo non lo è, anche per gli iperottimisti è arrivato il tempo dell'emergenza.


La Foto di un Paese consumato
Chiara Saraceno su
l'Unità

Letti congiuntamente, i dati pubblicati dall'Istat in questi giorni sulle vendite al dettaglio e sul fatturato delle imprese segnalano che individui e famiglie stanno mettendo in opera una rilevante compressione dei consumi.
Se si guarda al fatturato delle imprese, infatti, a fronte di un generale trend timidamente positivo, emerge il trend negativo (-4,9% rispetto all'anno scorso) dei beni di consumo, sia durevoli che non durevoli.
In particolare è diminuito il fatturato nel settore dei mobili, dell'abbigliamento, degli apparecchi elettrici e di precisione.
Ancora più espliciti i dati sul versante delle vendite, scese del 3,9% rispetto all'anno precedente.
È un calo che ha riguardato tutti i prodotti in commercio sia quelli alimentari (-3,6%) sia quelli non alimentari (-4%).
E non sembra ancora concluso, dato che la tendenza alla diminuzione è presente, e si accentua, nei primi mesi di quest'anno. Mancano ancora, per completare il quadro, i dati sui consumi delle famiglie. Da essi potremo vedere come si è distribuita questa contrazione dei consumi: se uniformemente o, come è più probabile, con intensità diversa nei vari tipi di famiglia.
Per altro, già i dati sulle vendite segnalano che la contrazione dei consumi è stata più forte nelle aree dove l'incidenza della povertà è più alta: nelle regioni meridionali, infatti, la riduzione delle vendite supera l'8%, toccando l'11% nel caso degli alimentari, ovvero proprio quei prodotti che più contano nella borsa della spesa e nel bilancio delle famiglie povere o a reddito modesto. .
Siamo quindi di fronte non solo a mutate scelte di consumo (meno prodotti di marca, meno prodotti di pregio, più discount e grandi magazzini che piccoli negozi e una certa disaffezione per gli ipermercati con le loro eccessive tentazioni), ma anche a vere e proprie riduzioni (nel caso degli alimentari), o nel migliore dei casi a rimandi dei consumi (nel caso di mobili e elettrodomestici) .
Si ha il più che fondato sospetto che una quota consistente di famiglie fa fatica a quadrare il bilancio e ad arrivare a fine mese. Accanto alle famiglie in cui tutti sono disoccupati, questa situazione di difficoltà e incertezza riguarda anche un buon numero di famiglie a reddito fisso, il cui potere d'acquisto non sempre ha tenuto il passo con l'inflazione, soprattutto con l'aumento dei prezzi dei beni di consumo quotidiano. E riguarda, ovviamente, sia coloro che si sono visti ridurre il reddito pur "garantito" dalla cassa integrazione, sia i forzati del lavoro flessibile, o meglio dei contratti di lavoro flessibile.
Questa percezione di incertezza, inoltre, induce a ridurre i consumi a favore del risparmio, per costruirsi un minimo di rete di protezione in una situazione economica e del mercato del lavoro percepita come di grande incertezza.
A fronte di questa incertezza diffusa, lo spot che il governo ha mandato in onda per mesi lo scorso anno per incoraggiare i consumi ("l'economia gira con te", con il signore con busta della spesa che veniva ringraziato dai passanti, appunto per aver fatto la spesa) appare in tutta la sua paradossalità. Difficile aumentare i consumi se i bilanci familiari sono risicati e il futuro appare incerto. E' non solo più ovvio, e spesso necessario, ma anche più saggio, dal punto di vista dei bilanci familiari, che si riducano.


Blair l'Europa sociale riparte da Londra
Tito Boeri su
La Stampa

Nel suo discorso programmatico al Parlamento Europeo Tony Blair dovrà parlare anche di Europa Sociale. Lo dovrà fare se vuole, come da lui annunciato dopo il naufragio dell'ultimo vertice europeo, parlando ai cittadini francesi e olandesi che hanno votato no al referendum sul Trattato costituzionale.
Blair ha dalla sua le cifre sull'andamento dell'economia britannica, cresciuta negli ultimi cinque anni a un tasso più che doppio rispetto ai paesi del Vecchio Continente. Ma ha anche titoli per parlare davanti al Parlamento di Europa Sociale? Sotto il suo mandato, le disuguaglianze nei redditi, fortemente aumentate sotto i governi precedenti, non sono diminuite. Ma non sono neanche aumentate. Blair è perciò riuscito a impedire che una forte crescita economica (rispetto agli standard europei) si traducesse in un ulteriore incremento delle disuguaglianze. Sotto la Thatcher il reddito del 20 per cento più ricco della popolazione era aumentato mediamente del 4 per cento all'anno mentre quello del quinto più povero della popolazione era aumentato di circa lo 0,5% all'anno. Con Blair il 20% più povero ha visto aumentare il proprio reddito mediamente del 2,5% all'anno contro il 2% del quinto di popolazione più ricco.
Compito prioritario di un sistema di protezione sociale è comunque quello di ridurre la povertà il che non implica necessariamente ridurre le diseguaglanze. Gli studi più accurati (quelli basati su modelli di microsimulazione) ci dicono che il sistema di trasferimenti sociali e di tasse sul reddito nel Regno Unito porta a triplicare la quota di reddito a disposizione dei cittadini più poveri, portandola al di sopra della media dell'Unione. Si tratta di cinque volte l'entità del trasferimento operato a vantaggio dei più poveri nel nostro paese. E' uno stato sociale, quello britannico, che costa di meno e al tempo stesso ridistribuisce di più a favore dei più poveri. Perché i trasferimenti sono spesso meno generosi che nei paesi dell'Europa Continentale, ma indirizzati in larga misura ai più poveri, seguendo i dettami di un rapporto del 1942 di William Beveridge. Per fare qualche esempio mentre in Italia solo l'8 per cento della spesa pensionistica va a chi ha un reddito inferiore alla metà del reddito medio procapite, nel Regno Unito questa quota è del 18%. Al tempo stesso l'Italia destina alle pensioni circa il 16 per cento del prodotto lordo contro l'11 per cento del Regno Unito.

Ma c'è un tratto distintivo dell'architettura dello stato sociale di Lord Beveridge che potrebbe servire all'Europa per dare sostanza all'idea, oggi retorica, di una Europa Sociale. Si tratta di proporsi di costruire gradualmente un paracadute, una rete di protezione di ultima istanza che copra tutti i cittadini dell'Unione. Schemi che offrono un reddito minimo esistono in quasi tutti i paesi dell'Unione, compresi quelli dell'allargamento. Costano poco, attorno allo 0,5% del pil. Si tratta di coordinarli (spingendo paesi come l'Italia, che non li hanno, a metterli in piedi) a parità di potere d'acquisto, aiutando semmai i paesi più poveri a finanziarli. E' un modo trasparente di favorire i cittadini più svantaggiati dell'Unione e contribuisce a ridurre l'immigrazione più difficile da gestire, quella delle minoranze etniche più marginali. Servirebbe a promuovere la coesione sociale molto più dei tanti soldi oggi dati agli agricoltori. Ridurrebbe le disuguaglianze di reddito molto di più di fondi strutturali che si sono rivelati in molti paesi, tra cui il nostro, di dubbia efficacia, per usare un eufemismo. E costerebbe molto, molto di meno.


Ritorno alla politica
Andrea Manzella su
la Repubblica

Oggi Tony Blair, il nuovo "presidente" semestrale dell´Unione si presenta al Parlamento europeo per esporre il suo programma. C´è giusta attesa, e tanta diffidenza, per quel che dirà. Ma, forse, la cosa più importante già l´ha detta, nella notte fonda di Bruxelles: "Dobbiamo cambiare di velocità per adattarci al mondo nel quale viviamo". Ripeteva così quel che Jean Monnet, il padre dei padri fondatori, aveva detto un giorno di cinquant´anni fa: l´Europa sarà "in pericolo di morte" se non riuscirà a "svilupparsi in armonia con il mondo: cioè al ritmo del mondo e del suo tempo".
Impressiona in questa lunga linea di pensiero, da Monnet a Blair, il modo uguale di segnalare l´emergenza europea. Questa si verifica dunque non quando la crisi dell´Unione tocca passato e presente, ma quando essa intacca l´avvenire. La bicicletta europea ha bisogno, per restare in equilibrio, di andare avanti. Avanzare cogliendo il "senso del momento" (così ancora Monnet). Il che può significare magari contrastare o correggere o sfruttare le correnti e le passioni del nostro tempo, ma mai ignorarle.
E, allora, il più grande paradosso di questa crisi europea non è tanto e non solo nel fatto che – come nota, irridente, Le Monde – il no francese, motivato, a sinistra, dai radical-gauchistes e, a destra, dagli agricoltori, abbia dato largo spazio, da un lato, alla "terza via" social-liberale di Blair e, dall´altro, alla rimessa in discussione del dogma della politica agricola dell´Unione. Il più grande paradosso è che da una crisi nel buio più fitto, può alla fine dei conti venir fuori un rilancio dell´Unione per un diverso avvenire.

Quei rintocchi dicono, infine, che bisogna "concretizzare" l´Europa. L´Italia deve essere pronta a lavorare per il quadro istituzionale unitario ma anche per cooperazioni ristrette, d´eccellenza: visibili e comunque comprensibili da tutti. La crisi ha dimostrato che la proposta di ingegneria costituzionale non tiene da sola se, come dice Blair, non è "contestualizzata" in un terreno normativo e di istituzioni che abbia già una sua autonoma consistenza. L´Italia deve cercare il suo posto in questi gruppi di avanguardia: dalla sicurezza interna a quella esterna, da cooperazioni di ricerca e di innovazione all´industria per la difesa.
Insomma, nella crisi, cerchiamo di capire quello che noi possiamo fare per l´Unione prima di continuare a chiederci quel che l´Unione possa fare per noi. E poi andiamo a vedere quel che ha in mano Blair: con gli occhi aperti ma senza tante diffidenze. Qualsiasi visione o progetto "inglese" per l´Europa deve prima passare, infatti, attraverso l´Europa. È bene proclamare intanto la cessazione ufficiale del pianto per i referendum perduti. Ora che è tornata la politica dura e pura, il lutto non si addice ad Europa.


Prodi: le primarie una gara vera
Silvio Buzzanca su
la Repubblica

ROMA - Romano Prodi è pronto per le primarie e le considera una cosa seria, anzi serissima. Aperte a tutti e tutte da giocare. Il Professore dice infatti che le primarie "sono e dovranno essere una gara vera". Il leader dell´Unione ieri era in Veneto a discutere di programma in un capannone industriale e non si è lasciato sfuggire l´occasione di una stoccata contro il governo e il vicepremier Giulio Tremonti. "Con la sua Tremonti Bis - ha ironizzato Prodi - ha permesso che nascessero in tutta Italia capannoni come quello che ci ospita e che spesso sono lasciati vuoti. In pratica ha favorito il centrosinistra che trova capannoni vuoti in tutto il paese". La giornata di confronto sui temi economici il Professore l´ha conclusa con una cena con gli imprenditori veneti organizzata da Gilberto Benetton. E oggi Prodi toccherà un´altra tappa del suo "tour" a Serravalle di Pistoia: qui incontrerà il leader della Cgil Guglielmo Epifani. Al centro del colloquio la necessità di rilanciare la concertazione e di sviluppare politiche economiche che coniughino rigore e sviluppo.
Ma più che sull´economia la curiosità, per il momento, si appunta sulle primarie e su chi deve parteciparvi. E Prodi risponde che "non bisogna giudicare chi scende in campo: tutti possono parteciparvi anche voi che siete giornalisti. Queste sono le primarie, altrimenti che primarie sono?". Il leader dell´Unione dice anche che "sono primarie in cui non votano i dirigenti ma vota il popolo". Anche se, aggiunge, questo tipo di consultazione "è un fatto spontaneo e dunque non pensiamo di avere un enorme numero di partecipanti. Riguardo alla mia percentuale - conclude - prima di tutto devo vincere, poi ci penseremo".
Intanto Piero Fassino guarda all´affollamento di candidati alle primarie e dice che "se davvero si presenteranno alle primarie Bertinotti, Mastella, Pecoraro Scanio e Di Pietro, allora Prodi sarà il candidato alle primarie dei partiti della Federazione dell´Ulivo". Il segretario dei Ds è infatti convinto che, anche se la lista unitaria Ds-Margherita-Sdi non sarà presentata, all´Unione serve "una forte guida riformista fin da ora" e che dunque il progetto dell´Ulivo resta sempre valido. Infine il leader dei Ds non crede che Bertinotti possa vincere le primarie. Dice, al contrario, che non ci crede lo stesso segretario di Rifondazione.
Ma Bertinotti e gli altri contendenti prendono anche loro sul serio l´appuntamento elettorale autunnale. E, fra polemiche e punzecchiature reciproche, non si sentono già sconfitti. "Le primarie sono una tappa fondamentale, ma in ogni competizione l´esito non è mai scontato. E poi non c´è solo il problema di chi vince, ma anche di come si vince". ammonisce infatti Bertinotti. "Scherzando scherzando, succederà che queste primarie si faranno davvero". gongola Antonio Di Pietro. "E come tutte le primarie, ci si trova come in una gara di Formula 1: tutti sono convinti che ci sia il favorito e poi vince il migliore".
E´ pronto alla competizione anche Clemente Mastella. Che però si sente sotto il fuoco incrociato degli alleati e dice: "Non sono Calimero, non sono il pulcino nero che tutti possono attaccare". Il leader dell´Udeur dice che alle primarie vuole rappresentare il centro del centrosinistra e che sì farà da parte solo se si candida Rutelli. E in ogni caso per il voto vuole "il massimo di garanzia: non vorrei che il gioco diventasse improvvisamente complicato". Anche lui ostenta ottimismo: "Al Sud avranno delle sorprese".


Tregua e competizione tra Margherita e Ds
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

La luna di miele politica fra il centrosinistra e Romano Prodi regge. Ma nelle pieghe di una candidatura che ha la forza dell'inevitabilità, si stanno increspando i rapporti fra i Ds e la Margherita.
Francesco Rutelli ha confermato che il suo partito ha messo radici profonde nel bipolarismo e nell'opposizione al governo Berlusconi. E Piero Fassino gliene dà atto. " Non credo abbia disegni neocentristi " , dice, intervistato da Sky Tg24 . Eppure, gli umori della sinistra sono più inquieti di quanto la " pax fassiniana " induca a pensare. Il fatto che i partiti dell'Unione si presenteranno con la propria lista per raccogliere voti nel proporzionale, prelude a una competizione dai contorni aspri.
Riaffiora il timore di quella che i vertici dei Ds definivano qualche settimana fa come " un'operazione craxiana " di Rutelli: una strategia ambiziosa che mira amodificare i rapporti di forza nel centrosinistra.
A dare voce all'inquietudine è il presidente dei Ds, Massimo D'Alema, reduce da scambi di accuse abrasive con il leader della Margherita. Sarebbe stato lui, ieri, ad avvertire che il partito si deve preparare non solo all'alleanza ma alla concorrenza dura.
" La Margherita " , secondo d'Alema, " non può pensare di fare accordi con l'Udeur o con altri, e poi tenerci legati nella Federazione " . A suo avviso, senza la lista unitaria verrebbero a cadere anche le premesse della Fed.
La prospettiva rutelliana di drenare gli elettori berlusconiani scontenti e di stringere un patto con l'Udeur di Mastella, viene osservata con sospetto. " Oggi noi siamo al 21 per cento, la Margherita all' 11 " , ricorda il capogruppo dei ds alla Camera, Luciano Violante. " Vedremo cosa diranno i cittadini " . Così, all'ombra della consacrazione di Prodi, ad ottobre, si assisterà anche ad un confronto a distanza fra i due principali partiti d'opposizione. La stagione in cui Fassino era costretto a mediare fra alleati, e soprattutto fra Prodi e Rutelli, viene considerata chiusa. L'intenzione, adesso, è di riaffermare il profilo di primo partito dell'Unione; e di farlo pesare.
Si tratta di un'incognita che potrebbe proiettarsi sull'andamento delle primarie.
Il problema che sta affiorando non è solo quello delle candidature alternative, a cominciare dal segretario di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti, seguito a ruota da Pecoraro Scanio, dei Verdi, dall'ex pm Antonio Di Pietro e dal segretario Udeur, Mastella. A preoccupare sono le possibili " infiltrazioni " di elementi del centrodestra, che potrebbero falsare i risultati della consultazione e indebolire Prodi. " Magari si troverà qualche lazzarone che fa questo gioco " , ammette il Professore. " Ma io mi fido della lealtà della gente... Credo che gli episodi di malcostume saranno limitati " . Sono affermazioni che dimostrano un fiducioso ottimismo; e tuttavia confermano che non esiste la certezza di evitare il rischio.
Sia Fassino che Rutelli si mostrano sicuri di una vittoria schiacciante del candidato a palazzo Chigi. Il segretario dei Ds è convinto che lo stesso Bertinotti sappia di non poter prevalere. Il Prodi che invita " tutti a scendere in campo " , e si augura " una gara vera " , lo fa con l'aria spavalda di chi sa che avrà davanti candidature di bandiera, incapaci di impensierirlo; e che gli alleati cercheranno di mettere a punto un regolamento elettorale in grado di proteggerlo da sorprese sgradite. Ma non è scontato che l'operazione riesca del tutto.
E se il plebiscito accreditato dai primi sondaggi fosse ridimensionato dal risultato delle primarie, diventerebbe un boomerang per la leadership prodiana.


Spesso galanteria non è diplomazia
Claudio Rizza su
Il Messaggero

Con tutto quello che sta accadendo in quest'Europa sfilacciata, dove c'è assai poco da ridere, ci mancava pure la storia tragicomica di una renna affumicata, di un culatello e di uno stagionato playboy. Fatto sta che l'ambasciatore italiano ad Helsinki è stato convocato perché la spiritosaggine del nostro premier non ha fatto breccia nel cuore della presidente finlandese, la signora Tarja Halonen, che si è offesa. Le cronache hanno raccontato martedì la festa a Parma, diventata sede dell'Authority Alimentare, dopo un lungo braccio di ferro europeo con Helsinki. L'avvenimento non è di poco conto, perché la designazione significa un bel giro di quattrini per la città, considerato anche il fatto che la Commissione Ue, in prima istanza, aveva preferito Helsinki. Dunque, una sconfitta che in Finlandia brucia ancora.
Berlusconi e il presidente della Commissione Ue, Barroso, hanno presenziato alla cerimonia e il premier ha arringato un'allegra platea scherzando: "Non c'è confronto tra ciò che oggi offriremo a Barroso, che gradirà molto il vostro culatello rispetto alla renna affumicata finlandese". Sottintendendo: volete mettere la cucina italiana con quella finlandese?
Ma la scivolata è stata un'altra. Il Cavaliere, con aria barzellettiera, ha rivelato d'aver rispolverato le sue "arti di playboy" facendo "anche la corte" alla presidente della Finlandia affinché cedesse. Cedesse a Parma, naturalmente, non al premier.
Evidentemente poco abituati alle facezie latine, i gelidi scandinavi non hanno apprezzato l'allusione pappagallesca, anche perché la presidente in questione è una sessantaduenne signora dall'aria molto seria e dalle fattezze non certo da pin up. Nessun playboy, per quanto attempato, potrebbe mai osare tanto. A maggior ragione, la battuta del premier è stata presa come canzonatoria e irriverente, fuori da ogni schema diplomatico che invece dovrebbe guidare i rapporti tra leader di paesi che si ritrovano spesso gomito a gomito a discutere dei destini comuni decisi a Bruxelles.
L'ambasciatore italiano Ugo de Mohr ha subito la rampogna finlandese, che ha espresso "lo stupore del governo" per le affermazioni di Berlusconi sulla presidente Halonen. E così l'unica notizia targata Finlandia, ieri e cioè l'esonero dell'allenatore della Nazionale Antti Muurinen , è finita nel dimenticatoio. La Farnesina è rimasta in silenzio, girando gli occhi verso palazzo Chigi, dove il portavoce di Berlusconi, Paolo Bonaiuti, ha sdrammatizzato: "Era un sorriso, una carineria, un modo di manifestare simpatia in un'occasione e in un ambito festosi. Non può essere certo lo spunto per un caso diplomatico". Seguirà una telefonata di scuse. Ma i diplomatici di professione non vedono che una sola possibile conclusione: una lettera del premier, con la formula di rito dove si ripete che "non si intendeva mancare di rispetto". Noi italiani, si sa, siamo dei simpaticoni, anche se nelle cene di gala ogni tanto dimentichiamo l'etichetta.


   23 giugno 2005