
sulla stampa
a cura di P.C. - 22 giugno 2005
La brutta pagella che viene da Bruxelles
Andrea Bonanni su la Repubblica
Il Comitato economico e finanziario, composto dai direttori generali dei ministeri economici dei venticinque stati membri, si è riunito venerdì scorso a Bruxelles per esaminare il "caso" italiano in vista della riunione dei ministri Ecofin che si terrà il 12 luglio. Sul tavolo, la proposta della Commissione di aprire una procedura per deficit e debito eccessivo a carico del governo italiano, e la lettera con le contro-deduzioni presentate dal ministro Siniscalco.
Le quattro obiezioni presentate dall´Italia vengono respinte come segue.
1) Lo sfondamento del tre per cento non è dovuto alla "riclassificazione statistica decisa da Eurostat", come sostiene l´Italia, perché " dal 2001 non ci sono state decisioni sulle regole contabili che abbiano avuto impatto sui conti italiani".
2) Il deficit non è attribuibile ad una "grave recessione " perché la crescita economica "negli ultimi tre anni è stata positiva anche se bassa " e solo nell´ultimo quadrimestre del 2004 e nel primo del 2005 è stata negativa.
3) L´aumento del contributo italiano al bilancio Ue, invocato da Siniscalco, è stato solo dello 0,06 per cento del Pil tra il 2003 e il 2004.
4) Infine "le forti spese per operazioni di peace-keeping" addotte dal governo italiano (non si sa se comprendendo anche la missione in Iraq) "sono rimaste stabili allo 0,1 per cento del Pil nel 2003 e 2004".
Maggiore apprezzamento è dato invece all´analisi dei "fattori sollevati dalla Commissione", che evidenzia positivamente l´inversione di tendenza della gestione Siniscalco rispetto a quella Tremonti. Si esprime apprezzamento per le misure sulla competitività del marzo 2005 che però "hanno un impatto stimato a meno dello 0,1 per cento del Pil". Si auspica un´estensione del tetto alle spese imposto dal nuovo ministro. Ci si compiace della progressiva eliminazione delle misure una tantum grazie alla quale si è migliorato il deficit strutturale dello 0,8 per cento e il surplus primario dello 0,5 per cento.
D´altra parte però il Comitato osserva che l´avanzo primario resta insufficiente per ridurre adeguatamente il debito e pertanto "mette un in qualche pericolo la sostenibilità delle finanze pubbliche a lungo termine". Fa notare che la scarsa crescita è dovuta a debolezze strutturali che devono essere affrontate. Inoltre sottolinea che "nel periodo 2003-2004 il deficit ha superato gli investimenti" e che la spesa per istruzione e ricerca è rimasta essenzialmente costante. Con una pagella così, la promozione è difficile.
Rutelli: "Fermiamo l´Europa a 25"
Massimo Giannini su la Repubblica
ROMA - "Stop all´allargamento, l´Unione a 25 non può più funzionare. A questo punto la Ue può ripartire solo con il sistema delle "geometrie variabili": singoli Paesi, che si mobilitano su singoli obiettivi". Ha appena ricucito i rapporti con gli alleati e con Prodi, e Francesco Rutelli già compie un altro scarto. Stavolta lo fa sull´Europa e sull´allargamento, un tema caro come pochi al Professore. E lo fa precisando che "non c´è nessuno strappo con Romano". Ma la sua analisi su cosa non ha funzionato nella Ue, l´accusa a Chirac e Schroeder, la parziale "assoluzione" di Blair e la proposta di una "Europa dei Willing", rischiano di aprire comunque un´altra ferita.
Onorevole Rutelli, l´Europa è da sempre la stella polare del centrosinistra. Oggi che l´Unione agonizza, avete una terapia da proporre?
"Prima di tutto non dobbiamo nasconderci la realtà dei fatti, che è drammatica. L´Europa attraversa una crisi profonda. La più grave di questo mezzo secolo di storia. Le responsabilità sono diffuse. Ma è certo che non possiamo continuare ad analizzarle usando gli schemi interpretativi del passato. Dopo quello che è accaduto, non possiamo dire che la colpa è tutta di Blair, il solito filo-americano, e che per ripartire dobbiamo salire sul carro franco-tedesco, che sicuramente ci porterà lontano".
Vuol dire che stavolta ha ragione Blair, e hanno torto Chirac e Schroeder?
"Voglio dire che stavolta l´analisi è molto più complessa. Di fronte alle difficoltà economiche di un´Europa che cresce meno del resto del mondo e a una minaccia profonda dei tradizionali sistemi di protezione sociale, le opinioni pubbliche hanno mostrato una crisi di rigetto, identificando nell´Europa un bersaglio sbagliato".
E sono tornati a prevalere gli stati-nazione.
"È così. È inutile girarci intorno. Ogni Paese coltiva strategie diverse. E l´asse franco-tedesco, che un tempo è stato il motore dell´integrazione, oggi si è rivelato un fattore di involuzione. Cito due fatti molto precisi. Il primo è il referendum francese sulla Costituzione Ue, al quale Chirac ha improvvidamente legato il suo futuro politico. Ora che ha perso la sfida, ha trascinato nella sconfitta anche tutti gli altri Paesi europei. Il secondo fatto è la decisione tedesca di rivendicare un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell´Onu, che rischia di creare effetti devastanti su tutti gli altri Paesi, a partire dall´Italia".
E secondo lei questo Paese e questo governo hanno la credibilità e la forza per trainare l´Europa di chi ci sta?
"Certo che no. Quando dico noi, parlo del centrosinistra che tornerà al governo dopo il 2006. È chiaro che oggi, dopo tutti i danni incalcolabili che ha fatto, il governo Berlusconi non può trainare proprio nulla, perché ci ha isolati in Europa".
Eppure il Cavaliere si è finalmente deciso a stroncare l´idea della Lega sulla fuoriuscita dall´euro.
"Appunto. Con il suo noto fiuto da statista, per smentire le sparate dei leghisti ha aspettato il risultato delle urne di Pontida, dove domenica scorsa persino le stesse camice verdi hanno detto no al "calderolo"...".
Facile attaccare il centrodestra: dopo lo spettacolo che avete dato in queste ultime settimane quanto durerà la tregua dentro il centrosinistra?
"Abbiamo ritrovato le ragioni dell´unità. E proprio l´Europa è un terreno sul quale dobbiamo ripartire. Non solo come Unione, ma innanzitutto come federazione dell´Ulivo. Io ci credo, e mi impegnerò su questo. L´Europa deve andare avanti, anche a due velocità. Come ha detto giustamente Mario Monti, citando Monnet, le sole disfatte sono quelle che si accettano. Quella patita dall´Europa in queste settimane è stata una sconfitta. Diventerà disfatta solo se la subiremo. E noi, questo, non possiamo permettercelo".
Cofferati: " Sulla legalità sbagli a sinistra "
Marco Imarisio sul Corriere della Sera
BOLOGNA " Tutto brutto " . Brutta la violenza, ovviamente, verso la ragazza e il suo fidanzato. Ma brutto anche perché era una giornata di festa, un pomeriggio di primavera, un parco pubblico. Anche i luoghi sono importanti: " Dicono non soltanto della follia degli assalitori, ma anche della sfacciataggine, della loro assoluta mancanza di condizionamento ambientale. Mettono in conto di poter usare violenza agli altri senza preoccuparsi di nulla " .
Il caso è chiuso, come si usa dire. Ma Sergio Cofferati non è certo contento. La pietà verso le vittime e le loro famiglie, ma non solo. Il sindaco di Bologna sa bene che l'arresto di due marocchini non è la fine di questa storia, ma un inizio. Perché si somma alla vicenda di Varese, alla violenza di Milano, alla brutta aria che tira verso gli extracomunitari.
Come si evita il rischio di mettere tutti insieme? " Bisogna essere rigorosissimi nel perseguire i reati, e altrettanto rigorosi nel non lasciare che i reati vengano strumentalizzati " . Lei pensa che ci sia davvero, questa strumentalizzazione? " A Bologna il riflesso condizionato di tutti è stato quello di accusare i romeni che da sempre qui sono considerati un problema. Questa è una semplificazione, che bisognerebbe sforzarsi di evitare " .
Ammetterà che non è facile.
" È difficilissimo. Non nascondiamoci dietro un dito: quando i reati vengono commessi da persone straniere, si accentua un clima di comprensibile paura. Questi sono dati oggettivi " . Non è indicativo che a Bologna lei venga osannato dai cittadini per gli sgomberi degli extracomunitari? " Qui c'è una fragilità di fondo che si traduce nel timore di perdere l'attuale condizione di benessere. È una paura comprensibile che merita risposte chiare. Gli sgomberi continueranno, perché gli insediamenti abusivi sono illegali " .
L'equazione criminalità uguale extracomunitario va di moda.
" Secondo me è sbagliata. Ma purtroppo è quello che pensa una parte della popolazione.
E il senso comune non va ignorato. Quell'equazione può essere corretta a una sola condizione: agire con grande rigore di fronte ai reati " .
Ma la solidarietà può essere coniugata con la legalità? " Le politiche di accoglienza sono fondamentali, ma per essere efficaci hanno bisogno di una crescita della cultura della legalità, che vale per i cittadini nati qui e per quelli che ci arrivano " .
A parole è semplice. Poi c'è la realtà.
" Di fronte a un insediamento abusivo, io mi devo porre il problema della solidarietà verso bimbi e donne che vivono in quel luogo " .
E dopo? " Fatto questo, l'insediamento va abbattuto. Non è accettabile l'idea che siccome ci sono persone che soffrono, ci si ferma, non si agisce.
Un esercizio sbagliato della solidarietà, anzi, non è vera solidarietà " .
Margherita, scissione congelata
Claudia Terracina su Il Messaggero
ROMA Si sono incontrati e hanno parlato chiaro, non senza durezze. Da una parte il presidente della Margherita, Francesco Rutelli, dall'altra, il presidente dell'assemblea federale, Arturo Parisi, che guida il plotone dei 58 che hanno difeso a oltranza la lista unitaria e che non abbandonano il progetto dell'Ulivo. Risultato, la scissione, agitata negli ultimi giorni è stata "congelata", in attesa di un doppio confronto. Il primo tra Parisi e le truppe prodiane che in tutta Italia non si sentono più a casa propria nella Margherita. Il secondo, con il vertice dei Dl, a partire da Rutelli, dal quale i prodiani attendono rassicurazioni sulla bontà del progetto ulivista che, spiega Parisi, "non può svanire solo perchè si è rinunciato alla lista unitaria". Prospettiva: di qui a 15 giorni si deciderà restare nel partito e svolgere "con piena dignità la funzione di opposizione".
Il colloquio è stato definito "positivo" dal professore sardo e anche Rutelli si mostra ottimista. "Abbiamo scelto una strada unitaria nel centrosinistra e sono convinto che prevarranno le ragioni dell'unità anche nei nostri partiti", assicura in serata. Ma tutto è subordinato agli interrogativi non di poco conto che si pone Parisi. Innanzitutto, la Margherita, dopo il no al Listone, espresso dall'assemblea federale, è ancora quella del 2001? E poi, si chiede Parisi, "non c'è il rischio che la scelta della Margherita di essere riferimento materiale e privilegiato per lo scongelamento del centrodestra e per pezzi di classe dirigente della maggioranza, invece di essere un'occasione per allargare il consenso, diventi l'occasione di cambiare identità e alimentare la tendenza al trasformismo? Questo non lo potremmo accettare", avverte.
I dubbi, perciò, restano tutti anche se , dopo il patto di ferro tra Prodi e l'Unione, è difficile per Parisi spingere verso la scissione. Infatti, arriva, puntuale, la difesa della strategia del candidato premier del centrosinistra. "Abbiamo rispetto per la sua scelta. Tra farsi parte tra parti, ha preferito farsi punto di riferimento della costruzione dell'unità. Ha tirato le somme e ha deciso, valutando tutti gli elementi", sospira, sottolineando, come hanno fatto molti prodiani doc: "Per noi però è stata dura". Già, perchè oltretutto, ragionavano, "anche i Ds hanno abbandonato l'idea della Lista unitaria nello spazio di un mattino, dopo averne fatto il tema centrale del congresso". Resta la consolazione di aver ottenuto le primarie, anche se Parisi ammette di essere "preoccupato che arrivino candidati che non si considerano veramente in corsa". L'allusione è all'ultimo concorrente di Prodi, Clemente Mastella, che, smentendo la sua voglia di astensione, ieri ha annunciato di potersi candidare "in rappresentanza del centro moderato". Ipotesi inquietante per i prodiani che temono manovre per non far decollare il leader nelle primarie. D'altronde, c'è già chi fa i conti e prevede una dispersione di consensi. Il che significherebbe una legittimazione sotto tono per Prodi, che potrebbe fermarsi a un risultato intorno al 60, 65 per cento.
La novità però è che rutelliani e prodiani sono tornati a parlarsi. Franco Marini ci scherza sopra: "Hanno congelato la scissione? Non ci credo, ho stretto la mano a Papini e non era affatto congelata, era calda". E, subito dopo, assicura: "Siamo disposti a concedere tutto, tranne la luna". Ovvietà, sempre che quella luna non sia il rilancio dell'Ulivo "al di sopra dei partiti", al quale nè Prodi, nè i Ds vogliono rinunciare. Non a caso, ieri Fassino ha rilanciato il progetto "anche se su un orizzonte diverso", durante la segreteria. E rispondendo a Mussi, secondo il quale la Margherita "deve coprire il fronte centrista" e i Ds "che devono dedicarsi alla sinistra", ha ribadito: "Noi puntiamo a innovare la politica e modernizzare l'Italia".
Aspettando Frau Merkel
Editoriale su Il Foglio
Ormai in molti hanno incominciato a capire che la malattia dell'Europa si chiama Jacques Chirac. Non perché, come dicono consolatoriamente gli euroretori, i francesi abbiano votato contro di lui e non contro l'Europa, ma perché l'Europa che veniva descritta dal presidente francese come un'estensione della Francia, come un baluardo contro gli anglosassoni e la libertà economica, era una costruzione artificiosa e parolaia, che alla prima prova seria è andata in frantumi. Ora si tratta di cercare nuove soluzioni, ma per farlo bisogna seppellire le vecchie illusioni. In primo luogo è indispensabile che si sciolga l'asse franco-tedesco, cioè la pigra sudditanza di Gerhard Schröder allo chiracchismo, che ha portato l'Europa sul binario morto. Il cancelliere invece insiste. Ha attribuito alla responsabilità di Gran Bretagna e Olanda il fallimento dell'ultimo Consiglio europeo, continua a propugnare un allargamento senza limiti dell'Unione, insomma persevera nell'errore. La candidata democristiana alla cancelleria, Angela Merkel, gli ha risposto con durezza, ha sostenuto che la Germania deve tornare a esercitare in Europa il ruolo di onesto mediatore, senza legarsi pregiudizialmente agli interessi di questo o quel paese. Se, come sembra probabile, in autunno frau Merkel varcherà la soglia delle Cancelleria, questo segnerà la fine dell'asse franco-tedesco, libererà l'Europa dal costituzionalismo post giacobino che ne ha negato le radici per affidarla a una burocrazia autoreferenziale, e aprirà la strada alla ricerca di nuove soluzioni basate sulla politica, cioè sul rispetto della democrazia e della sovranità popolare.
Tony Blair, tra qualche giorno presidente del Consiglio europeo, aspetta l'appuntamento con il nuovo vertice tedesco. Silvio Berlusconi, quando dice che non c'è da preoccuparsi perché tanto mancano due anni alle decisioni fondamentali su costituzione e bilancio, probabilmente pensa alla stessa cosa. Però, come non era vero che lo sviluppo della vecchia Europa fosse lineare e inevitabile, non è vero che basterà mettere Chirac in condizioni di non nuocere (o di nuocere meno) per trovare subito nuove vie per l'integrazione continentale. La disillusione popolare è contagiosa, non si arresterà senza un nuovo inizio, che può nascere soltanto da un confronto politico non diplomatico. Frau Merkel se vincerà avrà un peso importante, ma gli altri non possono limitarsi ad aspettarla.
Blair apre uno spiraglio sul bilancio
Romano Dapas su Il Messaggero
BRUXELLES - Mini-schiarita all'orizzonte della crisi europea. Tony Blair ha ammesso ieri che il rebate, il rimborso di 4,6 miliardi di euro versato annualmente dalla Ue alla Gran Bretagna è "un'anomalia che deve finire". Naturalmente, il premier laburista continua a subordinare la soppressione dello sconto ad una ridiscussione delle altre "anomalie", in particolare della politica agricola comune da lui definita "obsoleta" e il cui finanziamento impegna più del 40% del bilancio Ue. Va ricordato tuttavia che, durante la difficile trattativa al recente vertice di Bruxelles, Blair aveva sempre sostenuto che il rebate rispondeva a criteri di equità e che Londra era nel suo pieno diritto nel chiederne la prosecuzione per gli anni avvenire. In che misura l'apertura del premier britannico favorisca la ripresa del dialogo fra i partner sulle prospettive finanziarie dell'Unione per il periodo 2007-2013 è tutto da vedere. Ma è significativo che il presidente della Commissione europea, José Manuel Durao Barroso, abbia dichiarato, ieri a Parma, che "il via libera al bilancio europeo potrebbe arrivare sotto presidenza inglese". In altri termini, Tony Blair, che presenterà domani all'Europarlamento il programma del suo semestre di presidenza, sembra orientato a fare un'importante concessione proprio sulla questione del rimborso che era stata la causa principale del fallimento negoziale.
Sempre critico nei confronti del modello sociale e della visione dell'Europa, così come vengono delineati da Blair, è il cancelliere Gerhard Schroeder. Dopo aver denunciato "chi vuole distruggere il modello sociale europeo per egoismo nazionale o per motivi populistici", Schroeder si è detto convinto che sarebbe un grave errore fare dell'Europa una vasta area di libero scambio, un'entità puramente economica. "Non è ammissibile- ha concluso il cancelliere- un livellamento verso il basso in un mero mercato".
Quei ragazzi che non sanno perdere
Roberto Cotroneo su l'Unità
Cosa vuol dire che pochi giorni fa un ragazzo a Marsala è morto d'infarto davanti ai risultati scolastici che dicevano che era stato bocciato?
E cosa vuol dire che ieri un altro ragazzo, di 17 anni, a Roma, si è buttato dal terzo piano per lo stesso motivo, perché doveva ripetere l'anno?
Dopo anni di luoghi comuni ora sembra sempre inutile fare della psicologia, inutile tentare di dare una lettura sociologica di questi due episodi drammatici. Così il rifiuto della psicologia da salotto, che ben conosciamo, e che per anni è stata intollerabile, ha condotto a un altro tipo di rifiuto.
Quello di cercare di capire non tanto i motivi del gesto di questo ragazzo romano, o i motivi dell'immenso dolore del ragazzo di Marsala, ma il significato vero di quello che sta avvenendo negli ultimi anni. E che non ha solo a che fare con la sociologia, ma ha a che fare con questo mondo in cui lasciamo crescere i nostri figli, con un modello di società e un modello di esistenza su cui bisognerebbe dire veramente qualcosa.
E non si tratta delle solite cose tipo: non siamo capaci di capirli (noi genitori), non siamo capaci di ascoltarli (noi genitori, gli psicologi, gli insegnanti, e tutti gli altri). Ma di ben altro. Nessuno ha una risposta soltanto sul perché un ragazzino, di fronte a un fallimento scolastico, decide di lanciarsi dal terzo piano. Nessuno ha facili risposte sulla sofferenza e sul dolore. Ma c'è un punto, uno soltanto, su cui gli insegnanti, la scuola in generale, i genitori, il mondo del lavoro, gli istruttori di calcio o di pallanuoto o di musica, chiunque insomma, devono cominciare a riflettere. Il punto è quello del valore.
Negli ultimi anni, in coincidenza con un barbaro neoliberismo di tipo culturale abbiamo costruito un mondo per i nostri figli dove il valore sta in quello che fai. Non è un dettaglio da poco, e non è vero che è sempre stato così. Le famiglie, la scuola, le competizioni sportive, sono costruite attraverso l'idea di valore. E non l'idea di valore per la totalità di quello che sei, ma applicato, soltanto a quello che dovresti saper fare.
Questo avviene sin dalle scuole elementari, attraverso un meccanismo di richieste degli insegnanti a cui si accodano talvolta i genitori, a cui si accodano gli insegnanti di discipline sportive. Già dalle elementari scatta un meccanismo di tipo competitivo. Si gioca a calcio per essere convocati alla partita della domenica, non per il piacere di giocare, si va a scuola per essere i più bravi, non per il piacere di imparare e di stare assieme.
Ma soprattutto passa un messaggio, in tutto, per cui se non sai reggere alla richiesta di prestazioni, non sei nulla. Il fallimento, l'incapacità di rispondere in modo efficace a queste prestazioni, porta a un vero e proprio fallimento identitario. E questo non basterà certo a spiegare i due casi drammatici di questi giorni ma spiega assai bene lo stress, la paura, l'ansia, e l'incapacità di pensarsi come bambini, come ragazzini e come persone, indipendentemente da quello che si è capaci di fare: perché quello che si è non è altro che quello che si è capaci di fare.
Non c'è bisogno di leggere Masud Khan per dire ai nostri figli che valgono per la loro capacità di essere delle persone che hanno sentimenti, che hanno una sensibilità, e che il loro valore sta nella loro unicità e nella loro esistenza in sé. Ma c'è bisogno di fargli riflettere che non ha alcuna importanza ottenere risultati a tutti i costi, che il tempo non serve soltanto a raggiungere un obiettivo e a raggiungere uno scopo, ma che il loro tempo è un tempo per perdersi, per tornare indietro, per capire, per stare e sperimentare il mondo e la vita, non per raggiungere qualcosa. Il campo coltivato a maggese di cui parlava Masud Khan, è quel luogo della sensibilità, della creatività, dove si lasciano crescere i nostri figli, con attenzione certo, ma senza troppe regole, un luogo di poesia indispensabile per imparare un po' a capirsi e sopportare le frustrazioni della vita. Di campi coltivati a maggese ce n'è sempre meno. E questo è il dramma più grande di quest'epoca e di questi tempi.
Il Cavaliere, "presidente corteggiatore"
Fabrizio Rondolino su La Stampa
L'amante ama, il galante corteggia, l'amante vuol essere amato, il galante essere secondato", scriveva il Girard centocinquant'anni fa. E proseguiva così: "La galanteria tende non tanto alla persona quanto alla bellezza in genere, ama sé stessa più ch'altri, cerca il piacere, non l'affetto. L'amore empie il cuore d'un solo oggetto; la galanteria lascia luogo a parecchi. L'amore non teme gli ostacoli; la galanteria vorrebbe evitarli, e ama il facile".
Chissà se Silvio Berlusconi si riconosce in queste parole, lungamente citate da Niccolò Tommaseo nel suo "Dizionario dei sinonimi" per delimitare il campo della galanteria - di quel modo d'essere, cioè, che può apparire fatuo, e a volte irritante, e magari persino offensivo, e che tuttavia appartiene ad una tradizione che risale quantomeno all'amor cortese. Nel corteggiare - appunto - ogni donna, l'uomo s'inchina ogni volta alla Donna: e a questo precetto il nostro presidente del Consiglio non può, e soprattutto non vuole, venir meno.
Questi modi d'altri tempi - la rosa rossa, appunto, e il baciamano, e la frase di sicuro effetto ("Quando incontro una signora come lei, rimpiango di non avere trent'anni di meno
") - hanno poi un ulteriore vantaggio: rispondono perfettamente al cliché dell'italiano casanova. Per quanto ciò possa apparire stravagante, la simpatia che Berlusconi riscuote all'estero, nasce anche da questa sua personalissima reincarnazione di Mastroianni e del suo personaggio. Del resto, come ha detto lo stesso premier il mese scorso in polemica con l'"Economist", "in Italia siamo tutti playboy". Naturalmente, il cliché può sempre trasformarsi in macchietta, e Marcello diventare Albertone: a questo destino Berlusconi spesso non riesce a sfuggire, e qualche volta la gaffe sfiora l'incidente internazionale: come quando, alle nozze del figlio del premier turco Erdogan, si concede un baciamano alla sposa, contro ogni regola islamica. O come quando, in visita ufficiale con Putin al reparto frigoriferi del nuovo stabilimento Merloni a Lipetsk, chiede di "scegliere e baciare la lavoratrice più brava e bella".
Certe cose non si fanno, d'accordo. Però va anche detto che l'uomo, da buon conoscitore del mondo, sa anche incassare. Quando circolava il gossip sulla presunta relazione fra la moglie e Cacciari, Berlusconi prese (letteralmente) il toro per le corna e, ad una conferenza stampa con il premier danese Poul Nyrup Rasmussen, disse che l'avrebbe presentato a Veronica, "perché è più bello di Cacciari". Ma anche allora qualcuno - tra cui il filosofo veneziano - storse il naso.
22 giugno 2005