prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di P.C. - 21 giugno 2005


Ripartire senza Chirac
Angelo Panebianco sul
Corriere della Sera

Non siamo abituati a serie discussioni sull' Europa. Non ne abbiamo mai fatte, come ha scritto Marta Dassù su questo giornale. Dobbiamo cominciarle ora mandando in soffitta l'euro retorica. Condivido quanto ha scritto Tommaso Padoa Schioppa ( Corriere , 19 giugno): non va messa in discussione l'integrazione europea.
Va ridiscusso il " come " . C'è il rischio che una parte importante dell'Italia pubblica, che ha costruito legittimazioni politiche e carriere personali sull'euro retorica, si rinserri nella disperata difesa del passato, neghi l'evidenza, ossia che la vecchia Europa è morta e che dobbiamo applicarci alla costruzione della nuova. Il pericolo sarebbe allora di far dilagare, per contraccolpo, un distruttivo antieuropeismo alimentato, come in Francia, da spinte di destra e di sinistra.
Non conviene. Un serio dibattito va dunque avviato.
Barbara Spinelli ha scritto un editoriale su La Stampa di domenica che è, a suo modo, esemplare di come non bisognerebbe più parlare di Europa. Si tratta di una concitata invettiva contro i " disfattisti " , coloro che oggi sarebbero in tripudio per il fallimento dell'Europa, i " sovranisti " , che si ostinano a non capire che gli Stati nazionali sono morti e che senza Europa politica qui e ora, siamo spacciati ( per la gioia dei cattivissimi Blair e Bush). Il linguaggio vibrante, appassionatissimo, non nasconde le contraddizioni del ragionamento. Come diceva Raymond Aron, l'eccesso di passionalità nuoce alla lucidità dell'analisi.

L'Europa politica, federale, la vedranno, forse, i figli dei nostri figli ( a meno che non sorga prima o poi, ma nessuno se lo augura, una minaccia militare così grave per la sopravvivenza " fisica " degli europei da obbligarli a unificarsi di colpo).
Il secondo problema riguarda il rapporto con gli Stati Uniti. Che senso ha continuare a ispirarsi alla fallimentare politica del gollista Chirac? L'idea di un'Europa capace di contrapporsi, " bilanciandola " , alla potenza americana, era folle e sciocca. L'integrazione europea può svilupparsi solo all'interno della comunità euro atlantica, non spezzando in due l'Occidente. Secondo la Spinelli, la " prova " che l'America gioisce della crisi europea si trova negli articoli soddisfatti di alcuni intellettuali neoconservatori. Ma confondere il pensiero di quegli intellettuali con la politica americana è sbagliato. L'amministrazione Bush, anche a causa dei suoi guai in Iraq, ha compreso che l'Europa è importante per la stabilità del mondo e ce lo ha detto in ogni modo. Continuare sulla strada della contrapposizione può portarci solo alla rovina.



Il popolo leghista boccia il ritorno alla lira
Mario Ajello su
Il Messaggero

Il boomerang. Parte dal pratone sacro di Pontida, e si abbatte sulla Lega. Facendole un po' male, come una simpatica beffa. Sembrava infatti nei giorni scorsi, sull'onda dei proclami di Bobo Maroni ("O ritorna la lira o l'Italia finisce in bancarotta come l'Argentina") e di Roberto Calderoli ("Il ritorno della lira porterà grandi vantaggi"), che il popolo padano non vedesse l'ora di fare a pezzettini l'euro e di tornare all'antico. Anche se la lira portava stampata, in certe banconote, l'effigie di Giuseppe Garibaldi, colui che fece l'Italia da disfare a colpi di forconi della Val Brembana. E quanto alla moneta unica, gli odiati frammenti di questo simbolo finanziario dell'"Europa pedofila" dopo essere stati tagliuzzati tramite lo spadone di Alberto da Giussano dovevano secondo i leghisti finire in faccia a Ciampi e a Prodi. Ossia a coloro che starebbero dissanguando i popoli.
E invece? La Lega organizza a Pontida una consultazione anti-euro. I militanti partecipano in massa, nonostante il caldo micidiale sul pratone invaso di odore di ascelle, di luganighe bruciate, di salsicce gonfie di colesterolo. I dirigenti del partito, per bocca di Calderoli, esultano: "Ci sono stati il 98,2 per cento di Sì. Il che significa che tutti noi siamo d'accordo a promuovere una legge contro l'euro". Se però si guardano in dettaglio le schede depositate dai padani nei bidoni che fungono da urne, si scopre che l'euro considerato spacciato riesce in parte a salvarsi. Magari sarà vero, come dice il focoso SuperMario Borghezio, che "la moneta unica sporca le mani", ma perfino nella Padania profonda non dispiace questo presunto obbrobrio di "Forcolandia". E tantomeno suscita un nuovo innamoramento la vecchia lira. Il 59 per cento dei votanti ha indicato come preferenza il doppio conio: una moneta nazionale per gli scambi interni e l'euro per il commercio con l'estero. Appena il 28,5 per cento si è detto a favore del ripristino della lira. E il 12,6 ha dato il consenso all'idea di una moneta nazionale ma collegata a una moneta diversa dall'euro.
Praticamente, solo un leghista su tre vuole tornare alla lira. E l'odiatissimo euro anzi "neuro" perché "è una moneta da pazzi", come sostiene Calderoli non fa esattamente la figura di un pezzo di carta delirante e sanguinario. Del resto, sarà un caso, l'altro giorno Bossi nel suo mini-comizio ha detto cose cattivissime sull'"Europa pervertita" ma non ha fatto accenno alla rottamazione della moneta unica.
La pazzia monetaria doveva essere dilagante, ma davanti al denaro anche i più strambi difficilmente perdono la testa e fanno bene i conti fra ciò che conviene alla Ragion di Partito e ciò che è più utile alle proprie tasche. I ministri del Carroccio comunque esultano: "Da Pontida, abbiamo ricevuto un forte mandato anti-euro". Ma l'ex ministro Giancarlo Pagliarini, che è un economista serio, alza gli occhi al cielo. Come a dire, desolatamente: "Basta con queste pirlate!".


Il Professore si rafforza assieme ai partiti alleati
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

Più che di un'intesa, ha l'aria quasi di un atto notarile: così stringente e dettagliato, da farlo apparire un percorso politico obbligato. Il " patto di legislatura " fra Romano Prodi e i partiti del centrosinistra rappresenta una conquista per il leader dell'opposizione; anche perché si abbina alle primarie dell' 8 e 9 ottobre che dovrebbero consacrare la sua candidatura a palazzo Chigi. Primarie " di popolo " , nel lessico prodiano; e sul " modello pugliese " , ha aggiunto il Professore. Anche se così ha finito per evocare quelle che alla vigilia delle Regionali si risolsero con l'affermazione del candidato di Rifondazione comunista, Nichi Vendola.
In teoria " può vincere chiunque " , ha spiegato il presidente dei Ds, Massimo D'Alema.
L'ipotesi che Fausto Bertinotti possa insidiare Prodi, tuttavia, viene considerata inverosimile. Sia Piero Fassino che D'Alema si sono già affrettati ad assicurare che " il massimo sostegno di tutta la coalizione " va al fondatore dell'Ulivo. Il segreto è, in parte, nei dettagli delle primarie, ancora da definire. Ma soprattutto, nel fatto che Prodi ha deciso di calibrare le proprie ambizioni sulla presenza incombente dei partiti alleati; e sul rispetto delle loro identità.
In cambio, si propone di ricevere un'investitura di cinque anni; e l'assicurazione che " tutti si impegneranno a indicare al capo dello Stato la figura che vincerà le primarie, e a riconoscere in lui l'unico presidente del Consiglio per l'intera legislatura " . Sono impegni formali che mirano a tranquillizzare l'elettorato, e forse lo stesso Prodi. E' come se il patto volesse esorcizzare la crisi di governo del 1998 che portò a palazzo ChigiD'Alema, e Prodi in un limbo dal quale uscì andando a presiedere la Commissione Ue; e certificare garanzie che nessuno, in realtà, può fornire.
L'esigenza di chiederle, però, si rivela necessaria: la leadership ultimamente è sembrata in bilico; e gli alleati, Margherita in testa, hanno vissuto le minacce di scissione dei prodiani come un attentato alla propria sopravvivenza. Nel momento in cui il capo dell'Unione accantona liste uniche e strategie uliviste, la disponibilità di Fassino e di Francesco Rutelli è totale; e la voglia di dare a Prodi " investitura e consenso " , altrettanto genuina. Più si avvicinerà il voto, più l'investimento sul Professore sarà inevitabile.
Ma la premessa politica è altrettanto ferma, sebbene non formalizzata: il candidato del centrosinistra a palazzo Chigi guiderà una coalizione di partiti; non sarà il demiurgo di uno schieramento plasmato a propria immagine. Su questo punto rimane qualche ambiguità. Prodi ieri ha detto che " è importante sapere che lo schieramento è stabile e sarà capace di governare in modo coerente " .
Nessuno può né vuole contraddirlo: c'è voglia di " luna di miele " , lunga o breve che sia.


Primarie a Indianapolis
Editoriale su
Il Foglio

Il centrosinistra ha deciso, con la non fondamentale dissidenza di Clemente Mastella, di tenere all'inizio dell'autunno consultazioni primarie per la scelta del candidato premier. A prima vista, la corsa di Romano Prodi, il raccomandato, assomiglia a quella che si è svolta domenica a Indianapolis, con le Ferrari che sfrecciavano davanti a concorrenti anonimi, visto che quelli che le potevano impensierire erano rimaste nei box, a causa di un cavillo regolamentare. Anche quella corsa, pateticamente irreale, però ha fruttato punti alla casa di Maranello, e lo stesso potrebbe avvenire, nonostante tutto, al centrosinistra. L'espediente delle primarie, infatti, serve a nascondere le difficoltà politiche del professore bolognese, a recuperare seppure in forme assai discutibili, un sostegno popolare che oscuri la sua caratteristica di raccomandato di ferro.
Infatti, se lo spettacolo offerto dal centrosinistra con le sue primarie a senso unico è piuttosto deprimente, può risultare quasi attraente se paragonato alla stanca manovra in corso nell'altro schieramento. L'Unione fa qualcosa per cercare di mettere a confronto le sue diversità, in modo da arrivare a presentare una leadership condivisa e obiettivi di governo compatibili. Lo fa in un modo piuttosto goffo, ma lo fa. Il centrodestra invece continua in un estenuante e confuso lancio di segnali di fumo, in cui un giorno appare l'idea di un partito unico, l'indomani la presentazione di liste separate, mentre sulla scelta del candidato, invece di un confronto che in qualche modo coinvolga aderenti ed elettori, si gioca una partita incomprensibile. Per questo il sarcasmo che i dirigenti del centrodestra riservano alle primarie dei loro avversari (di per sé ragionevoli) appaiono invece un po' patetiche, se confrontate all'assenza di iniziativa politica nella Casa delle Libertà. Nel centrosinistra non c'è una competizione vera sulla leadership e sulle scelte programmatiche ci si limita alla demagogia di voler fare “l'opposto” del governo in carica. Ma una competizione falsata è meglio di nessuna competizione, e questa è attualmente la condizione del centrodestra. Se non vogliono perdere punti, come i bolidi di Formula 1 rimasti malinconicamente fermi durante la corsa di Indianapolis, i leader del centrodestra devono cercare un modo realistico e comprensibile per affrontare i loro problemi di assetto della coalizione e di linea. Altrimenti rischiano di non competere.


E nell'Ulivo torna la competizione interna
Riccardo Barenghi su
La Stampa

ROMA. Quando Prodi, uscito malamente dal suo stesso governo nell'autunno del '98, decise di fondare un nuovo partito (I Democratici), ce l'aveva a morte con i Ds. E in particolare con Massimo D'Alema che l'aveva sostituito a Palazzo Chigi e che veniva accusato di essere stato insieme a Fausto Bertinotti l'autore del "complotto" che appunto costrinse Prodi a dimettersi. Era il febbraio del '99 e l'ormai ex leader dell'Ulivo usò una formula che restò famosa: "Competition is competition". Intendeva dire che la sua nuova formazione avrebbe con-corso elettoralmente non solo contro Berlusconi e il suo centrodestra ma anche contro D'Alema e la sua sinistra.
Oggi la competizione si riapre. Non tra Prodi e Rutelli (la scissione è stata evitata, i prodiani restano nella Margherita e Prodi sarà il leader di tutti) ma tra Rutelli e Fassino. Non sarà naturalmente la gara principale delle prossime elezioni (quella resta tra centrosinistra e centrodestra, tra Prodi e Berlusconi o chi per lui), sarà una subordinata, una subgara. Però ci sarà, e infatti nessuno la nega.
Anzi, dietro la soddisfazione per la ritrovata unità, i leader dei due partiti già preparano le loro strategie elettorali. La Margherita per esempio sa perfettamente di aver perduto terreno in favore dei Ds (oggi accreditati al 22 per cento), percepiti come il partito che più si è speso per salvare il salvabile (e alla fine Fassino l'ha salvato). Ma sa anche, la Margherita, che dovrà combattere su tre fronti per riuscire ad espandersi. Uno riguarda appunto quell'elettorato che una volta vota Rutelli (il 2001), la volta dopo Fassino, poi magari ritorna a Rutelli ma oggi sta con Fassino. Qui la gara parte in salita per l'ex sindaco di Roma, che dovrà tentare di recuperare l'ulivismo diffuso tra gli elettori. Lo aiuta il fatto di avere ancora in casa i prodiani, lo penalizza la rottura con Prodi.

Ma Fassino non farà il ribaltone di se stesso. Per vincere la competizione interna all'Unione, per tenere ben agganciati i suoi voti storici, non perdere quelli appena conquistati grazie alla sua immagine unitaria e contendere il campo "moderato" alla Margherita, il leader diessino cercherà di accreditare la sua Quercia come l'embrione di quel sogno di partito rimasto nel cassetto. Sperando così di interpretare il desiderio del Paese che vuole una politica riformista ma contemporaneamente vuole anche votare per qualcuno che sia capace di dare battaglie (magari perse ma non importa) sui nuovi diritti individuali. In poche parole: riformismo, capacità di mediazione unitaria, etica laica. Tre fronti per tenere Rutelli a distanza senza spianare la strada a Bertinotti. Cercando di occupare, come disse dieci anni fa proprio D'Alema, "tutto il campo".


Obiettivo delle primarie: un milione alle urne
Giovanna Casadio su
la Repubblica

ROMA - Prodi l´ha spuntata: le voleva "aperte a tutti" e così saranno le primarie del centrosinistra. Nella riunione di ieri dell´Unione non si è scesi in dettagli (alle regole ci penserà un gruppo di lavoro coordinato probabilmente da Arturo Parisi) ma si sono ipotizzate le linee guida. La campagna elettorale, innanzitutto. Sarà fatta di sfide: almeno cinque quelle preannunciate, tre delle quali si terranno nel capannone della Fabbrica di Prodi a Bologna. Gli altri duelli in tour per il paese. Quindi banchetti, gazebo. Se la tv vorrà poi ospitare i duellanti, tanto di guadagnato.
Il dado delle primarie è stato comunque tratto. È prevalso il modello-pugliese, adottato per la candidatura di Nichi Vendola. In quell´occasione ogni elettore poteva recarsi presso i seggi allestiti in Puglia nelle sezioni di partiti, circoli e associazioni del centrosinistra: ne veniva controllata l´effettiva iscrizione alle liste elettorali e, dopo una autodichiarazione di simpatia per l´Unione e il versamento di un obolo di un euro, si veniva ammessi a ritirare la scheda. Metodo "bottom-up", dicono i sociologi per indicare l´investitura del leader dal basso. Un rinnovamento, ne rivendicò la necessità Prodi quando il 26 luglio di un anno fa affrontò la questione-primarie come fondamento della propria leadership. A quelle pugliesi parteciparono in 80 mila su tre milioni di elettori. Alle primarie per il candidato premier dell´Unione il termometro di una buona riuscita sarebbe cooptare almeno un milione di persone. Alessandro Amadori, di Coesis research, sostiene che la forbice per parlare di una mobilitazione sufficiente va da 500 mila a un milione, un cinquantesimo dell´elettorato italiano: il 2,5%. Alla fine della riunione del centrosinistra ieri i leader hanno ipotizzato la partecipazione di un milione mezzo di elettori.
Molte le questioni aperte. Se ad esempio, sia necessaria una pre-iscrizione agli elenchi per partecipare. Fausto Bertinotti, leader di Rifondazione, la considera superflua e ritiene che gli iscritti ai partiti siano da considerarsi d´ufficio elettori alle primarie. A proposito di Bertinotti, il vero sfidante di Prodi, c´è da segnalare che un sondaggio di "Ipr-Ricerche" su mille elettori di area centrosinistra gli assegna un gradimento del 18% contro il 62% di Prodi, il 7% di Pecoraro Scanio e il 3% di Di Pietro (il 10% ha risposto di non avere ancora intenzioni precise). Tutte percentuali in evoluzione, perché rilevate qualche settimana fa, lontano dalla "grande sfida". Si possono verosimilmente considerare i dati dai quali partono, sulla carta, i quattro politici che finora hanno dichiarato di voler partecipare.
La data fissata è l´8 e il 9 ottobre. Bertinotti però ne chiederà uno slittamento: in quei giorni c´è infatti il primo congresso della Sinistra europea a Atene. Se spostarle crea problemi, allora voterà alle primarie e poi partirà. Un suggerimento da Roberto Villetti (Sdi) che allo schema primarie ha lavorato: "Il metodo deve essere snello e tradursi in una festa di democrazia". Di clima da "happening nazional popolare" parla anche Amadori: "Perché le primarie abbiano successo, e siano uno schiaffo alla politica delle investiture feudali, occorre che siano mobilitati giovani e vecchi, ricchi e non, una platea il più possibile diversificata".
Le regole sono per ora una bozza scritta da quattro politologi, Vassallo, Ceccanti, Gitti e Filippo Andreatta. In ultimo, i duellanti dovranno illustrare un´agenda di priorità? Da evitare che diventi l´enunciazione di un programma, che l´Unione scriverà nell´"assemblea programmatica" di metà dicembre.


Petrolio record raggiunti i 60 dollari
Guglielmo Quagliarotti su
Il Messaggero

ROMA - La previsione di un boom della domanda petrolifera del 60% entro il 2030, non frena le fiammate dei prezzi petroliferi che continuano ad allarmare l'economia mondiale. Il contratto di riferimento al Nymex ha raggiunto infatti i massimi storici toccando i 60 dollari in fase di preseduta per poi essere scambiato a 59,35 guadagnando lo 0,25%. Seduta record anche per il brent di Londra che dopo aver corso fino a 58,58 dollari è sceso a 58,17 con un incremento dello 0,71%. A spingere in alto i prezzi sono ancora una volta i timori sulle capacità produttive di greggio e sulle carenze degli impianti di raffineria di fronte alla tumultosa espansione di nazioni in via di sviluppo come la Cina (da 5,2 milioni di barili al giorno nel 2002 ai 13,3 milioni previsti per il 2030) e dell'India (da 2,5 milioni del 2002 ai 5,6 milioni nel 2030). Uno scenario internazionale, al quale non sono estranei fattori determinanti come la situazione in Medio Oriente (Iraq) e il rischio attentati in Nigeria, primo produttore africano e quinto fornitore di petrolio per il mercato Usa. "Con l'ennesimo rialzo del petrolio a 60 dollari al barile - è il commento del viceministro alle Attività Produttive, Adolfo Urso - la ripresa del Made in Italy è a rischio". Un quadro poco favorevole, ha spiegato Urso, in grado di riflettersi sulla "nostra bilancia commerciale dove, nel primo quadrimestre dell'anno, le importazioni sono aumentate del 17,8%, un trend negativo che riguarda soprattutto l'innaturale aumento delle materie prime: i prodotti petroliferi, in particolare dalla Russia, di metalli e i prodotti di metallo e di minerali energetici".
L'andamento delle quotazioni dell'oro, viene seguito intanto con estrema attenzione dai maggiori paesi produttori mondiali. Dopo le parole del rappresentante iraniano all'Opec, Hossein Kazempour Ardebili, che nel fine settimana aveva sostenuto l'impossibilità da parte dei paesi produttori a intervenire concretamente sulla crisi dei prezzi, il presidente dell'Opec, Ahmad Al-Fahd Al-Sabah, ha annunciato l'inizio delle consultazioni con i membri del cartello per aumentare la produzione di ulteriori 500 mila barili/giorno nel caso in cui la tendenza iniziata ieri dovesse proseguire nei prossimi giorni. Mercoledì a Vienna l'organizzazione aveva già annunciato un innalzamento di 500 mila barili a 28 milioni di barili al giorno a partire da luglio dando facoltà al presidente di procedere a un altro analogo innalzamento prima di settembre.



Martino: "Altri dieci anni in Afghanistan"
Alberto Mattone su
la Repubblica

ROMA - "I militari italiani rimarranno a lungo in Afghanistan, forse un altro decennio. Sarà invece più breve la nostra permanenza in Iraq anche se, in futuro, le forze armate saranno coinvolte sempre più in missioni all´estero". Ancora tanti altri anni nella terra dei taliban: Antonio Martino gela quanti speravano in un graduale disimpegno dell´esercito in un´area sempre più a rischio, come ha dimostrato il rapimento di Clementina Cantoni. "Dobbiamo essere realisti - spiega il ministro della Difesa - il nostro lavoro potrà durare a lungo, le prossime elezioni di settembre obbligano il contingente multinazionale alla massima vigilanza per stroncare le velleità di violenza di terroristi e signori della guerra".

Un passaggio delicatissimo in Afghanistan avverrà nelle prossime elezioni di settembre, avverte Martino. Che invita la forza multinazionale a stare in guardia per "stroncare azioni di guerra di terroristi e trafficanti di droga". Anzi, l´Italia in estate assumerà il comando della missione "Isaf" e sarà in prima linea. "Mentre in futuro - spiega il ministro della Difesa - le nostre forze armate saranno chiamate sempre più a svolgere missioni all´estero. I soldati impegnati passeranno da 9.000 a 11.000 già dal 2005" ma, nota Martino, "a fronte di questi impegni straordinari non sempre ci sono risorse economiche adeguate".
Altri dieci anni in Afghanistan? "Sarebbe una follia" attacca il presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio. "L´impegno dei soldati italiani - aggiunge il portavoce Paolo Cento - sta diventando un´occupazione militare permanente in difesa di interessi economici". Marco Minniti non condivide il "tutti a casa" dei suoi alleati. "La nostra presenza in quel Paese è indispensabile - spiega il responsabile del settore Difesa dei Ds - le elezioni sono un appuntamento fondamentale, ma la transizione non può essere infinita. Bisogna togliere potere ai signori della guerra e della droga". "In quel Paese - chiosa Gustavo Selva di An - c´è più bisogno dei soldati italiani che in Iraq".
"In Afghanistan le cose vanno meglio - dice da Bruxelles Alessandro Minuto Rizzo, vicesegretario generale della Nato - anche se il crescendo di attentati ci preoccupa". E la cronaca della giornata di ieri non lascia spazio all´ottimismo. La polizia ha sventato a Kabul un attentato contro l´ambasciatore uscente degli Stati Uniti, Zalmay Khalizad. Mentre otto poliziotti sono stati giustiziati dai taliban nella provincia di Kandahar.


   21 giugno 2005