
sulla stampa
a cura di P.C. - 20 giugno 2005
Bossi ritorna ed attacca l'Europa
Guido Passalacqua su la Repubblica
PONTIDA - "Oggi è la mia festa". Dopo quindici mesi di ospedali, convalescenze varie, riabilitazioni, il Senatur torna in pubblico davanti ai suoi, 20mila adoranti. Umberto Bossi li ringrazia così: "Oggi è il giorno del mio ritorno". Il viso è smagrito, il passo incerto, la voce ha sopportato tracheotomie, ha bisogno di essere amplificata, solo i capelli, di solito arruffati, sono ben tagliati, ma Bossi è tornato in pista. Certo, bisogna vedere quanto potrà resistere, che tipo di politica potrà fare, ma quello di ieri è un segnale anche per gli altri partiti della coalizione.
E´ un Bossi a due facce quello che si presenta sul pratone di Pontida in un caldo soffocante che per uno nelle sue condizioni fisiche deve essere ancor più debilitante. E´ un Bossi che si commuove e si lascia scappare qualche lacrima quando ricorda Roberto Ronchi, un dirigente leghista morto anni fa, ma torna a essere il Senatur di una volta alla fine del suo primo intervento. Mentre sta per scendere dal podio torna indietro: "Qualcuno parla di partito unico, ma noi il partito unico ce l´abbiamo già ed è la Lega". In un angolo dietro il palco Giulio Tremonti, Giuliano Urbani e Aldo Brancher in maniche di camicia, prendono atto della consacrazione della linea politica della Lega. Alla fine della manifestazione il Senatur trova modo di essere anche autoironico: "Mi sono emozionato un po´, si vedeva?".
Per i militanti Bossi ha solo parole di elogio: "Sono ancora qui con voi, l´anno scorso non potei venire, giravo per gli ospedali, è stato un anno difficile, grazie a chi mi ha dato una mano, ai militanti che mi vedevano dietro i vetri e mi salutavano". E poi una promessa politica: "La Lega l´abbiamo tenuta lontana da ogni compromesso in merito al federalismo. In passato abbiamo fatto un patto di desistenza. Ma siamo sempre gli stessi". La voce, amplificata da un microfono, tipo quello che si usa in palcoscenico, arriva arrochita, ma chiara: "La mia fede non è stata scalfita dalla malattia". Poi il rituale grido "Padania libera". A Bossi viene consegnata una targa come cittadino onorario di Pontida e il Senatur si commuove un´altra volta, torna sul palco per un breve intervento: "Ringrazio tutti i militanti leghisti, ringrazio quelli che sono venuti qui da tutte le regioni e ringrazio chi ha pensato alla maglietta "bentornato Umberto"".
A chiudere la manifestazione questa volta è stato chiamato Mario Borghezio specializzato in invettive: "Non vogliamo la supercazzola di Prodi". Maroni e Calderoli restano silenziosi sul palco, parleranno solo dopo. Maroni: "Oggi il popolo della Lega ha tirato un sospiro di sollievo. Noi sapevamo come era la situazione ma la gente no. Per mesi abbiamo dovuto sopportare tutti quelli che hanno cercato di metterci gli uni contro gli altri, oggi finalmente queste cose sono state spazzate via". Calderoli: "Giornata grandiosa per calore, emozioni, partecipazione. La Lega ha ritrovato il suo grande condottiero, Umberto Bossi".
Il populismo padano
Giorgio Bocca su la Repubblica
Umberto Bossi è ritornato a Pontida con il popolo della Lega. In decine di migliaia a vederlo e ad ascoltare i suoi discorsi, i soliti, vagamente deliranti fra quelli tra il truculento e l´onirico, dei suoi colonnelli. Sotto questo aspetto il fenomeno leghista sembra avere aperto una strada poi seguita un po´ da tutti, quella del parlare a vanvera, di dire e disdire e soprattutto di attribuirsi dei meriti fantasiosi come salvare l´Italia o stare dalla parte di Abele contro Caino come ha dichiarato il ministro della Giustizia Castelli senza il quale saremmo alla più sfrenata barbarie.
Umberto Bossi ha celebrato il suo ritorno alla vita politica secondo il suo istrionismo egocentrico. È arrivato qui già alla vigilia per far vedere ai fedeli che era davvero risorto anche se con un po´ di raucedine.
E durante la celebrazione è salito, disceso e risalito sul palco togliendo il microfono a tutti quelli che cercavano di parlare, soprattutto per dedicargli delle sviolinate talmente esagerate da apparire di una bambinesca innocenza come quella di Borghezio: "L´intervento del Senatur non è stato solo quello di un capo politico ma anche di un capo storico che ci ha richiamato ai nostri doveri e ai fondamenti del nostro impegno politico, un discorso più importante di quello che ci immaginavamo".
Elogi reciproci, lodi sperticate, e volgarità profonda. "L´ho già detto e lo ripeto, l´unica terapia per certa gente è un bel colpo di forbice da giardiniere", ha detto il ministro delle Riforme Roberto Calderoli a commento di una violenza sessuale. Ma a Pontida non si è mai andati per il sottile, tutti, anche intellettuali come Giuliano Urbani e Giulio Tremonti devono stare al gioco, ritrovarsi nel gazebo dove il capo riceve gli amici assieme alla moglie Manuela Morrone assunta a funzione di ispiratrice politica.
Camicia sportiva a righine verdi, pantaloni scuri, Bossi è apparso felice. Ha parlato due volte: la prima per quindici minuti, la seconda per dieci mescolando i temi delle sue battaglie politiche che per stare tra l´utopia e la smargiassata populista vanno comunque bene. È passato dai toni intimi ai militanti alle affermazioni di fierezza "noi siamo sempre gli stessi. Siamo sempre la Lega che ha fede nella famiglia, che vuole la salvezza del popolo e del Paese. Sono venuto per sguainare la spada della libertà che fu di Alberto da Giussano. Padania libera".
Ma non è più un´eccezione, non è più un tipo strambo, è gran parte dell´attuale classe politica che parla di libertà a ruota libera senza curarsi minimamente di come questa libertà allo stato liquido delle giaculatorie e della retorica sia compatibile con la società di massa, con la rincorsa del profitto à tout prix con le nuove cordate del privilegio.
Si tratta di una politica che non si fa, non si discute ma che si segue.
Dice ancora Calderoli: "La Lega va, con Bossi davanti, come sempre". Dove va la Lega? Non lo sanno meno che mai i suoi dirigenti. Contro l´Europa? Ma sì, non vanno tutti contro l´Europa, non è di moda essere contro l´Europa? Contro la moneta europea, per il ritorno alla lira? È una sciocchezza, una follia, ma nessuno gli vieta di dirlo. Non è questa la politica a cui i cittadini sono stati abituati dal ceto dirigente? Non è questo il Paese in cui i capi di governo e ministri sostengono in pubblico le tesi più assurde e anarcoidi: che non bisogna pagare le tasse, che non sta bene denunciare i ladri, che è da furbi derubare lo Stato e che la somma abilità politica è quella che Bossi e la Lega hanno continuamente praticato, mettersi al servizio dei potenti, negoziare le alleanze al di fuori di ogni principio. Si poteva dire tutto ciò che si voleva oggi a Pontida.
Tagliare la spesa o pagare le tasse?
Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera
La politica economica dei prossimi anni, chiunque vinca le elezioni, si giocherà tutta sul tavolo delle tasse. Non sulla loro riduzione, perché è ormai evidente che gli italiani non sono pronti ad accettare le conseguenze di un taglio delle tasse, ma sulla redistribuzione dell'onere fiscale tra diversi gruppi di contribuenti. Il ministro dell'Economia, Domenico Siniscalco, ha il merito di aver aperto il dibattito su questo tema, anche se la proposta di redistribuzione che la scorsa settimana ha portato in Consiglio dei ministri è stata bocciata. Come nel caso dei tentativi di introdurre un po' più di concorrenza nella nostra società, così ogni progetto che si proponga di distribuire in modo meno distorsivo l'onere fiscale si scontra con l'opposizione di gruppi agguerriti, ciascuno impegnato a difendere una particolare categoria di contribuenti. E la politica, anziché far prevalere l'interesse generale, è paralizzata da questi interessi contrapposti.
La nostra pubblica amministrazione spende ogni anno, esclusi gli interessi sul debito, circa 600 miliardi di euro: 90 per la sanità, 160 per gli stipendi dei dipendenti pubblici, 240 per pensioni e sussidi vari, 60 per investimenti, 50 per far funzionare l'Amministrazione centrale dello Stato ( polizia, missioni militari all'estero, gestione dei ministeri...). Ridurre queste spese pare essere impossibile.
Berlusconi lo aveva promesso: in quattro anni la spesa corrente al netto degli interessi è cresciuta di circa un punto, dal 38 al 39% del prodotto interno. Negli Usa raggiunge il 28. La verità è che gli italiani vogliono più , non meno sanità pubblica, protestano quando le Regioni propongono di chiudere i piccoli ospedali locali, non vogliono i ticket sulle medicine, chiedono, giustamente, scuole pubbliche efficienti, pensioni dignitose, si oppongono all'eliminazione delle pensioni di vecchiaia e di anzianità; e ogni contributo dello Stato alle imprese ( sono oltre 25 miliardi) è evidentemente vitale. Insomma nessuno è disposto ad accettare i tagli che una riduzione delle imposte richiederebbe. E la politica registra i desideri degli elettori. Il centrodestra tuona contro gli sprechi, ma poi lascia che la spesa cresca. Il centrosinistra, più sinceramente, ammette che la spesa può certamente essere resa più efficiente ma è difficilmente comprimibile e quindi le tasse non si possono ridurre.
Oggi il nostro gettito fiscale proviene per un terzo dall'Iva ( 200 miliardi), un terzo circa dai contributi sociali, un terzo dalla somma di Irap ( 30 miliardi) più le imposte sul reddito delle persone e delle società. La tassazione sulle rendite finanziarie è una voce marginale.
Il risultato è che un lavoratore costa all'azienda il 45% in più del salario netto che percepisce, e questo senza tener conto del 4,25% di aliquota Irap che incide anch'essa sul costo del lavoro. Non dobbiamo poi sorprenderci se tra gli uomini adulti ( in età fra i 15 e i 64 anni) meno di 6 su 10 lavorano: in Germania lavorano in 7. La differenza fra le donne è ancor più grande: 4,3 in Italia, 6 in Francia.
Combattere l'evasione, tassare le rendite, cominciando dal privilegio dell'aliquota del 12,5% sui Bot, è certamente equo, ma non basta. L'imposta meno distorsiva è quella sui consumi: negli Usa qualcuno pensa seriamente di spostare l'intero onere fiscale su questa imposta. Un provvedimento tanto radicale eliminerebbe la progressività, ma questo non significa che sia l'Irap, sia una parte dei contributi sociali non possano essere spostati sull'Iva. Ma provate a spiegarlo a Sergio Billè, presidente dei commercianti, o al ministro Calderoli che taglia corto: " Per noi non ha alcun senso diminuire qui e aumentare là, la copertura si deve trovare altrove " .
La retorica anti industriale
Luigi La Spina su La Stampa
La confusione regna sovrana. La crisi dell'Europa, sia per il no francese e olandese alla ratifica della Costituzione, sia per la mancata intesa sul bilancio, ha sollevato un polverone di accuse, lamentazioni, rancori, paure, nel quale si mischiano, attraverso l'uso spregiudicato della più pura demagogia, disparate concezioni politiche, economiche e, persino, culturali. Molto spesso contraddittorie fra loro e unite solo da una formidabile occasione propagandistica.
C'è chi, come sembra volere il leader inglese Blair, attraverso il recupero di nostalgie tardo-imperiali, punta ad un'Europa zona di libero scambio, ma anche di libero e mutevole mercato dell'interesse nazionale. Pronto a rivendicare un liberismo ben attento, però, a conservare privilegi comunitari che la convenienza non sacrifica sull'altare dei sacri principi.
C'è chi approfitta della crisi europea, come vagheggiano alcune correnti ideologiche americane, per cercare di ridurre l'ingombro di un terzo protagonista, politico ed economico, nel confronto-scontro tra gli Stati Uniti e il polo asiatico cino-indiano. C'è, infine, chi, ben lontano sia da nostalgie per il potere dei vecchi stati-nazione, sia da planetarie visioni globalizzanti, sogna una fantomatica Europa delle regioni, piccole patrie fondate su antiche certezze e rassicuranti tradizioni.
Questo filone culturale, che l'arco alpino collega dalla Francia all'Austria, è rappresentato in Italia, con caratteri comuni ma con vigore spiccatamente autoctono, dalla Lega che, ieri a Pontida, ha ritrovato il suo leader, sia pure ancora convalescente, ma anche una sua nuova metamorfosi identitaria. Un partito, infatti, che riesce a coniugare l'antica vena rivoluzionaria con la recente pratica governativa e che passa, con disinvoltura, dai miti pagani del dio Eridanio all'orgoglio per la telefonata "di ringraziamento" del cardinal Ruini.
Le proposte, o le "provocazioni", come le hanno definite alcuni leghisti, avanzate ieri dalla Lega hanno sollevato due speculari ed entrambe erronee reazioni: da una parte, l'allarme e lo scandalo per le conseguenze di un loro, fra l'altro assai improbabile, accoglimento e, dall'altro, uno scetticismo minimizzante di chi si limita a considerarle puro folklore.
I giapponesi ulivisti
Filippo Ceccarelli su la Repubblica
Irriducibili: come i soldati giapponesi che combattevano, anzi forse ancora continuano a combattere senza sapere che la guerra, la Seconda Guerra Mondiale, è finita da sessant´anni.
Ora, l´immagine non è nuova, ma nella politica italiana c´è sempre qualche giapponese che non si arrende. I penultimi furono, nella rinomata giungla di viale Mazzini, Antonio Baldassarre ed Ettore Albertoni, presidente e consigliere Rai, che contro ogni ragionevolezza seguitavano a battagliare alla testa di un consiglio d´amministrazione ormai dato politicamente per morto. "Giapponesi" furono irrisi da avversari e anche da ex alleati: "Non hanno riconosciuto alla radio la voce di Hiroito" commentò il leader Uds Follini. Correva l´anno 2002.
Ecco, dunque: siccome nel centrosinistra la varietà e la tempestività delle articolazioni offre continue sorprese, e quasi mai benefiche, quei giapponesi che con grave delusione dei media internazionali non riuscivano a emergere a Mindanao, sono invece spuntati a Roma. Nel senso che Parisi e Bordon non solo diffidavano apertamente del faticato armistizio - il che appare abbastanza naturale in una politica dove sempre tutti diffidano di tutti ma in nome della loro stessa diffidenza, e per il supremo bene della coalizione, naturalmente, si ponevano anche a difesa di Prodi e del suo progetto, però senza Prodi, pronti ancora all´estremo gesto della scissione. E insomma: più realisti del re, più prodiani di Prodi, ma forse parisiani, ormai, o bordonisti, comunque sufficientemente in linea con quella fabbrica di paradossi per lo più oligarchici o leaderistici che è da qualche anno il centrosinistra.
Più che una scelta, in effetti, la "giapponesizzazione" frazionata dell´Ulivo sembra una condanna che i suoi stessi fondatori e sostenitori, in assoluta buona fede, si comminano per mancanza di legami dal basso, umiltà e curiosità. Come per quei soldati che continuavano a combattere nella giungla a guerra finita, la più valorosa intransigenza rischia di essere lo specchio della loro solitudine. Intanto la vita scorre, i diciottenni che hanno votato Ulivo nel 1996 hanno messo su famiglia, ma in parecchi si ritrovano ancora senza un lavoro; mentre i cinquantenni di allora stanno per andare in pensione, Maroni permettendo.
Neanche a dirlo, i soldati vegliardi di Mindanao non si sono più fatti vivi. Vana è stata l´attesa, forse era tutta una balla, ché pure laggiù ne sparano. In compenso, da quelle parti ci sono pericolosi guerriglieri musulmani. Ossia: la guerra continua, purtroppo, ma saper riconoscere i nemici sarebbe già un passo avanti.
Prodi: il passo indietro mi è costato molto
Francesco Alberti sul Corriere della Sera
ROMA Romano Prodi va su tutte le furie alla sola idea che, dopo il " patto di via Margutta " e la scelta di congelare l'Ulivo sull'altare di una tregua con Rutelli, qualcuno possa pensare che tra lui e Arturo Parisi, amico e consigliere da una vita, sia sceso il gelo. " No, noi siamo in continuo contatto " assicura, con una punta di amarezza, il leader dell'Unione. In effetti, i due si sono più volte sentiti telefonicamente da quel giovedì sera in cui l'Ulivo è finito, e chissà per quanto, in soffitta ( ultimo colloquio, ieri sera). Che però si siano capiti, è altra cosa. I parisiani, la cui delusione è palpabile, vivono come un dovere la necessità di " tenere aperta la prospettiva dell'Ulivo " , convinti tra l'altro di " combattere una battaglia anche nel nome di Romano " . Il che è probabilmente vero, anche se Prodi, deciso a tenersi fuori dallo scontro Rutelli Parisi e convinto che " l'unico modo per salvare l'Ulivo sia quello di metterlo per un po' da parte " , è costretto in questa fase a volgere altrove lo sguardo. Che sul piano personale la faccenda gli pesi, non c'è alcun dubbio: " La decisione presa riguardo alla lista ulivista ha detto il leader in un'intervista alla tv padovana " Canale Italia " mi è costata molto in affettività, anche sotto il profilo dei rapporti personali: alcune delle persone a me più vicine non hanno condiviso questo passo... " .
Prodi sottoporrà inoltre ai segretari un " nuovo patto di coalizione " a garanzia non solo di quella che, forse con eccesso di ottimismo, viene definita " l'unità ritrovata " , ma anche della sua futura leadership. Al suo fianco avrà gran parte dell'Unione, a cominciare da Piero Fassino, mentre è ancora da decodificare l'atteggiamento dei rutelliani. Altro quiz da risolvere è come consentire ai partiti più piccoli di superare la soglia di sbarramento del quorum, una volta deciso di rinunciare alla lista unitaria. E infine il programma. Essendo ancora tutto in alto mare, la materia è abbastanza neutra. I segretari dell'Unione ( assenti giustificati Bertinotti e Diliberto, presente invece D'Alema) saliranno in aerotaxi per scoprire la versione barese della Fabbrica bolognese del Programma: gita di coalizione dopo settimane al calor bianco.
La voglia di far festa
Armando Torno sul Corriere della Sera
La " Notte bianca " di Milano sta diventando una tradizione. I numeri dell'ultima, celebratasi tra sabato e domenica, suscitano entusiasmi: un milione di persone hanno partecipato alla festa, duemila i negozi aperti, c'erano file alla Scala e al Cenacolo per le visite, quattrocento eventi nelle strade e nelle piazze hanno catalizzato l'attenzione. È da considerarsi un successo, anche se molti punti della città non sono stati coinvolti. Ma, come si suol dire, diamo tempo al tempo: la prossima edizione potrebbe cominciare a coinvolgere anche le zone rimaste in letargo sino ad ora.
Quello che più colpisce di un avvenimento di questa portata è la voglia di stare insieme che diventa una realtà.
In molti sono scesi in strada senza chiedersi il perché, ma poi hanno capito di aver fatto una scelta buona: hanno scoperto un dettaglio della città che non conoscevano, hanno visto un museo che ignoravano, oppure sono entrati in un'agenzia e hanno prenotato in piena notte un viaggio che faranno. Tutto questo fa bene a Milano. Chi scrive ha sempre sognato che anche da noi nascano dei caffè o dei ritrovi in cui studenti o allievi delle scuole di recitazione possano leggere tutto l'anno in pubblico dei libri. È un fatto che accade normalmente a Parigi, nei locali attorno alla Sorbona: l'ultima volta siamo capitati nel mezzo dell' " Ulisse " di Joyce, un'altra volta ci è toccato Baudelaire, un'altra ancora Proust.
È un desiderio, sia chiaro, non una necessità. Resta invece una necessità vera l'organizzazione diversa del " dopo " che caratterizza le " notti bianche " milanesi. Piazza Duomo era cosparsa di resti, così come alle Colonne di San Lorenzo c'era, ancora in pieno mattino di domenica, un odore nauseabondo di orina. Molti luoghi sembravano discariche, con bottiglie, cartocci, avanzi. E poi il traffico. Chiunque avesse voluto raggiungere, per poi recarsi sui Navigli, piazza XXIV Maggio sabato notte, avrebbe dovuto spendere più di un'ora della sua " notte bianca " . Difficile arrivare, impossibile andarsene per la congestione creatasi. Ma non era più semplice ordinare un blocco del traffico e organizzare delle navette? E non era il caso di mettere dei cestini per i rifiuti un po' ovunque per evitare uno spettacolo rivoltante? Ma questi sono soltanto dei promemoria per la " notte bianca " del 2006, che sarà gestita dalla giunta che verrà.
L'idea, insomma, va curata, resa più civile, vivibile per tutti ( anche per chi non desidera partecipare). Per questo motivo occorre mettere nei luoghi di affollamento gabinetti a sufficienza, visto che un milione di persone nella notte milanese, almeno una volta, possono avere dei bisogni. E non è giusto che li sconti la città.
Indianapolis: si sgonfia la Formula Uno
Pippo Russo su l'Unità
È una brutta giornata per la Formula 1, continuavano a dire i telecronisti Rai mentre andava in onda la mesta parata di 6 monoposto sulla pista di Indianapolis. Nossignori, è stata qualcosa di più e di peggio: la giornata in cui si è scoperto che la Formula 1, come sport, era già defunta da un pezzo, e s'aspettava soltanto l'occasione di stilarne il certificato di morte. Postuma in vita, per riprendere una felice definizione di Gianni Clerici.
Quella andata in onda ieri è stata soltanto la cronaca di una morte che nessuno aveva il coraggio di annunciare, e che ha dovuto prendersi la scena a forza per dichiararsi.
Si tratta di una morte che arriva da lontano. Frutto d'un misto d'ordinaria caducità e insipiente gestione burocratista dei mali di crescita. La Formula 1 è morta perché da tempo ha raggiunto i limiti oltre i quali la crescita, da funzionale, diventa controproducente; e perché la necessità di gestire questa crisi da "crescita disfunzionale" s'è risolta nell'approntare misure di razionalizzazione che hanno costruito un insensato e paralizzante sistema di divieti.
La profonda "crisi da svolta post-industriale" di uno sport che sul ciclo ricerca-sviluppo-innovazione-competizione ha fondato il proprio successo.
Da quando lo sviluppo di potenza tecnologica e competitiva ha superato una soglia oltre la quale la sicurezza si faceva sempre più labile, senza che se ne giovasse lo spettacolo, questo sport aveva già avviato un declino irreversibile. Tutti gli ultimi tentativi di riforma regolamentare, fondati sul contenimento delle prestazioni e dei costi, sono stati soltanto fughe dalla realtà. Perché, concettualmente, l'automobilismo da competizione non può basarsi sul contenimento di velocità e costi. Esso è un campo in cui vige il principio dell'incrementalismo. E laddove la crescita cessi, non può esservi spazio per l'adattamento, ma soltanto la consunzione. Che si manifesta attraverso l'incapacità di una multinazionale produttrice di gomme a fornire manufatti competitivi, o a farlo senza violare i severi vincoli fissati dai regolamenti. Ma che avrebbe potuto verificarsi in cento altri modi. Giusto nei giorni scorsi, alla vigilia del Gp di Indianapolis, si era diffusa la notizia di un nuovo cambio di regolamenti a partire dalla prossima stagione. Il tutto mentre quelli appena entrati in vigore si mostrano sempre più indigesti. Qualcuno dirà che non ci sia sordo peggiore di chi non vuole sentire. Magari fosse solo questo. La verità è che non c'è cadavere peggiore di chi non vuol morire.
20 giugno 2005