«Si vede la luce», è stato a fine serata l'eloquente commento di Piero Fassino. Dopo una riunione con lui e Massimo D'Alema, Romano Prodi ha indicato la soluzione alla crisi dell'Unione: le primarie. Venerdì Prodi dovrà incontrarsi con Rutelli. Un faccia a faccia, ma la proposta appare già accettata dal segretario della Margherita. Lunedì il Professore ha convocato tutti i segratari dei partiti della coalizione. Sfumano dunque ipotesi di scissioni o nuove liste.
Il rispetto per gli elettori
Giorgio Bocca su la Repubblica
LO SPIRITO santo ha visitato gli uomini dell´Ulivo o dell´Unione o come si voglia chiamare la coalizione di centrosinistra. È stato raggiunto un accordo per fare le primarie e poi andare assieme alle elezioni politiche. Aveva ragione chi diceva che il centrosinistra potrà vincere queste elezioni solo grazie a Berlusconi e alla sua inesausta capacità di provocazione. Forse a far rinsavire l´opposizione è stata la proposta di Berlusconi al leader della Margherita di passare armi e bagagli nella Casa delle libertà, cioè di suicidarsi politicamente.
Ci si chiedeva perché c´è voluto tanto tempo per recuperare il comune buon senso secondo cui uniti si vince e divisi si perde ma non stiamo a piangere sul latte versato, sulle isterie dei politici, sulle loro irragionevoli ambizioni e presunzioni personali.
Grazie alla mediazione di Fassino e di altri ragionevoli esponenti dei Ds la pace è fatta e si spera che duri fino al giorno di andare al voto e possibilmente di liberarci della vistosa ma non sempre gradevole compagnia berlusconiana. Come sono andate le cose? Apparentemente nel più semplice dei modi, il professor Romano Prodi ha alzato il telefono e ha chiamato Francesco Rutelli per fargli questa proposta: sono pronto a un sacrificio pur di salvare l´unità, smettiamola di litigare, facciamo queste primarie assieme anche se ci presenteremo con proprie liste nel proporzionale alle elezioni del 2006. Rutelli ha dato il via libera all´accordo che conferma e rafforza la leadership del professore ed evita la scissione nella Margherita. Tutto bene anche se il gioco è stato, come dire, piuttosto pesante. Nessuno mette in dubbio che la mediazione dei Ds sia stata saggia e tempestiva ma non si può dimenticare che la partita si è decisa con la minacciata scissione dei prodiani della Margherita e con la conta delle forze, quel cinquantasette per cento attribuito dai sondaggi a un centrosinistra guidato dalla lista Prodi.
«Io ho sempre avuto fiducia» ha dichiarato Rutelli «che la situazione difficile creatasi si sarebbe risolta. Penso che con Prodi ci vedremo già domani». Al popolo del centrosinistra par di essere uscito più che da un contrasto politico da un incubo. Ma come! Dopo anni di schiacciante predominio della destra, dopo avere assistito impotenti alla sua distruzione dello Stato, al ritorno dei post fascisti al governo, alla presa di possesso delle televisioni della pubblica amministrazione, dello spettacolo, di tutto l´aria sembra cambiata, si vincono le elezioni amministrative, si allontana lo spettro di un regime grigio ma implacabile nella sua capacità di addormentare ogni opposizione, di ridurre tutti e tutto alla mediocrità del consumismo televisivo di massa, si vede in concreto la possibilità di frenare il disastro, di salvare il Paese da una decadenza umiliante, di smentire la maledizione di una Italia sempre pronta a ritornare al passato, al suo nazionalismo retore e ladro, ai suoi localismi egoisti o beceri e voi dei partiti vi rimettete a litigare sul nulla o sul piccolo? Era già con l´acqua alla gola il regime dei moderati che moderati non sono per nulla nel mettere le mani sulla cosa pubblica, sulla costituzione, sui diritti conquistati nelle lotte sociali, sulla sanità, sulla scuola, e la sinistra, l´Italia che non sopporta le moderazioni del privilegio, ricomincia imperterrita a dividersi, a sbagliare, a cedere agli opportunismi come se fosse presa da una ventata autolesionista.
Tracollo dell'export e l'inflazione cresce
sommari de l'Unità
Il Made in Italy è in caduta libera e l'inflazione corre. L'Istat comunica il peggior rsisultato della nostra bilancia commerciale dal 1991: il saldo negativo è di 5.854 milioni. Preoccupa il saldo fin troppo negativo del settore energetico che richiama un colpo d'arresto negli ordinativi dell'industria. Non solo. I dati Eurostat dicono che l'inflazione europea su base annua diminuisce (1,9 per cento) ma quella italiana sale: dal 2,2 al 2,3 per cento. Pezzotta, della Cisl dice al governo: «Datevi una mossa, manca una politica per affrontare questi temi».
« Smettiamola di preoccuparci così tanto per l'economia. Tutto sommato è meglio di quella di altri Paesi, tra cui Francia e Germania » . Lo ha detto ieri Berlusconi a Bruxelles: « Abbiamo un sommerso del 40%, ma vi sembra che la nostra economia non tenga? Ma andiamo... » . Sempre ieri Montezemolo è tornato a sottolineare le difficoltà: « Malgrado in queste ore qualcuno lo abbia dimenticato, l'Italia è un Paese industriale, non possiamo pensare diventi una Disneyworld per immobiliaristi e speculatori finanziari » . E ancora: « Se per la riduzione Irap non ci sono le risorse, era meglio dirlo prima » .
Consulta, bocciato Silvestri. L'Unione protesta: imbrogliano
sommari de l'Unità
Il candidato indicato dall'opposizione, che ha abbandonato l'aula per protesta, è stato bocciato per la seconda volta dal Parlamento. L'Unione accusa di slealtà il centrodestra, che mercoledì sera ha incassato la nomina del suo candidato, l'ex ministro Luigi Mazzella. Chiarimento dopo una riunione dei capigruppo: Silvestri resta il candidato comune. Si rivota mercoledì.
«Europa, o cara». Chirac propone di congelare la Costituzione e l'allargamento a Est
sommari de l'Unità
Una pausa, un colpo d'arresto insomma, nel processo di unificazione europeo verso Est. La proposta formulata dal presidente francese Jacques Chirac come presa d'atto dei referendum in Francia e Olanda che a fine maggio hanno bocciato il nuovo Trattato. In pratica un congelamento delle ratifiche dopo il nuovo test referendario del Lussemburgo il 10 luglio. «Sono tempi difficili per l'Europa» dice Chirac e propone ai leader europei riuniti a Bruxelles un Consiglio Ue straordinario «sul futuro dell'Unione e dei singoli Paesi». Un'idea condivisa dal presidente del Ppe Pöttering
Obbligati a cambiare
Come riconvertire il nostro europeismo
Angelo Panebianco sul Corriere della Sera
L'Europa è a pezzi. I « no » francese e olandese al trattato detto costituzionale hanno provocato una valanga. Anche la Commissione ha ammesso che continuare nell'iter di approvazioni del trattato come se niente fosse è controproducente: il contagio si è diffuso e gli orientamenti delle opinioni pubbliche verso il trattato stanno diventando negativi in molti Paesi europei.
Lo scontro fra Blair e Chirac sul bilancio comunitario ha aperto, dopo quello istituzionale, un nuovo capitolo della crisi europea.
In un altro clima il conflitto sulle risorse avrebbe trovato qualche ragionevole soluzione di compromesso. Ma ciò che era facile quando l'Unione godeva di buona salute diventa quasi impossibile nelle nuove condizioni.
La crisi europea pone speciali problemi all'Italia. E li pone perché « speciale » , ossia differente da quello di altri Paesi europei, è sempre stato il nostro modo di stare in Europa e, soprattutto, il nostro modo di giustificare, agli occhi dell'opinione pubblica italiana, il nostro impegno europeista. Dove stava la differenza? Nel fatto che mentre gli altri principali Paesi europei avevano articolato una loro visione, più o meno conforme ai loro interessi nazionali, del loro ruolo nella costruzione europea, noi italiani, per ragioni che rinviano alle specificità della nostra storia, avevamo fatto una scelta diversa: avevamo assunto come dogma la coincidenza, sempre e comunque, fra interesse italiano e « interesse » europeo.
Questo atteggiamento, pur danneggiandoci in molte occasioni, è stato comunque complessivamente pagante. Almeno in passato. Lo è stato perché l'Europa, fin dai tempi di De Gasperi, era per noi l'ancoraggio che doveva aiutarci a superare certi difetti, a vincere, per esempio, le resistenze interne contro la modernizzazione dell'economia. L'Europa era il vincolo esterno di cui avevamo bisogno per imporre a noi stessi comportamenti virtuosi. E poiché l'Europa era un vincolo, più che un'insieme di opportunità, nostro compito era adattarci, più o meno passivamente, al vincolo anziché sfruttare, in un mix di cooperazione e di competizione con i partner, le opportunità.
Comunque evolverà la crisi europea, la nuova Europa sarà diversa dalla vecchia. Verosimilmente, nel prossimo futuro, non ci sarà molto spazio per quei progetti « federalisti » , sovranazionali, da noi generosamente coltivati. Dovremo imparare a muoverci senza dogmi e senza tabù.
Anche per fermare le spinte antieuropee che la crisi dell'Unione farà inevitabilmente crescere in Italia ( e di cui è un segnale la campagna anti euro della Lega) ci sarà un solo modo: articolare una visione « italiana » , più assertiva, più attenta a cogliere le opportunità, meno deferente verso i partner, dell'Europa che ci interessa, e sulla base di quella visione andare poi a stipulare i necessari compromessi.
Perché non cominciare a discutere, ad esempio, su quanto convenga a noi italiani che così ingenti risorse comunitarie continuino a essere bruciate nella politica agricola europea? La convenienza francese è nota. Ma noi che perdiamo competitività sui mercati non abbiamo magari altre convenienze, altre priorità, altri interessi da affermare?
L´Unione cancella i suoi sogni addio all´allargamento ad Ankara
La crisi dell´asse franco-tedesco paralizza le riforme
Andrea Bonanni su la Repubblica
Colpita mortalmente dal doppio «no» di francesi e olandesi, l´Europa è entrata ieri in un lungo coma, segnato dalla incapacità di trovare quei compromessi che erano la linfa vitale della politica comunitaria. Quando ne uscirà, se ne uscirà, non sarà più la stessa.
La Costituzione serviva a gestire una Ue più grande: ora sembra impossibile continuare l´espansione.
I capi di governo dei Venticinque, riuniti a Bruxelles per il primo vertice dopo la bocciatura dei referendum di ratifica della Costituzione, scoprono di non riuscire più a trovare l´accordo su nulla e si avviano a decidere una serie di rinvii che potrebbero coinvolgere, in modo più o meno esplicito, anche l´allargamento alla Turchia.
Manca l´accordo su che cosa fare del processo di ratifica del Trattato Costituzionale. Francia e Germania avrebbero voluto che si andasse avanti in attesa di trovare una soluzione. Ma la Gran Bretagna ha fatto saltare questo approccio un po´ burocratico sospendendo unilateralmente il proprio referendum di ratifica. «Prima decidiamo che politica vogliamo fare in Europa, poi pensiamo alla Costituzione», ha intimato Tony Blair. Risultato: pausa di riflessione e rinvio del problema costituzionale ad un vertice straordinario da convocarsi a fine anno o all´inizio del 2006, in ogni caso dopo le elezioni in Germania che diranno se l´asse franco-tedesco ha ancora qualche possibilità di stare in piedi. La proroga fa saltare anche la data limite per le ratifiche, che era fissata alla fine del 2006 e che scivola ora oltre l´orizzonte dei precari destini politici dei leader riuniti a Bruxelles.
Manca l´accordo sul finanziamento del bilancio dell´Unione per il periodo 2007-2013. Apparentemente è una miserabile guerra tra ragionieri per pochi millesimi del Pil. In realtà, ancora una volta, è uno scontro per l´egemonia sul progetto europeo. Francia, Germania e Gran Bretagna vogliono tagliare le spese ponendo un tetto massimo all´uno per cento del prodotto interno lordo dell´Unione e togliendo risorse alle regioni più povere, come il nostro Mezzogiorno e i nuovi paesi dell´Est. Ma francesi e tedeschi chiedono che Blair rinunci al rimborso di cui gode la Gran Bretagna. Londra non ne vuol sapere, minaccia il veto e contrattacca mettendo in discussione la politica agricola, che assorbe il 45 per cento delle risorse comunitarie in larga misura a beneficio della Francia. Risultato: altra probabile pausa di riflessione, destinata ad allungarsi oltre il prossimo semestre di presidenza inglese.
Questa è la fotografia di una situazione di stallo che sembra destinata a prolungarsi all´infinito. Ma se si vogliono semplificare le ragioni dello scontro in atto in Europa, al di là delle questioni specifiche sul tappeto, si vedrà che esse si riconducono tutte al processo di unificazione della politica in corso nel continente.
È giudizio ormai pressoché unanime che il processo di ratifica della Costituzione sia saltato non per i meriti o i demeriti del nuovo Trattato ma a causa del malcontento popolare innescato della troppo prolungata stagnazione dell´economia e dal fatto che l´Europa non sembra in grado di invertire la tendenza.
Non ha torto dunque Tony Blair quando rivendica il primato della politica sull´ingegneria istituzionale. Senza una guida politica che sappia riformare e rilanciare l´economia restituendo fiducia agli europei, qualsiasi progetto costituzionale è destinato al fallimento, come fallimentari sono i bilanci dei governi nei paesi in stagnazione, dalla Francia all´Olanda, dalla Germania all´Italia.
La strategia di Lisbona, messa a punto dalla Commissione Prodi e solennemente approvata dai capi di governo, è rimasta lettera morta proprio per i veti che sono venuti dalle capitali mentre Bruxelles non aveva gli strumenti e la legittimità politica per superare le resistenze nazionali.
Senza un ripensamento delle istituzioni e un´ulteriore delega di sovranità in materia di politica economica, difficilmente l´Europa potrà invertire la tendenza e darsi una guida in grado di rilanciarla recuperando consensi al progetto europeo. Ma senza un rilancio dell´economia e una rinnovata leadership comunitaria, è difficile, se non impossibile, che l´Unione trovi il consenso necessario a ripensare se stessa e le proprie istituzioni. Sono i due estremi di quello che appare oggi il come il paradosso europeo. Sino a che non sarà in grado di risolverlo, difficilmente l´Unione uscirà dal coma in cui è entrata con la bocciatura della Costituzione.
Vecchio continente in decadenza
Timothy Garton Ash su la Repubblica
Lo spettacolo della Crisi europea (credo sia d´obbligo la C maiuscola) mi spinge addirittura a leggere Toynbee, che da filosofo della storia studiò l´ascesa e il declino delle civiltà. Perché una plausibile interpretazione a lungo termine della reazione caotica in Europa al 'non' francese del 29 maggio vede sintomi di una civiltà in declino, se non in decadenza.
E´ assurdo che di fronte alla massima sfida popolare mai lanciata al progetto europeo da quando è nato la Francia e la Gran Bretagna non riescano a pensare a nulla di meglio che fronteggiarsi in un feroce battibecco da una sponda all´altra della Manica sulle rispettive contribuzioni ad un bilancio Ue che costa al contribuente medio britannico o francese meno di cinque euro a settimana. Come i Borboni, i nostri leader non hanno dimenticato nulla e non hanno imparato nulla.
Se fossi cinese mi fregherei le mani. Dopo i secoli europei, dal 1500 circa al 1945, e il secolo americano, dal 1945 ad un qualche momento della prima metà del secolo attuale, si profila all´orizzonte l´alba del secolo asiatico. Come osserva acido Tom Friedman del New York Times, mentre l´Europa tenta di arrivare alla settimana di 35 ore, l´India inventa il giorno di 35 ore. Quale che sia il nostro vantaggio "basato sulla conoscenza" non c´è economia che possa competere con successo a queste condizioni. Le cose devono cambiare se si vuole che restino così come sono.
Nella prima metà del ventesimo secolo l´Europa si è autoinflitta la madre di tutte le sconfitte. Nella seconda metà di quel secolo ha dato vita ad una formidabile ripresa. Se l´Ue non è in grado (e in generale non ha l´intenzione) di eguagliare gli Stati Uniti sotto il profilo del potere militare, lo fa sotto il doppio profilo del prodotto interno lordo e dell´attrattiva sociale. E´ il più esteso agglomerato unico di individui ricchi e liberi. Inoltre è appena cresciuta ulteriormente in estensione. Si tratta di un successo straordinario che, all´epoca della morte di Toynbee, nell´anno del primo referendum britannico sull´ingresso in "Europa", quasi nessuno prevedeva.
L´anno successivo, nel 1976, Raymond Aron scrisse un saggio dal titolo Plaidoyer pour l´Europe décadente, (In difesa dell´Europa decadente). Il suo grande timore era che l´Europa occidentale perdesse la fiducia in se stessa, la determinazione a vincere, quella che Machiavelli definì virtù, "la capacità di azione collettiva e di vitalità storica". Il pericolo che temeva non era il lontano oriente, che, a parte il Giappone, all´epoca non era considerato un concorrente, ma il vicinissimo oriente: la metà dell´Europa a regime comunista, dominata dai sovietici.
I suoi timori riguardo all´Est comunista risultarono infondati, benché si possa affermare, da pessimisti, che in un processo di "decadenza concorrenziale", l´est semplicemente è crollato per primo. Di conseguenza e a causa dell´attrazione magnetica e della politica attiva dell´Unione Europea, otto democrazie post comuniste sono entrate a far parte dell´Ue il primo maggio dello scorso anno. Mai prima d´ora si è avuto in Europa un numero così grande di democrazie liberali, unite in un´unica comunità economica, politica e di sicurezza. Eppure la Crisi europea è arrivata ad appena un anno da questo trionfo, in parte proprio a motivo di quest´ultimo. Perché, tra molte altre cose, il voto francese e olandese è stato anche un no alle conseguenze dell´allargamento e alla prospettiva di ulteriori allargamenti.
A preoccupare Aron erano anche i bassi tassi di natalità in Europa, che nel frattempo si sono ulteriormente abbassati. "La civiltà del piacere egocentrico", ebbe l´ardire di scrivere, "si autocondanna a morte nel momento in cui perde interesse al futuro".
Naturalmente, sotto un altro punto di vista, liberale in un senso diverso, i bassissimi tassi di natalità in paesi come la Spagna, l´Italia e la Germania sono espressione di una maggior libertà: cioè del diritto della donna a scegliere. Ma il buon senso indica che a questo punto bisogna che sia qualcun altro a sostenere l´onere di un numero così elevato di pensionati. Quel qualcuno è a portata di mano: una giovane, vigorosa popolazione in crescita sull´altra sponda del Mediterraneo, impaziente di venire a lavorare da noi. Ma l´Europa si sta dimostrando assai poco capace di far sentire a casa gli immigranti musulmani. Il "nee" olandese è stato in parte consistente un voto contro l´immigrazione musulmana, e il "non" francese in parte un voto contro l´ingresso della Turchia nella Ue.
Nulla di tutto ciò cui ho pessimisticamente accennato è inevitabile. Il senso delle geremiadi è di autosmentirsi. Il progetto europeo ha fatto più volte passi avanti proprio attraverso periodi di crisi. La mia formula, da Romain Rolland passando per Antonio Gramsci è "pessimismo della ragione, ottimismo della volontà". Nel momento in cui gran parte degli editoriali sui quotidiani britannici ed europei sono dediti alla familiare retorica ammonitoria di ciò che si dovrebbe e che bisogna fare, può essere d´aiuto distaccarsi e, con il pessimismo della ragione, contemplare con calma l´abisso. Ma poi, dopo una pausa di riflessione, bisogna agire. Toglietevi una soddisfazione: dimostrate che i neo-con hanno torto.
Traduzione di Emilia Benghi
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L'appello degli economisti
Un chiaro richiamo e due riflessioni
una lettera di Mario Monti a Il Sole 24 Ore
Caro Direttore,
condivido le posizioni espresse dai 101 economisti, sia nelle valutazioni (in particolare, che la stabilità macroeconomica e la moneta unica abbiano evitato all'Italia una deriva finanziaria, economica e sociale), sia nelle indicazioni di prospettiva su ciò che va evitato (un minore rigore fiscale e monetario) e su ciò che va perseguito (in particolare, forte e convinto radicamento dell'Italia nell'Unione europea, un maggiore grado di concorrenza, una migliore qualità dell'istruzione). È un richiamo forte e, spero, non inutile. Un richiamo che fa nascere spontanee due riflessioni.
In primo luogo, prendendo parte al dibattito economico italiano da oltre trent'anni, noto che mai come oggi si è registrato tra gli economisti un consenso così ampio su una linea che, semplificando, si potrebbe chiamare "disciplina macro e concorrenza micro". Non era affatto così anni addietro, né sull'uno né sull'altro fronte. Eppure, si ha l'impressione che l'impatto che la voce degli economisti sulle scelte di politica economica (nelle azioni del Governo così come nella definizione di programmi alternativi da parte dell'opposizione) sia minore che in passato, benché essi esprimano posizioni in gran parte convergenti e lo facciano con una presenza nei media complessivamente molto maggiore che in passato. Come mai? Non ho la risposta, ma credo che la domanda vada posta.
In secondo luogo, crea disagio osservare che la linea auspicata da una parte così grande degli economisti non ha, in realtà, molte probabilità di venire concretamente applicata, né oggi né in futuro. Non dal Centro-destra, per la cui maggioranza vengono considerate essenziali componenti che hanno istinti, e diffondono pulsioni, contrari al radicamento dell'Italia nell'Unione europea. Non dal Centro-sinistra, per la cui maggioranza vengono considerate essenziali componenti che perseguono con lucida razionalità una visione diversa da quella di una moderna economia di mercato.
Gli economisti convergono nell'esprimere raccomandazioni di politica economica che forse, in un sistema politico bipolare applicato all'attuale realtà italiana, sono destinate a restare lettera morta. Un sistema nel quale, inoltre, l'eccesso di concorrenza nella politica impedisce di aggredire seriamente le corporazioni di ogni tipo e perciò di introdurre una maggiore concorrenza nell'economia.
L'incertezza istituzionale e politica aperta nell'Unione europea dai referendum francese e olandese non è una buona notizia per l'economia italiana. Essa rende più difficile il rilancio dello sviluppo nel nostro Paese. Per quasi un cinquantennio, l'integrazione europea è stata un motore potente che ha consentito al nostro Paese di raggiungere rapidamente gli standard di benessere europeo. Negli ultimi anni, l'Italia ha tratto un beneficio netto dall'Unione monetaria europea e dal Patto di stabilità. Inflazione e tassi di interesse sono ai minimi storici dal dopoguerra.
I forti aumenti di taluni prezzi così come i livelli elevati di quelli di beni essenziali come l'energia dipendono da un insufficiente grado di concorrenza, non dall'introduzione dell'euro. Il contenimento del disavanzo pubblico è politica che un Paese fortemente indebitato come il nostro deve perseguire comunque, indipendentemente dalle regole stabilite dall' Unione europea.
Siamo convinti che negli ultimi anni la stabilità macroeconomica, e in particolare la moneta unica europea, abbiano evitato all'Italia una deriva finanziaria, economica e sociale dalle imprevedibili conseguenze. Oggi il nostro Paese è più esposto, sia per il maggior peso del debito pubblico, sia per il deterioramento strutturale dei nostri conti pubblici, alle ricadute derivanti dalla minore stabilità macroeconomica e dall'incertezza creata dall' erosione della fiducia nella costruzione europea.
Per questi motivi guardiamo con preoccupazione agli appelli per un minore rigore fiscale e monetario. Ci sembra particolarmente grave il vedere nell'indebolimento della costruzione europea un'opportunità da cogliere piuttosto che un pericolo da fronteggiare, anche con iniziative politiche forti.
Siamo, come tutti i cittadini, preoccupati dalla modesta dinamica della crescita dei redditi, dei salari, della produttività così come dei costi che questa situazione impone alle fasce sociali più deboli. Ma siamo convinti che un rilancio del nostro sistema produttivo e lo stesso mantenimento, seppure in forma aggiornata, dello Stato sociale si possono realizzare solo in un forte e convinto radicamento dell'Italia nell'Unione europea.
Per consegnare alle generazioni più giovani un'economia dinamica, capace di generare investimenti, lavoro e redditi più elevati, è necessario uno sforzo del governo, delle imprese e dei lavoratori per ridurre le rendite, aumentare il grado di concorrenza, migliorare la qualità dell'istruzione, investire in ricerca e nelle infrastrutture in un quadro di stabilità monetaria e di equilibrata finanza pubblica. Si tratta di un impegno che richiede costanza nel lungo periodo, anche per ridare fiducia ai cittadini e aumentare la nostra credibilità all'estero. Le scorciatoie del lassismo fiscale non costituiscono un valida risposta ai problemi della nostra economia e rischiano di creare una spirale di sfiducia e squilibri finanziari che ci riporterebbe indietro di tredici anni.