
sulla stampa
a cura di G.C. - 31 maggio 2005
Francia, le quattro ragioni del no
Gianni Marsilli su l'Unità
Tocca i massimi vertici negli arrondissements più agiati (80 per cento nel XVI, nel VII, nell'VIII, i quartieri della grande borghesia e del business) e scivola verso il no man mano che ci si avvicina all'anello della circonvallazione (poco più del 50 per cento nel XIX e nel XX), per poi sprofondare nelle banlieues dell'Ile de France e nelle campagne della Seine-et-Marne e dell'Essonne. Il sì ha stravinto nell'opulenta Lione (62 per cento), ma ha clamorosamente perso nelle sue immediate periferie, Venissieux, Villeurbanne, a forte presenza di immigrati, dove il no supera il 70 per cento. Stesso schema a Bordeaux, Nantes, Tolosa. Persino a Lilla, città di cui è sindaco Martine Aubry: il no vince di poco nella cerchia urbana (51 per cento), ma decolla nel dipartimento più socialista di Francia (64 per cento). Hanno votato no gli operai (in misura dell'80 per cento), tra i quali da tempo Jean Marie Le Pen raccoglie più favori di qualsiasi altro leader. Ha votato no il 70 per cento degli agricoltori, pur essendo i massimi beneficiari delle sovvenzioni europee. Quel che più conta, ha votato no la maggioranza degli insegnanti (70 per cento) e dei dipendenti pubblici, serbatoio storico della sinistra, e del Ps in particolare: paura delle privatizzazioni, perdita di potere d'acquisto, angoscia della precarizzazione. È un'analisi sociologica che ripercorre quella del 21 aprile di tre anni fa. Un voto di classe, cioè di popolo, che molti populisti, di destra e di sinistra, hanno carezzato per il verso giusto.
UN VOTO NAZIONALISTA. Il turco musulmano per la destra e l'idraulico polacco per la sinistra sono stati gli spaventapasseri del sì, i portatori del germe straniero e terrorista e della concorrenza al ribasso. Lo Stato nazione è apparso a molti più rassicurante di una indistinta "camera a gas" comunitaria, della quale la Costituzione farebbe da muro perimetrale, soffocante e invalicabile. La nazione è stata declinata diversamente dalle varie componenti del no. Valore assoluto e storicamente immutabile per la destra di Le Pen e De Villiers. Unico terreno dove sia possibile edificare una società antiliberista (leggi anticapitalista) per comunisti, trotzkisti, socialisti di sinistra, altermondialisti. "Il socialismo in un solo paese", l'ha definita il direttore di Libération Serge July in un editoriale di amarissima ironia.
UN VOTO PROTEZIONISTA. Contro il tessile cinese (ma anche italiano) che ha spopolato da anni le fabbriche del nord. Contro i vini cileni e australiani, che hanno portato ad un 9 per cento in meno il consumo di vino francese e che s'impongono - per il rapporto tra prezzo e qualità - sui mercati mondiali. Contro il "foie gras" ungherese. Contro le decisioni di Bruxelles che regolano la concorrenza, e impediscono allo Stato francese di falsarla finanziando imprese pubbliche decotte. Contro le ingerenze: gli appelli per il sì di Schröder e Zapatero, di Barroso e Borrell sono stati controproducenti. Gridava, applauditissima, la comunista Marie George Buffet: per una volta che ci danno la parola, approfittiamone per discutere "tra noi francesi". È stata l'ambiguità di fondo del referendum: la nazionalizzazione della Costituzione europea.
UN VOTO ANTIELITARIO. I socialisti del sì da domenica sera insistono sul fatto che sia stato un voto antigovernativo. Vero, ma in un quadro antielitario, ed è per questo che anche la loro leadership è passata sulla griglia del no. La sindrome regicida si attaglia perfettamente ad un voto popolare di classe. Bruxelles, l'Eliseo, palazzo Matignon: luoghi additati, da destra e da sinistra, come le Versailles dei nostri giorni. Henri Emmanuelli, come Roberto Calderoli, ha rivendicato "la vittoria della sovranità popolare sul potere politico-mediatico", non il rifiuto di un testo discutibile come il Trattato, ma figlio di una Convenzione e non di un editto del sovrano. Difficile dire se si sia trattato anche di un voto soggettivamente antieuropeo. Lo è stato certamente per i simpatizzanti dei sovranisti (Le Pen e De Villiers, ma anche Jean Pierre Chevenement). Più ideologica invece l'opposizione della sinistra del no: contro quell'equilibrio tra politiche liberali e politiche sociali sul quale si è costruito il "modello europeo" oggi in crisi.
E' stato un voto democratico, indubbiamente.
La leva comune è sembrata essere la paura: del futuro, dell'impoverimento, del cambiamento, della mondializzazione. Ha vinto chi queste paure ha confortato e coltivato. L'equivoco gigantesco è adesso il seguente: che di quel 55 per cento si appropriano il razzista Le Pen, lo xenofobo De Villiers, la comunista Buffet, l'altermondialista Bové, il trotzkista Besancenot. Tutti parlano a nome della maggioranza del paese. Ma è in tutta evidenza una cacofonìa senza avvenire. L'unico che ritiene di poter fare una sintesi politica di questo bailamme è Laurent Fabius, il gran beneficiario di questa somma di diversi.
Tenaglia antieuropea contro il Professore
Massimo Franco sul Corriere della Sera
Rifondazione comunista e Lega Nord si considerano gli unici vincitori italiani; o almeno, i veri beneficiari politici del "no" francese al Trattato costituzionale europeo. E dunque fanno l'elenco dei perdenti. Secondo Fausto Bertinotti, la lista va da Gianfranco Fini di An a Piero Fassino dei Ds, e in qualche misura comprende anche un europeista convinto come il capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi. Per il partito di Umberto Bossi, invece, la sconfitta ha il nome e il volto di Romano Prodi: il simbolo della Commissione Ue degli ultimi cinque anni e dell'euro. Ma esiste anche un fronte sommerso del "no", che sta spuntando dalle file del partito di Silvio Berlusconi. Su questo sfondo, alcune forzature diventano indizi di strategie elettorali. La maggioranza sembra aver trovato un argomento da rinfacciare al centrosinistra; soprattutto a "chi ha gestito l'Europa in questi ultimi cinque anni", accusa uno dei vicepremier, Giulio Tremonti: allusione trasparente a Prodi, appunto. La Lega torna a invocare un referendum sul Trattato. Ma al di là di esagerazioni prevedibili, si ingrossa il fronte che plaude alla Francia contro l'"Europa della moneta e dei banchieri, della tecnocrazia e non dei popoli", nella descrizione di Sandro Bondi.
Il coordinatore di FI usa un lessico simile a quello del leader dei lumbard , Umberto Bossi, trionfante per la bocciatura di un Vecchio Continente costruito "contro il popolo". E dà corpo alla voglia di utilizzare il tracollo del governo a Parigi, per una spallata italiana al patto di stabilità del 1997, all'euro, e a Prodi: gli avversari della crescita scaccia-crisi che Berlusconi evoca inutilmente da anni. Ormai, "l'euroretorica non serve", avverte il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini. Meglio fermarsi a "ripensare l'Europa".
Ma non esiste soltanto l'attacco del centrodestra contro gli errori e i limiti dell'Ue: anche perché il Trattato è stato presentato a Roma, anfitrione Berlusconi, nel 2004; e a redigerlo ha contribuito il ministro degli Esteri e leader di An, Fini.
Certo, la tenaglia che piega alle logiche italiane il risultato della Francia non è in grado di mettere in mora la ratifica decisa dal nostro Parlamento. Ma può accentuare nell'opinione pubblica l'impressione di un'Europa elitaria, corresponsabile della recessione. Nel centrodestra la crisi francese diventa così una giustificazione, e magari un alibi, provvidenziale di fronte ai risultati scarsi del governo. E a sinistra, permette a quei settori che coincidono in buona parte con i movimenti pacifisti e i no-global, di picconare il riformismo europeo; di additarlo, confortati dal voto, come il cavallo di Troia di un liberismo antidemocratico e perdente.
Prodi: "Ora i governi dicano che Europa vogliono"
Paolo Garimberti su la Repubblica
La percezione dell´Europa come un apparato burocratico non solo lontano, ma addirittura contrario agli interessi dei cittadini, che sta alla base del "no" francese, dice Romano Prodi, "non si è formata in un solo giorno, ma in anni e anni", ed è colpa "dei governi che quando avevano un problema attribuivano la responsabilità all´Europa e dei primi ministri che di fronte alle difficoltà dicevano che a Bruxelles sono tutti cattivi". In una lunga intervista collettiva a Repubblica Radio, nella quale ha risposto alle domande degli opinionisti del giornale, l´ex presidente della Commissione afferma però che il rifiuto della Costituzione da parte degli elettori francesi "non è una tragedia, calma e gesso, ora bisogna ragionare". E replica duro e ironico al ministro delle Riforme, il leghista Roberto Calderoli, che ora vuole indire un referendum anche in Italia: "Ma su che cosa vuol fare il referendum Calderoli, se il Parlamento ha già approvato la Costituzione? Vuol forse fare un referendum sul Parlamento? Ma su...".
Presidente Prodi, che cosa è successo per cui siamo riusciti a trasformare, nella percezione dei nostri cittadini, una Costituzione importante e decisiva per il nostro futuro come la Costituzione europea in qualcosa di burocratico, quasi fosse una Costituzione che appartiene solo all´élite e non al popolo? Come è potuto avvenire questo rovesciamento?
"Non è avvenuto in un solo minuto... Dai e dai, ogni governo che aveva un problema ne attribuiva la responsabilità alla Commissione europea. Quando un primo ministro era in difficoltà diceva che a Bruxelles erano tutti cattivi o tutti burocrati. Questo è durato anni e anni, la stampa ne ha fatto eco - soprattutto quella anglosassone, che ha dettato molte musiche agli altri media europei. Col tempo si sono sparse delle leggende metropolitane. Ad esempio quella della grande burocrazia di Bruxelles. In tutto non arriviamo a 25mila persone: è un quarto dei dipendenti comunali di Madrid o di una media città europea. Abbiamo fatto l´allargamento con 3.000 dipendenti in tutto per dieci paesi, e tutti parlano di super-burocrazia di Bruxelles. E poi il super-bilancio: io ho tenuto il bilancio a meno dell´1% del prodotto nazionale lordo europeo, e questo comprese la politica agricola, strutturale, di ricerca. Se per anni si dice che l´Europa è l´origine di ogni male, poi la gente quando va a votare ci crede. In Francia si è aperto un referendum in presenza di tensioni represse nei confronti di Chirac, di una diffusa paura della Turchia, e infatti questo referendum cambierà totalmente l´atteggiamento europeo nei confronti di Ankara. Mi sembra che la conseguenza prima sia questa. Metta tutto assieme e arriviamo al disastro".
Lei, presidente, ha gestito l´allargamento a Est. Uno dei fantasmi assieme a quello turco che ha già citato, è stato proprio questo. Si è trovata una figura retorica, l´idraulico polacco che avrebbe tolto il lavoro all´idraulico francese. Lei non pensa che l´allargamento a Est - che era moralmente, storicamente e politicamente necessario - sia stato fatto troppo in fretta con non adeguata preparazione psicologica nell´Unione, e in un momento di congiuntura economica che non favoriva questo salto?
"Ma non diciamo sciocchezze, scusi la franchezza. L´allargamento è un fatto storico, bisognava farlo e poi se anche ci sono tensioni o impopolarità, quando una cosa è fatta per chiudere una tragedia della storia, evitare le guerre, rimettere le cose assieme, si fa e basta. Nel caso specifico è stato fatto talmente bene che tutti lo hanno votato contenti. Migliaia di leggi sono state cambiate, messe a posto per avere una legislazione comunitaria uguale per tutti, per garantire i nostri cittadini: nessuno ha detto che l´allargamento era stato fatto male. Dopo l´allargamento io ho proposto la politica di vicinato, cioè l´anello degli amici, in modo che fosse chiaro che i confini dell´Europa erano ormai stabiliti in modo da togliere l´angoscia. Può darsi che in qualche paese l´allargamento abbia inciso, ma non è stato di certo determinante e comunque era una cosa che andava fatta".
Lei per anni ha sostenuto che occorreva un doppio livello: un´Europa vera e propria con una specifica identità politica, storica e culturale, un´identità riconoscibile all´interno e riconosciuta all´esterno, e poi una politica di miglior vicinato con Paesi che dovevano avere di certo una relazione speciale con l´Europa ma che gli europei stessi non sentivano parte dell´Europa. Non crede stia prevalendo l´idea di un´"Europa pizza", come ha detto qualcuno, per definire qualcosa di molto sottile e di molto esteso?
"Certo, ma non riguarda il referendum francese, dove una grossa parte voleva più Europa. Qui dovremmo fare un´analisi specifica, perché noi abbiamo messo insieme i voti che hanno detto "no" perché volevano più Europa e quelli che hanno detto "no" perché ne volevano di meno. Che nei governi stia prevalendo l´Europa che dice lei non c´è alcun dubbio. Tony Blair in questi anni è stato abilissimo a fare questa politica. Ne ho discusso anche con lui, in una cordiale ma ferma discussione. Ho detto: "dovrete pure decidervi nel lungo periodo su qual è il destino che volete dare alla Gran Bretagna". E´ chiaro che la Gran Bretagna non può che essere per l´"Europa pizza", l´Europa sottile, più mercato che altro".
Lei ha detto che questo voto non può che cambiare il futuro. In che senso?
"Beh, adesso non possiamo certo mettere in discussione tutto. Ma pur essendo convinto che siamo sulla via giusta, bisognerà coinvolgere i media, l´opinione pubblica, tornare a discutere. Non si può fare finta di niente. Si dice, "facciamo un altro referendum in Francia, facciamone due, tre, quattro, cinque". Di fronte a questo mi sembra molto difficile. Poi seguirà molto probabilmente il "no" olandese. E questo rende il "no" britannico, o il fatto che il referendum britannico non si tenga proprio, un fatto quasi fatale... Bisogna discutere a fondo su che cosa vogliamo in un´Europa futura. Oggi abbiamo il Trattato di Nizza, l´Europa ha le sue istituzioni. Calma e gesso. Stiamo tranquilli, però discutiamo a fondo sul futuro, prendendoci il tempo necessario".
Parlando di futuro: si delinea chiaramente una sussistenza dell´Europa con il Trattato di Nizza, e tuttavia si metteranno in moto dei meccanismi di cooperazione più stretta tra alcuni paesi. Lei, come leader dell´opposizione, quale posizione vede per l´Italia?
"Credo lei abbia ragione a considerare questa ipotesi. Qui è chiaro che il ruolo dell´Italia è fondamentale: non possiamo che essere tra i paesi d´avanguardia di questa possibile Europa a velocità superiore, o anello interno, lo chiami come vuole. L´Italia non vive senza l´Europa, noi non abbiamo la tradizione e la robustezza francese. Per noi il sì all´Europa è un fatto ovvio perché ne abbiamo più bisogno, anche nei ricordi. In Francia ha giocato moltissimo il ricordo della Francia passata, della sua potenza mondiale, c´è stato molto interrogarsi se la sua potenza sarà più efficace nell´ambito di un´Europa o fuori dall´Europa. In Italia questo problema non si pone, non c´è questa memoria storica come non c´è stata nel referendum spagnolo che è andato via liscio. Però io penso che proprio per questo o l´Italia è all´avanguardia europea o esce definitivamente dalla politica mondiale, come sembra essere il triste destino di questi ultimi anni".
È vero però, presidente, che anche in Italia - al di là dell´aspetto istituzionale, perché il Parlamento ha già approvato la Costituzione - questo voto rischia di dar fiato a pulsioni, che ci sono e che vengono prevalentemente da destra, che sono contro l´Europa. E a questo moto di rifiuto si aggiunge poi la critica portata da Fausto Bertinotti su una Costituzione troppo liberista. Questa congiunzione di critiche da destra e da sinistra lei come la vede? E come vede questa accusa di un´Europa nelle mani di un´elite troppo liberista, sostenuta soltanto da ceti dirigenti? Lei sa che c´è anche questa critica...
"Lo so. In Francia i famosi manifesti del "no" spiegano che la Carta cita decine di volte il liberismo, e Delors replica che però cita ben 89 volte la parola sociale. Questa Costituzione è certamente un compromesso, ed essendo un compromesso non infiamma nessuno. Però dava un serio ordine al futuro. Adesso quest´ordine è stato rifiutato. Non è una tragedia perché viviamo con le leggi esistenti, ma siccome l´Europa è indispensabile alla nostra vita futura, ci serve per non sparire dalla faccia della terra, dobbiamo metterci tranquilli a ripensare al nostro futuro. Senza badare a questi incroci casuali tra destra e sinistra, perché Bertinotti e Calderoli sono l´estrema sinistra francese e l´estrema destra francese".
"Voglio fare un´ultima raccomandazione: state attenti quando si dice che questa Costituzione è stata scritta da burocrati e non dal popolo. A scriverla è stata un´assemblea più vasta di quella che ha scritto qualsiasi altra Costituzione: erano membri dei parlamenti europei, dei parlamenti nazionali, ne hanno preso parte i governi... Quindi è uscita dal popolo. I governi - compreso quello italiano, sarebbe bene ricordarlo al signor Calderoli - avevano dei suoi rappresentanti. Almeno non si dica che è nata dai burocrati di Bruxelles".
Le relazioni pericolose
Luigi Spaventa su la Repubblica
"Emersione di nuovi soggetti e di capitali misteriosi, rastrellamenti di azioni sul mercato, scalate clandestine, sospetti e accuse di insider trading
niente di più lontano da produzione e lavoro": così, richiamando eventi recenti, si esprime il presidente di Confindustria nella sua recente relazione. Quei "nuovi soggetti" egli evidentemente non li ama.
Eppure, ci si potrebbe chiedere: non saranno essi l´incarnazione di quegli "uomini nuovi", che, dalla Roma repubblicana, alla Francia della rivoluzione, al capitalismo di oggi, entrano in scena per dare una salutare spallata a vecchi assetti di potere, per negare gli altrui privilegi e vantare loro diritti; che, perseguendo senza remore i loro interessi, danno stimolo di concorrenza e nuovo sangue a sistemi politici ed economici senescenti? Non sarà quella del presidente Montezemolo la reazione di chi rappresenta un vecchio ordine minacciato di salutare eversione?
Uomini nuovi furono quelli del Terzo Stato nella Francia del XVIII secolo: "il borghese [che] ha lavorato, fabbricato, commerciato, guadagnato, risparmiato
; razza energica che sente la propria forza, che giudica i suoi rivali, che conosce la loro debolezza, che paragona la propria assiduità e la propria istruzione alla loro leggerezza e alla loro inefficienza" (Taine), la cui affermazione è "il frutto di un lavoro ingegnoso più che della ricchezza" (Voltaire). Ma questi connotati storici degli uomini nuovi stentiamo a riconoscerli nei soggetti a cui si riferisce Montezemolo: quelli che salgono dalle pianure lombarde e calano dai colli laziali.
Sono in effetti "misteriosi" i loro capitali: nulla si conosce della loro origine e poco della loro storia. Non si ha notizia di imprese da cui essi traggano origine, né (se non per qualche tentativo non riuscito) di imprese, di iniziative ardite e di innovazioni che essi abbiano generato. Quelle risorse, ingenti e liquide, vengono piuttosto massicciamente mobilitate per scalate di finanza e per l´acquisto di partecipazioni che servano da strumenti di potere nel vecchio ordine. Certamente non vi sono più "salotti buoni" meritevoli di difesa, e neppure di rimpianto: il nostro grande capitalismo ha dato mediocre prova di sé e questa è una delle ragioni dei nostri problemi. Ma un assetto opaco e geograficamente variegato di poteri e di interessi colludenti e aggressivi, quale oggi vediamo manifestarsi in episodi frequenti di reciproca assistenza, non rappresenta certo un´alternativa valida o desiderabile: non fosse altro che per la completa mancanza di trasparenza.
E allora? Al netto di episodi su cui la magistratura ha giudicato o sta indagando, non è questione di lecito e illecito. Né vale la deprecazione moralistica degli arricchimenti ottenuti con la "speculazione": se non si trae vantaggio da notizie riservate su società quotate o da decisioni amministrative e legislative compiacenti, se non si violano norme esistenti (tre se che meriterebbero un approfondimento), l´attività speculativa, piaccia o non piaccia, fa parte di un´economia di mercato.
Così si deve ragionare anche in questo caso: nei riguardi della politica e, aggiungerei, anche delle istituzioni. Non tocca all´una o alle altre impedire ad alcuno di perseguire lecitamente i propri interessi e accumulare ricchezze. Ma, nell´ambito del lecito, i "nuovi soggetti" devono operare privi di qualsiasi rete di protezione: quella di un tacito consenso istituzionale ai loro interventi (gli "incontri più o meno riservati presso le autorità" di cui ancora parlava Montezemolo); o quella di un implicito assenso politico, magari concesso nell´illusione che la politica possa usarli per ridisegnare a miglior fine la mappa economica del Paese senza essere essa stessa usata. Le liaisons, le amicizie, fra politica e poteri economici, sono sempre un po´ dangereuses, un po´ pericolose: queste lo sarebbero particolarmente.
Il grande anatema
Nicola Tranfaglia su l'Unità
Viviamo in un Paese confessionale, l'unico nell'Europa e nell'Occidente ricco e sviluppato. Ce lo ricordano, non a caso in sequenza diretta, gli interventi del presidente del Senato Pera, che dimentica da troppo tempo di ricoprire la seconda carica dello Stato, e di monsignor Ruini, presidente della Cei che ha usato parole come orrore e paura a proposito delle possibilità di ricerca sulle cellule staminali.
Ieri a questa offensiva degli ultimi giorni, rispetto al referendum sulla fecondazione assistita del 12 e 13 giugno prossimo, si è aggiunta anche la voce autorevole del nuovo pontefice Benedetto XVI che ai vescovi italiani (alcuni dei quali, peraltro, si sono già pronunciati per il sì o almeno per la partecipazione al voto referendario) ha ricordato il dovere dei cattolici e di tutti i cittadini di difendere la sacralità della vita secondo le indicazioni della Chiesa.
Ma le indicazioni delle gerarchie ecclesiastiche, secondo quel che ha detto subito dopo, e per l'ennesima volta, il suo vicario Ruini significano astenersi dal voto e far fallire il referendum non dicendo di no ai quattro quesiti ma semplicemente facendo mancare il cinquanta per cento dei voti e, quindi, non facendo scattare il referendum abrogativo di quattro punti della legge 40.
Del resto, per volontà di Ruini, nelle settimane scorse, in venticinquemila parrocchie sparse sul territorio nazionale (e per la prima volta nella storia repubblicana dopo l'epico scontro elettorale del 18 aprile 1948) ci sono state prediche martellanti per invitare i fedeli all'astensione, alla non partecipazione al voto.
A nulla è valso che deputati cattolici come Rosy Bindi e altri, centinaia di scienziati e tutti i costituzionalisti interpellati dai giornali segnalassero l'anomalia della campagna che rifiuta alla radice il confronto con gli italiani che sostengono la necessità di parziale abrogazione della legge e invitassero i sostenitori del no ad andare a votare in modo da favorire il confronto democratico tra le due tesi che caratterizzano l'attuale dibattito.
La Chiesa, come la maggioranza trasversale che ha approvato la legge 40 (senza accettare a suo tempo nessun emendamento migliorativo dell'opposizione) è rimasta ferma dall'inizio sull'obbiettivo iniziale di far fallire il referendum, come primo passo - appare ormai chiaro anche dalle dichiarazioni dell'on. Gasparri e di altri sostenitori della legge - per intervenire anche sulla legge dell'81 che regola l'interruzione della gravidanza, e magari, se ci saranno le condizioni politiche, persino sulla legge che regola il divorzio.
L'on. Buttiglione, attuale ministro per i Beni Culturali, ieri è arrivato al punto di dire che la sua astensione vuol essere un segnale contro l'istituto del referendum previsto dalla Costituzione repubblicana ma si sa che Buttiglione, come gli altri ministri del secondo governo Berlusconi, è impegnato nello smantellamento di quella Costituzione e nell'istituzione del premierato assoluto, previsto dal disegno di legge n.2544 e già approvato dal Senato nell'aprile scorso.
È difficile, di fronte a una pesante e duplice interferenza, dall'interno dello Stato (le dichiarazioni di Pera) e dall'esterno (quelle del Papa e di Ruini) chiedersi se questo referendum non si stia trasformando da confronto democratico tra i cittadini, laici e cattolici di questo Paese, previsto dalla Costituzione, su una particolare, sia pure importante questione in un'altra prova generale, da parte della destra antidemocratica oggi al governo, per sconfiggere l'Italia democratica e repubblicana, la pluralità delle coscienze e dei differenti modi di pensare in una sorta di coro unanime che vuole mortificare i cittadini e la democrazia che ha regolato il Paese negli ultimi sessant'anni.
La battaglia dell'egemonia
Marco Politi su la Repubblica
Benedetto XVI entra nel fuoco del referendum e benedice la "concretezza" tattica e strategica del cardinale Ruini. La battaglia era già stata organizzata nei particolari ben prima del conclave, da cui è scaturito il successore di Papa Wojtyla. Ratzinger non può che appoggiarla. Il sostegno, tuttavia, è convinto e totale nonostante che l´intervento esporrà inevitabilmente il Papa a polemiche come chiunque entri nell´arena di uno scontro politico. Agli strali l´ex prefetto della Congregazione per la dottrina delle fede è comunque abituato.
"L´inviolabilità della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale" è stata da lui affermata solennemente sin dall´insediamento a San Giovanni in Laterano. Resta significativo che Ratzinger si schieri con parole molto espressive a fianco della Cei e dei vescovi per il loro impegno a "illuminare e motivare le scelte dei cattolici e di tutti i cittadini circa i referendum ormai imminenti in merito alla legge sulla procrezione assistita".
Nessuna perifrasi. Chiara condivisione della mobilitazione con cui Ruini si batte per tenere lontani dalle urne i cattolici, impedendo uno scrutinio del consenso reale a favore o contro eventuali modifiche della legge. Il suo patronato all´operazione-Ruini il nuovo pontefice lo inserisce nell´ambito di una strategia per salvare il "presente e il futuro cristiano nelle case e negli animi degli italiani".
Dalle tre pagine del suo discorso asciutto e, come d´abitudine, razionalmente ben concatenato, i duecentocinquanta vescovi hanno capito subito che il neo-eletto lotterà perché l´Italia rimanga una trincea avanzata contro la secolarizzazione che ha invaso l´Occidente. Vincere la battaglia del referendum significa per Ratzinger contrastare lo spettro della de-cristianizzazione, da lui evocato ancora una volta ieri: "Una forma di cultura, basata su una razionalità puramente funzionale, che contraddice e tende ad escludere il cristianesimo e in genere le tradizioni religiose e morali". Tendenza diffusa un po´ ovunque in Europa. Ma - ed è questa la frase che ha fatto scattare l´attenzione dei presenti - "qui in Italia la sua egemonia non è affatto totale e tanto meno incontrastata". Anche tra quanti non condividono o non praticano la fede cristiana, nota Benedetto XVI, ci sono molte persone che ritengono la secolarizzazione una specie di "funesta mutilazione dell´uomo e della sua stessa ragione".
A questa analisi si accompagna, positivamente, la presenza capillare della Chiesa cattolica in mezzo alla gente di ogni età e condizione. Per questo, guardando la vasta platea dei presuli italiani, Benedetto XVI li ha spronati ad incrementare il dinamismo missionario, a rilanciare le parrocchie, a spingerle alla cooperazione con i nuovi movimenti sorti nel cattolicesimo come "realtà carismatiche".
L´ingresso del pontefice nell´arena politica appare destinato a svolgersi, tuttavia, su binari ben precisi. Non ci dovrebbe essere uno stillicidio di dichiarazioni. Da Bari si è già capito che Benedetto XVI intende scegliere soltanto alcuni momenti selezionati. Inoltre le sue esternazioni sembrano configurarsi come un appoggio a strategie scelte dagli episcopati nazionali.
Così è stato in Spagna. Dopo che i vescovi iberici si sono mobilitati contro il governo Zapatero, Ratzinger ha lanciato il suo appello ai fedeli spagnoli perché "resistano alle tendenze laiche". Ma in Vaticano sanno anche benissimo che tre quarti degli spagnoli affermano nei sondaggi di considerare la Chiesa lontana dalla realtà sociale. Eppure i nostri vicini iberici, interrogati, si dichiarano all´ottanta per cento cattolici. Come gli italiani.
In prima linea si staglia dunque la responsabilità degli episcopati nazionali. E sulla futura organizzazione dell´episcopato italiano Ratzinger sta cominciando a ragionare, con l´occhio rivolto alla fine del 2006 quando scadrà il mandato del cardinale Ruini. Sotto la coltre dell´allineamento dell´associazionismo bianco la realtà cattolica è complessa. Sulle norme che dovrebbero regolare la sfera familiare i fedeli hanno spesso idee molto diverse dalla gerarchia ecclesiastica e mal sopportano - quando sono interrogati nei sondaggi - l´invadenza della Chiesa. I frammenti di dissenso organizzato, come "Noi siamo Chiesa", riecheggiano posizioni abbastanza diffuse, quando ricordano che al referendum "non si tratta di pronunciarsi su grandi principi - a favore della vita o della morte - ma su alcuni aspetti di una legge, del tutto discutibile, poco applicabile e tesa a voler imporre a tutti posizioni sull´embrione opinabili anche dal punto di vista di molti teologi cattolici".
Non è affatto casuale che nelle ultime battute della campagna referendaria il cardinal Ruini si preoccupi, come ha fatto all´assemblea della Cei, di affermare che la Chiesa non vuole minimamente intralciare la scienza e i suoi progressi. Ed è indicativo che l´Avvenire abbia concesso l´altro giorno un po´ di righe all´appello di Padova di quei cattolici, che ritengono legittimo andare a votare. L´ombra dell´intolleranza o di un atteggiamento illiberale della gerarchia ecclesiastica verso la ricerca scientifica potrebbe spingere, infatti, una percentuale degli elettori indecisi a recarsi alle urne.
Lo sanno alla Cei e lo sanno in Vaticano. Ed è battiquorum.
Nomine Rai, Prodi all'attacco del Polo
Paolo Conti sul Corriere della Sera
ROMA - Stamattina Claudio Petruccioli, presidente della commissione di Vigilanza parlamentare, sarà con Angelo Maria Petroni uno dei due consiglieri di amministrazione indicati dal ministro dell'Economia Domenico Siniscalco. E già alle 16, quando si riunirà per la prima volta il nuovo Consiglio di amministrazione, dovrebbe essere eletto presidente della Rai. Ma avrà bisogno (lo impone la legge Gasparri) del voto favorevole dei due terzi della Vigilanza per entrare nella pienezza delle sue funzioni. Il seggio elettorale sarà aperto stasera fino alle 21. Se la votazione non fosse completata, si riaprirà domani dalle 8.30 alle 13. Il sì a Petruccioli del centro destra è scontato. Meno certo quello compatto dell'Unione. Romano Prodi, da sempre schierato per un accordo complessivo di garanzia su presidenza e direzione generale, dice: "Debbo purtroppo prendere atto che la maggioranza intende procedere unilateralmente alla nomina del direttore generale. Sono profondamente rammaricato che su un tema decisivo per la democrazia italiana non sia stato ancora una volta possibile un confronto costruttivo". La protesta è contro la candidatura di Alfredo Meocci.
Quale sarà la linea dell'Unione? Stamattina alle 12 si riuniranno separatamente Ds, Margherita e gli altri partiti. Alle 14 vertice dell'Unione (capigruppo della Camera e della Vigilanza, inclusi i partiti non rappresentati nella commissione, come i Comunisti italiani). Per decidere cosa? Dice Giuseppe Giulietti, Ds: "La priorità è garantire un corretto svolgimento della futura campagna elettorale, mandare a casa un Cda illegale da un anno. E se sul direttore generale non ci sarà intesa, si sarà trattato di un affare di famiglia del centro destra che non vincolerà in alcun modo nessuna futura maggioranza". Ovvero: votiamo Petruccioli, se vinceremo manderemo via Meocci. E se in base a questa considerazione Berlusconi decidesse di scompaginare le carte e far indicare da Siniscalco nel Cda oltre a Petroni un nome diverso da Petruccioli, per esempio Francesco Alberoni, per sottolineare come sia colpa solo di Prodi se un Ds come Claudio Petruccioli non possa approdare alla presidenza Rai? Solo voci notturne?
Paolo Gentiloni, responsabile della comunicazione della Margherita: "Il nostro obiettivo è porre fine allo scandalo del Cda monocolore". Conferma il suo collega di partito Enzo Carra: "Come si potrebbe non votare Petruccioli? Rischieremmo di non farci capire dalla gente". Ma i malumori tra i prodiani sono evidenti. Gloria Buffo, Ds: "Ha ragione Prodi, non vedo ragioni per cambiare linea". Dice anche il verde Alfonso Pecoraro Scanio: "Senza una linea condivisa, non avrebbe senso partecipare al voto".
31 maggio 2005