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a cura di G.C. - 30 maggio 2005


Il No travolge la Francia
Giampiero Martinotti su
la Repubblica

PARIGI - Uno sconquasso politico con pochi precedenti, un risultato le cui conseguenze sono ancora incalcolabili: la Francia ha bocciato la Costituzione europea con il 55-56 per cento di no e una partecipazione vicina al 70 per cento. Un paese malato, scontento, roso dal tarlo della disoccupazione e dalla paura dell´avvenire ha preso a pretesto l´Europa per esprimere ancora una volta la sua rabbia. La vittoria del no è stata talmente ampia da indurre Jacques Chirac a intervenire poco dopo le prime proiezioni: "Avete maggioritariamente respinto la Costituzione europea. È la vostra decisione sovrana e ne prendo atto". Il nostro destino resta comunque legato all´Europa, ha continuato, e difenderò l´interesse nazionale a Bruxelles, anche se "la decisione della Francia crea inevitabilmente un contesto difficile per la difesa dei nostri interessi in Europa". Infine, Chirac ha detto di voler rispondere "alle inquietudini e le attese" manifestatesi nelle urne "dando un nuovo e forte impulso all´azione governativa": l´annuncio della formazione di un nuovo governo arriverà nei prossimi giorni.
Il successo del no è stato festeggiato sulla piazza della Bastiglia da alcune centinaia di militanti trotzkisti e no global.

Il voto di ieri è un terremoto come quello del 21 aprile 2002, quando Jean-Marie Le Pen arrivò al ballottaggio delle presidenziali. È un avvertimento a tutta la classe politica, di destra e di sinistra, a tutto l´establishment che ha sostenuto il trattato costituzionale. Il paese ha espresso la sua ira contro le élites incapaci di arginare la disoccupazione, di bloccare le delocalizzazioni industriali, di ridurre la precarietà, di dare un orizzonte a un paese impaurito dalla mondializzazione, dalla fine di un mondo in cui lo Stato poteva svolgere il suo ruolo protettivo. I dati raccolti dagli istituti demoscopici sono chiari: fra le motivazioni degli elettori del no figura in testa la disoccupazione (46%), seguita dalla volontà di esprimere la propria esasperazione (40%) e dalla voglia di vedere la Costituzione europea rinegoziata (35%). A votare no è stata la grande maggioranza dei simpatizzanti della sinistra (67%), cui si sono uniti gli elettori dell´estrema destra e della destra populista del vandeano Philippe de Villiers.
Il responso delle urne ha anche mostrato le molteplici fratture che attraversano il paese. Quella sociale, per esempio: l´81 per cento degli operai ha votato no, il 62 per cento dei quadri superiori ha votato sì. Quella generazionale: solo gli ultrasessantenni hanno votato maggioritariamente per il sì, tutti gli altri si sono schierati per il no. Quella geografica: le città hanno detto sì (Parigi al 55%), le zone rurali no. Tre dati che dimostrano le profonde divaricazioni nella società francese, il cui modello sociale scricchiola da tutte le parti.
Nella classe politica regna però una gran confusione sulla risposta da dare al malessere del paese. Lo dimostrano anche le reazioni di ieri sera. Il fronte del no non è omogeneo: la sinistra sembra disordinatamente auspicare una nuova "union de la gauche" come quella degli anni Settanta, l´estrema destra chiede le dimissioni di Chirac. Ma le divisioni attraversano anche il fronte del sì, con i socialisti all´attacco del presidente della Repubblica e del governo: secondo loro, il voto è stato motivato quasi interamente dalla voglia di protestare contro la politica economica del duo Chirac-Raffarin. Infine, le divisioni agitano la destra: Nicolas Sarkozy, presidente dell´Ump, ha commentato il voto con un discorso da candidato primo ministro, preconizzando una politica liberale. Una posizione in aperta contraddizione con le motivazioni del voto e con le intenzioni attribuite a Chirac, contrario a una politica decisamente liberista.
Il più preoccupato è sembrato il centrista François Bayrou, fervente sostenitore dell´integrazione europea. Secondo la sua analisi, la crisi del paese è talmente profonda che non può essere risolta solo con un cambio di governo.



Non alzare bandiera bianca
Sergio Romano sul
Corriere della Sera

La gravità di una crisi si misura in ultima analisi dalla reazione di coloro che ne sono colpiti. Quella che è scoppiata ieri in Europa dopo il deciso no francese alla costituzione dell'Unione è certamente grave, ma non è la sola che il processo d'integrazione ha dovuto affrontare nel corso della sua storia. Vi sono stati altri momenti drammatici: il voto contro la ratifica della Comunità europea di Difesa al Parlamento francese nell'agosto del 1954, la "sedia vuota" della Francia al Consiglio della comunità dal luglio all'ottobre del 1965, il no della Danimarca al trattato di Maastricht nel giugno del 1992, il no dell'Irlanda al trattato di Nizza nel giugno del 2001. In ciascuno di questi casi l'Europa ha evitato il collasso o la secessione, ha ricucito lo strappo, ha trovato soluzioni intelligenti e inventato nuovi percorsi.
Il primo problema da affrontare oggi (un problema da cui dipende per molti aspetti l'evoluzione della crisi) è la continuazione del processo di ratifica nei Paesi in cui non si è ancora votato. Il caso è previsto in una dichiarazione allegata alla Costituzione: se al termine di un periodo di due anni a decorrere dalla firma del trattato, i quattro quinti degli Stati (quindi 20 su 25) hanno ratificato e "uno o più Stati membri hanno incontrato difficoltà nelle procedure di ratifica", la questione passa al Consiglio europeo. Qualcuno sostiene che il no della Francia rende questo percorso inutile e persino dannoso. L'esempio di Parigi potrebbe contagiare un gran numero di Paesi e rendere la crisi irreversibile. Il governo britannico, in particolare, sarebbe lieto di rinunciare al proprio referendum e di sottrarsi così a una prova difficile.

I Paesi che hanno già ratificato sono nove e comprendono, tra gli altri, due Stati fondatori: Italia e Germania. Se noi chiudessimo la partita oggi commetteremmo almeno quattro errori. Daremmo alla Francia, implicitamente, un diritto di veto. Daremmo uno schiaffo alla Danimarca e all'Irlanda. Svaluteremmo il voto di coloro che hanno già ratificato. E regaleremmo alla Gran Bretagna (un Paese da sempre "bifronte", mezzo europeo, mezzo atlantico) il diritto di sottrarsi impunemente all'ora della verità.
Se continueremo il processo di ratifica, invece, raggiungeremo almeno due risultati: avremo una radiografia completa dell'Europa e, soprattutto, obbligheremmo la Francia, nel frattempo, a valutare responsabilmente il peso delle proprie decisioni. Il no francese è un pot pourri di sentimenti, pregiudizi e valutazioni contraddittorie. Spetta al governo francese, dopo tutto, decidere quali siano le critiche di cui intende tener conto e quali quelle che considera irricevibili. A noi, nel frattempo, spetta tenere viva la prospettiva della costituzione senza fasciarci la testa prima di averla rotta.


La vittoria degli egoismi
Luigi Bonanate su
l'Unità

Anche se non era sulla Costituzione della grande Rivoluzione francese, il referendum di ieri è stato vissuto come una questione di politica interna: per questo non si capivano le ragioni progressiste di un "no" che si sommava oggettivamente a quello della destra di Le Pen. È un bel rompicapo spiegarsi perché una parte della sinistra francese, che era in ripresa elettorale, abbia pensato bene di mettersi in una situazione da cui sarebbe uscita sconfitta con qualsiasi risultato.
Perché era spaccata, perché una delle due metà doveva inevitabilmente perdere. E comunque, così, s'è fatta perdere anche l'Europa. Che il terreno della battaglia elettorale sia stato ben più quello della politica interna che della politica europea è il dato su cui riflettere, e comporta considerazioni di ordine procedurale e sostanziale. Una prima constatazione riguarda tutti gli europei, e cioé: siamo di fronte al primo grande dibattito popolare di politica europea (che per di più è anche una sconfitta). Lo scontro politico partitico non si era mai acceso così intensamente per una questione non squisitamente di politica interna. Ma lo strappo francese ci dice che il potere europeo, la burocrazia centrale tanto sfuggente al controllo popolare, è stata tirata per la giacchetta e con questa mobilitazione elettorale è stata richiamata al fatto che le sue decisioni e le sue intenzioni non hanno valore se prese senza consultare la base, l'elettorato.
Ed allora anche l'alternativa tra le procedure di approvazione va riconsiderata, non in termini di opportunità, ma di democrazia. In Italia come in Germania la ratifica del trattato costituzionale è avvenuta per via parlamentare praticamente senza che nessuno se ne accorgesse; in Spagna invece se ne è discusso, si è votato, e il partito al governo ha appoggiato un "sì" che è stato consapevole e popolare, tanto che molti avevano pensato che quel voto (dato già a fine febbraio) avrebbe stemperato la polemica e aiutato il "sì" francese. Ma perché era da preferire? Si può ben dire che il dibattito europeo finora non abbia raggiunto l'altezza che un tema come la Costituzione comune merita. In ciascuno dei 25 Paesi-membri le considerazioni di politica interna stanno prevalendo su quelle europeistiche. Ma questo voto non è fine a se stesso e mette in evidenza quanto il grado di interdipendenza tra i 25 sia intenso: quante volte si è detto nelle settimane scorse che se il "no" avesse prevalso l'intero trattato costituzionale sarebbe diventato carta straccia per tutti?
È proprio così? In realtà ogni "no" suona, oggi come oggi, meno come una sanzione anti-europea che come una chiusura nazionalistica ed egoistica: sono preoccupazioni circa la politica economica, la fiscalità, i contributi comunitari ciò che oggi sta a cuore a elettori appesantiti dal declino economico e che stanno perdendo lo slancio che avevano trovato per opporsi alla guerra in Iraq, scendendo in piazza a manifestare, e che ora invece hanno uno sguardo molto più corto. È questa un'amara lezione che non dobbiamo scordare: i governi liberisti (di destra, insomma) deprimono le classi popolari perché non è a esse che si rivolgono ma ai piccoli e privilegiati ceti che dalle grandi operazioni di Borsa (per noi incomprensibili: che sta succedendo tra le banche in Italia?), comunque finiscano, traggono sempre utili favolosi. Agli altri non restano che i rinnovi contrattuali...

La Francia, come l'Italia, sta marciando verso elezioni che potrebbero terremotare i rispettivi sistemi politici: val la pena osservare che un certo isterismo che in entrambi i Paesi si è manifestato rischia di complicare enormemente le rispettive campagne elettorali. Oltre a essere uno schiaffo alla natura della vita democratica, questa esasperazione precoce può avvelenare il dibattito politico non solo nei due Paesi, ma in tutta Europa: la Germania sta per votare; la Gran Bretagna lo ha fatto ma appare insoddisfatta e comunque non ha gran voglia di ratificare il trattato. La palla è ora in Olanda, dove sulla Costituzione si vota il primo giugno...


Uno smacco per l'Europa
Bernardo Valli su
la Repubblica

Il risultato di un referendum è brusco. Brutale. Suona come un verdetto. La maggioranza dei "No" uscita dalle urne ieri sera, attesa, quasi scontata, ma robusta (54,4 %), è stata accolta, sul momento, come una inesorabile condanna dell´Europa. Era la prima condanna, nella storia unitaria, uscita dalle trippe di un grande paese fondatore, e ha suscitato una comprensibile, forte emozione. La passione che aveva acceso il dibattito nelle settimane scorse si è riversata nelle reazioni all´annuncio del risultato. Un risultato con una precisa impronta popolare. La Francia si è mobilitata, l´affluenza ha toccato quasi un record (più del 70 %).
Non si puo´ certo negare la consistenza del rifiuto. Ma neppure l´intensità dello stupore di fronte a quel rifiuto di massa. E´ stato come se l´Europa in costruzione si scoprisse all´improvviso senza una delle sue principali colonne portanti: la Francia. Quindi si sentisse barcollante. Non pochi hanno denunciato una sensazione di vuoto. La valanga di No è stata paragonata a una mannaia che ha decapitato l´Europa. C´è chi ha parlato di una mutilazione. Altri di una diserzione. Altri ancora di un baratro. Elenco queste eccessive manifestazioni di sgomento perché rivelano che l´Europa appena maltrattata, appena punita, sta molto più a cuore di quanto il verdetto del referendum lascia pensare. Le trippe hanno reagito nei due sensi.
E adesso? Anzitutto, superata la sorpresa e vinta l´emozione, va detto che i francesi non hanno respinto l´Europa ma bocciato il Trattato costituzionale che le avrebbe dato una dimensione politica più precisa. Jacques Chirac non ha perso tempo. Si è affrettato a ricordare, comparendo alla televisione, che la Francia resta fedele all´Europa, nella sua qualità di paese fondatore. Questa appartenenza non è minimamente in discussione.
Sebbene il suo ruolo non venga favorito dal risultato del referendum. Nel frattempo, nell´attesa di ridiscutere la Costituzione, l´Unione funzionerà secondo il trattato di Nizza, attualmente in vigore. Non sarà facile per Chirac assecondare nei futuri negoziati gli elettori di sinistra che hanno giudicato la nuova Costituzione troppo liberista sul piano economico e troppo avara su quello sociale; e al contempo gli elettori di estrema destra che al contrario l´hanno bocciata perché troppo invadente e irrispettosa nei confronti dello Stato nazionale.

Insieme, i due rifiuti hanno vibrato uno schiaffo che lascerà l´impronta. Non è escluso che la manifestazione di sfiducia metta in agitazione i mercati e pesi sull´euro nelle prossime ore o giorni. Essa getta soprattutto lo scompiglio nella società politica europea. Che fare? La crisi covava da tempo nell´Unione. I francesi l´hanno fatto scoppiare. I motivi che li hanno spinti sono in gran parte discutibili, ma sono gli stessi che si trovano negli altri paesi occidentali.
La causa principale dell´euroscetticismo esploso ieri nelle urne risiede nella mondializzazione. In sostanza nei limiti da porre all´abbattimento delle frontiere. Il "modello europeo" non è più ritenuto capace di mantenere un equilibrio tra liberalismo economico e solidarietà sociale. Le direttive impartite dall´Unione appaiono deliranti, perché considerate di ispirazione anglosassone, e quindi impregnate di troppo liberismo, e prive di equità.
Capaci soltanto di arricchire i ricchi e di impoverire i poveri. La demagogia populista ha un vasto terreno di manovra. Durante la campagna del referendum francese ha moltiplicato i No .

Quei No hanno investito in pieno Jacques Chirac e il suo governo. Il presidente esce politicamente massacrato da questa prova che ha voluto, nella speranza di ottenere una maggioranza di Sì, e di rinverdire cosi la sua immagine in patria e in Europa.
Nell´indire il referendum egli guardava all´appuntamento decisivo del 2007, quando si terranno le elezioni presidenziali. Il risultato è stato deludente: ha provocato una doppia crisi: in Patria e in Europa. Ieri sera ha annunciato un cambio nella politica del governo, e implicitamente quella del primo ministro Raffarin, da tempo sul piede di partenza, e destinato nei prossimi giorni ad essere sacrificato sull´altare del referendum. Ma l´uscita di scena di Raffarin era scontata e non sarà sufficiente. Già ieri sera, neppure un´ora dopo il risultato del referendum, comparendo sui teleschermi lasciati liberi da Chirac, Nicolas Sarkozy ha aperto il fuoco. Ha definito gravissima la crisi aperta dai No alla Costituzione europea e ha indicato come responsabile la politica del governo. Sgradito pretendente alla successione di Chirac, Sarkozy ha fretta, e nella sua qualità di responsabile del partito di maggioranza ha a sua disposizione molti strumenti per boicottare domani il nuovo primo ministro, e rendere sempre più difficile la vita del presidente della Repubblica. Quest´ultimo non ha alcuna intenzione di dimettersi. Non è nel suo stile.

Il partito socialista, principale partito della sinistra, esce a pezzi dalla prova. Questo è il solo obiettivo raggiunto da Chirac. L´opposizione è in frantumi. Non ha più candidati validi, accettabili dall´insieme del partito, da presentare alle prossime presidenziali. Dopo avere vinto tutte le elezioni amministrative negli ultimi anni, e di avere buone possibilità di conquistare la massima carica dello Stato, il partito socialista si è spaccato in due: da un lato Laurent Fabius, capo fila del No; dall´altro François Hollande, capo fila del Sì. Non sarà facile rinconciliarli. Essi figurano tra le rovine provocate dal referendum su una Costituzione, che pochi hanno letto. Conta 448 articoli e quasi cinquecento pagine.


Prodi schiera i suoi volontari
S.B. su
la Repubblica

ROMA - La "Fabbrica" di Romano Prodi accende i motori e parte con una "campagna di ascolto degli italiani". Un progetto che prevede di intervistare almeno 80 mila persone, dalle quali raccogliere suggerimenti e proposte che finiranno nel programma dell´Unione. Ad ascoltare le voci degli elettori saranno 1000 volontari che lavoreranno nel padiglione colorato di giallo che ospita la sede della "Fabbrica". Ieri il Professore ha salutato i primi 500 che sonderanno gli italiani. Da Creta, dove è in vacanza, Prodi ha detto ai volontari: "Mi conforta vedere che in questi giorni difficili la vostra passione e il vostro impegno non sono venuti meno, anzi, si sono rafforzati. Vi ringrazio per quello che fate e farete per il successo del nostro e vostro progetto". Il Professore conta molto sull´iniziativa battezzata "Dite la vostra sul programma". "Il vostro lavoro - dice ai volontari - ha una grande importanza per il progetto che stiamo realizzando. Il paese attraversa un momento di estrema difficoltà e per ripartire ha bisogna di un governo autorevole, stabile e coeso".
Nella sua telefonata, Prodi accenna ai "giorni difficili" che sta vivendo l´Ulivo. Giorni che non sembrano proprio finire. Ieri a litigare ci hanno pensato lo Sdi di Enrico Boselli e la Margherita. Il leader dei Socialisti democratici apre infatti la direzione nazionale del partito ammonendo Francesco Rutelli: "Se la Margherita si sottrae al processo di costruzione dell´Ulivo, ciò non è un fatto di poco conto. Anzi, determina un vero e proprio punto di crisi che è necessario superare. La Margherita che divorzia da Prodi è una cosa diversa dalla Margherita ideata da Prodi". Boselli nella stessa circostanza provvede anche a chiudere la porta della Federazione, orfana della Margherita, ad Antonio Di Pietro e Oliviero Diliberto. La lista deve avere una netta caratterizzazione riformista, spiega il segretario dello Sdi. Dunque ne dovrebbero fare parte i diessini e i repubblicani della Sbarbati. Ma il problema principale, per Boselli resta lo strappo di Rutelli. "Ora se non si presenta la lista unitaria alle prossime elezioni politiche è del tutto evidente che - conclude - entra in crisi il progetto dell´Ulivo".
Le parole di Boselli non sono molto piaciute alla Margherita.

In questo clima Piero Fassino cerca di ricomporre lo scontro. "Abbiamo bisogno di Prodi, e abbiamo bisogno della Margherita. I Ds lavorano perché sia così", dice il segretario della Quercia.


Berlusconi: partito unico, poi potrei lasciare
Marisa Fumagalli sul
Corriere della Sera

BOLZANO - Sventolano le bandiere di Forza Italia, in piazza della Vittoria. "Silvio-Silvio-Silvio", scandiscono a squarciagola i fan, e si spellano le mani per gli applausi. Attacca il comizio il premier, e già si sente in campagna elettorale. Quella prossima ventura del 2006. "Continuiamo, andiamo avanti, non molliamo", ripeterà più volte. Gran pienone di gente. In fondo, nelle retrovie, si levano i fischi dei contestatori. Il capo del governo, con la sindrome dell'accerchiamento mediatico, gioca d'anticipo: "Vedrete - arringa - domani i giornali nazionali titoleranno "Berlusconi contestato a Bolzano"...". Esagerato. Il bagno di folla (e quello di sudore, visti i 30 gradi che segna il termometro) c'è stato davvero. Quanto ai ribelli, trattasi di un gruppetto di studenti anarcoidi e di altri che hanno fatto gli spiritosi giocando sulla sconfitta del Milan da parte del Liverpool.
Così succede, alle 8 di domenica sera, nel capoluogo sudtirolese. Dove il presidente del Consiglio è arrivato, su pressante invito di lady Michaela Biancofiore (bionda, tosta, in tailleur nero, tacchi a spillo, body rosa e borsa in tinta), coordinatrice locale di Forza Italia, per festeggiare la storica elezione del nuovo sindaco di Bolzano Giovanni Benussi (in quota Alleanza Nazionale), che tuttavia incontra serie difficoltà a formare la Giunta. Silvio Berlusconi, dunque, dopo il faccia a faccia all'hotel Laurin con i leader della Sudtiroler Volkspartei, in primis il presidente della Provincia Luis Durnwalder (la Svp è l'ago della bilancia per i nuovi equilibri dell'amministrazione), in piazza, spazia a largo raggio con la politica; annuncia i programmi futuri, batte il chiodo del partito unico dei moderati, che deve andare in porto. "Da parte mia - dice - io sarei felicissimo se la mia esperienza politica si coronasse con questo sogno. A me questo finale di esperienza politica piacerebbe, sarebbe per me restare nella storia. Ciò nonostante sono a disposizione del mio Paese se ci fosse la necessità". Berlusconi già pensa allo statuto, a "regole trasparenti e democratiche con cui la casa degli italiani potrà scegliere i propri protagonisti e chi dovrà salire alle varie cariche dello Stato: dalla presidenza della Repubblica, alla presidenza del Consiglio, dalla presidenza della Camera e del Senato, fino ai singoli ministeri".

Il discorso politico del premier corre sul filo di leit motiv conosciuti - la libertà, i media avversi, il centrosinistra in malafede, gli ostacoli nella sua coalizione, il patto con gli italiani firmato da Bruno Vespa, il programma quasi portato a termine, le tasse ridotte, l'occupazione, le grandi opere - e pone l'accento sulla riscossa elettorale (dopo la batosta alle Regionali), con il successo di Catania e ora quello di Bolzano. Le elezioni del 2006 si avvicinano, Berlusconi culla il sogno di una nuova vittoria. Gli preme, però, che essa avvenga nel segno della "Casa comune dei moderati". Il brindisi, Fratelli d'Italia cantato in coro, chiudono la manifestazione. E la Giunta di Bolzano? A quanto pare, non c'è stato accordo con la Svp. I post fascisti fanno venire troppi mal di pancia a Durnwalder e a tutto il partito della Stella Alpina. Ma le grandi manovre sono appena cominciate.


La voce del bandito
Andrea Purgatori su
l'Unità

È di Timor Shah la voce fuori campo che interroga Clementina Cantoni, nel video trasmesso ieri dalla televisione afghana Tolo Tv. Identificarla è stato semplice. Gli uomini del Sismi hanno ormai numerose registrazioni di telefonate fatte da questo bandito che, a nome del gruppo di criminali che hanno sequestrato la volontaria italiana di Care International, conduce da due settimane le trattative per la sua liberazione. Nella comunicazione con cui spiegava alla redazione di Tolo Tv dove trovare il video.
Timor Shah ha chiesto che il negoziato si svolga direttamente con le autorità italiane e ha fissato un nuovo ultimatum - l'ultimo, ha sostenuto - che scade alle 19 di oggi (ora di Kabul).
Che la trasmissione di un video con l'ostaggio fosse un passaggio obbligato, lo aveva preannunciato lo stesso Timor Shah in una telefonata fatta mercoledì scorso. E proprio a mercoledì o giovedì risalirebbe la registrazione, nella quale Timor Shah alterna frasi in dialetto duri ad altre in pashtun e imbecca Clementina con un inglese stentato ricordandole l'inizio di ogni frase che deve pronunciare ("Mi chiamo Clementina Cantoni… Mio padre si chiama Fabio… Mia madre, Germana… Il fratello di mio padre, Luciano"). La prova che non si tratta di un video recentissimo, è nel punto cruciale in cui Timor Shah vuole far dire a Clementina che giorno è. Il bandito prima si blocca perché non sa come tradurre la sua richiesta in inglese, chiede consiglio a qualcuno che non si vede, poi insiste sulla parola "sunday" (domenica) ma Clementina sbaglia la data e dice che si tratta del 28 maggio, quando invece ieri era il 29.
Clementina appare seduta davanti a un muro grigio, avvolta in un abito marrone, con la testa coperta da un fazzolettone color carta da zucchero. Ai lati, due uomini col volto coperto le tengono la canna dei kalashnikov puntata alla tempia. Secondo una prima analisi, la registrazione conferma che è in buone condizioni, compatibilmente con lo stato di detenzione. Appare solo frastornata, ma comunque lucida e attenta. Questa era stata anche la valutazione del medico che, 48 ore dopo il sequestro, gli uomini del Sismi erano riusciti a inviare nel rifugio dei banditi per farla visitare.

E adesso? Le condizioni reali poste da Timor Shah per la liberazione di Clementina non sono cambiate ma non tutte sono state risolte. La prima riguarda sua madre, che era in carcere con l'accusa di omicidio e adesso si trova nelle mani dei negoziatori italiani (le autorità afgane non si opporrebbero a uno scambio). La seconda condizione di Timor Shah sembra che sia economica. Un riscatto in denaro. La terza è un salvacondotto che dovrebbe consentire a lui e al resto della banda di lasciare il Paese, una volta liberato l'ostaggio. È questo il nodo più difficile da sciogliere.
Le incomprensioni e gli attriti tra i negoziatori italiani sul campo (gli uomini del Sismi e l'ambasciatore - Ettore Sequi, diplomatico con grande esperienza di questo genere di crisi avendo lavorato per anni nell'Iran in guerra e nell'Albania della guerra civile) e le autorità afghane sono stati momentaneamente messi da parte. Anche perché alle proteste del governo di Kabul per nostre presunte interferenze, gli italiani avrebbero replicato indicando una serie di elementi che lasciano immaginare un coinvolgimento nel sequestro da parte di uomini delle istituzioni locali. Confronti e chiarimenti a livello politico sembrano dunque rinviati a dopo. Ma dopo quando?
Se il nodo del salvacondotto sarà sciolto entro oggi e i negoziatori italiani avranno in mano le garanzie per avviare l'ultima fase della trattativa, Clementina potrebbe essere libera entro 48 ore. Se invece lo scenario presenterà ancora elementi di incertezza e di rischio eccessivi, servirà forse un'altra settimana. Nello scorso autunno, i tre operatori delle Nazioni Unite sequestrati da una banda che presenta analogie con quella che ha in mano la volontaria italiana (a livello di contatti con le istituzioni locali), furono liberati dopo 27 giorni. Oggi, Clementina è in ostaggio da 15.


  30 maggio 2005