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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 28 maggio 2005


La Costituzione e i fondamentalisti
Stefano Rodota' su
la Repubblica

ERA prevedibile, ed era stato detto, che la legge sulla procreazione assistita sarebbe stata utilizzata come apripista per mettere in discussione, peraltro in modo improprio, le norme sull'aborto. Qualche difensore della legge 40 aveva sostenuto che questo non era vero, probabilmente preoccupato d'una possibile reazione, in particolare delle donne, ricordando che la legge sull'aborto era stata confermata con un massiccio 88,4% dei votanti in occasione del referendum del 1981.

Ma ora dall'interno della maggioranza vengono esplicite dichiarazioni in quel senso. È bene, quindi, rendersi conto del fatto che il voto del 12 giugno serve anche a respingere questa tentazione.

In realtà, l'intera vicenda della legge sulla procreazione assistita è nata, si è sviluppata e si svolge all'insegna di una regressione istituzionale, e ormai ha assunto i caratteri di una inequivocabile, anche se indiretta, messa in discussione della stessa Costituzione. È un segnale inquietante, che scavalca la legge in discussione, e che quindi esige da tutti una valutazione approfondita che vada oltre l'occasione referendaria.

Potrebbe sembrare il contrario se si considerano i richiami che molti sostenitori del no e dell'astensione fanno alla Costituzione, sottolineando che assicura tutela al concepito, e alla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, sottolineando che il suo articolo 2 riconosce il diritto alla vita. Ma è proprio il modo in cui sono fatti questi richiami a mostrare subito come il quadro costituzionale venga profondamente e pericolosamente distorto.

Il riferimento alla tutela del concepito è tratto dalla sentenza con la quale, nel 1975, la Corte costituzionale dichiarò parzialmente illegittimo l'articolo del codice penale che puniva chi interrompeva la gravidanza di una donna consenziente, avviando così quella depenalizzazione dell'aborto che avrebbe poi trovato pieno riconoscimento nella legge n. 194 del 1978. Ma che cosa dice davvero quella sentenza, pronunciata da una Corte presieduta non da un pericoloso relativista laico, ma da un rigoroso esponente dei giuristi cattolici, Francesco Paolo Bonifacio? Parla sì di un fondamento costituzionale per la tutela del concepito, ma immediatamente dopo aggiunge: "questa premessa va accompagnata dall'ulteriore considerazione che l'interesse costituzionalmente protetto relativo al concepito può venir in collisione con altri beni che godano pur essi di tutela costituzionale e che, di conseguenza, la legge non può dare al primo una prevalenza totale ed assoluta, negando ai secondi adeguata protezione". E, con assoluta nettezza, conclude così: "non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell'embrione che persona deve ancora diventare".

Letta nella sua interezza, quella decisione va dunque nella direzione opposta rispetto a quella verso la quale i sostenitori della legge vorrebbero forzarla. È inammissibile quella sorta di dittatura dell'embrione, che ispira l'intera legge, perché all'interesse del concepito non può darsi una tutela assoluta che travolga ogni altro interesse in gioco e perché l'embrione non può essere considerato persona. Attenzione: il discorso della Corte è tanto più forte in quanto, pur usando termini come concepito e embrione, in realtà si riferisce al feto, dunque ad un embrione in uno stadio molto più avanzato e già impiantato nel corpo materno. A maggior ragione, quindi, esso vale per embrioni nei loro stadi iniziali e ancora non impiantati.

Caduto questo maldestro tentativo di dare fondamento costituzionale al modo in cui la legge sulla procreazione assistita definisce lo statuto dell'embrione, risaltano con evidenza ancora maggiore le forzature che essa contiene, vere e proprie cancellazioni di principi e valori che stanno alla base della prima parte della Costituzione, dove si disciplinano libertà e diritti fondamentali. È ignorato il principio di dignità nel momento in cui la donna non è considerata nel suo particolarissimo rapporto con chi solo attraverso di lei può nascere, ma viene ridotta a puro contenitore. Viene negata l'eguaglianza dei cittadini davanti alla legge attraverso una serie di irragionevoli divieti all'accesso delle donne alle tecniche procreative. Si comprime così il diritto alla salute, il cui carattere "fondamentale" è affermato dalla Costituzione e ripetutamente ribadito dalla Corte costituzionale. Si sottopone a controllo il corpo della donna e si cancella la soggettività femminile.

Siamo di fronte ad una operazione analoga a quella realizzata con la riforma che ha alterato principi ed equilibri della seconda parte della Costituzione. Emerge ora la volontà di distaccarsi anche dai valori contenuti nella prima parte, sostituendoli con riferimenti che cancellano principi condivisi (dignità, eguaglianza, salute) e che propongono in modo autoritario un'idea di natura astratta da cultura, storia, scienza. Questo tentativo è ancor più pericoloso di quello perseguito con la riforma costituzionale, perché questa volta si toccano le libertà e i diritti fondamentali.

Si è aperto un conflitto destinato a proiettarsi nel futuro. E questo accade perché è stato abolito il filtro costruito pazientemente intorno allo Stato costituzionale dei diritti, anche come strumento di coesione sociale e di reciproco riconoscimento tra persone e gruppi.

Oggi ci troviamo su un crinale molto sottile, in bilico tra Stato democratico e Stato etico, tra libertà e autoritarismo. Per uscire da questa difficile situazione non ci si può più affidare alla sola libertà di coscienza dei parlamentari. Per molti motivi. Anzitutto perché, trincerandosi dietro questo argomento, non ci si accorge che, quando si interviene sulla vita, si rischia di negare la libertà di coscienza degli altri, di tutti i cittadini. E poi perché si rimane chiusi in un'idea di legislazione, di produzione delle norme, ignara della necessità di una paziente costruzione di consenso sociale quando si tratta di passare dall'etica al diritto. Altrimenti la legge, che dovrebbe chiudere il conflitto, lo incentiva, esponendosi al rifiuto dei cittadini, all'aggiramento da parte di chi ha risorse culturali ed economiche per farlo. Così le leggi falliscono e il loro autore, il Parlamento, viene delegittimato, o addirittura cade nel discredito.

Forse bisognerebbe riflettere sulle sagge sentenze ricordate all'inizio, che non negano tutela giuridica all'embrione, ma indicano come la via corretta per farlo non sia quella dell'orgoglio ideologico, ma della sobrietà democratica. Che non impone impossibili equiparazioni, ma si impegna nel distinguere e nell'offrire discipline differenziate, permettendo pure quel confronto continuo che, solo, può consentire la nascita di posizioni comuni, come stava accadendo prima dell'improvvido intervento legislativo.

È troppo tardi per tornare su questa strada, per fermare la decostituzionalizzazione ideologica dell'intera Costituzione? La discussione sui referendum dovrebbe aver aperto gli occhi di molti. Dopo il voto, e quale che ne sia l'esito, verrà il momento per rivendicare con forza, contro risse e forzature, le ragioni di una politica colta e appassionata. A condizione di saperlo fare.


Io non andrò a votare I diritti non si sforbiciano
Marcello Pera* sul
Corriere della Sera

Fra i tre diritti costituzionali di cui disponiamo al referendum sulla legge che disciplina la fecondazione assistita ( votare sì, votare no, astenersi), il terzo, che è quello di cui personalmente mi avvarrò, sembra il più controverso. Lo si considera un inganno o uno stratagemma furbo di chi, pur non prendendo partito, decide dell'esito del referendum.
Ritengo che sia vero il contrario. Astenersi in modo deliberato e consapevole non significa lavarsi le mani dei quesiti referendari, piuttosto significa conoscerli, volere che la legge resti così com'è, e soprattutto significa affidare al Parlamento il compito della sua eventuale revisione.
In tutto il mondo, i temi di bioetica dividono non solo le forze politiche ma le coscienze dei cittadini. Gli stessi competenti ( supposto che nelle questioni morali esistano « i competenti » ) hanno opinioni diverse, e le cambiano in modo rapido con il cambiamento, ancora più rapido, dei termini tecnici delle questioni.

* Presidente del Senato


Firmata l'intesa per gli statali. Ma sull'accordo del '93 sindacati divisi
sommari de
l'Unità

Non c'erano Fini e Berlusconi, ma l'accordo sugli statali è stato firmato lo stesso in nottata. L'aumento medio sarà di 100 euro lordi e gli stanziamenti finiranno nella Finanziaria 2006. Sono previsti incentivi alla produttività (lo 0,5% delle risorse) e si prevede un confronto su mobilità e innovazione nella Pubblica amministrazione. Il governo voleva inserire nel testo norme di revisione del modello contrattuale del '93. Un tentativo respinto dalla Cgil ma accolto dalla Cisl. La Rdb non revoca gli scioperi.


Ultimo tassello della riforma Moratti: la scuola per poveri e quella per ricchi
sommari de
l'Unità

Passa in Consiglio dei ministri l'ultimo tassello della riforma Moratti, quella che introduce un "doppio canale di istruzione": da una parte i licei, da cui si può andare all'università, dall'altra gli istituiti professionali che ti indirizzano senza troppa possibilità di scelta verso il mondo del lavoro. Il centrosinistra: una controriforma classista da buttare.


Palazzo Chigi, oasi della sigaretta
senza Sirchia il divieto va in fumo
Fini a Calderoli ignorano la legge dell'ex ministro della Salute. I colleghi ironizzano: "È alla Farnesina, gode dell'immunità diplomatica"
Mario Calabresi su
la Repubblica

Nel Paese che ha proibito il fumo nei ristoranti, negli uffici, sui treni e nei bar, c'è un solo luogo dove la regola non vale, un solo edificio pubblico dove ci si può accendere una sigaretta, un sigaro o una pipa senza che nessuno batta ciglio. Il luogo dove la legge non si applica è lo stesso dove è stata scritta: Palazzo Chigi.

Lì, partendo dalle scale, passando per i pianerottoli e arrivando finalmente alle stanze simbolo del potere - la Sala Verde e la sala del Consiglio dei ministri - ha preso corpo la rivincita dei fumatori: il divieto è andato in fumo.

Il "liberi tutti" ha una data simbolica: il 23 aprile, giorno del licenziamento di Girolamo Sirchia. Insieme al padre della legge se n'è andato una sorta di timore reverenziale ma soprattutto è svanita una promessa. "Purtroppo - raccontò il ministro della Salute - ho avuto la conferma che se decidi un provvedimento giusto c'è una minoranza che mette in atto una sorta di piacere torvo a distruggerlo. Ma è una minoranza che sa di aver perso". E aggiunse, per sottolineare di aver vinto la sua battaglia: "Gianfranco Fini ha preso un impegno ufficiale: non fumerà più in Consiglio dei ministri". Tre giorni dopo però, il 14 gennaio, la promessa rischiava già di non essere mantenuta.

Entrando alla prima riunione di governo dopo l'entrata in vigore della legge, il ministro degli Esteri salutava con una sigaretta accesa tra le dita. Era Carlo Giovanardi, che tenero non è con i tabagisti, ad avvicinarlo: "Gianfranco, spegnila o sarò costretto a fare il delatore". Fini accettò di buon grado e avrebbe continuato a farlo, secondo quanto raccontano alcuni suoi colleghi, almeno fino al mese scorso.

Poi Sirchia è stato sacrificato alle logiche del rimpasto di governo e al suo posto è arrivato Francesco Storace, fumatore incallito. L'ex governatore del Lazio quella legge non l'ha mai amata. "La vivo come una grande ingiustizia, fa sentire i cittadini colpevoli di un reato che non hanno commesso", dichiarò alla vigilia dell'approvazione del divieto.

Così nella grande sala al terzo piano di palazzo Chigi, che prende il nome dalle tappezzerie e dai tendaggi verdi, il ministro degli Esteri ha rotto il tabù e si è sciolto dalla sua promessa. Dieci giorni fa, durante un incontro affollatissimo con la Confindustria e i sindacati, Gianfranco Fini ha esitato solo un attimo, tamburellando con la sigaretta sul tavolo, poi si è guardato in giro e l'ha accesa. Di fronte a lui, stupiti, c'erano Luca Cordero di Montezemolo, Marco Tronchetti Provera e Andrea Pininfarina. Qualcuno si è chiesto se si potesse di nuovo fumare, quando una voce dal fondo della sala ha sdrammatizzato: "Lo sapete, da quando è alla Farnesina gode dell'immunità diplomatica". Pochi secondi è la stessa libertà se l'è presa il leghista Calderoli, ministro delle Riforme. La scena si è poi ripetuta in Consiglio dei ministri, al primo piano, e ancora l'altroieri sera nella Sala Verde, durante la trattativa per il rinnovo del contratto dei ministeriali. Ora però, per evitare di trovare bicchieri pieni di cicche, un solerte commesso allunga un portacenere.

Fini è sereno, è così legato a quell'abitudine, da aver portato la sua sfida ben più in alto. Al sessantacinquesimo piano del Rockefeller Center, nella mitica Rainbow room, ristorante con spettacolare vista su Manhattan. Facendosi beffe della ben più rigida legge newyorkese, che permette il fumo solo nelle case private o all'aperto, il capo della nostra diplomazia si è acceso una sigaretta tra il primo e il secondo della cena di gala dell'Italian Investor Conference. Raccontano che tra gli invitati americani sia sceso il gelo.

Aveva promesso Sirchia il giorno dell'entrata in vigore della legge, il 10 gennaio, che ci sarebbero stati tre, quattro mesi di tolleranza, che dovevano servire per monitorare la situazione. "Puntiamo ad educare i fumatori "ribelli" evitando le multe, poi la legge verrà applicata con severità, con l'aiuto degli agenti della polizia, della Guardia di Finanza e i Carabinieri". Insomma, a partire da maggio doveva arrivare il giro di vite. Invece sono arrivati i posacenere.


Leadership, processi e tv. Quel lungo duello tra l'Economist e Silvio
sul
Corriere della Sera

Giannelli sul Corriere
  
LONDRA — Lunga è la partita fra Silvio Berlusconi e Bill Emmott, il direttore dell' Economist, e non se ne vede la fine. Anche perché la giustizia italiana, che quattro anni fa venne investita d'una querela per calunnia del presidente del Consiglio al giornalista, ancora non ha trovato il tempo di affrontare il caso. Meglio così, forse, perché è dubbio che un verdetto giudiziario possa risolvere un quesito politico: è adatto Berlusconi a governare un Paese come l'Italia? Fu infatti questa la tesi — « Why Silvio Berlusconi is unfit to lead Italy » — che con una clamorosa copertina il settimanale di Londra espose nell'aprile 2001, alla vigilia delle elezioni che avrebbero riportato al potere Berlusconi dopo il 1994. Forse l'antico giornale, fondato nel 1843 a difesa del libero scambio e divenuto alfiere del liberalismo anglosassone, non aveva mai gettato tutto il suo peso in un caso così personale, ma Emmott si giustificò: « La posizione di Berlusconi è un oltraggio alla democrazia » . Il settimanale aveva sottoposto al magnate italiano 51 domande sull'origine della sua ricchezza, ma per risposta arrivò una denuncia. Berlusconi vinse il voto e la polemica fu messa a tacere.
Ma sotto la cenere c'è brace. Berlusconi, nel 2003, assume la presidenza di turno dell'Unione Europea ed Emmott non si perde l'occasione: commissiona ai suoi due segugi David Lane e Tim Laxton un secondo rapporto, che esce con la copertina, un po' stucchevole, simile a quella precedente: Berlusconi non è adatto a governare l'Europa. Il presidente del Consiglio, che esordisce con la gaffe al Parlamento Europeo ( stuzzicato dal tedesco Martin Schulz, lo paragona a un kapò), si rifiuta di leggere quel dossier: roba per avvocati, dice, e passa oltre. La sua posizione in Italia è fortissima. Ma, come si sa, i politici passano e la stampa rimane. L' Economist tiene Berlusconi sotto la lente e non gliene perdona una: processi, leggi ad personam, legge Gasparri sulle tv. Appena le fortune politiche sembrano abbandonare il leader, torna alla carica: la settimana scorsa, quando i dati indicano un'Italia in recessione mentre Francia e Germania si sollevano un po', porta in copertina la penisola, sorretta da stampelle: « Il vero malato d'Europa » . Berlusconi nega, dice che in Italia c'è gioia, ma la smentita non esce dai confini nazionali: in tutto il mondo è l' Economist di Londra che fa opinione.


Strage di Ustica, morto Davanzali
Aveva 83 anni. Presidente dell'Itavia, perse tutto con la tragedia
sul
Corriere della Sera

ROMA — La storia di Aldo Davanzali è quella di un uomo che ha costruito un impero e ha perso tutto la notte del 27 giugno 1980, quando a nord di Ustica precipitò il Dc 9 dell'Itavia che aveva la sigla I TI GI.
Davanzali, presidente dell'Itavia, venne accusato per la morte degli 81 passeggeri. Per molti mesi l'ipotesi principale fu del « cedimento strutturale » . Davanzali, si disse, faceva viaggiare su « bare volanti » , aveva noleggiato quel vettore nelle Hawaii, un aereo corroso dal sale marino. Nel dicembre 1980, Davanzali reagì: « Ho la certezza che ad abbattere il Dc 9 è stato un missile lanciato da un altro aereo » . Venne incriminato per notizie false e tendenziose, ma non sarà mai processato.
Aldo Davanzali è morto la sera di giovedì, nell'ospedale di Loreto, a 83 anni.
Nullatenente. Malato del morbo di Parkinson, lui che era stato alto, bello, biondo, molto ricco. Nessuno crede più da tempo al « cedimento strutturale » , ma la strage di Ustica è sepolta sotto perizie, atti parlamentari, inchieste, non ha colpevoli, solo il fortissimo sospetto che sia avvenuta una battaglia in quel cielo. Davanzali ha sorriso nel novembre 2004 quando i quattro generali dell'aeronautica rinviati a giudizio per aver depistato le indagini furono assolti, ma due di loro solo perché il reato fu considerato prescritto. E a febbraio il suo avvocato, Mario Scaloni, ha presentato la richiesta di appello, contro la prescrizione.
Davanzali nell'aprile 2001 ha chiesto allo Stato 1.750 miliardi di lire per danni esistenziali e patrimoniali. Dopo la tragedia di Ustica, l'Itavia fallì. Il ministro dei Trasporti di allora, Rino Formica, revocò le concessioni. « Una compagnia distrutta da una menzogna » , dirà più tardi Giuliano Amato, in commissione Stragi. I dipendenti erano mille, l'Itavia tentava, fra le prime, di rompere il monopolio delle compagnie nazionali. Il disastro trascinò anche le altre sette società di Davanzali.



L´agonia di Khodorkovski il processo più lungo di Russia
1.200 pagine di dispositivo sono l´apoteosi di un processo finito nel giorno stesso in cui era cominciato. Iniziata due settimane fa, la lettura della sentenza che condanna il magnate del petrolio non si è ancora conclusa. Decapitando i due oligarchi di maggior successo, il presidente russo ha mandato un segnale all´intera nazione. Il tempo dell´anarchia è finito chi vuol fare affari deve scendere a patti con la nuova nomenclatura del Cremino.
Giampaolo Visetti su
la Repubblica

MOSCA - Mikhail Khodorkovski, per ore, siede assorto nella gabbia. Indirizza lo sguardo assente fuori dalla finestra del tribunale Meshanski, da cui irrompe una focosa primavera russa. Vestito di nero, rasato anche sul capo, profilo affilato e invisibili occhiali, da due settimane ascolta in silenzio la lettura di una sentenza nota dal 25 ottobre 2003. Il giorno dell´arresto fu chiaro che coincideva con la pubblicazione della sua condanna.
Accanto a lui, immobile su una sedia ad ornare un quadernetto, il socio Platon Lebedev. È in carcere dal 2 luglio di due anni fa.
Sono stati gli uomini più ricchi della Russia fondata sulle rovine dell´Urss. In pochi anni, con il gruppo petrolifero Yukos e la banca Menatep, hanno costruito un impero più potente di quello, allo sfascio, guidato dal Cremlino. Oltre venti miliardi di dollari, sfarzi da zar. Il rublo crollava e loro, dai paradisi fiscali, ordinavano di rastrellare i detriti del regime. A uno sfinito Boris Eltsin, dopo aver acquisito per due copechi i pozzi di petrolio e i giacimenti di gas siberiani, inviavano ordini scritti. Carcasse dell´energia sono diventate gioielli tecnologici. I giovani condottieri del capitalismo post-sovietico ora sono qui, ad aspettare umilmente: dieci anni di prigione, per cominciare.
L´interminabile ordine scritto questa volta è per loro, e parte dal palazzo in cui spalancavano le porte a calci. Vladimir Putin, ex capo dei servizi segreti eredi del Kgb, non si è limitato a distruggere il rivale che poteva sottrargli lo scettro. Vuole farne un simbolo, il trofeo del suo potere assoluto.
Implacabile il verdetto: ciò che fu lecito è fuorilegge, chi aspira al trono, in Russia, si prepari alla galera. Cosa c´era di più istruttivo, per legittimare la «verticale del potere» governata da spie e generali, di un processo assurdo, senza prove, palesemente infondato? Cosa avrebbe più rapidamente ridimensionato le ambizioni di voraci oligarchi arroganti, del più solido impero capitalista dissolto al di fuori della legge? Cosa ha consentito di troncare più populisticamente le privatizzazioni liberiste, di restituire a uno Stato autoritario la miniera d´oro delle risorse naturali, se non far marcire in carcere l´eroe dell´economia di mercato? La giudice Irina Kolesnikova, nell´indifferenza nazionale e tra lo sconcerto globale, per il decimo giorno non legge così solo le 1.200 pagine che dovrebbero giustificare la condanna per evasione fiscale e truffa. Recita il copione di un dramma popolare e civile, in cui nessun protagonista è innocente, ma pure nessuno è colpevole dei reati imputati.

«L´assurdo teatro del processo Yukos, il più lungo e misterioso della storia russa - dice il leader liberale Grigori Javlinskij - non è solo uno scontro ad armi impari tra due uomini opposti, se pure brandelli del medesimo frutto marcito, ma tra due epoche infette: quella anarchica e banditesca di Eltsin e quella imperial-staliniana di Putin». «Due tragedie - sintetizza l´analista Boris Kagarlitsky -: il conflitto tra chi è indifendibile e chi è ingiustificabile. Ma il punto è che un cittadino può anche infrangere la legge, uno Stato credibile no».

Il tempo cambia infatti scena e sostanza. All´apertura del processo, fuori dal malandato tribunale distrettuale di Mosca, premevano giornalisti, politici, avvocati, organizzazioni internazionali. Pronti i comunicati delle cancellerie occidentali in sostegno ai vertici Yukos, decine gli appelli firmati dagli intellettuali. In una anonima micro-aula da 25 persone, le lacrime della prima e della seconda moglie di Khodorkovski, il dolore degli anziani genitori, moglie e figlie di Lebedev, una ventina di legali, due agenzie di stampa russe e un teleoperatore di Stato.
Contestazioni alla giuria in aula, manifestazioni contro Procura e Cremlino sulla strada, manganellate della polizia e una cinquantina di arresti. Colpi bassi per guadagnare un posto ad una ventina di metri dagli imputati. Ora invece i manifestanti sono stati sgomberati da fittizi lavori di manutenzione alle fogne, gli agenti canticchiano ritornelli assieme ad attivisti stipendiati, un caldo feroce ha squagliato la stampa. Anche famigliari e avvocati di Khodorkovski, prelevato ad ogni alba dalla sua cella di 12 metri quadri condivisi in tre, inviano una rappresentanza «di controllo». Resta il disegnatore Pavel Sheveljov, che illustra il processo su piccole tavole appena riunite nella mostra «Disegni sul caso». Il dramma di uno scandaloso processo politico si avvia verso l´epilogo e l´opinione pubblica si volta dall´altra.
«Perché non è un procedimento normale - spiega l´avvocato Ghenrikh Padva, capo dello staff di difesa - le prove non contano. Il verdetto è pronunciato, i giudici sono obbligati a tutelare l´interesse del Potere».

Assedio e abbandono, spietatezza e disprezzo del diritto, sono così lo specchio di un processo che è metafora contemporanea del Paese. L´infinita condanna Yukos chiude e apre un tempo, e la domanda non riguarda più il business. Investe la democrazia di una grande potenza, i diritti umani, la successione a Putin: la possibilità, per le «rivoluzioni colorate» che stanno sconvolgendo lo spazio post-sovietico, di poter approdare sulla Piazza Rossa.
«Yukos e Cecenia, petrolio e terrore - dice lo storico Yuri Afanassiev - sono la nuova dottrina dell´ex Unione sovietica».
Senza i due pilastri, Putin sa che il suo autoritarismo crolla.
«La mia condanna - ha gridato Khodorkovski dalla gabbia - segna la fine di una Russia aperta. Nessuno può sentirsi più insospettabile: chiunque, se libero, può essere accusato di qualunque reato. Il mondo rifletta sull´ex Urss che torna ad imboccare la strada della dittatura». Ha detto questo, prima di essere portato in cella per i prossimi dieci anni.


L´America chiede scusa per le stragi degli Indiani
Usa, proposta di legge di un senatore dell´Arizona. Ma Bush taglia i fondi
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

IL RIMORSO dell´Uomo Bianco non poteva che venire dall´Arizona, dalla frontiera degli Apache guerrieri, dei Navajos tessitori, degli Hopi e Zuni agricoltori, dei canyon abissali e dei monti consunti dall´acqua fino a sembrare tumuli immensi nel deserto. Il suo tardivo desiderio di chiedere scusa all´Uomo Rosso per quello che non potrà più essere disfatto doveva muovere da qui, dalle terre del grande massacro e della grande bugia.
Scolpita dal cinema dei vincitori nella storia dei vinti e dimenticati dalle nuove generazioni.
Sarà infatti su richiesta del senatore dell´Arizona, John McCain, politico che guarda con occhio umido di commozione al passato e con occhio lucido di ambizione al possibile futuro presidenziale, che il Senato degli Stati Uniti chiederà formalmente scusa ai discendenti dei 10 milioni di Nativi sterminati nelle "Indian Wars" dell´Ottocento. «Bello. Poi si dovrà vedere come queste scuse si tradurranno in fatti e in risarcimenti», ha detto un altro senatore, Sam Brownback, Schiena Bruna, del Kansas: che, come Indiano, ha applaudito alla risoluzione unanime di «apology», di perdono, passata dalla Commissione Affari Indiani del Congresso. Ma ha preso troppe scottature dai «grandi nonni» di Washington, come li chiamavano i suoi antenati, per fidarsi delle lacrime di coccodrillo e dei pezzi di carta.
Centotrent´anni di silenzio e spallucce, quanti ne sono trascorsi dalle operazioni finali di pulizia etnica nel lontano West e nel Sudovest da parte dei soldati blu contro gli ultimi Sioux e Apache, giustificano certamente lo scetticismo di Sam Schiena Bruna. E i 200 milioni di dollari che l´amministrazione di George Bush ha tagliato dalle sovvenzioni federali alle tribù bisognose nella finanziaria 2005 non testimoniano di profondi pentimenti concreti da parte del Grande Capo Bianco. Negli Stati come l´Arizona di McCain, dove vivono - e votano - 600mila cittadini di sicura discendenza Indiana, nel New Mexico, dove sono il 15% della popolazione, nell´Oklahoma, dove fu deportata a forza e ancora abita in miseria profonda la massima concentrazione di «nativi americani», la fede nella parola dei conquistatori, scritta e ignorata in cataste di inutili trattati di pace, è comprensibilmente scarsa.
Ha sicuramente scosso la memoria storica di McCain, repubblicano moderato ed eroe di guerra torturato per cinque anni a Hanoi, la decisione presa tre mesi or sono dal consiglio nazionale delle tribù, che ha deciso di appoggiare lui per la successione dell´indifferente Bush. I 4 milioni e 119mila "Nativi Puri" indicati dal censimento 2000, figli cioè di genitori entrambi indiani, non sono una quantità trascurabile di elettori, in vista delle primarie repubblicane e delle elezioni 2008.

Ma la «apology» del Senato, della camera alta americana, restituirà ai primi abitatori del continente, che l´Europa ebbe la pretesa di "scoprire" quasi 10mila anni dopo che loro l´avevano già scoperta, almeno qualcosa che la cultura del vincitore gli aveva rubato. Restituirà loro la storia. Sarà la certezza non della santità, poiché non tutte le tribù indiane erano fatte di miti vasai e di operosi contadini come, testimonia anche il nome "Apache", che nella lingua dei loro vicini Navajo, significa "nemico", ma di un diritto stravolto e di una giustizia negata.
Non si tratta dunque di pietismo, o di buonismo da cinema con la coda di paglia, ma di restituzione di una memoria storicamente corretta, che il tempo andava sbiadendo.
L´epopea, e la tragedia, delle "Indian Wars", le guerre di conquista del territorio nordamericano, si stavano scolorendo nella indifferenza del cinema e della letteratura popolare, che dopo i decenni di western all´insegna dei "musi rossi" e la brusca correzione degli anni '70 con la filmografia del Bianco crudele, aveva abbandonato questo capitolo. Si sono aperti, finalmente, musei, come il nuovissimo inaugurato nel centro di Washington, a pochi passi dal Museo dell´Olocausto ebraico, ma non esiste museo che possa competere con Hollywood o con gli albi a fumetti che hanno formato la memoria delle generazioni anziane, come quella di McCain, una memoria che non si rinnova più nei ragazzi che dell´Iliade Rossa nulla o poco sanno.
La «questione indiana» è stata accantonata o annegata nel nuovo oro verde, i tappeti da gioco nei casinò aperti a centinaia nelle riserve indiane dopo una sentenza della Corte Suprema e una legge sponsorizzata, nel 1998, dallo stesso senatore McCain. Nei 411 casinò sorti in territori tribali, dalla miserabile baracca con quattro tavolini e due roulette nelle "Maleterre" dei Sioux in Dakota al faraonico Foxwood del Connecticut che attrae giocatori fino da New York, 18 miliardi di dollari ogni anno scorrono nelle casse di tribù che si sono scoperte un popolo di croupier e fanno ormai paura a Vegas e ad Atlantic City.

Las Vegas si è vista scavalcare nel 2004 dai casinò indiani per la prima volta, 15 miliardi incassati contro 18. Ovunque, nel West come nell´Est, si scoprono minuscole tribù e microscopiche riserve dove potrebbero sorgere altre case da gioco, garantite dalla exterritorialità che arricchisce gli Indiani che vivono accanto alle città e lascia nella miseria gli Indiani confinati nelle terre spopolate del West, dove soltanto gli impegni di assistenza pubblica, promessi dai trattati e mai davvero rispettati, possono ripagare quel debito per il quale oggi l´America si scusa.
Un pasticcio storico immenso, complicato dal jolly del gioco d´azzardo, tessuto nella tela di una convivenza irrisolta tra un popolo espropriato che riaffiora tra le fessure delle leggi e un popolo di espropriatori che ora si scusa ma non si può pentire degli effetti. La "questione indiana" rimane, come la questione nera, aperta.
Le scuse ufficiali nascondono una nuova fregatura, come sospetta Schiena Bruna, di colui che i Lakota Sioux chiamavano il «Uasichu», colui che si mangia tutto la polpa e lascia agli altri le ossa. L´Uomo Bianco. Scuse contro casinò? Scusaci tanto, Toro Seduto, ma al gioco della storia devi perdere ancora tu.


  28 maggio 2005