Nessun problema in Germania per la costituzione europea. Dopo l'approvazione a larghissima maggioranza del Bundestag, arriva anche il via libera del Senato federale (Bundesrat). Il sì definitivo del parlamento tedesco, nelle intenzioni del governo di Berlino, vuole essere un chiaro segnale positivo ai francesi, a soli due giorni da un referendum che potrebbe premiare gli euroscettici. Intanto il presidente della convenzione europea Giscard d'Estaing sottolinea: se vince il no, chiederemo un nuovo voto al termine del processo di ratifica.
Bush ad Abbas: presto lo Stato di Palestina
Il presidente Usa promette milioni di dollari e aiuto politico. Il monito a Sharon: «Via gli insediamenti illegali» Ennio Caretto sul Corriere della Sera
Bush e il leader palestinese Abbas (Afp)
WASHINGTON In uno storico incontro alla Casa Bianca, il primo con il presidente dell'Autorità palestinese dal precedente del 2000 tra Clinton e Arafat, il presidente Bush ha ieri promesso a Mahmoud Abbas pieno appoggio alla «Road map», ossia alla ripresa del processo di pace con Israele, 50 milioni di dollari di aiuti diretti per la ricostruzione di Gaza dopo il ritiro israeliano ad agosto, e la mediazione del segretario di Stato Condoleezza Rice che, in quella circostanza, si recherà a Gerusalemme e a Ramallah, in vista di un accordo finale. Nel corso di una conferenza stampa congiunta nel Giardino delle rose, in una splendida giornata di sole, prima di stringere la mano all'ospite e di rientrare nello Studio ovale con il braccio sulla sua spalla, Bush, che rifiutò il dialogo con Arafat, si è detto fiducioso nel futuro: «Penso che i palestinesi siano capaci di governarsi e vivere in pace coi vicini ha affermato -. Siamo in un momento della storia in cui ciò è a portata di mano».
Il presidente ha esortato sia Mahmoud Abbas, in ascolto al suo fianco, sia il premier israeliano Ariel Sharon a non violare gli impegni assunti. Da una parte ha sollecitato il leader palestinese a intensificare la lotta «al vero nemico di un vostro Stato indipendente, il terrorismo» e alla corruzione, e ad accelerare le riforme della sicurezza e dell'economia, «indispensabili a una democrazia». «Solo la sconfitta della violenza ha ammonito conduce alla sovranità». Dall'altra parte ha ribadito che Israele «deve rimuovere gli insediamenti non autorizzati e smettere di costruirne di nuovi, ritirarsi sulle posizioni del 2000 e migliorare le condizioni di vita dei palestinesi». Bush, che ha anche criticato il muro israeliano - «sia una barriera di sicurezza, non un confine politico» - ha infine chiesto a Sharon «collegamenti significativi tra Gaza e Cisgiordania».
La solennità e il calore dell'incontro non sono riusciti tuttavia a celare le differenze che rimangono tra la Casa Bianca e la leadership palestinese. Mahmoud Abbas le ha sottolineate nel suo intervento, pur definendo i colloqui «intensi e costruttivi» e garantendo «la totale cooperazione sullo sgombero da Gaza». Mentre Bush ha suggerito che «tutte le modifiche alle frontiere del '49 siano negoziate tra le parti», Mahmoud Abbas ha chiesto il ritorno a quelle di prima della guerra del '67, cioè la restituzione dei Territori occupati. «Democrazia e libertà sono due facce della stessa medaglia. La prima non può essere sollecitata senza la seconda».
E ha evidenziato l'urgenza della ripresa delle trattative «anche su Gerusalemme Est come nostra capitale e sui rifugiati». «Abbiamo ridotto la violenza al minimo degli ultimi quattro anni ha concluso Mahmoud Abbas ma il tempo è il più grande nemico della pace. Noi non possiamo lasciarci sfuggire di mano la situazione».
Può non piacere, certo, ma non si può dire che la relazione del presidente della Confindustria sia stata di parte e non abbia tenuto conto degli interessi generali del Paese. Non ha risparmiato critiche alla maggioranza e all'opposizione. Un'analisi della situazione economica e sociale dura e preoccupata, mai strumentale. Colpisce, dunque, la reazione di Fini ( « viziata da interessi di parte » ) . E lo stesso Berlusconi, in altri tempi, non si sarebbe lasciato sfuggire l'occasione di indirizzare agli imprenditori, che in gran parte continuano ad apprezzarlo, un incoraggiamento meno formale.
Non si può negare che davanti a una platea che ha applaudito più volte Montezemolo, soprattutto quando criticava la classe dirigente o richiamava a un maggiore senso civico, si sia avvertito un certo gelo o una forma di cortese distacco fra Governo e la parte sociale di cui peraltro molti membri dell'Esecutivo, a cominciare dal premier, fanno parte. Ma non crediamo che si sia consumato alcun divorzio: non ve ne sono le ragioni reali e il Paese non può permetterselo. Se era eccessiva in altre stagioni l'immagine di una quasi perfetta sovrapposizione fra Governo e rappresentanza imprenditoriale, è oggi esagerato pensare a separazioni consumate o a irreparabili lontananze. Il ministro delle Attività produttive Scajola ha rivendicato efficacemente i successi del Governo ma non ha nascosto alcuna difficoltà.
E Alemanno e Siniscalco hanno mostrato sintonia con l'analisi confindustriale e alcune delle proposte, fra le quali lo spostamento del prelievo fiscale dalle imposte dirette a quelle indirette per favorire il lavoro nazionale.
La realtà, quella vera, è sotto gli occhi di tutti. « Negli ultimi cinque anni ha detto Montezemolo la produttività in Germania è aumentata del 10%, in Francia del 12, in Italia è diminuita di quasi un punto e mezzo. Negli stessi anni il costo del lavoro per unità di prodotto in Francia e Germania è diminuito, da noi è cresciuto di oltre il 12% » . Fine.
Referendum il peccato morale del fronte astensionista
Gustavo Zagrebelsky su la Repubblica
C´È ANCORA, forse, qualche considerazione sull´appello all´astensione e sul rapporto tra cittadini cattolici e gerarchia ecclesiastica: due aspetti del referendum del 12-13 giugno destinati a proiettare ombre durature sul futuro della convivenza civile nel nostro Paese.
A) L´astensione referendaria è un´ovvia possibilità, così ovvia che su di essa si basa l´invalidità del referendum, prevista per l´ipotesi che la maggioranza degli elettori non abbia partecipato al voto. Lecita l´astensione, lecito ovviamente l´invito all´astensione.
La vera questione riguarda non la liceità giuridica ma la moralità politica di una campagna referendaria in cui fautori del mantenimento della legge invitano non a votare no all´abrogazione, ma ad astenersi dall´andare a votare. Liceità giuridica e moralità politica sono cose del tutto diverse e non è insistendo sulla prima che si portano argomenti a favore della seconda. Ora, è evidente che siamo di fronte allo sfruttamento opportunistico di quella quota di astensioni fatalmente derivanti da disinteresse o indifferenza. I fautori del no vorrebbero annettersi gli indifferenti per far fallire il referendum e quindi salvare la legge, assegnando all´astensione dei "veri astensionisti" (gli indifferenti, per l´appunto) un significato che non ha. Ma soprattutto la posizione strumentale dei "falsi astensionisti" (gli interessati che si appoggiano sugli indifferenti) è avvertita come un atto di prepotenza, di imposizione, di slealtà.
Il pari rispetto vale in tutti i referendum. Ma deve valere particolarmente in un referendum così importante come è questo, in cui le coscienze sono interrogate come o forse più che nel caso del divorzio e dell´aborto.
Conoscendo la saggezza e la prudenza della gerarchia ecclesiastica, sarei indotto a pensare che si sia prestato ascolto a pessimi o troppo furbi consiglieri, e non siano stati presi in considerazione gli effetti perversi della posizione assunta. Poiché non è più tempo per forzature o interventi autoritari della Chiesa, molti, trascurando i problemi morali - gravi, molto gravi - che il referendum solleva, si sono indotti a orientarsi pregiudizialmente a senso unico, in reazione e difesa contro ciò che è percepito come una forzatura dei diritti della propria coscienza. Non sappiamo se finirà che il quorum non sarà raggiunto e la legge resterà, o se accadrà il contrario. In ogni caso, mantenimento o eliminazione della legge dipenderanno da ragioni improprie ed estranee alla valutazione dei problemi e al libero e leale confronto ideale che ci si sarebbe potuti augurare. Risuonano di nuovo accenti che sanno di clericalismo e anticlericalismo. Coloro che credono nella possibilità, necessità e fecondità del dialogo tra culture, laica e cristiana, non possono che concludere amaramente: un vero capolavoro.
B) La chiamata a raccolta da parte della gerarchia è stata perentoria e ha sorpreso e turbato anche molti cattolici. I cristiani "partecipano alla vita pubblica come cittadini" e sono chiamati a "animare cristianamente l´ordine temporale, rispettandone la legittima autonomia"; "la laicità intesa come autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica - ma non da quella morale - è un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa", ricorda la Nota dottrinale della Congregazione per la dottrina della fede del 24 novembre 2002, dedicata a "l´impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica". Queste formule ribadiscono l´insegnamento della Gaudium et spes del Concilio vaticano II e sono coerenti con la preoccupazione della Chiesa di non vedersi coinvolta come tale nell´azione politica dei cattolici, invitati a non agire mai pretendendo di avere con sé la sua autorità: una preoccupazione autoimmunitaria che, per essere seria, ovviamente richiede dalla Chiesa un corrispondente atteggiamento di rispetto dei confini di competenza.
I tempi sfasati della politica
La difficile uscita dalla crisi economica
Dario Di Vico sul Corriere della Sera
Lo sapevamo già. Le impietose analisi sulla malattia italiana, che la Ue, l'Ocse, l'Economist e infine l'Istat ci hanno scodellato nei giorni scorsi non ci hanno colti di sorpresa. Siamo diventati un Paese a scartamento ridotto e dal futuro più che incerto. È almeno da un anno però che imprenditori e comunità scientifica avevano suonato l'allarme.
Ma, come ha ricordato ieri il presidente della Confindustria Luca di Montezemolo, «molti hanno voluto negare l'evidenza». Si sono arrampicati sugli specchi, non hanno riconosciuto il carattere strutturale della crisi italiana e poi, non disponendo di argomenti migliori, hanno sentenziato che l'Europa è la causa dei nostri mali. Il risultato è che si è perso del tempo che va ad aggiungersi ai due anni consumati nell'inutile guerra per riformare l'articolo 18. I sei miliardi di euro investiti nel taglio dell'Irpef si sono rivelati altrettanto vani sia per rilanciare l'economia sia per riaggregare consensi.
Se almeno Silvio Berlusconi avesse avuto il coraggio di abbassare le tasse subito, come ha fatto l'amico George W.Bush, avremmo sì sforato il 3% ma forse l'economia ne avrebbe ricavato un benefico impulso. Invece viaggiamo al 5% di deficit con la stessa pressione fiscale di quattro anni fa.
E ora? Avendo accumulato grandi ritardi quale strada può prendere il Paese per uscire dalla sua malattia? L'agenda 2005-2006 ci prospetta una lunga campagna elettorale, una interminabile stagione in cui le scelte identitarie delle coalizioni e delle singole forze che le compongono rischiano di avere il sopravvento, di monopolizzare il discorso pubblico. La sfasatura tra i tempi della politica e quelli dell'economia emerge drammaticamente. Lo ha detto ieri a chiare lettere Carlo Azeglio Ciampi («non possiamo lasciar trascorrere dodici mesi senza agire con determinazione »), lo ha sostenuto Montezemolo tra gli applausi rivolgendosi sia al governo sia all'opposizione: «Togliete la testa dalle urne elettorali».
Viene da pensare che sarebbe stato infinitamente meglio dopo le Regionali istruire immediatamente la campagna per le Politiche. L'esempio del cancelliere Gerhard Schröder che, sconfitto in un Land, ha convocato senza indugi nuovi comizi elettorali è importante anche perché è servito a cambiare le aspettative di quel Paese. Guadagnare tempo non vuol dire però credere che esistano ricette magiche, capaci di farci uscire dalla crisi in settimane o anche mesi. Occorrono poche cose, sfortunatamente nessuna delle quali produrrà effetti nell'immediato.
Ma prima si comincia meglio è: se le avessimo fatte cinque anni fa, ora saremmo in una condizione migliore. Urge liberalizzare e privatizzare, vendere tutto il possibile (ha senso il Poligrafico dello Stato?) e poi diminuire il carico di burocrazia. Come ripetono in Confindustria, le imprese soffrono più per la burocrazia e le mancate liberalizzazioni che per il carico fiscale.
Amato: un partito non s'inventa
L'avvertimento sulla nuova formazione. D'Alema: no, l'Ulivo ha radici profonde. Fassino: le forze politiche sono modificabili Gianna Fregonara sul Corriere della Sera
ROMA - Si festeggia Alfredo Reichlin che compie ottant'anni. Per lui Walter Veltroni ha organizzato una «rimpatriata» di una vita in Campidoglio: ci sono D'Alema e Fassino, Giuliano Amato, Eugenio Scalfari, Miriam Mafai e Ciriaco De Mita sul palco. Ma la sala della Protomoteca è gremita dall'establishment di sinistra: da Curzi a Bassolino, dalla Melandri alla Castellina, da Parlato a Petruccioli, Rodotà, Manzella, Bassanini e tantissimi altri. Si fanno gli auguri, si rievoca una vita politica che è già storia. Ma tutti vogliono sapere del futuro dell'Ulivo e di Prodi. In platea si sentono solo scambi di battute: «La Margherita si spacca?», «E noi finiamo a fare il partito di Prodi?». C'è chi risponde «magari» e chi «mai».
L'INTERVENTO - Ma a lanciare apertamente la provocazione sulla lista unitaria (che tanto unitaria non è più) è Giuliano Amato dopo che Walter Veltroni si era limitato a un breve commento neppure troppo criptico («serve una visione politica che non sia solo un insieme di gesti tattici»). L'ex presidente del Consiglio invece entra nel pieno della polemica, del «paradosso» come lo definisce lui, di questi giorni. Rivolgendosi a De Mita spiega che «il riformismo popolare e quello socialista avrebbero naturalmente unito le loro forze da molto tempo», se non fosse stato per le vicende della storia da Porta Pia in poi. E dunque la strada è segnata sia per i Ds che per la Margherita. Ma riferendosi, senza citarlo, al progetto di Romano Prodi, prende a prestito una vecchia battuta di Reichlin: «I partiti non si inventano». Esistono invece, spiega, «se hanno una funzione storica, non per raccogliere un numero più o meno alto di voti». Amato che riconosce che sia venuto il tempo per «ricomporre questa frattura», si chiede se si debba fare «inventando un nuovo partito». «Non è - si chiede Amato - che siamo sulla strada sbagliata?».
LA REPLICA - Le risposte di Massimo D'Alema e di Piero Fassino, oltre che del festeggiato Reichlin, sono immediate. «I partiti non si inventano, certo, ma ciò che si vuole costruire ha radici profonde nella storia del Paese», spiega D'Alema. E aggiunge: «La politica è anche capacità di innovare, capacità creativa, è anche invenzione, sulla base delle condizioni date». Per Fassino è vero che i partiti non si inventano ma è altrettanto vero che «non sono monumenti, immutabili».
IL FUTURO - L'ultima parola spetta al festeggiato, che invita a uscire «dai propri confini», perché non possiamo più presentarci con i vecchi partiti. Parte dal suo passato per arrivare a incitare «la generazione più giovane ad andare avanti». «Non mi pento - dice rivolto a De Mita - di essere stato comunista, anzi uno dei massimi dirigenti del Pci. E mi prendo la parte di responsabilità» sul fatto che il legame con l'Urss ha contribuito «a impedire l'attuazione della missione della sinistra», per il suo non poter andare al governo. E proprio perché «non bastano i marchingegni elettorali per governare», solo l'incontro tra le grandi tradizioni culturali con la costruzione «di una grande alleanza democratica» può colmare «il deficit di legittimazione della classe dirigente».
Le sparse tribù dell'Ulivo
Valentino Parlato su il Manifesto
C'è da sperare che da oggi alla data delle elezioni politiche le varie tribù dell'opposizione si chiariscano le idee e si diano una calmata. Se si votasse domani i poveri elettori sarebbero nel massimo della confusione. E non si capisce come Berlusconi non pensi ad anticipare il voto. Vediamo di mettere in fila i fatti. All'inizio c'era, o si diceva ci fosse, un accordo secondo il quale le varie forze di opposizione avrebbero votato insieme nel maggioritario e anche per il 25 per cento che spetta al proporzionale.
Capita che a un certo punto quelli della Margherita dicano che per il proporzionale si presenteranno da soli perché in tal modo avrebbero più seguito da parte degli elettori delusi da Berlusconi, ma timorosi della sinistra.
A questo punto scoppia il maremoto. Romano Prodi denunzia la gravità della rottura, gli altri componenti dell'Ulivo entrano in agitazione. Così si arriva all'annunzio di ieri sera: Prodi si presenterà da solo con l'Ulivo e tutte le sue componenti. Il terremoto cresce di intensità: anche la Margherita rischia di dividersi tra prodiani e rutelliani. A questo punto il rischio è di non capirci più nulla: scontri si sommano a scontri e ci si domanda se la sostanza di questo disastro sia nelle divisioni delle liste al proporzionale o piuttosto non minacci, addirittura, la candidatura di Romano Prodi a leader delle opposizioni.
Ma anche a Prodi e ai vari dirigenti dell'Ulivo si chiede di spiegarsi con un po' più di calma. Se si fa un programma unitario, si vota insieme per il maggioritario e poi la Margherita si vuole presentare da sola al proporzionale non sarebbe un casus belli. Ma forse ci sfugge un po' più di qualcosa.
Se è così, di questo sono però responsabili anche quelli che non si spiegano.
"L´Italia è all´ultimo posto tra i paesi che aiutano l´Africa"
Bob Geldof * su la Repubblica
L´ITALIA s´è unita a tutti gli altri Paesi europei per assumere insieme uno storico e meraviglioso impegno a favore dei Paesi più poveri del mondo. Ogni Paese europeo ha accettato di devolvere almeno lo 0,51% del Pil in aiuti allo sviluppo entro il 2010.
Bob Geldof, oggi a Roma, invita il Governo a rispettare gli impegni negli aiuti al Terzo mondo.
È una frazione minuscola della nostra ricchezza, ma può trasformare milioni di vite in Africa. Questo grande accordo raggiunto in Europa accresce seriamente le possibilità che il vertice del G8 di luglio, in Gran Bretagna, rappresenti un evento storico, decisivo.
Questo, a differenza di altri accordi firmati dai leader mondiali, deve essere rispettato e attuato. Non farlo sarebbe una forma di corruzione morale. L´Italia, che è una delle maggiori economie europee, deve assumere una funzione guida nell´adempimento di questo impegno. L´Europa sprona gli Usa a rispettare i loro impegni, ma l´Italia, cosa che non le fa onore, ha già diffuso una lettera in cui esprime dubbi sulla possibilità di rispettare la sua parte di impegno, allentando imperdonabilmente la pressione sugli Stati Uniti e gli altri paesi del G8.
Le cose devono essere chiare. Questa è una sfida importante per il governo italiano. Negli ultimi anni, la quota destinata dall´Italia agli aiuti allo sviluppo è diminuita. Il 6° paese più ricco dell´intero pianeta sembra abbia deciso, nel suo sfolgorante successo, di dimenticare quelli che restano indietro. Quelli troppo poveri per essere notati, anche quando muoiono in quantità tali da non diventare niente di più d´una statistica di Stalin. «Una persona che muore è una tragedia, un milione è semplicemente una statistica». L´Italia ha finito col divenire così cinica da conquistarsi il triste primato di paese più avaro negli aiuti all´Africa tra tutti i paesi del mondo ricco. L´ultima posizione, più in basso non si può.
Gli italiani sono un popolo incredibilmente generoso, e tanto più strano sembra, quindi, che questo grande paese sia il meno generoso fra i 22 paesi più ricchi del mondo in materia di aiuti allo sviluppo. Non è una vergogna? I soldi destinati dall´Italia ai più poveri del mondo sono diminuiti. L´Italia, ed è imbarazzante, destina allo sviluppo dei paesi poveri meno soldi di Spagna e Olanda, che hanno economie molto più piccole.
Qui bisogna dire la verità nuda e cruda: l´Italia non sta mantenendo le promesse. Il vostro governo ha aderito agli Impegni di Barcellona, impegnandosi ad aumentare la spesa per gli aiuti allo 0,33% del vostro reddito nazionale entro il 2006. Invece, i vostri aiuti sono scesi dallo 0,20% del 2002 a solo lo 0,15% attuale. Quando il vostro governo firma un accordo, lo fa a nome vostro. A nome di voi tutti. Ignorare quella firma vuol dire offendere la terra e l´onore dell´Italia.
Il rapporto in questione ha concluso che le cose in Africa cominciano a migliorare. Dopo circa 40 anni di stagnazione, numerosi paesi stanno assistendo agli albori di una reale crescita economica. Ma devono essere aiutati se non si vuole che l´impietoso sole africano distrugga questi freschi segnali di ripresa.
Come sempre, la soluzione è in gran parte nelle mani dell´Africa stessa. Al continente occorre pace, un miglior governo e maggiore severità contro la corruzione. La "Commission for Africa" espone con precisione ciò che l´Africa deve fare. Ma dichiara anche cosa devono fare le nazioni ricche per aiutare. Naturalmente, occorre far crescere gli aiuti dalla cifra patetica che riserviamo al popolo più debole di questo nostro mondo. La Commissione ha concluso che l´Africa ha l´esigenza di spendere per lo meno il doppio di quanto riceve attualmente. Abbiamo concluso che si dovrebbero raddoppiare gli aiuti nell´arco dei prossimi 5 anni. Questa proposta verrà presentata in occasione dell´incontro del club delle nazioni più ricche del mondo - il G8 - a Gleneagles, in Scozia. Ci restano solo 6 settimane per fare in modo che i leader del mondo industrializzato accettino di farlo. A tutti noi, ciò non costerà nulla. A ogni italiano, costerà mezzo pacchetto di gomme da masticare al giorno. Com´è sgradevolmente poco. Com´è tragico.
Se riusciremo ad aiutare l´Africa a divenire un luogo migliore, molta meno gente sarà costretta ad abbandonare la propria casa. I nostri leader devono sapere che tutto ciò è prioritario per i propri elettori. Invito tutti a partecipare alla campagna della Coalizione Italiana Contro La Povertà. A indossare la fascia bianca. Fatene una questione elettorale, di modo che, sia Prodi che Berlusconi, si sentano obbligati a impegnare l´Italia a raggiungere l´obiettivo internazionale dello 0,7% sugli aiuti e a sostenere le azioni volte alla cancellazione del 100% del debito africano. L´Italia ha la statura morale per assumere l´iniziativa. Lo ha già fatto in passato: ora, deve farlo di nuovo. L´Italia coraggiosa. L´Italia generosa. L´Italia bella. Oppure l´Italia avara e indifferente. Sta a voi compiere la scelta.
* l´autore è membro della Commission for Africa ed è a Roma per partecipare a incontri per sensibilizzare il governo italiano sugli aiuti all´Africa