prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di Fr.I. - 26 maggio 2005


La dissipazione dell'alleanza
Massimo Giannini su
la Repubblica

HANNO colpito ancora. Brucando i mazzi di cicoria, scorticando le radici dell'Ulivo, le "capre pazze" del centrosinistra (come le ha felicemente battezzate Massimo Cacciari) hanno devastato ancora una volta la loro già precaria metà campo. Con l'ennesima dissipazione di capitale politico, e la consueta operazione di cupio dissolvi, il solito gruppo di leader ha terremotato l'alleanza che dovrebbe governare l'Italia nel 2006. L'epicentro è la Margherita. Ma la distruzione rischia di estendersi. Dai Ds allo Sdi, fino a coinvolgere le ali estreme, da Rifondazione ai Verdi. Il dramma è che siamo solo alle prime scosse. A un anno esatto dalle elezioni, il sisma può durare mesi. E lasciare sul campo solo macerie.

Tra Romano Prodi e Francesco Rutelli si è consumato uno scontro irrimediabile e ormai forse inevitabile. In una rovinosa combinazione di azioni e reazioni, estreme ma quasi obbligate secondo i rispettivi punti di vista, i due leader scivolano ormai su un piano inclinato di una rottura senza ritorno. La contesa tattica è nata sulla lista unitaria, ma com'è ormai evidente a tutti nascondeva una divergenza strategica. Ora tutto è rimesso in discussione. L'identità del futuro centrosinistra e gli strumenti attraverso i quali deve operare. Il profilo interno del nuovo soggetto e la sua collocazione tra le famiglie politiche europee. La selezione dei gruppi dirigenti e ormai, a questo punto, anche la scelta della leadership.

Rutelli lo nega, ma ha assestato il primo affondo. Il no alla lista unitaria nella quota proporzionale delle prossime elezioni è stata una decisione legittima e democratica. Ma al di là dei suoi tentativi di ridimensionarne la portata, considerandola "solo" una scelta tecnica improntata all'efficienza coalizionale e all'efficacia elettorale, il presidente della Margherita non poteva non prevedere il micidiale "effetto a catena" che quella mossa avrebbe determinato. Non poteva non sapere che quella lista Prodi l'aveva inventata nel luglio 2003, e che a quella lista, piaccia o no, il Professore aveva legato la sua trionfale "ridiscesa in campo" dopo la lunga esperienza europea.

Non poteva non capire che rifiutare il "listone" proprio adesso, dopo averlo mal sopportato alle europee e tollerato solo in parte alle amministrative, avrebbe riaperto una ferita interna al suo partito. Avrebbe riallargato il fossato tra la Margherita e la Quercia, che a sua volta era riuscita con qualche fatica a far digerire la lista unitaria al "correntone". Avrebbe inferto un colpo esiziale all'asse riformista della coalizione, moltiplicando le frecce all'arco di Bertinotti e a chi, nell'Unione, coltiva più il miraggio della Izquierda unida che non il sogno del partito riformista.

Rutelli sapeva tutto questo. Ma ha deciso di andare avanti lo stesso. Perché, al fondo, ha in testa un'idea diversa. Non vuole che, attraverso la Margherita, si risolva il secolare dilemma della riunificazione della sinistra italiana. Non vuole che, attraverso una confluenza che teme "egemonica", i post-comunisti e i neo-socialisti si rifacciano una verginità storica a spese della cultura cattolico-democratica. Attraverso la chimerica promessa del "grande partito democratico", la sua chiara opzione neo-centrista tende in realtà ad autonomizzare il centro moderato fino a far scolorire la sinistra dall'orizzonte politico. Ma alla fine, avendo accettato fino in fondo tutti i rischi che la sua decisione si portava dietro, oggettivamente Rutelli ha anche colpito al cuore la leadership del centrosinistra.

Di fronte a tanto "fuoco amico", Prodi ha reagito contrattaccando. Ha accettato la sfida di Rutelli, rilanciando la contraddizione nell'orto del suo partito. Non rinuncia alla lista unitaria, ma anzi la lega indissolubilmente alla sua missione politica. Va avanti "con chi ci sta", dentro la Margherita e tra gli altri alleati della federazione. È pronto a sua volta a rimettere in gioco la sua leadership, rievocando le primarie. Il Professore è ancora convinto che sia possibile evitare il "centrosinistra col trattino", fondendo le sue componenti in un progetto più vasto, che tenga insieme le due grandi "post-culture" del Novecento italiano (quella comunista e quella democristiana). È ancora convinto che, attraverso l'Ulivo, sia possibile assicurare all'alleanza un baricentro riformista forte sul piano identitario e visibile anche sul piano della simbologia elettorale.

Non poteva non sapere che, rispondendo con tanta asprezza al no di Rutelli, avrebbe esposto la Margherita al pericolo di una scissione. Non poteva non prevedere che la sua mossa avrebbe a sua volta innescato un bradisismo pericolosissimo in tutta la coalizione. Non poteva non capire che, a questo punto, anche il suo futuro personale si fa incerto. Ma per le ragioni uguali e contrarie a quelle del suo "avversario", il Professore alla fine ha accettato questi rischi. Se l'ha fatto, è perché forse non si fida di Rutelli, e teme le sue manovre al centro con i transfughi e i naufraghi del berlusconismo. Forse si sente lui stesso la "preda", in questa caccia al leader che sembra essersi aperta dentro l'opposizione.

Servirebbe davvero, a questo punto, uno spirito da moderno "Cln", per assicurare agli italiani uno sbocco condiviso e non traumatico da questa crisi di fiducia e di prospettiva. Un programma serio, un'alternativa credibile. Un progetto di risanamento e di rilancio, messo a punto dai leader e dalle numerose personalità del centrosinistra. Fuori dalle faide di Piazza Santi Apostoli, fuori dalle "fabbricotte" bolognesi.

E invece, proprio nel momento di massima involuzione del centrodestra e di estrema consunzione del berlusconismo, accade che anche il centrosinistra si disgrega. Si guarda l'ombelico con narcisistico autolesionismo, fino a bruciare tutte le sue risorse. Si crogiola nelle sue formule alchemiche, fino a regredire allo stato gassoso. È incapace di parlare al Paese. Davanti a tanto disastro, può succedere di tutto. Di fronte a un possibile default economico-finanziario, può accadere che a forza di evocarne lo spettro finisca addirittura per auto-avverarsi la profezia di un governo di emergenza istituzional-centrista, che rischierebbe di far calare una seria ipoteca sul bipolarismo della prossima legislatura. Di fronte al tracollo dell'Unione, può accadere che il Cavaliere rivinca le elezioni. Oppure il contrario: di fronte al collasso della Cdl, può accadere che l'Unione vinca lo stesso nel 2006. Una cosa è certa. Su queste basi, il centrosinistra può anche riuscire miracolosamente a vincere. Ma non riuscirà mai a governare.


Montezemolo attacca il governo. L'ira di Fini: «È di parte»
sommari de
l'Unità

«Bisogna ricostruire L'Italia». Luca Cordero di Montezemolo attacca il governo che non ha voluto vedere la recessione, che ha dato la colpa all'Europa, che non ha fatto riforme importanti come quella sul risparmio. E anche le banche: «Non è stato un bello spettacolo» la battaglia sull'italianità. Ora, dice, serve un nuovo patto sociale e una classe dirigente seria, capace di scelte rigorose, anche se impopolari. Fini irato ribatte: «Pensi a fare autocritica, la sua una tesi di parte». Ciampi incalza: «Scelte forti, non da campagna elettorale»


Assemblea di Confindustria
Montezemolo: «Non c'è più tempo da perdere»
L'invito ai politici: «Togliete la testa dalle urne elettorali»
Stefano Biolchini su
Il Sole 24 Ore

-  La diagnosi dell'Istat: l'Italia è malata
-  Le previsioni dell'Ocse: Pil -0,6% nel 2005

È «emergenza economia. Il paese è in recessione. Non ci possiamo più permettere rinvii. Per ricostruire l'Italia servono subito scelte coraggiose, anche se impopolari». Parola di Luca Cordero di Montezemolo. Il presidente di Confindustria ha parlato all'Assemblea annuale di Confindustria che per la prima volta si e' tenuta all'Auditorium Parco della Musica e non in Viale dell'Astronomia. Nella sua relazione Montezemolo ha chiesto al Governo, ma anche all'opposizione, al sindacato e a tutte le istituzioni «uno sforzo comune» per far fronte all'emergenza, un «patto tra i cittadini», per reagire anche perchè «nessun male oscuro condanna l'Italia». Chiaro e netto l'invito al Governo: «È proprio nei momenti difficili che si genera la capacità politica di fare scelte coraggiose. In questi casi - afferma - il consenso segue e non precede le azioni. Non si possono accontentare tutti: lo diciamo al governo e alla maggioranza di fronte alle scelte di queste ore in materia economica e fiscale».
A un anno dalla nuova tornata elettorale, Montezemolo esprime un timore e, nello stesso tempo, un'esortazione a maggioranza e opposizione: «Togliete la testa dalle urne elettorali. Fate scelte di rigore orientate allo sviluppo e alla competitività internazionale che sono le chiavi del nostro futuro». Mai come oggi abbiamo bisogno di «una politica alta», che si assuma responsabilità precise, «prenda decisioni e non si smarrisca in defatiganti dispute sul perimetro degli schieramenti, sia nel centrodestra sia nel centrosinistra». Anche perché «il Paese arretra in modo preoccupante, in una fase di slancio dell'economia mondiale». «Servono scelte urgenti - ha detto il leader confindustriale - coraggiose, probabilmente impopolari, ma che sappiano fronteggiare l'emergenza". Poi ha proseguito: «Purtroppo abbiamo una classe dirigente che temo, oggi, non si renda conto della drammatica situazione non solo dei conti pubblici, ma soprattutto dell'economia reale».
«Bisogna ricostruire L'Italia. Dobbiamo riunire il paese in un grande spirito di ricostruzione. Non perchè ci sia stata una guerra, ma per i guasti causati nel tempo da troppe omissioni» ha continuato Montezemolo, ricordando che l'economia italiana sta attraversando «la stagione più difficile dal dopoguerra». «Non è il Patto di Stabilità la causa della stagnazione economica» e «se continuiamo a dire che è l'Europa la causa dei nostri mali - ha aggiunto - distruggiamo l'Europa e aggraviamo i nostri mali».
«La rivincita dell'Italia - ha però aggiunto - è possibile».

Costo del lavoro e carichi fiscali

Nuove relazioni sindacali

Il contratto del pubblico impiego

Il risiko bancario

Le riforme costituzionali
Un Montezemolo a tutto campo ha infine parlato anche di riforme costituzionali. Per il leader confindustriale «la Costituzione italiana tutela tutti i cittadini e garantisce una sicurezza che non deve variare al cambiare di ogni maggioranza». «Le nostre istituzioni - ha spiegato - sono rette da una Costituzione che conserva intatto il suo valore. Può richiedere adeguamenti, ma rappresenta la carta delle regole fondamentali nelle quali tutti gli italiani debbono riconoscersi. Per questo - ha continuato - ho visto con rammarico che nella passata legislatura sia stata forzata la mano e si sia varata una riforma approvata solo dalla maggioranza dell'epoca». E ancora «vedo con preoccupazione la nuova spaccatura che rischiamo oggi per un'ulteriore e ancora più profonda modifica della Carta costituzionale». Secondo il leader degli industriali, infatti, «in democrazia ogni cittadino deve sentirsi tutelato, sia che vinca la sua parte sia che vincano altri. Questa è la condizione fondamentale per avere una reale possibilità di alternanza alla guida del Paese. E la tutela del cittadino è affidata alla Costituzione: se essa varia al variare di ogni maggioranza, si perde questa sicurezza».


Il processo farsa
Giorgio Bocca su
la Repubblica

Il vero scandalo del processo per il lodo Mondadori è che per l´opinione pubblica e per l´informazione esso è già rientrato nella normalità. I giornali del padrone scrivono: "Berlusconi è innocente, chi lo ha perseguitato deve chiedergli scusa, è stato spazzato via il complotto giustizialista, è finita un´epoca". E lo dicono di uno che si è salvato da una condanna perché il reato da lui commesso è stato prescritto con motivazioni assurde, come "l´intensità del dolo è diminuita dalla preesistente e pericolosa corruttibilità dell´ambiente giudiziario competente". Quanto a dire che i ricchi e privilegiati siano riusciti con i loro miliardi e con i loro avvocati superpagati a produrre una giustizia facile alla corruzione non è una aggravante, ma una scusante.
Lo scandalo devastante è che questo modo di ragionare che è la negazione del diritto, questo torbido intreccio di paradossi su cui si regge la divisione del mondo fra ricchi e impuniti e poveri e in galera è accettata come norma dalle cronache e dai commenti del processo, viene fuori senza stupore alcuno e con tutta naturalezza che quelli che stanno al piano superiore per nulla nobile ma superiore, possono confessare nelle aule di giustizia tutti i reati contro lo Stato senza che ne conseguano penalità nei loro riguardi. Hanno violato la legge che vieta la esportazione di capitali? Non hanno pagato le tasse sui redditi? Hanno violato, ed è la assurdità somma, le leggi che loro stessi avevano disegnato e fatto approvare dai deputati al loro servizio? Segretari o presidenti di partito, ministri e finanzieri celebri, hanno tradito, venduto, ingannato, violato, sporcato lo Stato, il loro Stato, lo Stato della loro Costituzione, delle loro toghe, dei loro ermellini, degli ordini onorifici, delle accademie che appaiono nelle loro biografie? È la politica bellezza, in che mondo vivi, mai sentito parlare di messer Niccolò il fiorentino? Sì, certo, ma è la naturalezza con cui la buona società parla delle sue nefandezze, il modo naturale ovvio, indiscutibile con cui racconta nei suoi processi addomesticati i vari e sofisticati modi con cui ha superato i divieti, le pene, le regole che lei stessa si è data che sgomenta. Lo Stato e la società che accettano questi penosi schermi, questi distinguo da azzeccagarbugli non sono società civili. Berlusconi non pago di essere stato assolto per prescrizione chiede di essere assolto con formula piena e questa volta la Cassazione gli dice di no, ma come? «La sua richiesta va rigettata perché gli elementi raccolti dalla Corte d´Appello sono idonei a sostenere l´accusa in giudizio». In parole povere: ci sono agli atti le prove che i soldi, i miliardi che finivano sui conti degli avvocati e dei giudici corrotti partivano dalle casse del Cavaliere. Ma aveva delle attenuanti, doveva navigare nella corruzione. Così va il mondo, non è vero? Sì così va il mondo ma l´impressione è che questo affarismo estremo e truffatore stia andando un po´ troppo a ruota libera. Chi ha i soldi e il potere può sostenere le tesi più assurde.
Gli avvocati Previti, Acampora, Pacifico possono dichiarare in un´aula di giustizia che gli industriali li arricchivano non per la corruzione dei giudici ma per regolare parcelle professionali astronomiche e, un giudice ha potuto sostenere che la sua improvvisa ricchezza si spiegava con la eredità di uno zio e gli industriali corruttori hanno potuto sostenere di essere stati danneggiati dal pubblico istituto che li aveva finanziati e chiedere rimborsi giganteschi approvati da giudici amici. È così che un sistema politico ed economico può finire, come dice Scalfari, per disgregazione, per il nulla che si tiene, nulla che funziona. La fine del comunismo nei paesi dell´Est ha molti padri nobili, molti protagonisti provvidenziali, dai sindacalisti polacchi al Sommo Pontefice. Ma a chi l´ha vista con i suoi occhi questa disgregazione è apparsa anche lei come un fenomeno naturale inspiegabile e irresistibile, come la fine di un diluvio come il deserto dopo il diluvio. In quei paesi a un certo punto le sedi dei partiti comunisti rimasero deserte. I regimi dittatoriali erano già morti e non lo sapevano.

Embrioni, sì alle ricerche
I sondaggi contro Bush. Consenso al voto sulle staminali, fronda nei repubblicani
Ennio Caretto su
la Repubblica

WASHINGTON - Si inasprisce sempre più la guerra sulle cellule staminali di embrioni umani tra il presidente Bush da una parte, e la maggioranza del Congresso e della pubblica opinione Usa dall'altra. Il presidente ribadisce che, se anche il Senato la approverà, porrà il veto alla legge sul finanziamento statale delle ricerche passata mercoledì alla Camera con 238 voti a 194. Ma al Senato i fautori della legge, repubblicani e democratici, chiedono la rapida apertura del dibattito. Su 100 voti, ne avrebbero 60 circa, e per questa ragione il leader del Senato Bill Frist, alleato di Bush e timoroso di un'altra sconfitta, ritarda i lavori. La pubblica opinione tuttavia continua a premere. Un sondaggio del quotidiano Usa today e della Cnn ha accertato che gli americani vogliono minori restrizioni alle ricerche sulle staminali degli embrioni, il 53 contro il 43%. E un secondo sondaggio, della Hcd research , condotto tra 1.622 medici, ha constatato che il 76% le considera «moralmente giustificate e scientificamente necessarie».

Bush si trova in difficoltà anche per via della comunità scientifica, un cui portavoce, Sean Tipton, gli ha rimproverato di essere «come i nemici della fecondazione in vitro qualche decennio fa», ossia di condurre una battaglia di retroguardia.
Il presidente punta sulla legge alternativa approvata dalla Camera con 480 voti a 1, che stanzierebbe fondi statali per le ricerche sulle staminali da cordone ombelicale e placenta. Dal sondaggio Hcd research , essa ha un appoggio ancora più cospicuo da parte dei medici, l'84%. Ma per gli scienziati, queste cellule possono curare solo le malattie del sangue, mentre quelle di embrione possono curarne molte altre, dall'Alzheimer al diabete. L'obiezione di Bush è che l'embrione è un essere umano in fieri che viene ucciso se si impiegano le sue cellule per ricerche: «È una soglia etica insuperabile. Non si deve incentivare la distruzione della vita». Ma molti scienziati ribattono che gli embrioni non utilizzati vengono comunque lasciati deperire o morire.



Non ci siamo venduti a Sharon
Intervista a: Shimon Peres su
l'Unità

Ritardare il ritiro da Gaza? Questo sì che sarebbe un regalo fatto agli estremisti palestinesi. Il ritiro è nell'interesse di Israele e può favorire il rilancio del negoziato con l'Anp del presidente Abbas. Sulla necessità di rispettare i tempi (seconda metà di agosto, ndr.) del ritiro, c'è piena assonanza di vedute tra me e Sharon». A parlare è Shimon Peres, vice premier israeliano e leader dell'Internazionale Socialista. In forma smagliante, l'ottantaduenne premio Nobel per la pace è stato tra i protagonisti del Consiglio dell'Internazionale Socialista, svoltosi per la prima volta in Israele e nei Territori palestinesi. Ed è in questa occasione che l'Unità lo ha incontrato.
Nonostante le difficoltà del presente, Shimon Peres guarda al futuro con ottimismo: «Sul Medio Oriente soffia un vento di pace - spiega a l'Unità - e nessuno può fermarlo, nessuno può cambiare il corso della Storia». Un corso che può portare a ridefinire i caratteri di un Nuovo Medio Oriente «senza più barriere, politiche, ideologiche, economiche. E Israele può giocare un ruolo di primo piano nel contribuire alla grande e duratura rinascita della nostra Regione».
Sull'operato del presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), Shimon Peres mantiene un giudizio sostanzialmente positivo: «Non tutte le nostre aspettative - dice - si sono realizzate, tuttavia resto della convinzione che il presidente Abbas sia un partner sincero per la pace».
In una intervista a l'Unità il segretario dei Ds Piero Fassino ha individuato nella formazione del governo Sharon-Peres, assieme alla elezione alla presidenza dell'Anp di un leader riformatore e moderato come Mahmoud Abbas, le novità positive per ridare spazio alla speranza di pace in Medio Oriente. In Italia, però, c'è chi s'interroga su questo «strano» connubio politico. Avrebbe mai creduto di trovarsi a fianco di Ariel Sharon nell'attuare un suo piano di ritiro da Gaza?
«Certo non dieci anni fa. Ho cominciato a capire il cambiamento in Sharon e a credere al fatto che era seriamente intenzionato a tradurlo in azioni pratiche, quattro anni fa, nel nostro primo governo di unità nazionale. È stato allora che per la prima volta ha espresso il suo sostegno alla creazione di uno Stato palestinese. In quel periodo, tenendolo informato, conducevo delle trattative con Abu Ala (attuale primo ministro palestinese, ndr) e quando siamo arrivati ad un accordo glielo ho portato. Sharon espresse il suo consenso, avanzando una sola importante riserva: quella delle date indicate. Mentre io pensavo che si sarebbe potuto aspirare a concludere un accordo definitivo in 2-3 anni, lui pensava che sarebbero stati necessari 8-10 anni. Non so se Sharon aveva già in mente allora il piano di distacco da Gaza e dagli insediamenti nel Nord della West Bank, comunque è stato quello il periodo in cui ha capito che i carri armati e i cannoni non risolvono nulla, non danno una vera risposta alle questioni politiche e sociali di Israele. Oggi Sharon è consapevole che il suo piano è entrato a far parte di una situazione generale dalla quale non è possibile fuggire e, invece di battere la testa contro il muro, ha deciso di trovare il modo per risolvere i problemi».
Nell'ultima intervista concessa a l'Unità, parlammo molto della sua visione aperta, avanzata, del Nuovo Medio Oriente. Il piano Sharon è senz'altro ben lontano da quel Medio Oriente senza più barriere da Lei tratteggiato.
«Una cosa è la visione ideale e altra è la realtà in cui ci si deve muovere per ottenere la realizzazione di quegli stessi ideali. Nelle ultime elezioni il Partito Laburista ha dovuto accusare un brutto colpo. Contro la prospettiva di pace che Oslo aveva aperto - pur con tutte le difficoltà - abbiamo dovuto confrontarci con una insostenibile debolezza politica. Per questo ho accettato di legarmi a questa collaborazione con Sharon, pur rendendomi conto che il suo piano non si spinge certo a quello che vorrei ottenere, anche se va in quella direzione. In ogni caso, noi non abbiamo abbandonato la nostra strada; è Sharon ad averla imboccata, abbandonando quella tradizionale della destra. Anche se non molti se la pongono, la domanda più interessante non è perché Peres è andato con Sharon, bensì perché Sharon è andato con Peres. I piani sono importanti. Io ne ho preparati molti, gli ideatori di Ginevra ne hanno presentato un altro - tanto per ricordarne un altro. Ma se di questi grandi piani rimangono poi solo parole, allora è meglio fare cerchio intorno ad un piano che pur non essendo proprio quello che si vuole, è comunque sostenuto dal consenso popolare e permette di realizzare quello che è possibile. Non si tratta di rinunciare ai nostri valori, alle nostre idee, ai nostri sogni. Ma chi fa politica deve calare i valori, le idealità nella realtà concreta e misurarsi con essa. L'importante è che i compromessi non stravolgano ciò in cui si crede: da questo punto di vista, l'accordo con Sharon sul ritiro da Gaza è un buon compromesso».

ha collaborato Cesare Pavoncello


L'ira di Gheddafi con Berlusconi: « Tratto solo con Pisanu »
Fiorenza Sarzanini sul
Corriere della Sera

ROMA — Quando nell'ottobre scorso l'ambasciatore libico si congedò dalle autorità italiane annunciando che non sarebbe arrivato un successore, nessuno diede troppo credito alle sue parole.
E invece adesso, di fronte a migliaia di clandestini — si parla di almeno 15.000 persone — che vorrebbero imbarcarsi verso l'Italia, il problema della crisi nei rapporti tra Roma e Tripoli diventa il vero nodo da affrontare per fronteggiare quella che rischia di diventare la nuova emergenza dell'estate. La decisione di non occupare la sede diplomatica appare la manifestazione più evidente dell'irritazione di Muhammar Gheddafi nei confronti del premier Silvio Berlusconi. E nell'ultimo periodo molti altri segnali sono arrivati per marcare la distanza tra i due Paesi.
L'unico ammesso alla corte di Gheddafi è il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu che ormai da un anno cerca di far funzionare l'accordo per bloccare gli sbarchi dalle coste africane. Il patto è stato rinnovato di recente. Il Viminale si è impegnato a spendere 15 milioni di euro in tre anni per dotare le forze di polizia locali degli strumenti necessari a combattere l'immigrazione clandestina. Ma non basta, non può bastare di fronte al « grande gesto » che, come ripetono fonti della diplomazia libica a Roma, « Gheddafi aveva chiesto al vostro presidente del Consiglio, ricevendo assicurazioni che tutto sarebbe stato fatto » . In ballo c'è la costruzione della famosa autostrada litoranea che dovrebbe collegare la Libia all'Egitto. È questo il « grande gesto » che il colonnello pretende.
L'Italia aveva mosso alcuni passi.
Nel dicembre scorso un gruppo di lavoro scelto dal ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi è volato in Libia, ha effettuato sopralluoghi, avrebbe addirittura preparato alcuni studi di fattibilità. « Ma poi — spiega la fonte diplomatica libica — non se n'è saputo più nulla e Gheddafi si è sentito preso in giro » . L'impegno dell'Italia nei confronti dell'Unione Europea che ha portato alla sospensione dell'embargo nei confronti della Libia viene giudicato quasi un atto dovuto. Con il trascorrere dei mesi i rapporti tra i due Stati si sono raffreddati e tutti i progetti, compresi quelli già avviati, sono stati rimessi in discussione.
Nessun nuovo appalto sarà concesso all'Eni « perché — è stato spiegato dal governo di Tripoli — il nostro fisco già vanta parecchi crediti nei confronti dell'Ente » . Bloccata anche la concessione dei visti per gli italiani ex residenti che secondo l'accordo siglato lo scorso autunno sarebbero dovuti rientrare dopo la cacciata del 1970. Si dialoga soltanto sull'immigrazione, ma nessuno è in grado di dire per quanto tempo ancora. Le squadre miste di investigatori hanno cominciato a lavorare, sia pur tra mille difficoltà. Alla polizia locale sono stati consegnati ottanta fuoristrada, cinque gommoni, radio ricetrasmittenti, pannelli solari da installare negli uffici che si trovano sulla costa per far funzionare la rete elettrica.



Tripoli, missione segreta Ue per salvare le infermiere dal boia
"Hanno portato l´Aids". 5 bulgare attendono la morte. Nel 1999, è l´accusa, contagiarono 400 bambini. Il colloquio con il colonnello anche sulle terapie adeguate a curare i piccoli malati.
Andrea Bonanni su
la Repubblica

TRIPOLI - «Ho portato il mio Iaja all´ospedale per una sola notte - racconta Mabruka Beehallum, la madre -. Aveva otto anni: un attacco di asma. Gli hanno fatto una flebo per aiutarlo a respirare. Sono rimasta accanto al suo letto per tutto il tempo e la mattina dopo ci hanno lasciati andare. Adesso la sua vita è rovinata. E la nostra pure. Siamo diventati dei paria. Mio marito se ne è andato. Forse ha paura pure lui. E quando Iaja, a scuola, vuole giocare a pallone, gli altri ragazzi lo cacciano via».
Mezzo migliaio di bambini libici contaminati dal virus dell´Aids per negligenza e incuria in un ospedale di Bengasi: la più grande catastrofe di questo genere nella storia del Pianeta che potrebbe purtroppo costituire solo la punta di un iceberg. Cinque infermiere bulgare e un paramedico palestinese additati dalle autorità del regime e dallo stesso colonnello Gheddafi come untori volontari: torturati, seviziati, condannati a morte, detenuti da sei anni in un carcere di Tripoli.
Sono queste le due sponde di un tunnel dell´orrore tra le quali si è infilata in una missione segreta la commissaria europea per le Relazioni esterne, l´austriaca Benita Ferrero-Waldner. Un viaggio, al quale ha partecipato anche Repubblica, tra il centro medico di Bengasi dove sono curati i bambini e la prigione di Tripoli dove sono detenuti i condannati a morte. Una missione impossibile culminata con una visita all´accampamento-bunker di Muhammar Gheddafi nella speranza di portare aiuto concreto ai bambini e di ottenere la liberazione degli innocenti.
Nel 1999, all´ospedale pediatrico di Bengasi, si scoprono i primi casi di infezione tra i piccoli ricoverati. Un controllo dei pazienti porta alla individuazione di 426 bambini sieropositivi. In Libia, paese di fatto isolato dal mondo e colpito dalle sanzioni occidentali, fino a quel momento l´Aids è un flagello praticamente sconosciuto. All´angoscia per la catastrofe reale, si aggiunge l´isteria per la minaccia ignota. Si deve trovare un colpevole. Il capro espiatorio sono cinque infermiere bulgare e un paramedico palestinese che lavorano nei reparti da cui è partita l´infezione.
L´accusa non è di negligenza, ma di voluta strage. I sei vengono arrestati, torturati. Alcuni confessano. Inutilmente al processo, celebrato l´anno scorso, la difesa presenta un rapporto dei professori Luc Montaignier e Vittorio Colizzi in cui si dimostra che il virus era presente già prima dell´arrivo degli arrestati nell´ospedale e che la diffusione è dovuta alla pratica di riutilizzare aghi e altri strumenti medici su più pazienti. Il tribunale condanna i sei "stranieri" a morte.

Il medico libico che dirigeva l´ospedale dove si è verificato il contagio è stato promosso a responsabile del nuovo centro per l´assistenza ai sieropositivi.
Ma la realtà è anche più spaventosa. «L´ultimo bambino con una forma di Aids conclamata è stato ricoverato pochi giorni fa in gravi condizioni - spiega il professor Colizzi, che con il dottor Guido Castelli segue il lavoro del centro di Bengasi facendo la spola con Roma -. Viene da Tobruk, a centinaia di chilometri di distanza, e non risulta essere mai stato ricoverato a Bengasi. In Libia vivono ormai più di un milione di immigrati provenienti dall´Africa sub-sahariana, tra i quali l´Hiv ha un´incidenza del 10-15 per cento. E negli ospedali non si è ancora fatta strada una mentalità rigorosa di prevenzione. A volte ho la sensazione angosciosa che siamo di fronte solo alla punta di un iceberg».



  26 maggio 2005