La fanno facile i francesi che domenica si esprimeranno sulla Costituzione Europea con una scelta secca fra «sì» e «no». Nel Paese dei furbi si è invece affermata la consuetudine che chi è favorevole alla norma oggetto di un referendum abrogativo non deve mettere la croce sul «no», ma restarsene a casa per farlo fallire. Succederà anche il 12 giugno, con i quesiti sulla fecondazione. Gli azzeccagarbugli replicano, offesi, che la loro è una scelta legittima. Vero, ma con tre ma. Il primo, etico: sfuggire lo scontro diretto per aggregare al proprio carro quel 20% di astenuti cronici che latitano a ogni consultazione sarà una mossa scaltra, ma è un pessimo esempio di virtù civiche, oltre che un inno al machiavellismo più amorale. Il secondo «ma» riguarda lo stravolgimento del pensiero dei Costituenti, che avevano richiesto la soglia minima del 50% dei votanti per neutralizzare quesiti di scarso interesse popolare, non per consegnare un'arma a chi vuol far fallire la consultazione proprio perché interessatissimo alle questioni in esame. Il terzo «ma», il più grave, investe la segretezza del voto. Poichè i contrari vengono invitati a disertare le urne, chi si presenterà al seggio sarà di fatto identificato come un fautore del «sì», dal momento che anche nel caso in cui votasse «no», il suo gesto avrebbe l'effetto pratico di far salire il «quorum» e favorire così la vittoria dei referendari.
Nel Vangelo sta scritto: «Sia il vostro parlare sì sì, no no». A differenza della Cei, Gesù non contemplava l'astensione.
«Stupita e irritata» per gli inviti ad astenersi al referendum sulla procreazione assistita. Così si è definito il premio Nobel, Rita Levi Montalcini, ribadendo la propria intenzione di votare 4 sì«. Sono stupita e irritata - ha detto - all'idea che si inviti la popolazione ad astenersi dal voto; penso, infatti, che il voto sia un obbligo. Anche se uno decide di votare per il no - ha concluso il premio Nobel - è sempre meglio che non votare».
MicroMega: Romano, te la sei voluta grave errore dimenticare la società civile
sula Repubblica
ROMA - «Spiace dirlo, ma Romano Prodi questa volta se l´è proprio voluta». Comincia così l´editoriale del prossimo numero di MicroMega (in edicola da martedì prossimo) che è un´aspra critica al comportamento di Prodi, ritenuto subalterno nei confronti della "nomenklatura" partitica del centrosinistra. Al leader dell´Unione viene rimproverato di aver «voluto limitare perfino il recinto partitico» dei soggetti ammessi all´operazione della lista unitaria, escludendo per esempio Di Pietro e Occhetto. Così «la montagna progettuale partorì il triciclo», e generò un «accrocco» che, secondo MicroMega, già allora «non aveva futuro». Perché, prosegue l´editoriale, «se i soci restavano esclusivamente i partiti, la vicenda era facilmente profetizzabile: ogni passo (avanti, indietro, surplace) in conformità alla risultante degli interessi d´apparato e congiunturale peso reciproco». L´opinione della rivista diretta da Paolo Flores d´Arcais è che «senza coinvolgere la società civile» con «vaste inoculazioni di non professionisti della politica» il progetto sarebbe «abortito a velleità». A Prodi si rimprovera di aver lasciato "in sospensione" quello che viene definito «il combustibile delle passioni civili», che «erano il suo unico partito» e delle quali «poteva fare la sua forza» per «equlibrare clientele e intruppati dei tesserarchi». «Ora - commenta MicroMega - gli ulivisti doc suonano l´autoconvocazione. Lascia il tempo che trova».
Appena rientrato in Italia, Romano Prodi deve fronteggiare una scelta drammatica. Egli aveva richiesto di accelerare i tempi, di decidere rapidamente se presentare alle prossime elezioni politiche la Federazione « Uniti nell'Ulivo » come soggetto unitario, eliminando ogni riferimento nella scheda proporzionale ai partiti che questa Federazione compongono, Ds, Margherita, Sdi e repubblicani europei. L'accelerazione era forte: essa implicava quasi di necessità la formazione di un unico gruppo parlamentare dopo le elezioni ed era premessa indispensabile a un processo costituente, dalla Federazione al partito unico.
Il secco no della Margherita ha trasformato l'accelerazione in una frenata: la Federazione resta in piedi come impegno di collaborazione tra partiti, ma l'Ulivo, il popolare rametto con le cinque foglioline, rischia di scomparire dalla vista degli elettori.
Quali possono essere le alternative per Prodi e per chi ha condiviso il suo disegno? Escludendo una rinuncia alla candidatura a premier, un'alternativa che elenco solo per motivi di completezza è quella di una lista unica tra i willing , tra chi ci sta: essa implica l'uscita del gruppo prodiano da Margherita e una mini federazione tra questo, i socialisti, i repubblicani e i Ds, con a capo Romano Prodi. Insomma, un pasticcio di elefante ed allodola, direbbe Cossiga: sarebbe difficile per l'elettore non vedere in questa mini federazione un soggetto di sinistra, un nuovo travestimento degli ex comunisti, e dunque aumenterebbe lo spazio regalato a Margherita nella conquista del centro. E poi i Ds non sarebbero molto contenti di svenarsi in voti e seggi per far spazio ai prodiani.
Una alternativa reale è invece la costituzione di un partito intorno a Prodi. Se questa operazione venisse condotta senza eccessive polemiche, essa potrebbe capitalizzare la rendita di avere come capo del partito il candidato premier ( ma lo sarebbe ancora?), attirerebbe tutti i « veri credenti » dell'Ulivo e avrebbe il vantaggio della coerenza: l'Asinello riprenderebbe il suo cammino verso la meta del partito democratico, il cammino iniziato nelle elezioni europee del 1999 e ora bloccato dalla decisione di Margherita. Lo svantaggio è che si tratta di una decisione molto rischiosa: in caso di conflitto aperto tra Prodi e i partiti, chi vince? E quali sarebbero le ripercussioni di questo conflitto interno al centrosinistra sul grande scontro elettorale dell'anno prossimo? L'altra alternativa reale è quella che i partiti più grandi vedono con maggior favore: Prodi incassa lo stop di Margherita, accetta che non sarà lui a dar vita al grande partito per cui combatte da tempo, spegne rapidamente le polemiche e si dedica, in spirito di servizio, alla fabbricazione del programma per l'intero centrosinistra. Per Prodi si tratta di una sconfitta. Ma di una sconfitta in una battaglia difficilissima, nella quale si trovava a combattere in una situazione oggettivamente contraddittoria: come capo della Federazione dell'Ulivo, doveva definire una identità riformista comune ai partiti moderati della coalizione; come candidato premier doveva produrre un messaggio e un programma elettorale che accontentasse tutti, moderati e radicali, Mastella e Bertinotti.
Amnesty: l'Italia deporta gli stranieri e guadagna con le armi
sommari de l'Unità
Deportazioni forzate ed esportazioni di armi da guerra: queste le colpe più gravi di cui si è macchiato il nostro paese nel 2004 secondo Amnesty International. Accuse pesanti contro il Bel Paese nelll'ultimo «Rapporto sullo stato dei diritti umani nel pianeta»
http://web.amnesty.org/report2005/index-eng
presentato dall'organizzazione internazionale per la tutela dei diritti umani: l'Italia procede a «deportazioni verso l'Egitto e la Libia di centinaia di stranieri arrivati nella penisola via mare» e «aumenta del 16% (1.5 miliardi di euro) le autorizzazioni alle esportazioni di armi da guerra anche con paesi che sono in conflitto tra loro come India e Pakistan». Ma non solo: l'Italia è ancora indietro nella lotta alla tortura e non ha provveduto all'attuazione dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale ratificato nel 1999.
L'Istat fa la diagnosi dell'Italia malata
Il Rapporto annuale sulla situazione del Paese nel 2004: una panoramica dei principali fenomeni economici, demografici e sociali.
uno speciale de Il Sole 24 Ore
Nel 2004 l'economia italianaè cresciuta dell'1,2%, in moderata accelerazione rispetto al magro 0,3% registrato l'anno prima. L'andamento del Pil è stato sostenuto dalla domanda interna, grazie ai consumi privati (+1,0%) e agli investimenti (+2,1%). Anche le esportazioni hanno contribuito (+3,2%) alla modesta dinamica del Pil, dopo essere state due anni in negativo. Analizzando il profilo congiunturale, va osservato come la ripresa dei primi tre quarti dell'anno si sia improvvisamente interrotta nell'ultimo trimestre, con una contrazione del Pil (-0,4%) in gran parte attribuibile alla caduta delle esportazioni e degli investimenti nella fase finale del 2004.
La forte espansione del commercio mondiale ha favorito la ripresa delle esportazioni, che non hanno tuttavia beneficiato del nuovo boom dei mercati esteri a causa della perdita di competitività dei nostri prodotti. A ciò si sono aggiunti fattori contingenti, quali l'apprezzamento dell'euro, e problemi strutturali, derivanti dalla specializzazione dell'industria italiana nei settori a basso valore aggiunto e in mercati di sbocco poco dinamici. La produzione manifatturiera è rimasta pressoché stazionaria, dopo tre anni di flessioni, a fronte di un incremento abbastanza consistente delle costruzioni (+2,7%). I servizi hanno messo in evidenza una dinamica positiva (+1,2%), ma in decelerazione rispetto al 2003.
Nel 2005 l'economia italiana è di nuovo in frenata: la crescita del Pil non andrà oltre lo 0 / 0,2% medio annuo, aumentando ancora il divario rispetto all'area dell'euro, ormai piuttosto significativo. Il risultato di quest'anno è, infatti, compromesso dall'ulteriore inattesa flessione del Pil (-0,5%) nel primo trimestre.
Su questa evoluzione pesano sia le difficoltà della domanda, interna ed estera, sia la mancata crescita della produttività complessiva.
Il Rapporto annuale dell'Istat esamina, in particolare, i grandi cambiamenti strutturali del nostro paese in termini di sistema economico, situazione demografica e del mercato del lavoro, con riguardo alle dinamiche più recenti. Esso offre, in altre parole, un aggiornato strumento di conoscenza e di servizio per istituzioni, imprese e cittadini. L'edizione di quest'anno sviluppa quattro grandi capitoli: la congiuntura economica nel 2004, la performance delle imprese italiane nel contesto europeo, il mercato del lavoro, le trasformazioni familiari.
Il Rapporto realizza, infatti, una forma d'interazione tra l'attività dell'Istat e gli altri soggetti del sistema statistico nazionale, le università, i centri di ricerca pubblici e privati, in linea con le riforme della statistica ufficiale avviate oltre un decennio fa. Tutti i grandi temi dell'economia e della società che sono oggetto di dibattito trovano, dunque, in questo volume una serie di contributi informativi documentati. Si tratta di un grande e complesso lavoro di sintesi, in linguaggio sempre chiaro e accessibile, dello "stato di salute" dell'Italia nell'età dell'euro e nell'Europa allargata.
- Rapporto annuale
- Sintesi
- Testo integrale
- Dati statistici
Il referendum e la voce dei malati
Lettera di Domenico Marchetti sula Repubblica
CARO direttore, nel dibattito in corso sui referendum del 12-13 giugno spicca l´assordante silenzio dei malati e dei loro familiari, la cui vita è toccata dalla legge in discussione. In tv e sui giornali, tranne poche eccezioni, non appaiono, non appariamo, mai. È anche colpa nostra; provo quindi a offrire il punto di vista di un´associazione di genitori di bambini affetti da una grave malattia genetica, al momento senza cura. Si chiama Atrofia muscolare spinale e nella forma più acuta è la più importante causa di morte d´origine genetica per bambini entro i 2 anni di età. Risparmio al lettore il dolore di perdere un figlio, spesso in condizioni di assistenza gravemente insufficiente da parte dello Stato. Tengo invece a esprimere il nostro profondo disagio riguardo ad alcune forzature che sono emerse nel dibattito sui referendum. Innanzitutto vorremmo un´informazione più trasparente su alcuni fatti. Un primo fatto inerente al primo quesito è che la ricerca con le cellule staminali embrionali potrebbe (probabilmente, ma nessuno lo sa con certezza) curare molte malattie attualmente devastanti. Lo stesso Bush ha ammesso pochi anni fa, quando ha comunicato al suo Paese la decisione di non finanziare con soldi pubblici questi studi, che la ricerca con le cellule staminali embrionali appare al momento più promettente di quella con le cellule staminali adulte. Quest´onestà intellettuale manca nel nostro Paese. È forte il nostro smarrimento rispetto alla scelta di non utilizzare per la ricerca neanche gli embrioni già creati e comunque destinati a perire (come, a esempio, è stato consentito negli Usa); capiamo le ragioni di principio addotte, ma, guardando negli occhi i nostri figli malati, ci riesce difficile interpretarla come una scelta a favore della vita.
Un secondo fatto che vorremmo ricordare affrontato dal secondo e terzo quesito è che oggi, in Italia, una coppia portatrice di malattie genetiche che faccia ricorso alla fecondazione assistita rischia che un embrione malato sia impiantato nell´utero della mamma: quello che il semplice buon senso richiederebbe, cioè assicurarsi che l´embrione sia sano prima di impiantarlo, da noi è proibito. In nessun altro paese occidentale si è arrivati a tanto. Chi di noi, dopo aver perso un figlio ne vorrebbe un altro senza rischiare l´ulteriore dramma di un aborto, è costretto ad andare all´estero; siamo in migliaia e stiamo intasando i centri di fecondazione assistita di mezza Europa.
Ci sono, inoltre, alcuni atteggiamenti riguardo al referendum che ci ispirano forte disagio. Perché un referendum così importante si svolgerà in estate, quando è più scomodo votare? Perché l´informazione televisiva sul referendum è assente o limitata alle fasce orarie di minore ascolto? Con che eticità il fronte contrario all´abrogazione si è indirizzato verso una scelta, l´astensione, che è certo legittima ma che ostacola un sereno e trasparente confronto democratico?
Ci sentiamo scippati del nostro diritto (morale, se non giuridico) a un confronto leale su un tema referendario cruciale per la nostra vita e quella dei nostri cari. Questo è il nostro j´accuse, in nome dei bambini malati che non ci sono più e di quelli che nasceranno domani.
La questione chiave in discussione è che tipo di vita sia l´embrione e che tutela dargli. La (legittima) posizione della Chiesa cattolica italiana, in buona parte ripresa dalla legge, non è condivisa dalla altre chiese cristiane né dalle altre religioni monoteiste; l´attuale legge è sicuramente un´anomalia rispetto alle legislazioni degli altri Paesi. Quale occasione migliore di questo referendum per prendere una decisione su un tema così importante e controverso, dopo una campagna informativa che tutti avrebbero dovuto volere equilibrata e completa? Non è vero che la complessità delle problematiche in discussione sconsigli un referendum, con la sua scelta drastica tra "sì" e "no", e suggerisca invece di rinviare la questione alle sedi più appropriate, come sostengono gli astensionisti. In realtà le questioni importanti e controverse sono sempre complesse, e il referendum è la soluzione più adeguata quando c´è il rischio che una decisione presa nelle sedi "appropriate" non coincida con quella della maggioranza dei cittadini. Se le modifiche suggerite dai fautori del referendum non convincono, semplicemente si vota contro.
In conclusione, al di là dei complicati esercizi retorici per difenderla, l´astensione appare per quello che probabilmente è: il frutto di calcoli e il tentativo di salvare la legislazione vigente a tutti i costi. Una parte teme di risultare in minoranza e somma i suoi numeri alla percentuale di elettori che si disinteressano della cosa pubblica e non votano mai, rendendo così invalido il voto. Non dovrebbe sfuggire che questo è un uso improprio della soglia originariamente pensata dai costituenti per evitare che decisioni parlamentari venissero modificate da un numero esiguo di elettori. È una forzatura: politicamente potrà forse risultare una scelta efficace, moralmente è il fine che giustifica i mezzi, a spese della democrazia sostanziale. È davvero paradossale che questa scelta venga da chi fa dell´etica una bandiera. Chiediamo a tutti gli elettori di assumersi le loro responsabilità il 12-13 giugno: innanzitutto consentendo un confronto leale e democratico su un tema così importante e poi, se credono, sostenendoci nella nostra battaglia per dare un futuro migliore ai nostri figli e permettendo così alla scienza di aiutarci.
l´autore è presidente di Famiglie Atrofia muscolare spinale Onlus
Ogm, scienza Ue sotto accusa L'Authority europea conosceva i rischi per la salute del mais Monsanto e diede il via libera.
I danni del Mon 863 Secondo uno studio della stessa Monsanto su topi da laboratorio, provoca modificazioni del sangue e malformazioni e riduzione dei reni.
Giorgio Solvetti su il Manifesto
MILANO - L'Efsa (European food safety authority) sapeva dei pericoli per la salute causati dal mais Mon 863 della Monsanto. Ma, pur avendone preso ufficialmente atto, decise di liquidare la questione con un'alzata di spalle: «non hanno rilevanza biologica». E questo anche se erano propri gli studi eseguiti dalla stessa Monsanto a provare che il Mon 863 causava malformazioni nei topi usati come cavie. Domenica scorsa il giornale inglese Independent ha affermato di avere parte di quel dossier da sempre tenuto segreto da Monsanto e ha rilanciato la notizia in prima pagina facendola rimbalzare sui giornali di mezzo mondo. In realtà però da tempo i risultati allarmanti di quell'esperimento sono noti. La meritevole iniziativa del quotidiano britannico ha probabilmente lo scopo di riaprire il dibattito sugli organismi geneticamente modificati in Gran Bretagna, ma va anche dritta al centro della questione: l'oggettività delle agenzie scientifiche governative e comunitarie non è mai stata tanto dubbia come nel caso delle valutazioni a proposito degli organismi geneticamente modificati.
Il caso Mon 863 scoppiò in Francia già nella primavera del 2004. Fu l'organizzazione ambientalista Comité de recherche et d'information indépendentes sur le géenie Génétique (Crii-Gen) presieduta dall'ex ministro all'ambiente Corinne Lepagea far scoppiare il caso rendendo pubbliche le conclusioni dello studio fatto dalla Monsanto che dimostravano come il Mon 863 producesse malformazione e riduzione dei reni oltre che modificazioni della composizione del sangue nei topi da laboratorio. Già allora fu chiesto a Monsanto di rendere noto per intero il contenuto del lungo dossier di oltre mille pagine che descriveva l'esperimento, e proprio come oggi, Monsanto si rifiutò appellandosi al segreto industriale. L'agenzia francese per la sicurezza sanitaria degli alimenti, però, comandò ad una commissione scientifica nazionale (Cgb) di occuparsi della questione. Guarda caso la Cgb, si comportò proprio come l'Efsa. Prima ammise che lo studio Monsanto evidenziava «significative differenze» tra i ratti alimentati con mais tradizionale e quelli alimentati con il Mon 863, ma un anno dopo fece marcia indietro. Sulla base di che? Un nuovo studio ancora di Monsanto, realizzato in un laboratorio scelto dalla Monsanto e addirittura utilizzando un altro tipo di mais. Clamoroso, tanto che le polemiche sulla decisione non unanime all'interno della Cgb finirono su Le Monde e il Mon 863 destò perplessità persino in Germania, paese che pure è delegato dall'Ue a portare avanti la pratica di autorizzazione.
Settimana scorsa i rappresentanti italiani a Bruxelles non ha dato parere favorevole all'introduzione del Mon 863 nel mercato comunitario. L'Inghilterra invece ha votato sì. Nonostante ben tre studi sui quattro commissionati dal governo britannico in questi anni abbiano bocciato gli ogm, la linea Blair da sempre favorevole agli organismi geneticamente modificati e ben disposta verso gli interessi dei giganti agroalimentari americani è dura a morire. E questo spiega perché l'Independent abbia deciso di ritornare con forza sulla questione Mon 863. A Bruxelles se ne riparlerà a novembre. Anche se c'è da giurare che i cittadini europei abbiano già deciso: il Mon 863 in ogni caso non se lo mangeranno mai.
Kyoto, i sindaci disobbediscono a Bush Una coalizione bipartisan di 123 «primi cittadini» decide di adottare il protocollo
Marina Della Croce su il Manifesto
ROMA - E' un'offensiva ambientalista in piena regola quella che vede protagonisti - negli Stati uniti - i sindaci di 132 città. I primi cittadini, uniti in una coalizione bipartisan che accoglie indistintamente democratici e repubblicani, hanno deciso di «sfidare» il presidente Bush adottando volontariamente gli obiettivi del Protocollo di Kyoto e impegnandosi a ridurre le emissioni di taluni gas ad effetto serra responsabili del riscaldamento del pianeta. L'iniziativa è nata su impulso di Greg Nickels, sindaco di Seattle, dove una serie di inverni aridi in una città famosa per la pioggia - oltre che per aver dato il via al movimento no-global - sta destando molta preoccupazione. Nickles ha cominciato a governare secondo i dettami di Kyoto proprio il 16 febbraio scorso, quando è entrato in vigore il Protocollo. Il sindaco ha deciso di ridurre, entro il 2012, del 7% l'emissione di gas responsabili dell'effetto serra, rispetto al livello del 1990. Tra i provvedimenti adottati dal sindaco pro-Kyoto, l'obbligo per le navi da crociera che attraccano nel porto della città di spegnere i motori mentre fanno rifornimento e l'obbligo di usare solo l'energia elettrica prodotta localmente.
Ma Seattle non è sola nel suo impegno a favore del trattato sul clima. Altre città sono sulla stessa lunghezza d'onda, scrive e-gazette, il settimanale on line di ambiente ed energia. Dalle amministrazioni notoriamente più all'avanguardia come Los Angeles in California a quelle più conservatrici, come Hurst, nel Texas e New York.
E c'è anche chi ne fa una questione di necessità, come il sindaco di New Orleans, in Louisiana: Ray Nagin, democratico, ha detto di aver aderito all'iniziativa perchè «il livello del mare che cresce minaccia l'esistenza stessa della sua città». Mentre nelle Hawaii, il sindaco di Maui, Alan Arakawa, un repubblicano, si è unito alla cordata pro-Kyoto perché frustrato dal rigido atteggiamento dell'amministrazione che si è sempre riufiutata di riconoscere la scientificità delle prove relative all'impatto delle attività umane sul cambiamento climatico. E ancora, Jerry Ryan, il sindaco repubblicano di Bellevue, nel Nebraska - nonostante sia un sostenitore di Bush - ha aderito al fronte dei sindaci anti-gas serra perchè si è detto preoccupato per gli effetti di siccità sulla comunità agricola e convinto della necessità di agire subito.
Firmato nel dicembre del 1997, il Protocollo impegna i Paesi industrializzati e quelli a economia di transizione a ridurre complessivamente del 5,2% le principali emissioni di gas nel periodo compreso tra il 2008 e il 2012. Le percentuali di riduzione non sono uguali per tutti i paesi: per l'Unione europea si parla dell'8%, per gli Usa del / e per il Giappone del 6.
Quanto all'Italia, è solo di pochi giorni fa la notizia che il suo «piano emissioni» - peraltro presentato con ritardo - rischia di essere respinto dalla commissione Ue all'ambiente. Secondo i calcoli di Bruxelles, l'Italia non avrebbe «fornito una giustificazione adeguata per i forti aumenti di emissioni registrati dal 2001 al 2002.