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a cura di Fr.I. - 24 maggio 2005


Le unioni che non pagano
Il contenzioso tra Prodi e Rutelli
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera

Berlusconi chiede il partito unico, Prodi il listone unico. A Berlusconi la Lega ha subito risposto di no, e giovedì Fini gli ha risposto che ci vorrà tempo ( un no larvato). Eppure Berlusconi sorride, non se la prende, e gronda fiducia. A Prodi, sempre giovedì, Rutelli ha fatto un modesto « strappo » ( chiede di andare da solo, fuori dal listone, una volta su dieci, o poco più) e Prodi fa la faccia feroce e grida al « suicidio » . Se lui lo dice, suicidio è ( per l'opinione pubblica). Ma lo è davvero? Prodi è tornato da Bruxelles con due idee fisse in testa. La prima è che « uniti si vince » ( se no, si perde…

Uniti si vince. Sì, ma uniti male forse non si vince. Qui stiamo parlando di una unione elettorale nel contesto di un particolare sistema elettorale « misto » — il Mattarellum — che prevede per un quarto ( che diventa un ottavo, i l 12,5%, nel contesto complessivo delle due Camere) un sistema proporzionale. Volendo fare le cose bene, occorreva cominciare dal rifare il sistema elettorale. Ma Prodi ha apoditticamente decretato che il Mattarellum « non si tocca » .
E allora se lo goda. Scenda dal piedistallo delle sue idee fisse e si degni di fare i conti su come conviene gestire il voto proporzionale.

Qui, di solito, l'unione non fa la forza ma semmai fa perdere voti. E questa regola è oggi confermata dalle recenti elezioni regionali. Cito Rutelli: « Le liste distinte dei partiti che formano la Federazione dell'Ulivo possono raccogliere più voti che non la lista " Uniti nell'Ulivo". Nelle 9 regioni con liste unitarie l'Ulivo ha raccolto 640 mila voti proporzionali in meno rispetto alle Europee di un anno fa e un milione e 930 mila voti in meno rispetto alle politiche del 2001. I partiti dell'Ulivo ( Ds, Margherita, Sdi) hanno invece raccolto con simboli distinti 425 mila voti in più rispetto alla lista unitaria delle Europee ».

Su questi dati si può sottilizzare, ma soprattutto si può controbattere che il valore aggiunto, il « valore in sé » dell'appello unitario, prevale su queste minuzie contabili. Però, però.
L'altra faccia della medaglia è che lo smottamento del voto berlusconiano è in atto, che al centro i voti in palio e in possibile uscita sono al minimissimo un 10%, e che questi voti li intercetta meglio una Margherita votabile a sé che non una Margherita annegata nel mare reso rossiccio da Bertinotti.
Al momento quasi tutti bacchettano Rutelli.
Ma Prodi se l'è chiamata. Da sempre « bulleggia » la Margherita e ora il suo smisurato orgoglio ferito trasforma una tempesta in un bicchiere d'acqua ( torno a ricordare che stiamo parlando solo del 12,5% del voto complessivo) in uno tsunami. Lo strappo di Rutelli è suicida se viene preso male e lo si dichiara tale. Ma altrimenti può essere utile.


La «ribellione» degli italiani del Sud Tirolo
Il messaggio delle «comunali» di Bolzano. Il patentino, i rifiuti, le scuole bilingue: la vittoria della destra che si è messa a cavalcare l'italianità violata.
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

«Ci siamo anche noi italiani». Ecco il messaggio delle «comunali» di Bolzano. Dopo di che, per carità, la Casa delle Libertà può anche esultare per la storica conquista della città, che mai aveva visto un sindaco di destra dai tempi dell'ultimo podestà, abbinandola alla vittoria di Catania. Come ha ragione chi, sul fronte opposto, dice che l'incredibile sconfitta è arrivata solo per gli errori della sinistra, che con l'Svp ha buttato via una partita vinta. Tutto vero. Ma alla base c'è quel messaggio: «Ci siamo anche noi italiani».

Due numeri estremi, uno alla sezione n. 2, a piazza Madonna (pieno centro, larga maggioranza tedesca) e l'altro alla sezione n. 77 di via Parma (periferia, case popolari, tutti italiani), dicono tutto. Nella prima ha trionfato Giovanni Salghetti, il primo cittadino uscente che rappresentava la Margherita ed era appoggiato dal partito di raccolta sudtirolese: 86,9%. Nel secondo Giovanni Benussi, l'architetto cattolico che, forte dei legami con gli eredi del Msi di cui il padre fu un esponente ma così distaccato dalle beghe partitiche da potersi presentare come il portavoce di una minoranza non etichettabile sempre più insofferente, ha preso il 69,6%. Due mondi opposti dentro la stessa città.

Non un voto, uno solo, è andato perso a destra a Bolzano. La coalizione ha marciato compatta, superando perfino i burrascosi rapporti tra i vertici di An e Forza Italia. Così che oggi possono cantar vittoria sia Giorgio Holzmann, l'ex ultrà missino che con gli anni si è convinto della necessità di dialogare con la Svp, che in qualunque altra parte del mondo starebbe coi conservatori ma qui è schierata contro perché a destra ci sono gli eredi di quel Mussolini che tentò una italianizzazione brutale. E insieme può esultare Michaela Biancofiore, la grintosissima forzista che ortograficamente non indovina un accento ma per risollevare gli azzurri si è messa a cavalcare l'italianità violata accusando An d'essersi rammollita per le poltrone e denunciando come "comunisti" perfino quelli della Svp.

Cosa sia successo dall'altra parte lo dicono i numeri: Salghetti aveva incassato al primo turno 19.400 voti: 34,8%. Fatta la somma con quelli presi da Elmar Pichler Rolle, segretario della Svp nonché vicesindaco uscente (9.326 voti: 16,7%) pareva che il risultato fosse acquisito: come poteva il candidato delle destre recuperare più di cinquemila voti di distacco? Come poteva farcela se i partiti schierati col sindaco uscente (compreso quello della "pasionaria" Eva Klotz) avevano preso in città, alle provinciali di due anni fa, il 59%? Come sia andata, si è visto. Tanto che Benussi gongola: «Non ho vinto solo per 7 voti: ho vinto per gli ottomila più 7 che ho saputo recuperare». Come? «Gli italiani di Bolzano non ne possono più, appena alzano la testa, di sentirsi rovesciare addosso l'accusa falsa di essere fascisti. E non ne possono più che anche il sindaco di una città a maggioranza italiana sia deciso dai tedeschi, che già hanno in pugno la provincia». Una tesi condivisa, tra i sospiri e gli «ahinoi!», anche da un pezzo della sinistra.

Col risultato, denunciato anche dai tedeschi dissidenti, che oggi l'Università ha un presidente tedesco, la Fondazione Cassa di Risparmio un presidente tedesco, l'Accademia Europea un presidente tedesco, il Bic un presidente tedesco, la Brenner-com un presidente tedesco e insomma «agli italiani restano solo le briciole». Per non dire del no alle scuole bilingui (di qua i tedeschi, di là gli italiani, così che i ragazzi non imparano l'unica lingua parlata: l'Umgangssprache tirolese), degli scontri sull'immondizia («portata tutta a Bolzano, la pattumiera della provincia dove c'è l'inceneritore»), del periodico riesplodere delle polemiche intorno al patentino.

Tema sul quale gli italiani sventolano il caso di Renato Scienza, un asso della neurochirurgia che parla tedesco bene ma alla fine ha accettato le offerte del Policlinico di Padova dopo essere stato bocciato 9 volte (nove!) all'esame per il patentino. «Ma certo, ha pesato anche questo» concede Arnold Tribus, amico di Alex Langer e direttore del radicale "Tageszeitung" che non ne perdona una allo strapotere Svp, «ma più ancora delle tentazioni egemoniche tedesche, sulla disfatta a sinistra hanno pesato le fratture interne. Coi diessini che volevano la poltrona di sindaco e prima ancora del ballottaggio parlavano già dello scioglimento del consiglio dove Benussi non avrebbe avuto i numeri e delle elezioni anticipate alle quali avrebbe corso il loro Silvano Bassetti!».



I Ds non votano a Rovereto, perde il candidato della Margherita
Alessandro Trovino sul
Corriere della Sera

Né Ds né Margherita se la sono sentita di porgere l'altra guancia e, a urne riaperte, si scopre che lo « schiaffo di Rovereto » ha tramortito il centrosinistra, finito al tappeto con ematomi vari, mentre un candidato senza casacche né simboli di partito, l'ex dc Guglielmo Valduga, può alzare le braccia in segno di trionfo, forte di novemila preferenze di elettori « insofferenti ai potentati politici » .
Se qualcuno voleva un'ulteriore riprova dell'adagio secondo cui « uniti si vince » ( e disuniti no), a Rovereto, seconda città del Trentino con 35 mila abitanti, ne ha piena conferma.
La disfida a sinistra — che ha visto schierati al primo turno un candidato per uno di Margherita, Ds e Rifondazione — ha portato fino al ballottaggio il sindaco uscente della Margherita, Roberto Maffei. Ma arrivato al traguardo è rimasto solo, perché gli elettori diessini hanno disertato in massa, facendo calare del 13,4 per cento l'affluenza alle urne e dando il via libera a Valduga ( 55,6 contro 44,4).
Una vicenda locale che ha pericolose somiglianze con il quadro politico nazionale, tanto che si è anche parlato di una rimostranza di Rutelli a Prodi, proprio sul caso Rovereto: « È la prova che Romano pensa solo all'Unione e trascura la Fed » .
Lo scontro nel centrosinistra nasce due anni fa, quando il sindaco Maffei « licenzia » due uomini diesse in giunta, ferita che non si è mai rimarginata. Al momento di scegliere un candidato comune, la Quercia chiede che non sia Maffei. Al no della Margherita, si consuma la scissione. « Io li avevo implorati — spiega Bruno Ballardini, poi candidato diesse — ma non c'è stato nulla da fare » . Anche perché, paradossalmente, a Rovereto si rovesciano i timori nazionali: qui sono i diessini a temere l'assorbimento: « Era chiaro il disegno politico — dice Ballardini — , se fossimo andati con Maffei saremmo spariti come partito » . E così i diesse decidono di negare l'apparentamento, lanciando solo un tiepido appello al voto. « Ma è evidente che la sinistra non ha votato. E comunque non certo per me » spiega Maffei.



L´avvocato e il suo cliente
Giuseppe D´Avanzo su
la Repubblica

UNA sentenza pessima. Per tutti, se si esclude Berlusconi. Pessima per Previti che comincia ad assumere le sembianze di un capro espiatorio. Pessima per la credibilità della magistratura. Soprattutto pessima per il cittadino. Naturalmente si dà qui per indiscussa la correttezza dei giudici e indiscutibile la loro sapienza giuridica. Come non è solo rituale la cautela che pur bisogna rispettare in attesa delle motivazioni della sentenza. Ma già da ora si può comprendere qualcosa (o quel che conta) di quanto è avvenuto nell´appello di Milano. Innanzitutto il metodo applicato dai decisori. A occhio, metodo pessimo anch´esso.
Il processo, come tutti sanno, è indiziario. C´è molto denaro che si muove dai conti della famiglia Rovelli e di Silvio Berlusconi ai due mediatori, Cesare Previti e Attilio Pacifico. Poi, dai mediatori ai giudici di Roma. Il passaggio di denaro è documentale. Difficile occultarlo o negarlo. È il prezzo delle sentenze Imi-Sir e Lodo Mondadori? Se si esclude un correo linguacciuto (e qui non appare), non c´è mai impronta digitale o documento a sostenere la corruzione. Per dire "corruzione", bisogna muovere "al contrario": accertare che non ci siano altre legittime ragioni economiche o d´affari tra Previti, Pacifici e le toghe sospette. Gli imputati ne propongono qualcuna. Sono parcelle professionali, sostiene ad esempio Previti. Non riesce, però, a produrre un solo documento processuale che porta la sua firma: un atto di citazione, una comparsa di risposta, una memoria conclusiva, un parere giuridico, un atto di transazione; come non esiste una fattura, una ricevuta informale, un estratto dei libri contabili di Fininvest. Le mosse della difesa cadono dunque nel vuoto, ma non mutano il segno indiziario del processo. Per valutare la "forza" degli indizi occorre esaminarli nella loro pluralità. Tutti insieme devono essere (lo chiede il legislatore) «gravi, precisi e concordanti». È il lavoro che spetta ai giudici. A Milano si muovono sghembi. Non valutano l´arco degli indizi, ma ne segmentano la molteplicità, ne spezzettano la pluralità, ne sminuzzano il percorso.

C´è un grande avvocato, Cesare Previti. È un po´ misterioso. Quasi un´ombra per tribunali, giudici, studi legali, ordine professionale. Ha un solo grande cliente: Silvio Berlusconi. Che poi significa Fininvest e Mediaset. L´avvocato ha vantaggiose consonanze con alcuni giudici. Teste fini e influenti come Renato Squillante e Vittorio Metta. Rapporti così eccellenti da consentire all´avvocato di proporre ai giudici, in cambio di molto denaro, il baratto di qualche sentenza. L´unico cliente dell´avvocato ha molti guai con la giustizia. Anzi, è nelle aule dei tribunali che costruisce e difende la nascita e la prosperità del suo impero mediatico (dalle "antenne selvagge" all´acquisizione del maggior gruppo editoriale italiano, Mondadori). Ma l´avvocato misterioso non muove mai gli alfieri del suo sistema corruttivo per favorire il suo solo prezioso cliente. Lo fa per la famiglia Rovelli alle prese con l´indennizzo multimiliardario (1000 miliardi di lire) dell´affare Sir.

Al processo di Milano si chiedeva di dire se Cesare Previti fosse un corruttore di giudici. Anche qui, una certezza. Previti è un corruttore. Mai per gli affari del suo unico cliente, attenzione. Soltanto per le fortune dei Rovelli.
C´è ancora un altro responso nel dibattimento milanese. Chiama in causa la magistratura italiana per il passato e per il futuro. Qual è stato, in passato, nella Capitale, il grado di tenuta dell´imparzialità della giurisdizione, ovvero di uno dei gangli vitali di un moderno sistema democratico? È stata una burla, conferma il verdetto. Le sentenze a Roma si potevano comprare e vendere. Una "giustizia a uso privato", prigioniera di una inconfessabile rete di relazioni tra avvocati d´affari e toghe.

Al fondo di questa vicenda, è infatti una domanda decisiva, urgente: la magistratura è in grado di difendere, con autonomia e indipendenza, il precetto costituzionale dell´eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge? Quanto, nella decisione, contano le persone, il nome delle persone, il loro status e prestigio? Quanto le mosse nel processo? Quanto i fatti (come stiano le cose)? L´imbarazzata sensazione che sollecita la sentenza di Milano è oggi la conferma, ammesso che ci fosse bisogno di una conferma, che il giudice «respira anche lui l´aria dell´ambiente e la patisce». Come è già accaduto nel passato, si punisce con un micidiale effetto selettivo sempre chi, sconfitto nella contesa sociale e politica, appare più vulnerabile. Lo si può dire di Cesare Previti. È palesemente l´"uomo di mano" negli affari corruttivi che ruotano intorno a Berlusconi (che gode in un altro processo di prescrizione per corruzione semplice). L´indagine non va alle sue spalle, si ferma alla sua faccia. Se si rifiuta di vedere il legame con l´autorevole sodale, Previti è spinto dall´ombra al proscenio, solo e con in mano tutte le carte infette. Soccombe allora e deve sopportare da solo l´operazione liquidatoria. Lo puniscono con severità (addirittura un anno in più del giudice corrotto). Non gli si concedono le attenuanti assegnate ripetutamente all´altro che gli è alle spalle (Berlusconi) e, con queste, il vantaggio della prescrizione del reato. A meno che nei prossimi mesi, non ci pensi la Cassazione.


Per Silvio una vittoria, per Cesare il rischio del carcere
Perde Carlo De Benedetti: cancellati i risarcimenti. La Corte riconosce la correttezza del lavoro della Procura
Giovanni Bianconi sul
Corriere della Sera

Un miliardo di lire trasferito da una banca svizzera all'altra, partito da un conto di Zurigo degli eredi di Nino Rovelli e giunto su un conto di Lugano dell'avvocato romano Attilio Pacifico. Nello stesso giorno o poco dopo, da un altro conto dell'avvocato Pacifico partirono 133 milioni di lire per il giudice romano Renato Squillante, e altri 133 per l'avvocato Cesare Previti, sempre su banche svizzere. In più, dal conto rimpinguato con il miliardo dei Rovelli, Pacifico prelevò 450 milioni in contanti.
A voler cercare qualche riferimento a fatti concreti nel complesso e spezzettato dispositivo della sentenza di ieri, si può dire che quei soldi furono almeno una parte del prezzo della corruzione nella vicenda giudiziaria Imi Sir, che anche i giudici di secondo grado hanno ritenuto provata. Per questo e per altri elementi; non tutti quelli portati dall'accusa, ma quanto basta per arrivare a una pesante condanna degli « intermediari » Previti e Pacifico e dei giudici Squillante e Vittorio Metta.
Sull'altra presunta « compraven dita di giustizia » , quella del Lodo Mondadori, le prove raccolte sono invece insufficienti o comunque contraddittorie, e dunque la condanna di primo grado si trasforma in assoluzione.
Dunque in un caso ci fu corruzione, nell'altro no.
Sull'Imi Sir tutti i verdetti sono andati nell'unica direzione che porta a dire che la sentenza fu comprata. Sulla Mondadori siamo di fronte a un'altalena di verdetti che rientrano nella fisiologia dei processi indiziari. L'assoluzione in una vicenda che inizialmente vedeva imputato anche il presidente del Consiglio Berlusconi trova riscontro in una decisione di cinque anni fa del giudice dell'udienza preliminare, Rosario Lupo, il quale prosciolse gli accusati. Non c'era la prova certa che il « fiume di denaro la cui riconducibilità alla Fininvest e a Silvio Berlusconi è certa » fosse servito a comprare la sentenza Mondadori. E anche sui soldi improvvisamente comparsi nelle mani del giudice Metta ( lo stesso ricondannato ieri per l'Imi Sir) Lupo scrisse che « possono esistere spiega zioni alternative » . Di qui il proscioglimento, poi rovesciato dalla corte d'Appello e dalla condanna in primo grado, a sua volta cancellata dall'assoluzione di ieri. Fisiologia della giurisdizione, appunto, e vedremo che cosa accadrà in Cassazione.
Per adesso a vincere questo round, oltre agli imputati che si scaricano di dosso quella parte di condanna, è certamente Berlusconi. Il quale, se pure non compariva più tra gli imputati ( la sua posizione fu dichiarata prescritta al momento del rinvio a giudizio), continuava a far capolino dietro i soldi che avrebbero finanziato la corruzione dei giudici.
Perde invece Carlo De Benedetti, i cui avvocati hanno sostenuto la tesi della corruzione e non riescono a spiegarsi i motivi del colpo di spugna: se l'ultima parola resterà questa, non potrà avere i risarcimenti miliardari stabiliti in primo grado dal tribunale.
Nella vicenda Imi Sir perdono Cesare Previti e gli altri condannati; un altro grado di giudizio se n'è andato, e per evitare di dover scontare la pena in carcere resta la Cassazione, dove i difensori si dicono sicuri di farcela. Un'anteprima ci sarà in autunno, quando arriverà l'ultimo verdetto per l'imputato che ha scelto il rito abbreviato, l'avvocato Acampora, anche lui condannato in primo e secondo grado.



L'Italia è in netta recessione L'Ocse: Deficit/Pil al 4,4%
sommari de
l'Unità

L'Ocse, l'organizzazione internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico che raggruppa i 30 paesi più industrializzati, annuncia i dati sull'economia italiana: è recessione. L'Italia ha perso il 25% della sua competitività e l'economica registra una crescita che cala del 2,3%. Inoltre deficit e debito pubblico peggioreranno progressivamente a causa dell'esaurimento degli effetti delle entrate una tantum. Anche da Parigi quindi arriva l'allarme sui nostri conti. Lunedì era toccato all'Eurostat ritoccare in negativo le stime del governo. Cosa si inventeranno questa volta per minimizzare?


La diaspora ambientalista
Dietro la polemica tra Italia Nostra e Legambiente uno scontro sull´ecologismo sostenibile
Giovanni Valentini su
la Repubblica

SE FOSSE vero – come per i "mali" del proverbio popolare – che anche le polemiche e i litigi non vengono tutti per nuocere, si potrebbe sperare che la querelle esplosa tra Legambiente da una parte, e Italia Nostra e le altre associazioni ambientaliste dall´altra, produca qualche effetto o conseguenza positiva. C´è francamente da augurarselo: nell´interesse loro innanzitutto, ma ancor più nell´interesse della natura, del territorio, del paesaggio, del nostro patrimonio artistico e culturale, della salute e della qualità della vita collettiva.
Con tutti i limiti e i difetti che si possono imputare più o meno strumentalmente agli ecologisti, si deve proprio alla loro presenza, alla loro azione, alla loro iniziativa, e in certi casi perfino al loro "estremismo", il merito d´aver impedito o quantomeno contenuto finora lo scempio finale del Belpaese. Dalla lotta all´abusivismo edilizio a quella contro l´inquinamento, per citare solo due capisaldi storici, tanti risultati non si sarebbero raggiunti senza l´impegno e la compattezza della galassia ecologista.
L´occasione, dunque, può rivelarsi propizia per aprire un tavolo di dialogo e di confronto all´interno dell´ambientalismo italiano, per tentare di superare le divergenze e ricercare possibilmente una sintesi unitaria. Se questo mondo si divide o si spacca, se questa cultura comune si disperde, il fronte è destinato certamente a indebolirsi e la battaglia allora diventa ancora più difficile. E certamente non giova il tiro al bersaglio da una sponda e dall´altra, il gioco dei sospetti e delle accuse reciproche.
Sarebbe tuttavia un grosso errore ridimensionare l´incidente, ridurlo a una questione circoscritta o locale, peggio accantonarlo o nasconderlo come una piccola bega occasionale. Qui non si tratta, infatti, soltanto di Roma o della nuova linea della metropolitana. E neppure si tratta di discutere sull´opportunità o meno d´imboccare la "via giudiziaria", come ha fatto Legambiente costituendosi in giudizio ad adiuvandum al fianco del sindaco Veltroni, contro il ricorso di Italia Nostra sul progetto del nuovo metrò.
Si tratta, piuttosto, di confrontarsi su un modello economico-sociale imperniato sulla tutela e sulla valorizzazione dell´ambiente come "regolatore dello sviluppo", come valvola di sicurezza per la salute dei cittadini, come relais d´un capitalismo moderno.

Dal metrò di Roma, l´unica metropoli al mondo senza una vera metropolitana, all´auditorium di Ravello; dalle pale eoliche in Sardegna o altrove all´impianto di compostaggio per lo smaltimento e la riutilizzazione dei rifiuti a Grosseto, le domande della comunità riguardano aspetti fondamentali dell´organizzazione sociale, come i trasporti, l´energia, la salute, il turismo. Ognuna va affrontata in un´ottica complessiva di sistema, fuori dagli interessi municipali, al di là delle rivendicazioni più astratte o all´opposto più materiali. E probabilmente farebbero bene le associazioni, a cominciare da Italia Nostra, a non delegare completamente l´iniziativa alle singole sezioni locali, per evitare il rischio della frammentazione, della conflittualità o a volte del protagonismo.
È fin troppo scontato dire, come abbiamo già detto tante volte in passato, che gli ambientalisti non possono e non devono diventare "il partito del No". Ed è ovvio ripetere che hanno la responsabilità di formulare proposte alternative, d´immaginare soluzioni ecocompatibili, concrete e praticabili. Al giorno d´oggi, però, tutto questo non basta più.
Di fronte alla crisi internazionale, alla recessione e alla disoccupazione che avanzano, alla precarietà e alla paura che aumentano, l´ambientalismo italiano non può rifugiarsi in una ridotta isolata e nostalgica, in un "castello incantato" dove custodire le risorse naturali e i beni artistici come i codici miniati dei monaci benedettini. Deve uscire in campo aperto, mettersi in gioco, misurarsi con la realtà quotidiana per conservare da un lato e valorizzare dall´altro. L´obiettivo è quello di coniugare la salvaguardia dell´ambiente con il rilancio dello sviluppo, tanto più importante in questa fase per un Paese come il nostro povero di materie prime e ricco invece d´un patrimonio inestimabile fatto di verde, mare e coste, monumenti e chiese, quadri e sculture.

Gli ambientalisti parlano, giustamente, d´uno "sviluppo sostenibile". Ecco: forse è arrivato il momento di parlare anche d´un "ambientalismo sostenibile", compatibile cioè con l´esigenza d´una maggiore giustizia, una maggiore sicurezza e una maggiore solidarietà. L´ambiente per l´uomo, l´intero genere umano, non contro l´uomo. L´ambiente al servizio dell´uomo, e naturalmente della donna, non l´uomo e la donna sottomessi all´assolutismo dell´ambiente.


Ventiquattro maggio 1915, così iniziò l'inutile strage
Wladimiro Settimelli su
l'Unità

Un pretesto, una scusa, una occasione per scatenare la guerra che la maggior parte delle nazioni, fin dall'inizio del secolo, volevano a ogni costo per allargare i propri possedimenti, per occupare colonie e dilagare verso le nazioni vicine. La Germania in particolare, aveva già la sindrome dell'accerchiamento e la Russia degli zar, invece, intendeva, a ogni costo, allungare le mani verso ulteriori zone asiatiche. L'Austria-Ungheria, il grande impero che aveva dominato l'Europa per anni, voleva, invece, cacciare indietro ogni anelito dei piccoli popoli che cercavano e volevano l'indipendenza. Alla fine, il pretesto per la guerra, maturò in maniera un po' oscura a Sarajevo, in Serbia, dove il nazionalista Gavrilo Princip, appartenente ad una confraternita sciovinista molto discussa, decise di aspettare, nei pressi di un ponte, la carrozza con l'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d'Austria e la moglie. Quando la carrozza fu a portarta di mano, Princip sparò con una pistola e lanciò una bomba a mano. Era fatta. La scusa e il pretesto, ormai c'erano. L'arciduca era morto con la consorte e l'Austria-Ungheria, con l'appoggio dell'alleato tedesco, dichiarò subito guerra alla Serbia, « protetta», come sempre, dal grande «orso russo». L'Italia, stretta da patti ferrei con l'Austria-Ungheria, attese e rimase per qualche tempo sul chi vive e poi, il 24 maggio del 1915, cambiando fronte, scese in campo proprio contro l'Austria-Ungheria e la Germania.
Sono trascorsi esattamente novanta anni, da quando il presidente del consiglio Salandra e il Re, precipitarono il Paese in una avventura terribile. Eravamo, come al solito, poco preparati militarmente e industrialmnente. Il Paese era già stato chiamato ad uno sforzo terribile per la guerra di Libia del 1911, contro i turchi. All'interno del Paese, gli scontri sociali erano continui perché i contadini e le masse operaie davano battaglia per conquistare migliori condizioni di vita e di lavoro: le otto ore, il divieto di lavoro per i bambini, una più giusta ripartizione delle terre. I socialisti, con i sindacati, aiutavano e stimolavano le lotte dei lavoratori. Fin quando, non cominciarono a dividersi, a polemizzare, a parlare di tradimenti e di soldi che venivano fatti circolare per convincere anche i riottosi a chiedere la guerra. Benito Mussolini, dirigente socialista già noto e stimato, viene cacciato dal partito socialista per la sua scelta di interventista. Lui fonda, allora, Il Popolo d'Italia che verrà pagato con i soldi degli zuccherieri. Anche molti scrittori e poeti di vaglia, dopo l'inizio delle ostilità tra la Germania, l'Austria-Ungheria, la Serbia e la Russia, chiedono la guerra ad ogni costo. E guerra, purtroppo, sarà senza nemmeno consultare il Parlamento. Noi, ci schiereremo, appunto, contro l'Austria-Ungheria e la Germania, che erano state definite nostre « alleate naturali». Insomma, saremo con la Francia, l'Inghilterra, il Belgio, la Russia e poi l'America.
In un fragor di polemiche arriva, quindi, la mobilitazione. Così,novanta anni fa, i nostri nonni e bisnonni, indossano la divisa e cominciano ad affollarsi alle stazioni ferroviarie, ma purtroppo è il solito copione che si ripeterà anche per la Seconda guerra mondiale. Abbiamo pochi cannoni, non molte navi, fucili precisi, ma antiquati e lenti. Pero, gli Stati maggiori, come al solito, badano alle carriere e alle conquiste immediate, da far pesare sul Re e sul Parlamento. La «grande guerra» è subito una terribile e straziante guerra di posizione. I nostri fanti vengono tenuti per mesi nelle trincee in mezzo al fango e agli escrementi. Tutti vengono mandati all'attacco senza sosta ed è una strage terribile. Si combatte per giorni e mesi per conquistare una cima o una collina che, pochi giorni dopo, sarà di nuovo perduta. I nostri mangiano male, vivono peggio lungo le doline carsiche e in cima alle grandi montagne.
Eppure, i soldati e gli ufficiali danno un'incredibile prova di eroismo e di sacrificio. I generali Luigi Cadorna, Alberto Pollio, Pietro Badoglio, poi Diaz, il duca d'Aosta e gli altri dello Stato maggiore, dicono al Re che vinceremo, che cacceremo i nemici e che le nostre montagne non saranno mai conquistate dagli austro-tedeschi. In realtà, la guerra è durissima, terribile.

Le leggi militari sono durissime con i poveri soldati che tentano di evitare la prima linea o si procurano ferite per essere rimandati a casa. Tanti ergastoli e, spesso, anche la fucilazione. Ad Asiago, il 28 maggio del 1916, gli austriaci sfondano le nostre linee. Il generale Luigi Cadorna ordina di passare per le armi un buon numero di soldati e di ufficiali. Poi arriva Caporetto, il disastro d'Italia. Il 24 ottobre del 1917, sulle montagne intorno a quel piccolo paese, oggi in terra slovena, gli austriaci, rinforzati da truppe tedesche, attaccano e penetrano in profondità nelle italiche terre. È tutta la zona dell'Isonzo che ha ceduto. Dall'altra parte, comanda un generale che poi diverrà famoso: Elwin Rommel. Noi contiamo 11 mila morti e 29 mila feriti. I prigionieri nostri sono 280 mila e i soldati in rotta 350 mila. È una tragedia immane che nessuno dimenticherà mai più. Che fanno i generali? Ordinano le decimazioni. In questo modo, centinaia e centinaia di soldati scelti a caso, vengono fucilati per alto tradimento. La decimazione fa strage anche della brigata «Sassari», la piu decorata dell'esercito. Una decisione infame.
Caporetto, però, ferisce l'orgoglio nazionale e fa correre alle armi anche coloro che avevano sempre chiesto la pace. Questa volta, gli austriaci e i tedeschi, sono sulla porta di casa, la casa di tutti. I soldati e gli ufficiali si fanno massacrare, ma non arretrano di un passo dalle sponde del Piave. Anzi vanno all'attacco. Finalmente, nel 1918, arriva la vittoria. Sono stati mobilitati persino i ragazzi e il Re e il governo hanno promesso di tutto ai soldati: la spartizione delle terre, una maggiore giustizia sociale, garanzie di lavoro e di sviluppo. Tutte balle. «L'inutile strage» è finita, ma non ha portato niente di quello che era stato promesso. Più tardi arriverà persino il fascismo.


« Salvate Majda, sarà decapitata davanti alla moschea »
La donna marocchina, moglie di un principe saudita, condannata a morte a Riad
Magdi Allam sul
Corriere della Sera

Non resta molto tempo per salvare la vita di una giovane madre marocchina condannata arbitrariamente a morte in Arabia Saudita. Forse già questo venerdì, 27 maggio, Majda Mustapha Mahir sarà brutalmente decapitata in una piazza pubblica antistante una moschea di Riad.
Con l'accusa di aver ucciso sette anni fa il marito, il principe saudita Farid ibn Abdullah ibn Mishari al Saud, in circostanze dubbie e controverse. Al cospetto di un pubblico che, all'uscita dalla preghiera collettiva di mezzogiorno, assiste in massa a questo rito barbarico vigente in un pugno di teocrazie islamiche ma rifiutato dalla gran parte dei Paesi musulmani.
Quarant'anni, due bambini, Majda arrivò a Riad nel 1997 in compagnia del marito principe dopo aver soggiornato in Belgio per ben 18 anni. Il suo calvario iniziò poco dopo, quando il marito fu trovato morto dentro la loro abitazione. Lei professò la propria innocenza e affermò che si era trattato di una morte accidentale. In un primo tempo la sua versione dei fatti fu accettata dalla polizia saudita, che ne riscontrò la fondatezza. Ma in seguito alle pressioni della famiglia del principe, in particolare di una seconda moglie saudita e di suo figlio, Majda fu arrestata e trasferita nella prigione di Milaz.
Non c'è mai stato un processo pubblico. Nessun avvocato ha potuto difenderla. Ai parenti non è stato consentito di visitarla. Né alle autorità consolari marocchine è stato permesso di contattarla.
Da sette anni Majda vive confinata in carcere in totale solitudine. Probabilmente in condizioni fisiche e psichiche terrificanti. A un certo punto si è saputo che un tribunale islamico a porte chiuse l'ha condannata a morte. Senza alcuna possibilità di appello. E che sarebbe imminente l'esecuzione della condanna tramite decapitazione. In questo caso pubblicamente, davanti alla casa di Dio, perché i fedeli musulmani conoscano e temano le sentenze di corti islamiche che rispondono solo all'arbitrio dei guardiani della fede wahhabita. Nonché a logiche tribali e razziste secondo cui gli autoctoni sauditi hanno di fatto l'ultima parola nelle controversie con gli stranieri.

Amnesty International ha rivolto, per il tramite dell'ambasciata saudita a Bruxelles, un appello a re Fahd affinché intervenga per consentire un giusto processo e comunque commutare la pena di morte ( www. amnestyinternational. be/ doc/ article5361. html ). Il caso sta suscitando rabbia e protesta in seno all'opinione pubblica marocchina.
Il sito www. souss. com ha lanciato un dibattito sul caso di Majda all'insegna del tema « la schiavitù arabo islamica non è morta » .

Giovedì 26 maggio l'Associazione delle donne marocchine in Italia ha promosso una manifestazione davanti all'ambasciata dell'Arabia Saudita a Roma. Sono invitate a aderire tutte le associazioni che si battono per i diritti dell'uomo.
La presidente Souad Sbai consegnerà all'ambasciatore, principe Mohammed bin Nawwaf bin Abdulaziz al Saud, una lettera rivolta al re Fahd in cui si legge: « Nel nome della civiltà umana e del valore della sacralità della vita caro all'islam, chiediamo di accordare un giusto processo alla nostra connazionale affinché sia in grado di difendere pubblicamente la propria causa. Nel nome della clemenza e della tolleranza dell'islam chiediamo gentilmente a Sua Maestà di compiere un gesto di grazia » .
Sarà un'opportunità per verificare la maturità delle organizzazioni islamiche nostrane sul tema dei diritti umani, in particolare dell' Ucoii ( Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia) che proprio recentemente ha sponsorizzato la proposta di Tariq Ramadan per una moratoria sull'applicazione delle pene corporali che sarebbero prescritte dalla sharia, la legge islamica.



  24 maggio 2005