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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 23 maggio 2005


Referendum
Il dossier di
Repubblica.it


Prodi: l'Ulivo serve all'Italia. «No» Ds alla lista del presidente
sommari de
l'Unità

«Ho lavorato tanto per l'Ulivo. L'Ulivo è lo strumento per fare avanzare l'Italia e non lo dimentico certo», ha commentato Prodi da Mosca dopo aver letto un'intervista di Massimo Cacciari a La Stampa. E al neo-sindaco di Venezia che dalle pagine del quotidiano torinese gli aveva chiesto di «fare qualcosa di ulivista», Prodi risponde di volere «una coalizione ed un governo in grado di prendere le decisioni necessarie per salvare l'Italia». Il vulnus di Rutelli sta rimesciolando le acque del centro sinistra e, mentre il diessino Chiti spiega che la Quercia è contro un'ipotesi di lista Prodi, Bertinotti invita il professore a impegnarsi di più per l'Unione.


Corriere, sabato sciopero dei giornalisti
Il comunicato del Comitato di Redazione del
Corriere della Sera

Ecco il comunicato del Comitato di redazione con le motivazioni dello sciopero deciso dall'assemblea dei giornalisti del Corriere della Sera.

I giornalisti del Corriere, riuniti in assemblea hanno ieri pomeriggio deciso uno sciopero immediato. La protesta è stata però sospesa in attesa del ritorno in libertà del collega Francesco Battistini «arrestato» all'Avana mentre svolgeva il suo lavoro di giornalista. In serata, attorno alle ore 21, si è appreso che Battistini, dopo otto ore di black-out di notizie, veniva messo sul primo aereo ed espulso da Cuba. I redattori, compresi quelli del «Corriere.it», effettuano quindi lo sciopero oggi sabato 21 maggio.

Perché questa decisione dei giornalisti che farà mancare il Corriere in edicola domani? A una minaccia esterna crescente che ogni giorno occupa le cronache di Borsa non corrisponde una capacità di difesa dell'azienda. Il rastrellamento di azioni da parte di Stefano Ricucci, in assoluta mancanza di trasparenza, alimenta inquietudini. Quanto accade nel mercato dimostra che il corretto funzionamento del Corriere, già di per sè difficile, può essere messo in pericolo nonostante gli impegni di stabilità assunti , negli ultimi giorni, dai membri del patto di sindacato Rcs Mediagroup.

Continua, infatti, a mancare la decisione, da parte dei protagonisti, di rendere il Corriere inespugnabile e di mettere al sicuro il suo patrimonio di giornale e giornalisti indipendenti a favore dei lettori. Di pari passo il management, con accanimento che appare ottuso e burocratico, rifiuta al funzionamento del giornale le risorse indispensabili, in uomini e mezzi, perché il Corriere possa difendersi e onorare il primato in edicola. L'improvvisazione, i ritardi e le carenze nei piani editoriali per il “Corriere” di domani (full color) sono ampiamente documentabili. Da una parte si fa del trionfalismo sui risultati economici e dall'altra si fa mancare all'impresa-giornale quanto necessita. Addirittura si scoraggia clamorosamente l'impegno professionale dei giornalisti che hanno dimostrato di avere le carte in regola per le sfide più impegnative che il mondo dei media sta offrendo.

L'assemblea dei giornalisti, in base a questo quadro, ha affidato al Comitato di redazione un pacchetto di cinque giorni di sciopero.

Il Comitato di redazione
Gabriele Dossena Raffaele Fiengo Rodolfo Grassi Giuseppe Pullara Stefania Tamburello


« Libero » : in arrivo l'Opa di Ricucci su Rcs
S. Bo. sul
Corriere della Sera

Stefano Ricucci ha il 13,5% e, « se possibile » , vuole crescere ancora in Rcs; Giuseppe Statuto non ha superato l' 1,9%, ma dice: « Ci sto pensando » ; Danilo Coppola non ne fa mistero: « Potrebbe interessarmi entrare nella partita » . A dar credito alle dichiarazioni rilasciate sabato a margine dell'assemblea Bnl, per Rcs Mediagroup, editore del Corriere della Sera , si profila una cordata di immobiliaristi. Che, magari con alleati ( Francesco Gaetano Caltagirone ha ufficialmente il 2%), potrebbe puntare al 20 25% del capitale. Con quali obiettivi? Un « contropatto » stile Bnl? « Non ce n'è bisogno » , dice Ricucci. E allora un'Opa? Secondo quanto riportato dal quotidiano « Libero » , il presidente di Magiste International avrebbe risposto così a chi gli ha presentato l'ipotesi: « E' l'unica strada » . Una dichiarazione che da sola avrebbe l'effetto di un annuncio. Ma che il suo portavoce smentisce: « Parole destituite di ogni fondamento. E mai pronunciate » . Per sovrappiù viene ribadito quanto Ricucci ha detto sempre sabato a Roma: « Totale fiducia al management » Rcs.
L'immobiliarista ha anche detto che acquisti a questi prezzi ( venerdì il titolo ha chiuso a 6,4 euro) non lo preoccupano visto che la sua media di carico « è di 3,7 euro » . Un dato che ha attirato l'attenzione degli analisti, dopo che Ricucci ha dichiarato di detenere il 2% nel maggio 2004 quando il titolo quotava 3,2 euro, ha raggiunto il 4,9% nel febbraio 2005 quando in Borsa il prezzo era a 4,4 euro. E fra aprile e maggio, mentre Magiste è salita al 13,5%, il prezzo ha raggiunto e superato i 5 e 6 euro.


Le pagine bianche del romanzo Italia
Immobilismo a destra e a sinistra
Ernesto Galli Della Loggia sul
Corriere della Sera

C'è qualcosa di tristemente impotente nella condizione italiana di oggi, e non c'era davvero bisogno dell' Economist per ricordarcelo. È la condizione di un Paese che invecchia, che si sente povero e sempre di più inadeguato, che non sa più produrre, che non sa più attirare turisti, le cui infrastrutture fanno acqua, i cui servizi costano più che in quasi tutta Europa, che ha una rete commerciale sproporzionata e inefficiente, i cui trasporti aerei sono i più cari e sgangherati del continente; un Paese le cui banche, anch'esse carissime e inefficientissime, sono alla mercé di chi se le vuole comprare, le cui Autorità di garanzia e di controllo si segnalano per la loro latitanza, il cui Parlamento lavora sì e no due giorni alla settimana; un Paese che ha lasciato andare in malora la scuola elementare e il liceo, che erano il fiore all'occhiello del suo sistema di istruzione; un Paese che non legge, che vede troppa televisione, che non fa un grande film e non scrive un grande romanzo da tempo immemorabile; dove si discute solo di ciò che è accaduto dieci, trenta o sessanta anni fa; un Paese dove il futuro sembra non esistere o non interessare a nessuno.
Un'immagine della realtà dai toni qualunquistici? Non fermiamoci alle etichette e chiediamoci piuttosto: è un'immagine vera o falsa? La risposta la diano i lettori.
Il guaio è che la politica, quella di buona qualità di cui avremmo un disperato bisogno, condivide e partecipa, invece, della triste impotenza italiana. Scomparso il popolo si è dileguata anche l'unica e vera matrice dell'ideologia politica italiana del Ventesimo secolo, quella populista per l'appunto, che aveva dato vita al social comunismo riformistico gramsciano, al fascismo e infine al popolarismo cattolico. Divenuti una nazione di strabocchevoli ceti medi non siamo stati capaci di inventarci più nulla, di pensare alcuna sintesi di valori e di idee nuove adatte ai tempi.
Accade così che da dieci anni la Seconda Repubblica viva per intero a ricasco della Prima.
Neppure dopo la vittoria elettorale la destra è riuscita a uscire dal suo stato antico di minorità socio culturale. Ma almeno la sua inedita condizione di maggioranza di governo l'ha costretta a inventarsi vizi nuovi, a mostrare incapacità finora insospettate ( come quella per esempio di non riuscire a imporre in alcun campo una qualche idea di serietà o di rigore).
È a sinistra, viceversa, che l'impotenza politica italiana si manifesta come il « sempre eguale » .
Lo si è visto negli ultimi giorni quando ancora una volta è scattato puntuale l'antico istinto egemonico di quello che un tempo fu il Pci nei confronti degli alleati — in questo caso la Margherita — restii ad adattarsi alla condizione di subalternità, a fare la parte, sotto l'ombra della Quercia, dei cespugli di antica memoria. Ancora una volta — come già nei confronti di Craxi e di tanti altri — anche davanti a Francesco Rutelli è stato agitato il feticcio dell'unità: una sorta di principio supremo di cui, chissà perché, Fassino lui sì può disinteressarsi, chiunque altro no. Nella politica della sinistra l'impotenza italiana ha un nome: l'immutabilità, la paura e l'incapacità del nuovo.



Il coraggio di una scelta
Andrea Bonanni su
la Repubblica

GERHARD Schroeder non ci sta a fare l'anatra zoppa. Proprio in quella che potrebbe essere la sua ultima decisione strategica, il cancelliere tedesco sfodera una tempra da statista che non sempre ha dimostrato. Due ore dopo la catastrofica sconfitta nel Nord Reno-Westfalia il leader socialdemocratico indice elezioni anticipate un anno prima della scadenza. Ma è un anno, spiega, che il Paese non può permettersi di perdere: "Per il proseguimento inevitabile della politica di riforme necessarie a rafforzare la crescita e a creare occupazione sono persuaso che sia indispensabile un chiaro sostegno della maggioranza dei tedeschi". E, poiché il governo socialdemocratico sembra aver perso la fiducia degli elettori, chiama i cittadini ad esprimersi sul futuro della Germania: il vuoto politico non può durare più di qualche mese.

Il paragone con le vicende italiane di un governo sfiduciato dagli elettori ma abbarbicato alle poltrone in spregio al Paese e ai suoi bisogni, è fin troppo facile e amaro. Ma il punto più importante sul quale riflettere è forse un altro. Nel giro di pochi mesi, dall'inizio dell'anno ad oggi, Spagna, Gran Bretagna, Francia e Germania hanno dato alla classe politica italiana, di destra e di sinistra, alcune lezioni su come si gestisce il consenso in una moderna democrazia europea.

In Spagna il governo socialista di Zapatero ha affrontato il referendum sulla Costituzione europea senza paura di annunciare e varare una serie di riforme chiaramente invise alla Chiesa e al vasto elettorato cattolico del Paese. In Gran Bretagna Tony Blair è andato alle elezioni senza fare un solo passo indietro rispetto alla sua decisione, contestatissima e impopolare, sulla guerra in Iraq. In Francia tra una settimana il presidente Chirac si gioca il destino politico suo e della nazione in un difficilissimo referendum sulla Costituzione europea, contro la quale si è formata una specie di santa alleanza della peggiore vandea di destra e di sinistra. In Germania Schroeder non esita a riconsegnare il governo agli elettori piuttosto che rinunciare a portare avanti le profonde e dolorose riforme sociali di cui il sistema tedesco ha bisogno per tenere il passo con l'Europa e con la competizione globale.

Gli esiti di queste scommesse saranno probabilmente molto diversi. Zapatero ha vinto oltre ogni previsione. Blair ha pagato un prezzo molto elevato, anche in termini personali, per la sua scelta. Chirac e la Francia potrebbero uscire a pezzi dal referendum costituzionale. Schroeder, infine, va incontro ad una sconfitta apparentemente annunciata. Ma ciò che accomuna queste scelte non è il risultato, bensì il coraggio politico di sottoporre agli elettori le proprie decisioni strategiche senza blandirli, senza inseguire il consenso a qualsiasi prezzo, senza cercare di aggirare, eludere o cortocircuitare la sovranità popolare.
Diciamoci la verità: viste da Roma, osservate con l'occhio cinico di quei nipotini di Machiavelli che costituiscono con rare e notevoli eccezioni la classe politica italiana, queste sono scelte da marziani. Un Paese dove con indiscussa decisione bipartisan è stato escluso il referendum popolare sulla Costituzione europea, dove una larga parte della classe politica, scimmiottando la Conferenza episcopale, predica l'astensione in una consultazione cruciale come quella sulla fecondazione, dove il governo non ha avuto il coraggio di andare alla guerra in Iraq e neppure di restarne fuori, dove la destra insegue i ricatti ora della Lega ora dell'Udc, il centro sembra preoccupato solo di inseguire o di intercettare i possibili transfughi e la sinistra stenta a fare i conti con le proprie frange radicali, gli elettori vengono trattati come clientes da conquistare o da evitare, non come i giudici supremi di scelte politiche coerenti.



La Francia che vuole dire sempre di no
Jean Daniel su
la Repubblica

UNA politica indipendente nei riguardi degli Stati Uniti non impedisce a Jacques Chirac di essere in disgrazia a Parigi; mentre Tony Blair rimane in grazia malgrado la sua posizione da vassallo verso Washington. Non è la politica estera a dettare i comportamenti nazionali. Fin dal primo giorno del no di Laurent Fabius al Trattato costituzionale, è apparso chiaro che in Francia l´Europa era in pericolo per ragioni di pura e semplice politica tatticista.
Non ho mai dato peso alle ragioni addotte dall´ex primo ministro di François Mitterrand per la decisione di rompere con i suoi amici. Dal primo istante non vi ho prestato fede, e l´ho scritto – senza peraltro indisporre particolarmente l´interessato. Ecco quale era, a mio parere, la sua strategia: dato il massiccio malcontento dei francesi, un no è senz´altro possibile; conviene dunque prevedere quest´eventualità, e renderla anzi probabile, per poi essere il solo in grado di gestirla.

L´analisi di Fabius poggia su alcune realtà incontestabili. La società francese è in uno stato di grave squilibrio. Ogni rifiuto è ormai popolare, ogni opposizione riscuote consensi. Ma come si può essere indulgenti, passivi o indifferenti davanti a una protesta di massa contro la soppressione di un giorno festivo decisa in nome della solidarietà? Come si fa ad approvare senza riserve l´opposizione dei liceali a una riforma del baccalauréat (l´esame di maturità), che essi stessi auspicavano alcuni anni fa? O mostrare comprensione per lo sciopero dei sindacati di Air France contro la punizione di un dipendente responsabile della morte di una hostess? Cosa mai ha potuto indurre dei chirurghi, il cui mestiere è un apostolato, a recarsi a Londra per sconfessare il sistema del loro paese?
Caso per caso, i francesi hanno indubbiamente opinioni diverse; ma se c´è una cosa che approvano sempre è il rifiuto, l´opposizione, o più brevemente il no. Si identificano con ogni impazienza, e in definitiva con ogni rivolta. Ma contro che? Contro tutto ciò che rappresenta l´ordine, il sistema, l´establishment, l´autorità. E non sarà certo il comportamento scandaloso dei grandi industriali che si ritirano dalle imprese in difficoltà con indennità stratosferiche a suscitare un soprassalto di civismo.
Non vi ricordano qualcosa questi francesi del no? Nel maggio 1968 avevano tutto, e rifiutavano tutto. Allora molti genitori, colpevolizzati per aver incarnato una minima particella d´autorità, dovettero chiedere scusa ai loro figli. Il padre della nazione era lì da troppo tempo, i gollisti e i comunisti erano troppo forti, l´ordine costituito troppo noioso.

Oggi è quella stessa utopia, ritrovata sotto un´altra forma, a mettere un vestito nuovo a quello stesso rifiuto della politica che è stato una caratteristica del populismo.
Ma nel 1968 mancavano vent´anni alla caduta del muro di Berlino. E oggi sono passati sedici anni dall´implosione delle forze anticapitaliste! Sedici anni da quando ci si è rassegnati all´economia di mercato e si è celebrato il riformismo, così stupidamente criticato da Mitterrand e da Fabius. Sedici anni da quando i "gradualisti" hanno avuto la meglio sulle strategie di rottura e di arroccamento nel radicalismo. E ora tutto si svolge come se il muro di Berlino non fosse caduto. E soprattutto, come se la globalizzazione dell´economia non avesse privato la Francia dei mezzi per lottare da sola nel contesto dei nuovi rapporti di forze. Il linguaggio di certi altermondialisti di estrema sinistra mi ringiovanisce. Tutte le espressioni che ascolto me ne ricordano altre che credevo svanite. A volte mi sembra di avere allucinazioni acustiche: un senso di déjà vu uditivo. «Le forze cieche del capitale internazionale non potranno schiacciare eternamente la solidarietà dei popoli in marcia». Si parla del futuro come ai tempi del mio passato. E io credevo che il passato non avesse un futuro (titolo di un saggio ancora da scrivere)! E che il crollo del muro avesse cambiato tutto! Mentre oggi dobbiamo fare di nuovo i conti con il vecchio utopismo. Rieccolo!
Io mi auguro che vinca il sì. I miei lettori sanno - e quanto ho scritto fin qui lo dimostra - che non sono né sordo né cieco alle ragioni del malcontento generale. Ma mi concederanno che il voto del 9 maggio sulla Costituzione non ha nulla a che fare con la nostra volontà di cambiare la società. Vorrei dar loro appuntamento fin d´ora per analizzare, organizzare e mobilitare il malcontento, in vista delle elezioni del 2007. Spero che chi oggi crede di dare al proprio no un senso nazionale e popolare comprenda che il risanamento della società francese e della sua identità dipende in gran parte dalla costituzione di un´Europa-potenza, in grado di far fronte a tutte le fortezze economiche dei nuovi imperi. Mi auguro, con tutte le mie forze, una presa di coscienza.
Traduzione
di Elisabetta Horvat


Imi-Sir, solo 7 anni a Previti. Assolto per il Lodo Mondadori
sommari de
l'Unità

I giudici della seconda sezione della Corte d'appello di Milano hanno confermato la condanna a il parlamentare di Forza Italia Cesare Previti per la sola vicenda Imi-Sir, assolvendolo per quella Lodo Mondadori. Sia Previti sia Attilio Pacifico hanno avuto una riduzione della condanna da undici a sette anni.


LINEA DI CONFINE
Cefalonia: resistenza o soviet militare
Mario Pirani su
la Repubblica

Confesso che mi arreca pena tornare a scrivere del sacrificio della Divisione Acqui a Cefalonia di fronte alle ricorrenti svalutazioni di cui quell´episodio che costò la vita a 6500 militari italiani è fatto oggetto. Se intervengo ancora una volta è per rispetto alla memoria di quei poveri morti ed anche perché vorrei che i propugnatori delle versioni «riduzionistiche» riflettessero sugli effetti negativi che la loro vulgata può avere sulla formazione all´amor patrio delle giovani generazioni. Dico questo anche perché sono convinto che i dubbi su Cefalonia sono stati in questi anni coltivati soprattutto da personaggi e da studiosi come Gian Enrico Rusconi e Sergio Romano (e nel passato anche da Montanelli), meritevoli per tanti versi di assoluta considerazione, ma impregnati forse da una forma personale di scetticismo storico assoluto, destinato a prevalere su ogni giudizio di valore. Da questo punto di vista discutibilissimo appare inoltre il luogo e l´occasione della loro ultima esternazione, la Radio ufficiale della Germania federale che, nel quadro del Sessantennio della fine della guerra, ha dedicato una trasmissione alla nostra Resistenza, a partire da Cefalonia.
Ecco cosa si evince dal resoconto stenografico della trasmissione.
Voce narrante: «E´ stato soprattutto il Presidente Ciampi a raccogliere l´impulso a porre il grande gesto patriottico della Divisione Acqui al vertice della resistenza italiana. Gian Enrico Rusconi non è d´accordo... « Intervento di Rusconi: «Effettivamente si sta ricostruendo una immagine d´insieme della Resistenza in cui c´è posto per i militari. Ma questi non hanno nulla a che vedere con la resistenza dei partigiani. Perché la Divisione Acqui - e Pirani può dire quello che vuole (la domanda, peraltro, riguardava Ciampi, ndr) - voleva tornare a casa con le armi, punto.... La Resistenza? Se resistenza significa lottare contro i tedeschi, allora quella era resistenza, ma avrebbero combattuto contro chiunque, anche contro i russi, se questi li avessero voluti disarmare.

Intervento di Sergio Romano: «L´unico desiderio di quei soldati era di tornare a casa. Per loro la guerra era finita. Avevano paura di essere catturati dai tedeschi. Non hanno combattuto per altre ragioni... Poi ci fu un episodio non bello e confuso, quando il generale Gandin forse perse il controllo della truppa. Nella truppa si svilupparono disordini di «tipo sovietico», tra virgolette nel senso che si formarono consigli militari. Ci fu un referendum, il che è piuttosto insolito per un´unità combattente. Forse Gandin perse il controllo della situazione ed in seguito ci furono quegli scontri. Dunque io non credo che si possa parlare di una prima manifestazione di resistenza».
Tralascio altre citazioni (tra cui gli interventi miei e di Giorgio Bocca) ma mi limito a ricordare che la strage di Cefalonia fu bollata dal Tribunale di Norimberga come uno dei più indegni crimini di guerra commessi dalla Wermacht.
Certamente i soldati italiani desideravano tornare a casa ma resta il fatto che decisero di battersi e di resistere, a prezzo della vita, dai generali Gandin e Gherzi all´ultimo fante. Quattro Reggimenti e 17 Caduti furono per questo decorati di medaglia d´oro alla memoria.
Mi spiace non avere lo spazio per riportare le motivazioni.
Se questa non fu Resistenza, tale non fu neppure quella dei 600.000 soldati prigionieri che preferirono restare nei lager piuttosto che aderire a Salò come era stato loro offerto. Se tutti volevano solo andare a casa non si capisce perché i sopravvissuti delle Divisioni Venezia e Taurinense dettero vita alla Divisione Garibaldi che fino alla fine della guerra combattè in Jugoslavia accanto ai partigiani di Tito. E perché le Divisioni Cremona e Friuli, comandate dal generale Magli, invece di ripiegare in Sardegna, liberarono la Corsica dopo duri scontri con le truppe corazzate tedesche. E perché 50 ufficiali a Trilj in Montenegro e più di cento a Santi Quaranta in Albania vennero giustiziati per aver rifiutato la resa. La risposta l´ha data Ciampi: «Decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la Patria. Tennero fede al giuramento».
Ma forse non serve ripeterlo a chi non vuol sentire.


2006, l´era dell´"Homo urbanus"
Quasi ovunque le aree rurali continuano a spopolarsi. Il trend è in forte ascesa e presto determinerà un cambiamento epocale. L´Europa in controtendenza
L´Onu: oltre la metà della popolazione mondiale vivrà nelle città
Luigi Bignami su
la Repubblica

ROMA - Pochi mesi ancora e l´uomo potrebbe entrare nell´era dell´«Homo urbanus», l´era in cui la maggior parte della popolazione mondiale vivrà in agglomerati cittadini di milioni di abitanti. Accadrà all´inizio del 2006: a rivelarlo è Hania Zlonik, direttrice del settore dell´Onu che si occupa della popolazione mondiale. Nonostante i gravi problemi di vivibilità, che vanno dall´inquinamento ai costi della vita, l´uomo tende a stabilirsi dove attorno a lui vi sono altri uomini. Nel 1900 solo il 14% della popolazione mondiale viveva in aree cittadine, ma dall´inizio del nuovo millennio ben il 47% dell´umanità intera vive in città. Questo ha fatto sì che se nel 1950 vi erano solo 83 città in tutto il mondo il cui numero di abitanti superava il milione, dal 2000 sono ben 411. Ciò significa che all´inizio del 1800 le città della Terra ospitavano complessivamente un miliardo di persone, che sono salite a 2 miliardi nel 1985 e a 3 miliardi dall´inizio del 2002. Circa 2 miliardi vivono in città di Paesi in via di sviluppo, che nel 2030 diverranno circa 3,9 miliardi.
Bombay, San Paolo, Città del Messico e New York sono solo alcuni esempi di agglomerati urbani con una popolazione superiore ai 10 milioni di persone. Se nel 2000 le città di queste dimensioni, le megalopoli, erano 18, entro il 2015 saranno 23. Secondo le ricerche ogni giorno circa 180.000 persone scelgono di abbandonare le aree rurali per andare a vivere in città.

La tendenza che porta la popolazione mondiale a radunarsi nelle città ha un andamento diverso tra i Paesi tecnologicamente avanzati e quelli in via di sviluppo. Nei primi infatti, il fenomeno è iniziato con la rivoluzione industriale a metà del 1800 ed è quasi terminato, tant´è, ad esempio, che negli Stati Uniti l´80% della popolazione vive già da tempo nelle città. Negli ultimi anni, questi grandi agglomerati attraversano una fase di leggera emigrazione, in quanto chi vi abita da anni ed ha un posto di lavoro sicuro tende a trovare una locazione più tranquilla al di fuori del centro urbano. Nei Paesi in via di sviluppo, invece, il richiamo della persone dalle campagne è iniziato solo a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, ma molto rapidamente quasi due miliardi di persone, un terzo della popolazione mondiale, si è trasferito nelle aree urbane andando a vivere soprattutto in baracche ai confini delle città.

E in Europa come sarà la situazione? Un po´ anomala rispetto al resto del mondo. Tra 15 anni, infatti, vi saranno cinque grandi centri con più di 5 milioni di abitanti: Parigi, Mosca, Londra, Essen/Ruhrgebiet e San Pietroburgo. Milano e la stessa Roma scompariranno dall´elenco che oggi le vede tra i più grandi centri urbani europei.


  23 maggio 2005