prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di Fr.I. - 21 maggio 2005


Rutelli e Prodi


La Margherita archivia l'Ulivo. Prodi a Rutelli: «È un suicidio»
sommari de
l'Unità

No alla lista unitaria. L'Assemblea federale della Margherita ha approvato la mozione di Rutelli, Marini e Franceschini che boccia la lista unitaria alle politiche del 2006 e approva la presentazione di liste autonome del partito nella quota proporzionale. Il documento è stato approvato con 224 voti a favore, 58 no e 16 astenuti. Il commento del leader dell'Unione Romano Prodi da Pechino: «Un suicidio. Gli elettori cercano un punto di riferimento e io credo che abbiano il diritto di averlo. Ora non lo so dove si va a finire».


Ex
Jena su
La Stampa

E' comprensibile che Rutelli non voglia il partito riformista perché ossessionato dall'egemonia degli ex comunisti.
Anche se ultimamente sono molto cambiati, quelli hanno ancora un vecchio vizio: si mangiano gli ex bambini.


L´ulivo e la cicoria
Ezio Mauro - editoriale su
la Repubblica

PROPRIO nel giorno in cui l´Economist additava alla comunità internazionale l´Italia come il vero "malato d´Europa" (con un´economia stagnante, un business depresso, un sistema di riforme moribondo, una mancanza di regole drammatica) il centrosinistra si è spaccato in due, divaricando le sue strategie e le sue prospettive, avvelenando i suoi rapporti interni, mettendo nuovamente in dubbio – davanti ai cittadini – la sua capacità di sfidare vittoriosamente Berlusconi nel 2006, e soprattutto di creare una cultura di governo moderna ed europea, in grado di ridare slancio, fiducia e credibilità ad un Paese in declino, senza più missione.
Il problema non è la lista unitaria alle elezioni politiche, a cui la Margherita si è opposta ieri con un voto chiaro e netto che ha consegnato il partito a Rutelli e ha messo in minoranza i prodiani. I cittadini di centrosinistra capiscono che si è rotto un progetto più grande, un percorso ambizioso, un disegno che puntava a unire davvero all´ombra dell´Ulivo la cultura cattolico-democratica con quella post-comunista e quella socialista: costruendo non tanto un partito unico, oggi impossibile e controproducente, ma un perimetro e un baricentro finalmente riformista nel centrosinistra italiano, capace di funzionare da guida e cabina di regia dell´intero schieramento, nella competizione-alleanza con la sinistra più radicale. Qualcosa che la sinistra non ha mai avuto, in Italia, e che è indispensabile se si ha l´ambizione di governare, e prima di vincere, e prima ancora di parlare all´intero Paese.
La Margherita sembra voler sostituire a questo progetto riformista d´impianto maggioritario un´opzione centrista, perfettamente legittima perché non ha alcuna ambiguità di schieramento, ma che sembra avere lo slogan del "riformismo in un solo partito", e individua nei ds il principale competitore da superare prima di poter costruire qualsiasi progetto unitario: come ripeteva Craxi al Pci, nell´epoca in cui il comunismo e la sua pratica egemonica esistevano davvero. D´altra parte, la Margherita pensa così di poter crescere come il soggetto più adatto ad intercettare lo smottamento del centrodestra: divisi e sciolti, dunque, ma con un saldo elettorale che può far vincere il centrosinistra. Fino a costruire dopo la vittoria, addirittura, le basi di un nuovo partito democratico che raccolga l´intuizione dell´Ulivo, ma la porti fuori da ogni replica novecentesca e socialdemocratica.
RESTA il fatto che la meta è lontana, e oggi bisogna fare i conti con un´altra rottura a sinistra che dopo dieci anni rischia di cancellare l´Ulivo - e ciò che potenzialmente significa - dal panorama politico italiano. Dopo la stagione dell´Ulivo, potremmo dire, comincia quella della cicoria. Per un danno così rilevante, le responsabilità vanno distribuite equamente. Rutelli da tempo voleva le mani libere e alla prima occasione ha portato la rottura fino in fondo, privilegiando il profilo del suo partito a quello del centrosinistra. Prodi in questi mesi non ha esercitato una funzione obbligatoria della leadership, che è la capacità di unire, ed è mancato non tanto di autorità quanto di carisma: fino ad assistere al testa-coda spettacolare e assurdo di Bertinotti che solidarizza con i no global impegnati a occupare la "Fabbrica" prodiana del programma dell´Unione di cui il leader di Rifondazione fa parte.



Il festival delle identita'
Mancano programmi e cultura di governo
Angelo Panebianco sul
Corriere della Sera

Lo strappo che ieri si è consumato formalmente fra la Margherita da un lato e Romano Prodi e i Ds dall'altro lato è l'inizio di un confronto nel centrosinistra per il primato politico, ed è anche un colpo duro per la leadership di Prodi. La Margherita, mettendo in minoranza i prodiani, ha affossato il progetto della Federazione (non si può dare « federazione » se i partiti che dovrebbero comporla non rinunciano a presentarsi separati) e ha frustrato l'aspirazione dei Ds a svolgervi un ruolo egemonico. La votazione di ieri è il portato delle ambiguità e contraddizioni che hanno segnato, dall'inizio, questo tentativo di unificazione del centrosinistra. Due soprattutto: il fatto che i Ds sono il partito più forte della coalizione ma non così forte da poter imporre la propria volontà al secondo partner (la Margherita); il fatto, in secondo luogo, che il candidato alla premiership non è espresso dal partito più forte ma è invece un leader sostanzialmente « senza partito » , il cui prestigio dipende dal fatto che fu lui, nel 1996, a sconfiggere Berlusconi.
Non avendo forza politico organizzativa propria e disponendo di un doppio cappello, di capo dell'Unione (l'insieme delle forze di sinistra comprendenti anche Rifondazione) e di capo della progettata Federazione (il raggruppamento Ds, Margherita più alcuni minori) Prodi si è trovato, forse necessariamente, ad agire in modo tale da mettere sempre più in difficoltà il secondo partito della coalizione. Come capo dell'Unione, Prodi ha cercato di non perdere il contatto con Bertinotti, creando problemi ai Ds ma soprattutto contrastando il tentativo di Rutelli di accreditarsi come leader centrista. Come capo della Federazione, questa volta in sintonia con i Ds, Prodi non ha tenuto conto della paura della Margherita di essere assorbita.
C'è da scommettere che la battuta d'arresto del processo di aggregazione a sinistra avrà contraccolpi anche a destra, rendendo ancor più accidentato il percorso del partito unico vagheggiato da Berlusconi. Soprattutto, c'è da notare un fatto interessante che la dice lunga, più che sulla classe politica, sul Paese e i suoi atteggiamenti profondi.
A sinistra come a destra, né quelli che vogliono unificare, creando nuove « identità politiche » , né quelli che resistono in nome di una « identità » che non si vuole abbandonare sembrano avere qualcosa da dire sulla « politica » , ossia sulle scelte a cui essi intendono legare le nuove o antiche « identità »



Facciamoci del male
Andrea Colombo su
il Manifesto


Lo choc delle regionali sembra aver colpito i due poli con un impatto di uguale forza ma di segno opposto. Al cavaliere va riconosciuto il merito di aver messo rapidamente in campo, dopo la sconfitta, una reazione credibile. Al centrosinistra la responsabilità di essersi abbandonata a una nefasta pulsione autodistruttiva. Quel partito unico della destra che due mesi appariva come un miraggio si presenta oggi come una minaccia realistica e dal punto di vista della propaganda tutt'altro che trascurabile. La probabile messa in campo di un nuovo candidato alla premiership sottrarrebbe all'opposizione il suo argomento più forte e troppo spesso unico, l'antiberlusconismo. Infine Berlusconi pare aver trovato il modo di volgere a proprio vantaggio, grazie all'alleanza tra il suo partitone unico e le varie liste localiste, la sfiducia nei partiti che si sta diffondendo un po' ovunque, con un impeto simile a quello che alla fine degli `80 decretò le fortune della Lega.

E' una controffensiva in piena regola, il cui limite è tuttavia palese. Nel merito degli enormi problemi irrisolti e delle concrete scelte di governo, Berlusconi non è in grado di offrire nulla agli elettori delusi. Non ha né i mezzi né la volontà né l'immaginazione necessari per modificare nella sostanza le disastrose politiche che lo hanno portato a un passo dalla disfatta.

Dovrebbe trattarsi di un particolare decisivo. Non è così. A renderlo assai meno incisivo interviene infatti la reazione scomposta delle forze di opposizione al voto delle regionali. Convintosi di aver già sloggiato il cavaliere da palazzo Chigi e di non dover fare più nulla se non attendere il cadavere del nemico, il centrosinistra ha messo da parte qualsiasi ambizione progettuale, ogni tentazione di competere col rivale contrapponendo alla sua strategia un programma diverso e opposto. La stessa, pur discutibile, ipotesi di coinvolgere direttamente la base mediante elezioni primarie sui candidati e/o sui programmi è stata brutalmente cassata senza ulteriori spiegazioni.

Abbagliato dal successo, l'Ulivo si è smarrito in una rissa tanto feroce quanto astratta, e pertanto incomprensibile per la sua base elettorale. Il brutale scontro di potere messo in scena ieri a Roma rivela l'esistenza di progetti politici assai diversi all'interno della Federazione unitaria, denuncia la resurrezione di una tentazione neocentrista, quella di Rutelli e di Marini, mai davvero sepolta. Senza che tuttavia questo cozzo frontale arrivi mai a varcare i confini angusti dell'ingegneria politica per trasformarsi in confronto, anche duro ma almeno produttivo, sulle scelte politiche materiali.



Un Ragioniere troppo scomodo
Massimo Giannini su
la Repubblica

LA POLITICA, come la vita, è fatta di priorità. Per un governo alle prese con una grave recessione dell´economia reale e una seria regressione della finanza pubblica, la sostituzione del Ragioniere generale dello Stato era davvero una «priorità»? Dopo tre anni esatti di stimatissimo "servizio", Vittorio Grilli lascia il suo incarico a Mario Canzio. Il severo custode della contabilità nazionale torna al ministero del Tesoro in qualità di direttore generale, poltrona vacante dal luglio 2004. Tutti si dichiarano o sembrano soddisfatti. Silvio Berlusconi plaude: «La squadra si è assestata con protagonisti di esperienza consolidata». Domenico Siniscalco esulta: «Sono orgoglioso, abbiamo fatto scelte di alto profilo».
Sorvoliamo sul fatto che, appena un mese fa, lo stesso ministro dell´Economia aveva smentito seccamente le voci su un possibile avvicendamento alla Ragioneria. E non discutiamo lo spessore delle persone coinvolte nell´ennesimo giro di valzer. Ma quello che sfuggono sono i tempi e i moventi di questa manovra. Il cambio avviene in piena corsa. Ed è una corsa avventurosa come non se ne ricordavano in questi ultimi anni. L´Italia è sotto la lente dell´Unione Europea e dei mercati internazionali. Proprio ieri, con buona pace del premier che si ostina a negare l´evidenza, il commissario Almunia ha confermato che il 7 giugno partirà la procedura d´infrazione nei confronti del nostro Paese. Proprio ieri, a dispetto dell´ottimismo del premier che continua a manipolare la realtà, si è chiusa una settimana nella quale, per la prima volta dopo mesi, è tornata ad allargarsi la "forbice" dei rendimenti tra il Btp italiano e il Bund tedesco, risalita al massimo storico di 19 punti base. Vuol dire che gli operatori, per investire sui nostri titoli, chiedono un «premio di rischio» più alto, perché non si fidano. «Il mercato - osservano gli analisti - sta punendo i Paesi che non hanno i conti pubblici sotto controllo». Le principali agenzie internazionali, da Standard & Poor´s alla Fitch, annunciano un imminente riesame del rating attribuito al debito italiano. Nel giro di un paio di settimane il governo dovrà presentare il Documento di programmazione economica. Poi, anticipata a prima dell´estate o meno, toccherà alla Legge Finanziaria. Il deficit viaggia al tasso tendenziale del 4,6% per Pil. Il debito, dopo molti anni di rallentamento, torna a crescere in rapporto al Prodotto lordo.
In questa congiuntura drammatica, si fatica a comprendere l´urgenza di sostituire l´unica persona che, tra un viavai continuo di ministri e sottosegretari, ha garantito per almeno un triennio la continuità di controllo della finanza pubblica. Grilli, come era toccato prima di lui ad Andrea Monorchio, si è conquistato sul campo autorevolezza e credibilità. In Italia e all´estero. Insieme a Mario Draghi, ha lavorato al Tesoro nell´esaltante gestione Ciampi, tra la rincorsa all´euro e le grandi privatizzazioni. Ha sempre goduto e tuttora gode della fiducia assoluta del Capo dello Stato. Da Bruxelles a Londra, tecnocrati e trader hanno imparato a conoscerlo, e ad apprezzarlo. Prima di spostare un uomo così, alla vigilia di decisioni delicate per il futuro del Paese, è bene pensarci dieci volte. La Ragioneria generale dello Stato è molto più che un semplice presidio contabile amministrativo. Basta leggere le prerogative e le decisioni attribuite a questa carica formalmente "tecnica", per valutarne le ricadute di natura sostanzialmente "politica". Il Ragioniere generale dello Stato «ha competenza nel settore delle politiche di bilancio e del coordinamento e verifica degli andamenti della spesa pubblica, sulle quali esercita i controlli e le verifiche previsti dall´ordinamento, provvedendo anche alla valutazione della fattibilità e della rilevanza economico-finanziaria dei provvedimenti e delle iniziative di innovazione legislativa, anche di rilevanza comunitaria, alla verifica della quantificazione degli oneri e della loro coerenza con gli obiettivi programmatici in materia di finanza pubblica». Il Ragioniere è un´istituzione di garanzia e, insieme, di autonomia. Il suo "bollino rosso", che può apporre alle leggi finanziarie e a tutti i provvedimenti privi di adeguata copertura, è uno strumento di controllo democratico.
Non avanziamo dubbi pregiudiziali sulle doti di rigore e di indipendenza di Mario Canzio. Ma sappiamo per certo che Grilli, quelle stesse doti, le ha concretamente praticate in questi anni. Si dice che anche lui fosse stanco, ed avesse manifestato l´intenzione di lasciare. Ma anche in questo caso, viene da chiedersi perché. Il suo rapporto con il governo, soprattutto in quest´ultimo anno, non è stato facile. Tensioni e incomprensioni non sono mancate. Nell´autunno scorso Berlusconi aveva appena annunciato il decreto per la famosa riduzione dell´Irpef, a partire dal gennaio 2005, e nella versione più hard che prevedeva due sole aliquote al 23 e al 33%. L´impegno, a carico del bilancio pubblico, era gravoso: 12 miliardi di euro. «Pressoché insostenibile», fu il primo verdetto della Ragioneria. Grilli, responsabilmente, tenne il punto. In un vertice a Palazzo Grazioli, il Cavaliere lo prese di petto: «Stia attento, io l´ho fatta generale, posso sempre degradarla a capitano... «. Quelle parole non sono mai state smentite. E oggi, con il Cavaliere che annuncia l´ennesimo strappo politico e l´ennesima forzatura contabile attraverso un´altra pioggia di sgravi fiscali e un abbattimento dell´Irap in un solo anno, quelle stesse parole non possono non tornare alla mente. A pensare male si fa peccato, ma non si sbaglia mai: in questo clima mesto e nostalgico da Prima Repubblica, purtroppo, le vecchie lezioni andreottiane non tramontano mai.


Referendum, io vado a votare e ci metto la faccia...on line
redazione de
l'Unità

Io vado a votare e ci metto la faccia. La battaglia sul referendum per la procreazione assistita è anche una battaglia di comunicazione. Così si moltiplicano i siti di informazione e controinformazione per spiegare tutto quello che non va nella famigerata Legge 40 e le motivazioni per votare sì al referendum del 12 e 13 giugno. E nella “rete delle reti” è la fantasia comunicativa l'arma vincente. Dopo il videogame inventato da Molleindustria adesso arriva la campagna contro l'astensionismo del sito www.iovadoavotare.it.
Navigando sul sito si scopre che sono tanti i vip che hanno deciso di “metterci la faccia” dichiarado che andranno a votare 4 sì al rferendum. On line è possibile vedere ed ascoltare una vera e propria carrellata di videodichiarazioni vip, da quella di Serena Dandini a quella di Vincenzo Cerami, da quella di Margherita Buy a quella di Fiorella Mannoia. E così via per decine di attori, scienziati, scrittori, cantanti, registi, giornalisti, comici, disegnatori e intellettuali che invitano ad andare a votare ed espongono le loro personali motivazioni.
Ma non solo i volti noti del mondo dello spettacolo partecipano a questa battaglia comunicativa via web. Cliccando sul banner di «Io ci metto la faccia» e «Racconta la tua storia» chiunque può inviare la propria foto e dichiarazione di voto. «Secondo un recente sondaggio dell'SWG, ad oggi solo il 40% degli italiani andrà sicuramente a votare – si legge sul sito - Abbiamo un mese di tempo per raggiungere il quorum. Possiamo farcela. E' così che nasce questo blog, per consentire a ognuno di spiegare perché andrà a votare, anche mettendoci “la faccia”».


La Caporetto delle donne
In Italia la presenza femminile nel mondo del lavoro e del potere è inferiore a quella dello Zimbawe
Lucia Annunziata su
La Stampa

L'ennesimo rapporto sulla Caporetto della vita professionale delle italiane - uno studio su 58 nazioni elaborato dal World Economic Forum, in cui l'Italia risulta per presenza delle donne nel mondo del lavoro e del potere al 45esimo posto, cioè sotto lo Zimbabwe - è stato di fatto ignorato dai media e dalla classe politica. Potremmo indignarci per questa ennesima indifferenza alle donne.

In realtà credo sia forse ora di andare al di là di uno sguardo femminile e guardare a questi rapporti per quello che sono: un quadro che dovrebbe preoccupare non le donne, ma la classe dirigente di questo Paese. Mettendo a confronto, come fa il World Economic Forum, parità retributiva, accesso al lavoro, presenza nei luoghi decisionali, l'istruzione e la salute, ne esce la fotografia di una occlusione dei canali di mobilità sociale, di una distorsione profonda del modo in cui cresce in Italia il mercato del lavoro. Intanto, anche se tradizionalmente sotto accusa è la politica e la sua incapacità di garantire accesso, in realtà bisogna ritornare a ragionare sulle aziende. Pochissimi i loro meriti infatti nei confronti delle donne. A cominciare dalla esile pattuglia nella rappresentanza di Confindustria, per finire ai gruppi privati e pubblici. Ma se dobbiamo prendere un esempio emblematico del clima italiano, in tutta la sua schizofrenica combinazione, val la pena forse di indicare i grandi gruppi editoriali.

I media infatti sono le aziende che maggiormente hanno aperto le porte alla presenza di giovani e donne negli ultimi anni; da queste presenze sono stati attraversati e definiti - eppure i loro valori (e dunque il loro linguaggio) sono rimasti tetragoni specchi di una società strettamente piramidale. Alla cui cima c'è l'intoccabile (e incomprensibile per i lettori) gotha economico e alla cui base c'è la coppia sesso/società, in cui le donne - e qui davvero non è un caso - sono solo di due tipi: le bellone, che si offrono al sollazzo generale, ma al contempo si sminuiscono; e le ambiziose, brutte o cattive, o le due cose insieme.

Insomma, e non dico nulla di nuovo, l'ambizione femminile in Italia si muove fra indifferenza, irrisione, e stereotipi. Ma, appunto, è questo un problema delle donne? Amerei dire di sì, e aggiungere che è una questione di cultura «patriarcale» come dice il World Economic Forum (che non a caso spiega così anche le pessime performance in questo campo della Grecia, altro Paese del Sud Europa). Staremmo tutti meglio: conoscere le radici della colpa è in fondo consolatorio. Ma il fatto è che io non credo che sia così. Non è una questione di «maschilismo».

Nella lunga esperienza di lavoro, fianco a fianco a tanti uomini, ho imparato credo anche la loro verità: cioè che anche per loro fare carriera è durissima. Che indifferenza, irrisione, e stereotipi che sbarrano la strada alle donne sbarrano e segano anche le ambizioni degli uomini. La verità di fondo è che fare carriera in Italia è un incubo per tutti.

In questa geografia chiusa, il successo dei giovani in Italia è dunque ancora oggi definito più dalla vicinanza-lontananza da questi centri di potere, che dal discorso uomo-donna: nascere a Reggio Calabria invece che a Milano, aver avuto una famiglia che ti ha mandato alla scuola buona invece che in quella di quartiere, e aver avuto un padre che ti ha spianata la strada invece di un padre che è stato spianato dalla vita. Rimane infatti sempre una sconcertante caratteristica italica vedere nell'elenco della classe dirigente tanti «figli di». E in quell'elenco non è un caso che spesso ci siano più donne che uomini: le possibilità di un intelligente ragazzo aspirante giornalista maschio nato a Fisciano di mettere piede in una redazione rimangono infatti ancora oggi infinitamente più basse di quelle di una ragazza sua coetanea che abita a Roma.

Insomma, io non credo che la discriminazione sia un fattore contro le donne; essa appare invece, guardata nel suo insieme, come una deviazione del sistema, che colpisce gli uomini quanto le donne. Per le donne c'è di sicuro poi una aggravante in più: ma nella conflittualità uomo-donna si esprime, a questo stadio, piuttosto una spinta keynesiana del mercato, un istinto ad agire sulla decimazione dell'elemento debole per fare posto a un elemento altrettanto debole, l'uomo, ma marginalmente privilegiato per tradizione.

Riportando, tuttavia, il discorso sulle donne: questo stato delle cose le donne l'hanno capito benissimo: sanno dai mariti, dai loro amici, dai loro padri, il costo del successo; così come sanno che quando si arriva alla guerra uomo-donna, le forze sono già stremate, e le file delle donne già sfoltite.



  21 maggio 2005