IL GOVERNO non ha la mano fortunata con le norme che riguardano, direttamente o indirettamente, i risparmiatori. Quando si tratta di difenderli, lascia impantanare le leggi in Parlamento. Quando si tratta di favorire chi li ha danneggiati, facendo fraudolentemente finire un´azienda in bancarotta, pigia invece sull´acceleratore, salvo poi innestare bruscamente la retromarcia sull´onda dell´indignazione esplosa nell´opinione pubblica, nell´opposizione e nella stessa maggioranza.
La manovra che, se la memoria del crac Parmalat o dei traffici di Cragnotti non fosse ancora ben viva, si sarebbe conclusa in un dramma per la giustizia e in una straordinaria beffa per migliaia di truffati, si è svolta in tre tempi. Prima è stata abbassata a 4 anni la pena massima per il reato di bancarotta fraudolenta impropria (quella provocata dall´amministratore), il che, dato che nelle grandi imprese sono i manager a rispondere penalmente, avrebbe prodotto una diffusa impunità. Successivamente, per le reazioni provocate, s´è allineata la sanzione a quella prevista per l´imprenditore: da 2 a 6 anni (finora era da 3 a 15). Uno sconto sostanzioso. Ma tale da non impedire, in assoluto, l´accertamento della verità. Con la reclusione a 4 anni, la prescrizione sarebbe scesa a 7 anni e mezzo, un periodo in cui è impossibile concludere complesse indagini finanziarie. Invece, con le sanzioni ora previste, il reato si prescrive in 15 anni, un lasso di tempo più ragionevole.
Il secondo tempo è stato ancora più sorprendente. Appena ottenuta la fiducia sul decreto competitività, in cui erano inserite le norme di riforma della legge fallimentare, della bancarotta e di alcuni articoli del codice civile, due ministri, Castelli e Giovanardi, incalzati da tutte le parti, hanno dichiarato che le nuove regole erano già superate, «perché il messaggio che trasmettevano non era esattamente quello che il governo intende dare». E si sono impegnati a ripristinare pene severe e adeguate. Anzi, come ha suggerito l´ex ministro Gasparri, «esemplari».
I magistrati avevano raccomandato lo stralcio di tutte le norme relative alla giustizia, prospettando il rischio d´una sanatoria di fatto anche per delitti d´estrema gravità. Ma il filo conduttore della politica giudiziaria berlusconiana è stato sempre quello di rispondere negativamente ai giudici nella presunzione di ridurre il loro potere. E così è andata anche questa volta.
L´insensibilità per i risparmiatori e più in generale per tutti coloro che vengono danneggiati dalla bancarotta, creditori, dipendenti, azionisti di minoranza ha però anche radici più profonde, che si sono ben allargate sotto il dominio della cultura del centrodestra: cresce l´indulgenza per i crimini dei colletti bianchi, non si attenua la severità verso i delitti dei poveracci. Il furto d´un televisore in un appartamento, che certo merita d´essere punito, lo è con la reclusione da uno a sei anni, quanti ne rischia Tanzi o uno come lui.
Ora siamo in attesa del mantenimento delle promesse del governo. Che auspicabilmente le onorerà. Ma l´imperizia tecnico-politica di cui continua a dar prova rende complicato venire a capo del pasticcio: la legge delega che conferisce all´esecutivo il potere di modificare le norme è molto precisa e, quindi, dovrà essere rifatta. L´incertezza è aggravata dal fatto che la legge Cirielli, che taglia tutte le prescrizioni, è già stata approvata dalla Camera e pende sul capo della giustizia italiana. È difficile rispondere alla domanda del diessino Bersani: con tutti i problemi che abbiamo era proprio il caso di preoccuparsi d´alleggerire in gran fretta i reati di bancarotta fraudolenta? Sembrerebbe sensato dir di no. Salvo che il governo sapesse quel che faceva. E che, dopo tante pensate, avesse individuato nella mano tesa ai bancarottieri la sua vera arma segreta per rilanciare l´economia.
La creatività di Tremonti ha già fatto danni
una risposta di Corrado Augias su la Repubblica
Il vice premier Tremonti ha un'alta considerazione di sé. Può darsi giustificata dai risultati del suo studio professionale dove sono passati personaggi importanti e affari di pari livello. La politica però è un'altra cosa e la finanza creativa applicata da un commercialista a un cliente è cosa diversa dalla finanza creativa applicata al bilancio dello Stato. Solo Mario Pirani, che io sappia, s'è affannato a spiegare (in due rubriche del lunedì su questo giornale) che i 3 miliardi di euro necessari per dare parvenza di equilibrio contabile alla 'riduzione delle tasse', sono stati trovati con un metodo tanto abile quanto spaventoso.
Si sono alienati gli immobili dell'Inps (Previdenza sociale) con un complesso passaggio dalla proprietà pubblica a un consorzio di banche (molte straniere). Il risultato è che gli acquirenti hanno fatto un ottimo affare comprando a prezzi irrisori immobili di prestigio così assicurandosi un rendimento di quasi l'8 per cento sul capitale investito; che l'Inps si trova a dover pagare un affitto per i locali che erano di sua proprietà accollandosi tra l'altro anche le spese per la manutenzione ordinaria e, per un certo periodo, straordinaria; che a bilancio è stata iscritta una cifra al momento incassata solo in parte, ma con la quale si è potuto dimostrare all'Europa che i conti sono meno disastrati di quanto in realtà non siano.
L'Europa rapita e la festa di Putin
A 60 anni dalla vittoria su Hitler
Franco Venturini sul Corriere della Sera
Una grande parata sulla Piazza Rossa ricorderà, lunedì, il sessantesimo anniversario della vittoria sovietica sul nazifascismo. Vladimir Putin ha voluto fare le cose in grande, e una cinquantina di capi di Stato e di governo saranno presenti a testimonianza della gratitudine che l'Urss di allora, guidata da Stalin e forte della straordinaria capacità di sacrificio del suo popolo, ha conquistato sul campo: senza la morte di oltre ventisette milioni di sovietici l'errore hitleriano di attaccare a oriente si sarebbe trasformato in trionfo, e assai diversa sarebbe stata anche la storia dell'Europa occidentale.
Onore a chi ha tanto contribuito a renderci liberi, dunque. Ma dietro le fanfare e lo sventolio di bandiere che tutti ci unisce, nella festa di Mosca ci sarà anche un forte elemento di ingiustizia storica e di delusione politica.
Vladimir Putin è da qualche tempo alla controffensiva. Non sono fondate le critiche che mettono in dubbio l'evoluzione democratica della Russia contemporanea, non è vero che i media siano tutti controllati, quello della Yukos è un caso isolato e il Cremlino sollecita più che mai l'amicizia ( e gli investimenti) dell'Occidente.
Ricordare insieme la vittoria di sessant'anni fa serve anche a questo: a superare i contrasti degli ultimi tempi e a stabilire una equivalenza tra il fronte antinazista di allora e quello antiterrorismo di oggi.
Bene, se è così si può stare al gioco. Purché della Storia si dia una lettura simile se non proprio eguale. Purché sulle ragioni che hanno indotto due Repubbliche baltiche su tre a rifiutare l'invito di Putin ci sia una comunanza di analisi. A condizione, insomma, che mentre esalta l'eroismo dei difensori di Stalingrado la Russia di oggi abbia anche il coraggio di prendere le distanze dalla churchilliana « cortina di ferro » , accetti di riconoscere l'ultradecennale assenza di libertà in quella che Milan Kundera chiama « L'Europa rapita ».
Il ministro della Difesa Ivanov, fedelissimo di Putin, ha messo ieri le mani avanti: « Di cosa si discute, dove sareste voi se noi non avessimo spezzato la spina dorsale della Germania nazista? » .
Vero, lo abbiamo già detto. Ma nessuna riconoscenza verso i meriti bellici dell'Urss può cancellare i suoi torti successivi, l'instaurazione di dittature nei Paesi liberati, la repressione del dissenso, il ricorso alla « dottrina Breznev » quando qualche vassallo dell'impero ha creduto di poter raggiungere l'autonomia prima che il muro di Berlino crollasse.
Habermas: la democrazia non giustifica altri Iraq
« Spero in un regime mezzo liberale, ma un esito positivo dell'invasione non consentirebbe azioni simili »
Paolo Valentino sul Corriere della Sera
BERLINO « Se si mette da parte il diritto internazionale, allora noi intellettuali dobbiamo quanto meno avere degli scrupoli morali e domandarci se il caso Iraq sia veramente generalizzabile » .
Jürgen Habermas non si rassegna al teorema dell'espansione a ogni costo della democrazia, come fondamento della sicurezza internazionale.
Il maggior filosofo tedesco vivente contesta che la caduta di Saddam Hussein e le prime elezioni democratiche a Bagdad bastino da sole a dimostrarlo o a dar ragione ai " neocon", a Tony Blair e ora anche ad autorevoli esponenti della sinistra europea.
In realtà, spiega Habermas in un'intervista al quotidiano Die Welt , « le incerte conseguenze dell'invasione dell'Iraq, in violazione del diritto internazionale, hanno fatto riflettere anche quelli che si erano pronunciati in favore della guerra » . E pur auspicandosi « con loro, la nascita e il consolidamento almeno di un regime mezzo liberale » , il filosofo avverte: « Una possibile conseguenza positiva dell'invasione non è sufficiente a rispondere positivamente alla domanda kantiana, se noi, in condizioni simili, cioè senza alcuna prova di un pericolo imminente, potremmo agire così, assumendoci la responsabilità di decine di migliaia di vittime » . Settantacinque anni, già assistente di Theodor Adorno, Habermas incarna la seconda generazione della celebre scuola di Francoforte, quella che si distingue dagli antichi maestri per il rifiuto del pessimismo e la volontà di iscrivere nella realtà effettuale il rinnovamento della democrazia.
Il suo nome, nella recente storia della Germania, è legato alla battaglia condotta contro il revisionismo degli storici conservatori, guidati da Ernst Nolte, che rileggono il nazismo come una sorta di risposta difensiva al comunismo, e al dibattito sull'identità tedesca e sul ruolo della Costituzione, seguito alla caduta del Muro di Berlino.
Nell'intervista a Die Welt , Habermas lancia anche un'accusa a tutto campo al « dogma neoliberale », responsabile del ritiro della politica da settori vitali, come l'istruzione , l'energia, i trasporti pubblici, la cultura, la previdenza sociale, con l'abbandono a se stessi « dei cosiddetti perdenti della modernizzazione » .
Attenzione, ammonisce il filosofo, « se noi non controlliamo il capitalismo, si aprirà la strada a una modernizzazione svuotante » .
Di fronte a questa tendenza, tesa a inaridire ogni sensibilità normativa, cambia anche il rapporto fra illuminismo e religione: « In quanto cittadino secolarizzato, io dico che la fede e la scienza devono riflettere su di sé e porsi ognuno i propri limiti » .
La mafia senza misteri "intoccabili" un nuovo saggio di Lodato e Travaglio. Quando non servono pazienza e tenacia. Le calunnie contro giovanni Falcone. Giorgio Bocca su la Repubblica
Il profondo mistero della Mafia, il famoso terzo livello dove si incontrano i ripugnanti delinquenti dai cento omicidi e i procuratori generali in toga di ermellino, dove il sanguinario Riina bacia un potente ministro della Repubblica, sta nella sua manifesta e aggressiva chiarezza, nell´evidente favore di cui godono i mafiosi, nelle aperte collusione fra la delinquenza e lo Stato, nel sistematico appoggio che una parte dello Stato dà alla «onorata società». Sta nel terrore che questa chiarissima alleanza incute agli onesti, sta in quel perfido genio del male che ha convinto milioni di persone che star dalla parte degli assassini, dei ricattatori, dei corruttori è necessario e a suo modo provvidenziale. Il legame fra Mafia e Stato che nessuno riesce a sciogliere è il più grande rito demoniaco contemporaneo, la più grande pratica satanista contemporanea. Il mistero della Mafia? Ma quale mistero?
Che mistero è quello in cui l´efferato boss Totò Riina è latitante per cinque e passa anni in un quartiere signorile di Palermo, in una villa con piscina, da cui esce quasi ogni mattina per sbrigare i suoi affari di boss a Palermo, dare disposizioni, incontrare gli amici, discutere un appalto, vedere gli uomini della politica, scrivere "papelli"? Che mistero è la latitanza della signora Riina, sorella del mafioso Bagarella, che mette al mondo i suoi figli in una nota clinica di Palermo dove primario e medici non capiscono chi hanno in cura? Che mistero è quello dei maestri e professori che educano i figli di Riina e quello dell´impresario edile che li ospita, e quello dei parenti e amici di Corleone?
Nessun mistero, solo l´agghiacciante, paralizzante normalità della Mafia, solo la visibile, indiscutibile coesistenza fra la Mafia e lo Stato, fra i mafiosi assassini e i loro amici e complici nel governo e nella società.
La Mafia e le simili Camorra, 'Ndrangheta, Sacra Corona, non sono un mistero, la polizia conosce per nome tutti i loro appartenenti, pezzi da novanta e picciotti. «Basta guardargli le scarpe e gli orologi», mi diceva un sindacalista di Gioia Tauro. «Vedo che uno ha scarpe fatte a mano e Rolex d´oro e so che lo abbiamo perso, che è passato con la malavita».
Ma c´è un altro fatto, un altro comportamento sociale che disvela la Mafia e quanti stanno dalla sua parte: l´essere sempre, subito, senza limiti e ritegni contro quelli che la combattono. Non hanno certo buona stampa nelle terre di Mafia giornalisti come Saverio Lodato e Marco Travaglio, autori di questo Intoccabili (introduzione di Paolo Sylos Labini, Rizzoli, Bur, pagg. 465, euro 10), dai processi Andreotti, Dell´Utri & c. alla normalizzazione.
Ed è la stessa incessante diffamazione cui è sottoposto chiunque cerchi di remare contro. Tutti senza scampo i grandi avversari della Mafia e della borghesia mafiosa. Lasciamo parlare una delle maggiori vittime, il magistrato Giovanni Falcone: «Ho tollerato in silenzio, in questi ultimi anni, le inevitabili accuse di protagonismo e di scorrettezze nel mio lavoro. Ritenendo di compiere un servizio utile alla società ero pago del dovere compiuto e consapevole che si trattava di uno dei tanti inconvenienti connessi alle funzioni affidatemi. Ho sopportato le infami calunnie e le campagne denigratorie a cui non ho reagito perché ritenevo, forse a torto, che il mio ruolo imponesse il silenzio. Ma la situazione è profondamente cambiata, le istruttorie nei processi di Mafia si sono inceppate. Vivo nel profondo disagio di chi è costretto a svolgere un lavoro delicato in condizioni tanto sfavorevoli».
Ma pazienza e tenacia non servono, lo obbligano a lasciare la Procura e il pool antiMafia, gli preferiscono un magistrato anziano che riporta indietro la lotta alla Mafia di cinquanta anni, lo accusano di avere simulato l´attentato dell´Addaura, per chiudere la bocca ai suoi avversari non gli resta che la morte, a lui e al suo compagno di eroica avventura Paolo Borsellino. Da che parte sta la stampa governativa, la stampa dei politici?
Poi toccherà a Gian Carlo Caselli. «E´ un comunista!». Il governo Berlusconi fa l´impossibile per impedirgli di prendere la guida della Procura Nazionale Antimafia. Caselli è senza il minimo dubbio il magistrato più efficiente e senza macchie nella lotta alla criminalità. E´ un uomo di parte? No, ha condotto e vinto la repressione del terrorismo rosso, ha indagato sulle cooperative rosse, ha denunciato onorevoli e sindacalisti comunisti. Non sta certamente dalla parte della Mafia, non sta con la magistratura che manda assolti. Si impedisca che arrivi all´Antimafia. E lo chiamate mistero questa ignobile congiura?
L´indagine di Lodato e di Travaglio non consente escamotage e astuzie giuridiche. Non perde il tempo con i gridi di dolore e le invocazioni alla giustizia, spiega semplicemente e chiarissimamente perché siamo un povero paese nelle mani di cialtroni e delinquenti.
Scusate se parliamo ancora della Scala. Dopo mesi di quotidiane e per lo più sgradevoli novità, la voglia di pensare ad altro è più che comprensibile. Si è trattato, è vero, di una lunga avventura senza eroi, conclusasi (provvisoriamente?) con l'azzeramento dell'intero vertice e l'arrivo di un nuovo sovrintendente/direttore artistico.
Ma è stata (ed è) al tempo stesso una finestra aperta sui pericoli e le difficoltà che incontra oggi la nostra vita artistica e culturale, e per questo vale la pena di non rimuoverla con un semplice "punto e a capo". Il 21 aprile scorso il consiglio di amministrazione della Scala ha accettato le dimissioni del sovrintendente Mauro Meli, nominando contestualmente nei ruoli di sovrintendente (con un contratto di sette mesi, collegato alla scadenza dell'attuale c.d.a.) e direttore artistico (con un contratto di 4 anni) Stéphane Lissner, direttore del festival di Aix-en-Provence nonché direttore della sezione musicale delle Wiener Festwochen; la visione culturale di cui Lissner è portatore, delineata nelle pagine Estero di questo stesso numero del Giornale della musica potrebbe rappresentare un vero balsamo per le ferite della Scala, da anni soffocata da una visione per molti versi provincialistica del teatro d'opera; Lissner sarà ancora sovrintendente, il 7 dicembre 2005? I recenti accadimenti stanno lì a dimostrare che alla Scala, più che altrove, "del doman non v'è certezza". La parabola di Mauro Meli a Milano è di per sé significativa: cominciata nel 2003 per l'incapacità del c.d.a. di opporsi alle idiosincrasie del direttore musicale del teatro, Riccardo Muti, dopo avere toccato il vertice alla fine di febbraio di quest'anno in seguito alle rumorosissime dimissioni del già ex-sovrintendente Carlo Fontana, da tempo in aperta lotta con Muti, era stato privato delle deleghe più rilevanti, si conclude a pochi giorni di distanza dalle dimissioni, anche più fragorose, dello stesso Muti, unica stella di Meli nel firmamento scaligero.
Interamente determinata da fattori estranei alle sue personali capacità, Meli non era stato assunto perché più bravo di Fontana né ora è stato allontanato perché lo è meno di Lissner; essa dimostra quanto pericoloso possa essere mettere il naso in queste lotte di potere, e certamente deve avere ristretto di molto la rosa dei candidati alla successione. Riassumiamo, per la cronaca, l'impressionante lista di dimissioni che si sono succedute in questi tre mesi: Carlo Fontana, Salvatore Carrubba (assessore alla cultura del Comune di Milano, furioso perché non consultato sulla questione Scala), Riccardo Muti, Fedele Confalonieri (da presidente del c.d.a. della Filarmonica della Scala, in apparente ritorsione Mediaset/Rete4 nei confronti degli orchestrali che avevano sfiduciato il maestro), Marilena Barilla e Gian Giacomo Faverio (consiglieri dello stesso c.d.a., nonché presidente onorario e presidente del Ravenna Festival, diretto da Cristina Mazzavillani Muti), e infine Mauro Meli. A complicare la comprensione di quanto accaduto gioca sicuramente l'intersecarsi di differenti piani: quello "psicologico", fatto delle piccinerie umane di personalità peraltro non piccine; quello artistico-culturale, causato dalla crisi di identità che da molto tempo vive, al di là della retorica dei trionfi, il sistema lirico in Italia; uno, infine, prettamente politico, nel quale un mondo istituzionale vistosamente incapace (o peggio: malcelatamente indifferente) nei confronti delle cose della cultura si incrocia con un milieu della finanza e dell'industria sempre più interessato al controllo dei punti d'eccellenza del sistema artistico-culturale più ricco del mondo. La delicatezza del contesto su cui la vicenda si è snodata farà probabilmente, in futuro, scrivere dei libri. Ci permettiamo qui solo qualche breve riflessione. Lo sviluppo di un progetto culturale di lunga portata richiede un lavoro fatto di assiduità e di umiltà. Oggi le due parole non possono convivere: per un direttore d'orchestra, lavorare per diciannove anni in un teatro importante significa perdere di vista la propria dimensione e la propria missione; altrettanto vale per un amministratore. È degno di nota il fatto che tutti gli attori di questo dramma si siano scontrati per mesi senza che filtrasse all'esterno uno straccio di divergenza artistico-culturale. Ma altrettanto sorprendente è stata la manifesta incapacità di intervento del mondo politico e intellettuale: lo Stato e gli enti locali erogano annualmente alla Scala più di tre volte il totale dei finanziamenti privati; se pertanto il sistema delle fondazioni liriche prevede una consistente presenza di privati nei c.d.a. (quello della Scala è una sorta di salotto della finanza italiana), ci si aspetterebbe che la collettività mantenga per contrappeso un forte potere di indirizzo. Il ricorso che si è dovuto fare al Prefetto in veste di mediatore dimostra invece fino a che punto l'autorevolezza intellettuale e la capacità di dialogo siano scomparse dai nostri ministri, sindaci e assessori. La cosa è di particolare rilevanza poiché, data la congiuntura storica ed economica, al sovrintendente spetterà il compito di fare delle scelte difficili e coraggiose, e avrà molto bisogno del sostegno della società civile e della politica.
Si scriveranno dei libri, su questa vicenda; speriamo solo di averne già sfogliato le pagine peggiori.
L´"oro nero" di Noto
Giovanni Valentini su la Repubblica
Per cercare l´"oro nero" che (forse) è nascosto nelle viscere della terra, si rischia di perdere quello che già luccica in superficie. Mentre l´umanità si prepara a uscire in un prossimo futuro dall´era del petrolio per far fronte all´esaurimento delle riserve naturali, privilegiare le fonti energetiche rinnovabili e combattere così l´inquinamento che incombe sul pianeta, la Sicilia è minacciata da un´invasione di trivelle Usa. E mentre qualcuno ipotizza di vendere le spiagge per rilanciare il turismo al Sud, nel forziere della Val di Noto che custodisce i gioielli architettonici del barocco una società texana viene autorizzata a scavare al centro di quello che l´Unesco ha dichiarato "patrimonio dell´umanità".
Un´altra storia del Malpaese, un altro delitto contro l´ambiente e contro il paesaggio, si sta consumando nell´estremo lembo meridionale dell´isola, a cavallo fra le province di Siracusa, Ragusa e Catania, le terre dove si coltivano il prelibato pomodoro "pachino" e l´uva di qualità per il rinomato Nero d´Avola. E tutto ciò in forza d´un provvedimento che, al colmo del paradosso, non è stato neppure approvato dalla giunta regionale. Fu un decreto dell´ex assessore all´Industria, Marina Noè, ad assegnare un anno fa la concessione alla Panther, secondo una legge che liberalizza la ricerca energetica in Sicilia. Ma nei prossimi giorni sarà esaminata e discussa la richiesta di revoca presentata dall´assessore al Turismo, Fabio Granata, già ai Beni culturali, esponente di An. Anche se in un caso così intricato sul piano giuridico e burocratico l´amministrazione regionale può temere un´azione di rivalsa da parte della società texana, legalmente autorizzata ormai a iniziare gli scavi a giugno, la mobilitazione generale dei sindaci della zona potrebbe bloccare l´assalto al tesoro di Noto. L´iniziativa dell´assessore Granata punta a un´immediata sospensione e alla revoca definitiva della concessione. Qui il bene da salvare nell´interesse generale è il patrimonio del barocco, le chiese e i palazzi che appartengono all´intera umanità, per difendere anche la nostra industria del turismo.
Indymedia sotto sequestro, nel mirino le offese a papa Ratzinger
be.mo. su l'Unità
Indymedia sotto sequestro, atto secondo. Dopo il blocco del 7 ottobre scorso, il sito italiano di informazione indipendente a cui fanno capo migliaia di media-attivisti da tutto il paese, è nuovamente finito nel mirino della magistratura. Stavolta l'accusa è di vilipendio della religione e della figura del Papa per la pubblicazione (all'interno di in uno dei tanti messaggi che ogni giorno vengono pubblicati sul sito ) di un fotomontaggio che ritrae il neoeletto pontefice Ratzinger in divisa nazista.
A sollecitare il provvedimento della Procura romana era stato nei giorni scorsi il pubblico ministero Salvatore Vitello, dopo una serie di accertamenti partiti sulla base di una informativa della Digos. Adesso anche il Gip Marco Patarnello gli ha dato ragione e ha emesso l'ordine di sequestro riconoscendo che la pubblicazione da parte di Indy di Benedetto XVI in versione nazista ostenta «disprezzo per il sentimento religioso e per la persona del Papa» dato che l'offesa è stata fatta pubblicamente. I mediattivisti avrebbero dunque violato gli articoli 403 e 404 del codice penale.
«Si tratta di un inaccettabile attacco alla libertà di critica e di satira» è stato il commento a caldo di Paolo Serventi Longhi, segretario generale della Federazione Nazionale della Stampa Italiana: «Si può non condividere la pubblicazione di un fotomontaggio ironico, peraltro non prodotto dalla redazione ma inviato con un messaggio anonimo, ma la libertà di espressione non può essere messa in discussione e la decisione di sopprimere un organo di informazione appare assolutamente sproporzionata».
Il diritto di «manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» è espressamente garantito dall'articolo 21 della Costituzione italiana e quindi di satira e di diritto alla critica parlano anche da Indymedia: «Quello che noi difendiamo è il concetto di pubblicazione libera e aperta a tutti - spiega un mediattivista - su Indymedia chiunque può inviare e pubblicare le proprie idee e opinioni, se di queste si tratta. Quando ce ne accorgiamo cerchiamo di eliminare dai post del sito i messaggi a carattere pedo pornografico, quelli commerciali e pubblicitari, quelli di propaganda dei partiti politici. Ma la pubblicazione del fotomontaggio in questione per noi è un esempio di satira e quindi di libera espressione. E visto che Indymedia non è l'unica a fare satira di questo tipo in Italia perché tanto accanimento proprio nei nostri confronti?».
50 anni Disneyland, festa mondiale per Topolino e compagni
Da Tokyo a California, celebrazioni per anniversario parco
(ANSA) -ROMA, 5 MAG- Dal Giappone alla California, i parchi della Disney aprono oggi la 'Happiest celebration on earth', maxi festa per i 50 anni di Disneyland. Dopo anni di preparativi, Walt Disney nel 1955 realizzo' il sogno di aprire un parco popolato dai suoi personaggi e la scelta cadde su Anaheim, sobborgo di Los Angeles. Epicentro degli eventi sara' Disney World in Florida, dal 1971 il fiore all'occhiello dell'impero del divertimento. I festeggiamenti proseguiranno per il resto dell'anno.
E il mitico Gago si fa beffe dei media e dei loro guru
su Kataweb
Si chiama «Il blog di Gago». E´ un piccolo culto per chi naviga sul web. Si trova all´indirizzo http://gago.splinder.com. Si tratta di una formula inedita di satira giornalistica, parodia dei media, critica cinematografica (e televisiva) surreale, frullatore di comicità demenziale e militanza antigovernativa. Sprezzante di ogni formato, il blog di Gago sforna continuamente testi brevi e lunghi, commenti approfonditi o epigrammi fulminanti, contando su un´agguerrita schiera di lettori che affollano sempre più numerosi il sito. Diviso in piccole ma geniali rubriche, si dimostra una continua sorpresa.
Un piccolo esempio di quello in cui ci si può imbattere: l´esilarante «Disco Rink» (in cui il fantomatico Mario Feggatto Lugiz rilascia recensioni del tipo: «Oh, non comprate il cofanetto natalizio dei Beatles: non c´è neanche un pezzo nuovo! Grazie a tutti»), il Mereghini (che parodizza il mitico dizionario dei film di Mereghetti attraverso giudizi incerti e stralunati) o ancora «Non l´ho visto non mi piace»; esercizio di critica preventiva ai film che si detestano prima ancora di averli guardati. Imperdibile, poi, il commento pressoché quotidiano alla vignetta di Forattini: l´idea è quella di non riprodurla ma spiegarne i contenuti e dimostrare l´ormai palese senescenza del disegnatore.
Gli autori del blog sono Simone Bedetti, scrittore e curatore di mille iniziative editoriali, Luca Bottura, autore di testi televisivi e giornalista storico di Cuore e L´Unità, e Lorenza Giuliani, vulcanica ideatrice di contenuti per i media. Com´è nata l´idea?, chiediamo. «Volevamo costruire in fondo una piccola edicola on line - rispondono -, che commentasse tutto quello che ci passa quotidianamante intorno nei giornali e nei mass media. È diventato una specie di contenitore di idee autoprodotte, tutto scritto in casa, una sorta di micromagazine satirico che, diciamo, non se la tira. Così, grazie a un linguaggio volutamente bassissimo e all´assenza di qualsiasi retorica, abbiamo costruito una galleria di piccoli personaggi (Lapo Elkann, Mereghini, Graldo Allso critico televisivo, ecc.) che hanno cementato un rapporto col pubblico. Il successo è stato imprevedibilmente ampio: ora abbiamo fino a 400 contatti al giorno, e decine di migliaia al mese».
Una curiosità: chi è Gago e perché gli intitolate il blog? «Gago è il guru. Gago è il mistero. Qualche indizio c´è. I lettori più smaliziati sapranno scoprire tra le righe chi è il fantomatico Gago!». (roy menarini)