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a cura di G.C. - 30 aprile 2005


Calipari, è rottura tra Italia e Usa
Alberto Flores d´Arcais su
la Repubblica

WASHINGTON - "Gli investigatori non hanno raggiunto conclusioni finali condivise". L´inchiesta sulla morte di Nicola Calipari finisce con due versioni, due opposte "verità" e una crisi diplomatico-militare che rischia di avere gravi conseguenze nei rapporti tra Italia e Stati Uniti e nel comune obiettivo della lotta al terrorismo internazionale.
Dietro il linguaggio burocratico dello statement, reso pubblico in simultanea da dipartimento di Stato e Farnesina, che mette la parola fine alle indagini congiunte ("avvenute in un clima di grande collaborazione reciproca"), e nonostante le parole di stima e l´omaggio reso all´agente segreto italiano - "un eroe a cui sia l´Italia che gli Stati Uniti devono profonda ed eterna riconoscenza" - le indagini su quanto accaduto quella sera del 4 marzo sulla strada che porta all´aeroporto di Bagdad hanno avuto come epilogo due rapporti separati, e contraddittori, che verranno presto resi pubblici.
Nel formalizzare la crisi con uno dei suoi più fedeli alleati Washington sceglie il basso profilo. In una giornata in cui le principali notizie sono altre - la riforma delle pensioni di Bush, la minaccia atomica della Corea del Nord, il via libera alle foto dei militari morti in Iraq e la scomparsa di una trentenne che faceva jogging alla vigilia del matrimonio - sia a Foggy Bottom che al Pentagono le dichiarazioni ufficiali gettano acqua sul fuoco: il dipartimento di Stato affida il commento al viceportavoce Adam Ereli ("anche noi americani siamo stati turbati dalla perdita di un uomo della statura di Calipari") che sottolinea come Italia e Stati Uniti "hanno lavorato bene e a stretto contatto per indagare cosa sia successo" e sono d´accordo che l´uccisione dell´agente del Sismi "è stato un tragico evento"; al ministero della Difesa il portavoce Lawrence Di Rita parla dell´Italia come di "un partner straordinario" nelle operazioni militari in Iraq, ripete che sul futuro della coalizione la linea del Pentagono "è quella di lasciare che siano i partner a decidere e spiegare le proprie scelte", e non risponde a chi gli chiede se per la liberazione di Giuliana Sgrena sia stato pagato un riscatto invitando i media ad attendere la presentazione del rapporto finale. E parla, attraverso uno dei portavoce (Fred Jones) anche la Casa Bianca: "Ci auguriamo che le relazioni tra Stati Uniti e Italia restino quelle che sono, apprezziamo il fatto che l´Italia sia al nostro fianco nel combattere il terrorismo in Iraq".
Dietro la facciata gli uomini di Rumsfeld non nascondono però la rabbia per un comportamento italiano (governo e servizi) che agli occhi americani suona più che scorretto. Poche ore prima del comunicato congiunto Italia-Usa fonti del Pentagono "soffiano" alla rete televisiva Cbs la notizia che grazie ai dati raccolti dai satelliti-spia è stato possibile stabilire la velocità con cui la Toyota su cui viaggiavano Calipari e la Sgrena è arrivata al checkpoint. La pattuglia di guardia vide l´auto quando si trovava a 137 yards di distanza (130 metri) e aprì il fuoco quando l´auto era a 46 yards (42 metri), il tutto con un intervallo di tre secondi: il che equivale, dice la Cbs, a una velocità di circa 60 miglia (96 chilometri orari) e non 30 (48 chilometri) "come sostiene Giuliana Sgrena".
Al giornalista della Cbs la fonte del Pentagono dice qualcosa di più, riaprendo una polemica mai sopita su un avvenimento che ai militari americani scotta particolarmente: il pagamento di un riscatto di "diversi milioni di dollari", che sarebbe ovviamente finito per finanziare gli insurgents e i terroristi che attaccano ogni giorno i soldati della forza multinazionale.
"Diciamo la verità - commenta un funzionario del Pentagono - da un punto di vista militare se l´Italia si ritira dall´Iraq per noi cambia poco o nulla; politicamente sarebbe però un disastro, per cui non mi chieda commenti che preferisco non fare". Al Pentagono la parola d´ordine è tenere la bocca cucita e solo dopo molte insistenze qualcuno accetta di parlare: "Non ci è piaciuto affatto il modo con cui la vicenda è stata gestita a Roma. Questa storia fa del male all´Italia ma anche agli Stati Uniti, ma voi siete quelli che rischiate di più. La guerra in Iraq è una questione complessa, è vero, ma una cosa noi non possiamo accettare e non accetteremo mai: di trattare con i terroristi, di finanziare chi ci spara addosso. Quanto a Calipari siamo tutti molto dispiaciuti; purtroppo in guerra questi incidenti possono succedere e quando non ci si fida tra alleati il rischio cresce ancora di più".



Due mesi di ambiguità e ombre
Giovanni Bianconi sul
Corriere della Sera

ROMA - Era l' 8 marzo scorso, quattro giorni dopo la morte di Nicola Calipari, quando il ministro degli Esteri Gianfranco Fini avvisò che l'Italia pretendeva " verità e giustizia " su quei drammatici spari. E lo disse con tono solenne, ripetendo due volte quei termini per sottolineare la fermezza della richiesta. Aggiunse, nel suo discorso alla Camera, che l'ambasciatore degli Stati Uniti era d'accordo e che pure il suo Paese auspicava " piena e leale collaborazione perché su questa tragica vicenda non vi siano ombre ". In effetti collaborazione c'è stata, attraverso l'inedita commissione d'inchiesta congiunta. Almeno un tentativo, reiterato fino all'ultimo momento utile. Se sia stata anche " piena " e " leale " è più difficile da dire. Sostenere che non ci sono ombre, invece, sembra davvero un azzardo.
Tanto che adesso il governo è costretto a chiedere ausilio alla magistratura e rifugiarsi nella " via giudiziaria " a quella verità che non è riuscito a trovare di comune accordo con gli americani. Secondo una prassi consolidatasi negli anni, anche quando le matasse da sbrogliare hanno a che vedere con la politica più che col diritto, come in questo caso. Politica internazionale, per giunta. Ma anche questa strada secondaria e unilaterale appare difficile da percorrere se è vero — come riferiscono le più recenti indiscrezioni sulla trattativa fallita per arrivare al documento congiunto che non c'è stato — che l'ultimo rifiuto americano ha riguardato proprio questo aspetto. L'Italia voleva inserire una frase d'auspicio formale affinché la magistratura facesse piena luce sull'episodio, ma gli Usa hanno detto no. L'indagine della Procura di Roma è stata autorizzata dal governo italiano, ma senza le risposte Usa sui nomi dei soldati americani che stavano al check point parte con l'handicap.
E il comunicato di ieri non svela se i delegati italiani della Commissione che conoscono i nomi di chi ha sparato sulla Toyota Corolla, potranno riferendoli alla magistratura, oppure restano vincolati al segreto. Inoltre i " dietrologi " avranno sempre argomenti a loro disposizione: la Toyota arrivata l'altro giorno a Roma, ad esempio, non è più nelle condizioni in cui l'hanno ridotta gli spari la sera del 4 marzo. Il vetro del finestrino posteriore destro accanto al quale sedeva Giuliana Sgrena, per dirne una, nelle immagini riprese in Iraq era alzato e integro mentre ora appare rotto anch'esso, oppure abbassato: quanto basta per dire che la " conservazione del reperto " non è avvenuta secondo le regole e per instillare dubbi su qualsiasi conclusione cui giungeranno le perizie prossime venture. A quasi due mesi dalla morte di Calipari, dunque, le ombre non sono state fugate, né sarà facile fugarle d'ora in avanti. Perché è arduo immaginare che gli Usa forniscano la collaborazione negata fin qui. A parte i nomi dei soldati, basti pensare che le immagini satellitari di cui s'è parlato ieri per misurare la velocità dell'auto erano state negate alla Commissione congiunta, sostenendo che i satelliti guardavano altrove. E prima ancora erano filtrate da Washington le indiscrezioni su intercettazioni telefoniche imbarazzanti per gli italiani, come la storia della corsa dell'ostaggio liberato verso il festival di Sanremo. Particolari veri a metà o montati in maniera fuorviante, replicava l'intelligence di Roma, che leggeva tutto questo con la lente d'ingrandimento del ricatto: se insistete a chiedere il " mea culpa " americano, non ne uscirete limpidi come vorreste.
E' facile immaginare che in questa storia anche l'Italia abbia qualcosa da nascondere, o quanto meno da non ufficializzare. Ad esempio la vicenda del riscatto pagato per la liberazione di Giuliana Sgrena. Se davvero gli americani hanno quella mole di intercettazioni ( ma questo significherebbe che sapevano del rilascio imminente o avvenuto della giornalista, al di là delle comunicazioni formali, e questo aprirebbe nuovi interrogativi sugli spari contro la macchina degli italiani) c'è da ritenere che fossero al corrente delle trattative intavolate dagli uomini del Sismi. Lo stesso Fini, nelle sue comunicazioni al Parlamento, ha spiegato che tante cose dovessero rimanere riservate. Precauzione ovvia quando si muovono spie e controspie, ma è altrettanto ovvio che qualche loro mossa non fosse in linea con le condotte richieste dall'alleato americano in Iraq. Gli Stati Uniti hanno tollerato le " ambiguità " italiane che sono servite a liberare tre guardie del corpo e due volontarie rapite, prima di Giuliana Sgrena.
Ma quando quelle stesse " ambiguità ", tutte avallate dal governo di Roma, hanno incontrato il " fuoco amico " del check point 504 piazzato sulla strada che porta all'aeroporto di Bagdad, sono divenute improvvisamente intollerabili a fronte della richiesta italiana di "verità e giustizia".

Di comune accordo i due governi hanno riconosciuto che all' " eroica attività " di Nicola Calipari Italia e Stati Uniti " devono eterna riconoscenza " . Sul resto ognuno sarà libero di sostenere quello che vuole, o poco meno.


Partito unico e potere di veto
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera

Più di sessant'anni dopo la sua benemerita sepoltura il "partito unico" è stato inopinatamente risuscitato da Berlusconi e dai media. Nella teoria della politica il partito unico è il partito che sopprime tutti gli altri partiti, e dunque il partito dei sistemi dittatoriali. Tale era il Pnf (non svelo ai giovani l'arcano di cosa fosse), tale era il partito nazista, e tale il partito comunista sovietico. Confesso che a me questa riesumazione fa un po' specie. Mi fa lo stesso effetto di un parco di divertimenti che venisse chiamato "parco olocausto". Sentimentalismi a parte, il fatto è che usare questa dizione per denotare una cosa diversissima - la necessità di porre fine alle "coalizioni millepiedi" - è una partenza sbagliata che imposta male il problema. Il nostro problema è che abbiamo costruito un bipolarismo demenziale fondato, dicevo, su coalizioni millepiedi. E dunque il nostro problema è di arrivare - visto che siamo in democrazia - a coalizioni di governo omogenee di due-tre partiti. Come si fa? È di tutta evidenza che il nostro Cavaliere ancora non lo sa. Ha raccontato che la Thatcher "ci ha messo quattro anni per capire i problemi e per trovare soluzioni". Orbene, Berlusconi ha già avuto più di quattro anni per capire e resta nondimeno all'anno zero della Thatcher.
Al Senato il Nostro ha impostato il problema così: che dobbiamo cambiare il nostro sistema elettorale; ma che se pensiamo al proporzionale, allora deve essere tale "in modo integrale"; e a questa soluzione osta "l'esperienza del passato con tanti governi che sono durati in media undici mesi". Dunque a Berlusconi tuttora sfugge che non esiste soltanto la proporzionale "integrale" che porta alla instabilità dei governi, ma che esistono anche sistemi proporzionali che producono sistemi di due-tre partiti (vedi Spagna e Germania) e governi stabilissimi.
Riprendo a citare: se vogliamo invece conservare il maggioritario, allora "non possiamo andare avanti con l'ibrido" di un sistema parzialmente proporzionale "per cui ogni partito è costretto ad accentuare, in occasione delle elezioni, la propria identità". Ora è sacrosanto che il nostro ibrido (il Mattarellum) sia da eliminare; ma non per saltare dalla padella nella brace di un ancora più nefasto maggioritario secco.
A questo effetto a Berlusconi continua a sfuggire che è proprio il maggioritario secco che moltiplica e frantuma il nostro sistema partitico, e quindi ancora sfugge quale sia il vero cancro del sistema che vorrebbe curare. E poi non è vero che i partiti minori siano costretti a distinguersi per via della proporzionale. Lo farebbero comunque facendo valere la propria identità "differenziante" in sede di governo. E qui veniamo all'ultimissima scoperta-trovata del Nostro.
"Succede... che ci sono dei partiti che rappresentano magari il 6-7 per cento della coalizione e che se c'è un loro veto non si può andare avanti... mentre dovrebbe almeno esservi, all'interno di ogni coalizione, il principio della democrazia per cui c'è una maggioranza che dà il suo parere e una minoranza che si adegua". Certo, questo è il principio della democrazia. Ma a Berlusconi sfugge ancora una volta che una coalizione di partiti non è una democrazia disciplinata da vincoli costituzionali, ma un libero patto tra liberi contraenti. Se Bossi viola il principio della democrazia (come fa sistematicamente da 4 anni) Berlusconi non ci può fare niente; e difatti ha subìto supinamente tutti i veti di Bossi senza fiatare. E allora?



L'ultima beffa
Giorgio Bocca su
la Repubblica del 29.04.2005

Il procuratore generale della Cassazione, Enrico Delehaye, ha respinto il ricorso delle parti civili, cioè dei rappresentanti dei morti ammazzati dalla bomba fascista di Piazza Fontana e ha riconfermato l´assoluzione degli imputati Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni, cioè dei tre terroristi di Ordine nuovo condannati in prima istanza per strage. Il procuratore generale, all´inizio della sua requisitoria, ha chiesto un´interruzione per "commozione provata nell´affrontare questo processo che ha segnato il mio ingresso nella magistratura". Per chi se ne fosse dimenticato la strage di Piazza Fontana aprì la stagione del terrorismo nero, strage di massa fatta per bloccare i movimenti sociali.
C´erano due persone che avrebbero potuto aiutare a risolvere il caso giudiziario: una è il capo del governo Giulio Andreotti, l´altra è Pino Rauti, referente nazionale di Ordine nuovo, un´associazione - ha ricordato l´avvocato dello Stato Giannuzzi - "che aveva una strategia stragista di ampio respiro". Ma i due non hanno dato aiuto all´accertamento della verità. Un´inchiesta seria o non è stata fatta o non è stata presa in considerazione e i servizi segreti hanno nascosto o confuso indizi e prove, esattamente come accadde per le altre stragi di piazza della Loggia a Brescia e alla stazione di Bologna.
E adesso che la strage di piazza Fontana viene cancellata, evitiamoci per carità la beffa di un altro processo (dopo che ne sono stati già celebrati 11) e questa orrenda accademia dell´insabbiamento. La tragica presa in giro pare sufficiente: l´avvocato dello Stato chiede se non sarebbe il caso di fare un nuovo processo dopo i tanti fatti, proprio per impedire l´accertamento della verità e il procuratore generale osserva lapalissianamente: "Non ritengo che la Suprema corte sia la sede più adatta per accertare la verità, quando la verità non è stata accertata nelle fasi precedenti di giudizio". Ineccepibile! Che la luce sulla verità dei fatti sia mancata pare evidente, tant´è che abbiamo avuto due verdetti di merito completamente opposti.
Non ritengo che si possa sostenere, come fa il procuratore di Milano nel suo ricorso, che due persone assolte con sentenza passata in giudicato, Freda e Ventura, siano responsabili di un reato. Dunque "vengono meno le censure di aver trascurato i rapporti fra l´Ordine nuovo del Veneto e la destra eversiva milanese". Forse non riusciamo a capire l´alta giurisprudenza della Suprema corte, ma il succo della faccenda ci pare questo: la nostra giustizia non ha voluto, non ha saputo, non ha potuto indagare su una strage che coinvolgeva i servizi segreti nostri e stranieri. Non ha potuto, voluto, saputo rifiutare le corresponsabilità nella strategia della tensione e ora compie l´ultimo gesto, se ne lava le mani, confessa tranquillamente di aver fallito, di aver dato partita vinta a chi non voleva che giustizia fosse fatta. Spesso da noi ma anche altrove la giustizia, specie quella blasonata e indiscutibile della Suprema corte, viene usata come la classica quadratura del cerchio, per mettere d´accordo il codice con la ragion di Stato, le leggi con l´esercizio del potere.
Ma a che servono queste manfrine, questi raffinati giochi di cui tutti capiscono la strumentalità, la falsità?

Intanto i morti di Piazza Fontana, come tutti i morti per errori dello Stato si danno pace.


Statali, coro di no contro la "cura" Siniscalco
Redazione de
l'Unità

Le risorse per i contratti della sanità e dei dipendenti pubblici riguarderanno la finanziaria 2005, compresi gli arretrati. Parola dell'inedita coppia Storace-Baccini. Sono i due ministri della Casa della Libertà ad affossare l'ipotesi del ministro dell'Economia Siniscalco di rattoppare i conti disastrati dello Stato con i soldi dei dipendenti pubblici.
Ma di cosa si tratta esattamente? La bella pensata del ministro dell'Economia era contenuta nella trimestrale di cassa appena presentata. Il meccanismo è semplice e spietato: il contratto degli statali, che interessa il biennio economico 2004-2005, potrebbe essere rinnovato nel 2006, cioè quando lo stesso biennio economico sarà già interamente scaduto.
Ma la sparata è troppo grossa e i due ministri responsabili del settore hanno pensato alle loro poltrone e alle elezioni del 2006. Chi sarebbe stato il colpevole dello slittamento del contratto e quindi punito dagli elettori? Per gli statali, il ministro della Funzione Pubblica, Mario Baccini e per i medici quello della Sanità, Francesco Storace.
I due si sono quindi affrettati a fermare Siniscalco. Un'alleanza inedita, ma pesante. "Non c'è dubbio che le risorse aggiuntive dei contratti del Pubblico impiego e della Sanità riguarderanno lo strumento della Finanziaria 2005", affermano i due ministri in una dichiarazione congiunta. "E non c'è alcun dubbio - aggiungono - che riguarderanno gli arretrati dovuti".
Già ai sindacati l'ipotesi era parsa illegittima. "Non bisogna far pagare ai lavoratori pubblici e privati la situazione di crisi", ha affermato il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani. "Mi sembra veramente che si stia perdendo il buon senso", aveva commentato il segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta. Il rinnovo del contratto degli statali va fatto "nelle prossime due settimane e non nel 2006", ha detto infine il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti. I sindacati minacciano anche una disdetta degli accordi di autoregolamentazione sugli scioperi: "Se il governo non rispetta le regole, noi cambieremo radicalmente le forme di lotta".



Se l'Europa diventa un nemico
Andrea Bonanni su
la Repubblica del 29.04.2005
L´Europa che conta si mobilita in favore del "sì" al referendum francese. E si compiace del primo volo del nuovo Airbus, gioiello dell´azienda leader mondiale in campo aeronautico con capitali francesi, tedeschi, britannici e spagnoli ma non italiani. A Roma, intanto, Silvio Berlusconi lancia una nuova offensiva nella sua campagna anti-europea. La Banca Centrale, spiega al Senato, è responsabile di "una politica distruttiva della capacità competitiva delle imprese europee". Lamenta che "non abbiamo la possibilità di una svalutazione competitiva". E torna a prendersela con i "lacci e lacciuoli" che l´Europa, a suo dire, impone alla propria industria costretta "a sopportare la concorrenza di Paesi che non devono rispettare le stesse norme". Dopo il fuoco di preparazione contro l´euro fatto nei giorni scorsi dal vicepresidente del Consiglio Giulio Tremonti, non ci vuole molto a capire che con questa solenne uscita di Berlusconi la Casa delle Libertà ha trovato un nuovo nemico da affiancare ai "comunisti" per il prossimo anno di crociata elettorale. L´Europa è il nuovo spauracchio contro cui aizzare tutte le paure, tutte le fobie, tutte le ansie che serpeggiano un Paese sempre più sfiduciato. L´euro troppo caro rispetto al dollaro e la difesa dello stato sociale europeo di fronte alla sfida della globalizzazione (a questo si riducono i "lacciuoli" che Berlusconi vorrebbe abolire) sono i peccati che alimentano questa nuova forma di giansenismo anti-comunitario della destra italiana. Si tratta di una svolta molto pericolosa. Perché se la minaccia del "pericolo comunista" si ridicolizza da sola anche agli occhi degli osservatori meno attenti, la nuova crociata contro Bruxelles fa leva su problemi reali e su preoccupazioni legittime. Ma ne distorce il significato. E´ vero che l´euro, come osserva Berlusconi, si è rivalutato del trenta per cento rispetto al dollaro e negli ultimi due anni. Ed è vero che questo differenziale penalizza le esportazione verso i mercati americani e asiatici di quella parte della produzione industriale europea che, a differenza di Airbus, basa la propria competitività sui prezzi bassi piuttosto che sulla qualità alta. E´ altrettanto vero che l´assenza di protezione sociale dei lavoratori e la mancanza di norme per la tutela ambientale offrono alle economie emergenti, come la Cina o l´India, un vantaggio competitivo che può essere compensato solo da una netta superiorità tecnologica o da una qualità di produzione molto elevata. Quello che però Berlusconi non dice è che l´euro forte e stabile ha consentito proprio all´Italia, che è uno dei più forti importatori europei di gas e petrolio, un fortissimo risparmio sulla bolletta energetica. E sempre l´Italia, proprio aderendo alla moneta unica, ha potuto approfittare di tassi di interesse enormemente inferiori a quelli pagati per sostenere la vecchia lira con un vantaggio competitivo per la nostra economia ben superiore a tutte le riduzioni fiscali che questo governo ha promesso e non attuato. Per non parlare del gigantesco risparmio che proprio l´Italia ha potuto fare sugli interessi che i contribuenti pagano per finanziare il più alto debito pubblico dell´Unione europea. Quello che infine Berlusconi sembra ignorare è che la rivalutazione dell´euro rispetto al dollaro non dipende tanto dalla mancata riduzione dei tassi di interesse da parte della Banca Centrale, quanto dal fatto che oggi l´economia americana appare complessivamente assai meno solida di quella europea. E dunque i capitali scelgono l´euro piuttosto del dollaro per valutazioni su cui la Bce ha ben poca capacità di influire, anche se lo volesse. Ma il vero problema, visto che la "questione europea" si appresta a diventare anche in Italia, come già in Francia e in Gran Bretagna, un tema cruciale della politica nazionale, non sta neppure nelle bugie o nelle volute omissioni del presidente del Consiglio. La questione centrale posta da Berlusconi con i suoi attacchi all´Europa della moneta forte e dei mercati aperti è di quali interessi si voglia fare portavoce il governo. La politica delle svalutazioni competitive, come insegna la storia della prima repubblica, è l´estrema, inutile trincea di un sistema-paese perdente, di un´industria che non sa rinnovarsi, di un governo che non sa governare, di uno stato che non sa dove investire, di una nazione che rinuncia al proprio ruolo sulla scena mondiale. Lo stesso vale per quella "svalutazione" delle garanzie sociali e ambientali che il centro-destra predica in modo obliquo dietro la campagna contro le normative europee. Un governo che in quattro anni non ha saputo affrontare la riforma degli ordini professionali, che ancora ci obbliga andare dal notaio anche per vendere un´auto usata, vorrebbe gettare a mare le direttive comunitarie nella speranza che l´Italia possa competere con Cina o Egitto sul piano del paleocapitalismo selvaggio. Mentre la Germania, nonostante l´euro forte, aumenta le proprie esportazioni e la Francia cresce a ritmi doppi dei nostri, Berlusconi si vanta di aver bloccato le importazioni di calze dalla Cina. …


Tremonti e l'acquedotto
Francesco Giavazzi sul
Corriere della Sera del 29.04.2005

"Vendere le spiagge" è evidentemente una frase infelice: perché i Comuni dovrebbero fare dei regali concedendone l'uso per poche migliaia di euro, l'equivalente dell'affitto di un solo ombrellone per i mesi estivi? Far pagare le concessioni in proporzione alle rendite che esse generano è sacrosanto, ma vi sono beni pubblici il cui utilizzo produce danni irreparabili. I venditori di mangime per piccioni in piazza San Marco vanno semplicemente cacciati, invece il sindaco di Venezia (anche Massimo Cacciari, quando già lo era negli Anni '90) non li fa neppure pagare per il suolo pubblico che occupano. A Milano, una città che si sta lentamente spopolando, si è concesso a chiunque di trasformare per pochi euro un sottotetto in un attico miliardario: quanto lungimirante è stato per la città questo regalo ai proprietari di immobili in centro?
La battaglia di Giulio Tremonti contro le rendite è sacrosanta, ma se egli fosse coerente dovrebbe avere il coraggio di elevare la ritenuta fiscale sui titoli pubblici. Perché tassare i redditi da lavoro al 30-40 per cento e i Bot solo il 12,5%? Può essere giusto non tassare il passaggio dal padre al figlio di un'attività imprenditoriale, ma perché esentare dall'imposta di successione patrimoni immobiliari immensi?
Ci sono rendite, come l'uso di piazza San Marco, che uno Stato avveduto deve semplicemente impedire. Altre invece, come la rendita finanziaria e la sua trasmissione per eredità, devono essere tassate per consentire alla Stato di ridurre le quelle che pregiudicano l'incentivo a lavorare e a produrre, come l'Ire, l'Irap e i contributi sociali.
Il guaio è che la politica fiscale del governo Berlusconi, al di là delle frasi a effetto, non è stata guidata da un'idea coerente sulla distribuzione ottimale del carico fiscale, che significa spostare le tasse là dove esse producono minori danni.

Nel 2001 Giulio Tremonti, da poche settimane ministro dell'Economia, decise di regalare a Puglia e Basilicata l'Acquedotto pugliese, che formalmente apparteneva allo Stato. "Le Regioni si riappropriano di un bene che è loro e si sono impegnate a privatizzarlo. E' un caso esemplare di devoluzione idrica" disse allora il ministro dell'Economia. Il motivo per privatizzare l'acquedotto non è tanto l'incasso e come esso potrebbe essere utilizzato, bensì la sua gestione che è uno dei nodi del sottopotere politico pugliese (si legga il bel libro di Michelangelo Borillo, Il buco nell'acqua , Laterza, 2004).
Sono passati 39 mesi dal giorno di quel regalo e la Puglia, che aveva firmato un contratto che la impegnava a privatizzare l'acquedotto entro 6 mesi, ha messo il progetto in un cassetto. Non ha privatizzato l'ex governatore Fitto, sconfitto un mese fa, né ha intenzione di farlo il suo successore, Nichi Vendola, che si è affrettato a dire: "L'acquedotto non si vende, deve rimanere un'azienda pubblica".
Ora che la Puglia è guidata dall'opposizione, Giulio Tremonti ha un'occasione insperata. Impugni quel contratto e obblighi la Regione, che lo ha palesemente violato, a restituire l'acquedotto allo Stato. Poi lo privatizzi: una valutazione indipendente, effettuata cinque anni fa, lo valutava 1,5 milioni di euro.


Il coraggio di un Kosovo indipendente
Giuliano Amato sul
Corriere della Sera del 20.04.2005

Ho speso quest'ultimo anno lavorando sui Balcani. L'ho fatto da presidente di una Commissione internazionale sostenuta da grandi fondazioni europee e americane e composta, fra gli altri, da Richard von Weizsäcker, Kiro Gligorov, Carl Bildt, Zlatko Lagumdzija, Ilir Meta, Kemal Dervis, Janez Potocnik, Goran Svilanovic, Avis Bohlen; tutti con esperienze di governo, chi negli Stati Uniti e nell'Europa Occidentale, chi nei Balcani. Il nostro rapporto finale è stato reso pubblico il 12 aprile e ora facciamo il giro delle capitali per farlo conoscere e discutere. Vogliamo convincere i leader politici dei Balcani e della comunità internazionale che è necessaria da parte loro una coraggiosa iniziativa per uscire da uno status quo ormai insostenibile. Lungi dal portare verso un qualsiasi futuro, esso può solo prolungare il confino della regione in un passato senza fine.
Questo non significa che si debba essere insoddisfatti di ciò che si è ottenuto con gli accordi di Dayton dieci anni fa. I Balcani hanno raggiunto una relativa stabilità, sono cessati i conflitti militari e non c'è più pulizia etnica, ci sono elezioni non sempre corrette, ma tutto sommato libere. E tuttavia l'economia è ferma, la corruzione dilaga, la lotta politica è tutta segnata dai temi del passato, i cui simbolismi prevalgono sulle ragioni del futuro.
Gli stessi assetti istituzionali costruiti dopo Dayton per assicurare la pace concorrono a questa chiusura, perché favoriscono una paralizzante spartizione del potere fra i gruppi etnici, con Stati più deboli delle enclaves costitutive e, in qualche caso, poteri eccezionali affidati ad autorità esterne in rappresentanza della comunità internazionale, che impediscono il radicamento di effettive responsabilità democratiche in capo alle autorità nazionali elettive.
Che lo status quo faccia ormai più male che bene lo sanno tutti. Il problema è che questo non basta a cambiare. Nella regione, è tuttora sul passato, sulle rivendicazioni di status e sul rifiuto di ogni cambiamento, che si vincono o si perdono le elezioni. Nell'Unione Europea si capisce bene che l'unico futuro per quei Paesi è nella stessa Unione e che quindi l'unica molla del cambiamento è l'apertura del processo di adesione. Ma questo è un momento di "fatica da allargamenti" fra gli europei e i nostri leader sono molto prudenti. Il rischio allora è che tutto rimanga com'è, con noi che operiamo sempre più come un potere coloniale, impegnando comunque migliaia di soldati e milioni di euro, e con i Balcani "colonie" che diventano un ghetto, il buco nero d'Europa.
Che cosa chiediamo ai leader balcanici? Intanto che, al di là delle loro divisioni, comincino subito a costruire fra i loro Paesi una efficace integrazione economica. Il loro argomento preferito sono le questioni di status e quindi il numero di Stati che dovrà uscire dalla regione. Ma si tratterà comunque di stati piccoli e nessuno di loro potrà mai essere uno Stato membro vitale della nostra Unione se non farà parte di un tessuto economico che ne assicuri la vitalità, appunto, economica. Chiarirglielo per tempo, e senza sconti, è essenziale anche per loro. E poi vitali dovranno essere anche i cambiamenti sul piano istituzionale, passando dal potere ripartito alla costruzione di entità statuali capaci di effettivo governo (è il caso della Bosnia Herzegovina, con i suoi tre eserciti, tre sistemi sanitari, tre politiche economiche, e di Serbia e Montenegro, che dovranno o separarsi o dare vita a una federazione meno fantasma di quella attuale) e poi prendendo sul serio la rule of law : il che significa isolare e ridurre il sottobosco della corruzione (una giustizia indipendente è il primo passaggio) e considerare le minoranze in base al principio dell'eguale trattamento di tutti i cittadini a prescindere dal gruppo etnico di appartenenza.
Chi non conosce la situazione può ritenere che non vi sia nulla di particolarmente coraggioso nell'adeguarsi a standard che sono la norma per chi fa parte dell'Unione Europea. Ma nel contesto dei valori e dei sentimenti che prevalgono nella regione il coraggio ci vuole. Ogni volta che un generale accusato di crimini di guerra (e si tratta in genere di nefandezze inaudite) viene consegnato al Tribunale dell'Aja, è salutato alla sua partenza come un eroe. E questioni intricate come quella del Kosovo vengono trattate sulla base di rigide pregiudiziali ideologiche, che non danno spazio agli argomenti razionali. Ogni persona ragionevole sa in Serbia che lasciare il Kosovo alla maggioranza albanese è più la soluzione che non il problema; e che lo è ai fini dello stesso trattamento della minoranza serba, trattamento che nelle condizioni attuali è davvero intollerabile, mentre in futuro potrebbe contare, ad esempio, su uno stato speciale riconosciuto a Mitrovitza e dintorni, dove i serbi sono in maggioranza. Non ci sarebbero quindi grandi flussi di fuga verso la Serbia, diversamente da quanto dice il Presidente serbo Tadic nell'intervista rilasciata ieri sul Corriere a Franco Venturini. Né - a quanto ci risulta - ci sarebbero gli effetti destabilizzanti che egli teme in altri Paesi: i serbi della Bosnia sono soddisfatti della loro autonomia e in Macedonia albanesi e macedoni sono da tempo su un proficuo percorso di riequilibrio interno.

Il Cancelliere Schröder, quando gli abbiamo presentato il Rapporto, ha subito colto la forza del nostro primo argomento: facciamo un bilancio preciso dei soldi che tutti insieme, fra governi nazionali e Comunità, spendiamo ogni anno nei Balcani. Si tratta di sicuro di svariati miliardi. Presentiamoci ai nostri cittadini con questo bilancio e chiediamo loro se desiderano che i loro soldi continuiamo a spenderli così (sulla premessa che comunque non possiamo voltare la testa dall'altra parte e andarcene), o se la stabilità della regione non sarebbe meglio garantirla, invece che con i soldati, con la crescita di democrazie e di economie funzionanti. Ma questo esige che rendiamo concreta la promessa, peraltro già fatta, dell'ingresso nell'Unione Europea e ci dotiamo perciò, verso quei Paesi, di tutto quell'efficace sistema di incentivi (a far bene) e di disincentivi (a far male), che è tipico dei processi di adesione.

C'è un punto finale, che è forse ancora più importante. Fra i dati più scoraggianti raccolti dalla nostra Commissione c'è che i giovani, i più aperti ai valori dell'Europa e i più interessati a frequentarla, hanno enormi difficoltà a venire nei nostri Paesi. Più del 70% degli studenti serbi non ha mai viaggiato all'estero. E le loro difficoltà sono dovute a noi, alla costosa mole di documenti che chiediamo loro per concedere un visto. La sicurezza è una cosa seria, ma non meno serio sarebbe organizzare delle apposite facilitazioni per categorie definite, in particolare gli studenti, e consentire loro di essere quello che vogliono essere, europei. Ne abbiamo discusso con il Commissario Frattini e con piacere abbiamo appreso che ci sta lavorando.
Una nuova partenza nel 2006, sia sul piano istituzionale, sia nei nostri rapporti con i giovani delle società balcaniche. E l'obiettivo che indichiamo è l'ingresso nell'Unione di tutta la regione entro il 2014, cento anni dopo lo sparo estivo che fece esplodere da Sarajevo la prima guerra mondiale. Da Sarajevo a Sarajevo. Non ci sarebbe modo più efficace per concludere davvero quello che è stato definito "il secolo della follia e dell'auto-distruzione".


  30 aprile 2005