
sulla stampa
a cura di G.C. - 27 aprile 2005
Il tempo è scaduto
Massimo Giannini su la Repubblica
Dalla Casa delle Libertà alla "casa comune del centrodestra". Se non fosse solo un logorato e disperato "bis", tenuto insieme dai ricatti incrociati e non dai patti condivisi, il nuovo governo Berlusconi nascerebbe con questa grande ambizione. Non più il partito personale del Cavaliere. Ma il partito unico dei moderati. Non più l'asse Forza Italia-Lega e il semiasse An-Udc. Ma una specie di nuova, moderna Democrazia cristiana. Che assorbe tutte le contraddizioni, metabolizza tutti i conflitti. E li trasforma in cultura di governo. In senso dello Stato. Purtroppo per il premier (e bisogna dirlo, anche per il Paese) il suo rilancio avviene fuori tempo massimo.
Un progetto politico impegnativo come quello che lui stesso ha ipotizzato ieri, nel chiedere la fiducia a Montecitorio, avrebbe avuto senso quattro anni fa, dopo la vittoria del 2001. Quando gli elettori gli affidarono le "chiavi" del Parlamento, attraverso una maggioranza senza precedenti nella storia repubblicana: 153 seggi complessivi tra Camera e Senato. Quando un'Italia sempre più abituata alla competizione bipolare e al ricambio elettorale avrebbe avuto un enorme bisogno di un centrodestra "normale". Di un centrodestra europeo. Innovatore, ma responsabile. Riformatore, ma anche rassicurante. Liberale, persino liberista, ma pur sempre inclusivo e solidale.
Allora Berlusconi scelse un'altra strada. Una gestione privatistica della cosa pubblica. Una visione proprietaria dell'alleanza politica. E sottomessi a questa anomalo "dna" del leader, carismatico, autocratico e populista, i suoi alleati si acconciarono a restare cartello elettorale. Incapaci di trasformare in azione politica quella domanda di innovazione e di rappresentanza che gli era stata rivolta da quasi 19 milioni di cittadini.
Oggi questi stessi cittadini hanno cominciato a voltare le spalle alla Cdl. Due milioni almeno, passati all'opposizione alle ultime regionali. Come dice l'ultima indagine del Censis, molti "elettori delle regioni meridionali, le donne e i più giovani", "quote consistenti di segmenti forti di ceti medi impauriti e disillusi", cristallizzati nel "giudizio sull'inefficacia del taglio delle tasse come veicolo di nuovo benessere", animati da "voglia di sicurezza e di copertura pubblica piuttosto che dal richiamo a nuove rincorse all'arricchimento senza rete". Oggi che la dissipazione di questo capitale politico-elettorale si è ormai compiuta, a causa della sèmina velleitaria e propagandistica del leader e della rinuncia identitaria e utilitaristica dei suoi partner, recuperare il tempo perduto e il progetto smarrito diventa solo un altro modo per illudere se stessi e ingannare il Paese.
Se proprio si volesse adottare una formula altisonante per quello che è destinato a restare un "piano minimo di sopravvivenza", il "programma di fine legislatura" presentato ieri da Berlusconi non sarebbe nemmeno tutto da buttare.
Sull'economia, campo di battaglia dei prossimi dodici mesi, il Cavaliere è stato ambiguo, ma non ha forzato più di tanto con la ben nota grancassa delle premesse inverificabili e delle promesse irrealizzabili. Ha indicato i fronti già noti sui quali il nuovo governo intende operare (famiglie, imprese, Mezzogiorno). Anche se non ha spiegato dove e come troverà le risorse, sempre che la copertura non venga fuori solo da un ulteriore, imprecisato giro di vite nei trasferimenti a danno degli enti locali (tanto, ormai, in 12 regioni su 14 comandano i "governatori" del centrosinistra).
Fuori dall'aula non ha rinunciato a ripetere che la sua folle idea di ridurre l'Irpef di un'altra manciata di spiccioli (come è già disastrosamente accaduto a gennaio) "non è ancora tramontata". Anche se non ha chiarito come farà, sempre che il giuramento sull'Italia che "intende rispettare i vincoli del Patto di stabilità riformato" non voglia dire che saremo liberi di sfondare il tetto del deficit come, di quanto e per quanto ci pare (tanto, ormai, nell'Europa dei 15 comandano solo i governi nazionali).
Ha profilato un'amministrazione della spesa da tipico ciclo elettorale, impegnandosi con le imprese all'abolizione dell'Irap e allo sblocco dei fondi per il Sud e con i lavoratori dipendenti ai rinnovi contrattuali del pubblico impiego e dei medici. Ma ha cercato almeno una copertura con il ministro dell'Economia Siniscalco, tracciando un quadro comunque sufficientemente critico della finanza pubblica.
Ancora una volta, però, questo elenco delle "priorità" viene aggiornato a tempo ormai scaduto. Un'agenda economica del genere avrebbe avuto senso all'inizio della legislatura, quando invece il Cavaliere gli preferì un suo personale bollettino di guerra alle procure.
Mentre il Paese declinava, un dissennato stillicidio di leggi su misura (imposta sulle donazioni, falso in bilancio, rogatorie, Cirami, Cirielli, salva-Previti, riforme dell'ordinamento giudiziario) ha sfibrato il Parlamento, umiliato la maggioranza e infiammato l'opposizione. Adesso non c'è più una sola ragione per considerare credibile un ravvedimento.
Ognuno, dentro il Polo, lavora a uno scenario che non coincide più con quello del premier, e forse non contempla neanche più la sua indiscussa "potestà".
E poi c'è lui, il Cavaliere. Ha già fallito la sfida titanica che lanciò nel 2001. Ha già tradito platealmente il "contratto con gli italiani" che firmò in tv da Bruno Vespa. Non lo grida l'Unione. Non lo dice un "pericoloso bolscevico". Lo scrive Luca Ricolfi, un ricercatore serio e indipendente dell'Università di Torino, nonché direttore dell'Osservatorio del Nord Ovest, nel suo ultimo libro "Dossier Italia", appena uscito dal Mulino. Con uno studio quantitativo percentuale, Ricolfi calcola che delle cinque "clausole" indicate in quel "contratto", "il governo ha mantenuto solo la promessa numero 3 (le pensioni)", mentre "non ha alcuna possibilità di mantenere la promessa 1 (la riforma delle aliquote)", e "ha poche possibilità di mantenere la promessa 2 (riduzione dei reati)". La promessa 5 (apertura dei cantieri) sarebbe ancora realizzabile solo con un ulteriore trucco sull'inizio effettivo dei lavori. La promessa 4 (nuova occupazione) è infine "impensabile", perché "impensabile è che in un anno e mezzo il tasso di disoccupazione possa dimezzarsi".
Perché un presidente del Consiglio che ha disonorato così clamorosamente i suoi impegni in quattro anni, dovrebbe ora riuscire ad adempierli in tredici mesi?
Ma in queste condizioni, con una coalizione così divisa e livorosa, gli sarà difficile andare lontano. Per questo anche un'idea in teoria strategicamente valida, costruire insieme la "casa comune dei moderati" di domani, diventa in pratica un banale espediente tattico. Serve solo a nascondere le macerie della Casa delle Libertà di oggi.
Partito unico dello sperpero
Antonio Padellaro su l'Unità
Alla crisi ripugnante, come l'ha definita Silvio Berlusconi sul Giornale di famiglia, segue un degno governo imbottito di 99 tra ministri, viceministri, sottoministri e con un solo, evidente programma: spendere quel poco che resta nelle esauste casse statali. Un tale record di poltrone si giustifica, infatti, solo con la voracità di confraternite, clan e clientele dell'ex maggioranza che avendo un anno ancora per fare festa cercheranno di spremere il Berlusconi Bis fino all'ultimo sottosegretario. Si spiega anche il mistero Storace: ovvero perché mai si sia spaccato un partito, An, per dargli la Salute. Ma perché c'è il contratto dei medici e lui, grande esperto di spesa sanitaria non verrà meno alla sua fama, consolidata nelle Asl laziali. Mentre l'Udc Baccini, grato per aver riavuto l'abito blu ministeriale è pronto ad esaudire l'intero pubblico impiego. In totale alcuni milioni di persone da cui il centrodestra in cambio di aumenti si aspetta voti, quando sarà il momento. Nel contempo, l'incredibile premier annuncia la riduzione dell'Irap per 12 miliardi di euro in tre anni, il che significa però togliere soldi proprio alla sanità regionale. Come spendendo a più non posso e riducendo importanti fonti di entrata si possa portare il rapporto tra debito pubblico e Pil sotto il cento per cento, resta un mistero. Il creativo Tremonti un'ideuzza l'aveva avuta: vendere le spiagge e finanziare con i proventi grandi piani per il turismo nel Sud. Ma è stato sommerso dalle risate e annientato dalla battuta del collega Pisanu: "Finalmente è stata risolta la questione meridionale". L'insensata esibizione di questa compagnia di comici naturali che giocano con i conti dello Stato in una gara a chi le spara più grosse pone un drammatico interrogativo per il futuro: cosa resterà in piedi di questo Stato, dei suoi bilanci, della sua solvibilità, della sua credibilità in Europa quando questa pericolosa banda sarà stata cacciata, come merita, dagli italiani?
Il Cavaliere ora tenta di fermare la diaspora
Massimo Franco sul Corriere della Sera
L'attenzione finisce per concentrarsi sui dettagli: gli applausi mancati dell'Udc; le ironie del ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu sulla proposta del vicepremier Giulio Tremonti di "vendere" le spiagge per rilanciare il Sud; la pletora dei sottosegretari. Ma la sostanza dell'intervento fatto ieri da Silvio Berlusconi alla Camera è la proposta di un partito unico del centrodestra; e l'intenzione di sfruttare i prossimi dodici mesi per offrirlo all'elettorato a metà maggio del 2006, quando, annuncia, ci sarà il voto politico. Gli alleati, che oggi gli daranno la fiducia, adesso sanno che approveranno un programma che comprende "la trasformazione della coalizione in un soggetto unico".
Le reazioni di alcuni di loro già lasciano capire che l'iniziativa del premier viene vissuta come una mezza provocazione. Ma, per quanto indebolito, Berlusconi non sembra intenzionato a rassegnarsi alla sconfitta, né soprattutto al protagonismo altrui. Di nuovo, a crisi quasi archiviata, la sua appare una sfida all'interno del centrodestra. L'obiettivo è di misurare fino in fondo i margini di autonomia che partiti come l'Udc rivendicano e vorrebbero ritagliarsi. Quando gli è stato fatto presente che Marco Follini non lo ha applaudito, il presidente del Consiglio si è limitato a rispondere: "Chi ci sta ci sta".
La Lega finge di non capire, ma alla fine sta con Palazzo Chigi. I settori di An più in sintonia con il premier, e rimasti fuori dai ministeri, appaiono tutt'altro che ostili alla prospettiva: la definiscono "non avventuristica ", anche perché scongiurerebbe il rischio di un'esplosione della destra, segnata dalle lotte di corrente e riemersa dal braccio di ferro con Berlusconi più divisa di prima. Lo stesso vicepremier, Gianfranco Fini, non sarebbe pregiudizialmente ostile. Rimane l'Udc, costretta a esaminare in tempi brevi un dilemma che avrebbe preferito rinviare. Quando il leader della Cdl si dichiara "ottimista " sulla sorte del proprio governo, annuncia che si faranno le riforme istituzionali e chiama a raccolta la coalizione, riduce gli spazi per i distinguo. E, ammettendo di aver dovuto "anticipare quello che è il disegno del futuro", fa capire di voler spezzare sul nascere qualsiasi manovra tendente a scalzarlo da Palazzo Chigi di qui al 2006.
L'idea del "soggetto unico" vuole essere una sorta di polizza di assicurazione contro chi non esclude una caduta del Berlusconi bis in autunno; e cerca di proiettarlo fino alla primavera del prossimo anno. Non solo. Annunciando che si voterà a metà maggio del 2006, e che ne avrebbe già parlato con Carlo Azeglio Ciampi, il premier tende a scoraggiare ipotesi di altri governi dopo l'attuale. Per ora, Follini si limita a far sapere che sul "soggetto unico" del centrodestra risponderà oggi.
E' probabile che la risposta dell'Udc non sarà negativa, ma interlocutoria: magari ponendo condizioni tali da renderla difficile. D'altronde, prima il partito unico era considerato un'annessione a FI; ora, apparirebbe come il tentativo di fermare una diaspora accelerata dalla sconfitta.
Governare sulla sabbia
Michele Serra su la Repubblica
La vocazione sudista del governo Berlusconi bis pareva appena un innocuo espediente retorico, improvvisato per fare fronte ai rovesci elettorali e al malumore antileghista di An e Udc. Purtroppo, non è così.
La sortita del vicepremier Tremonti sulle spiagge meridionali da mettere in vendita (concessione di cento anni, per essere precisi) per ricavare quattrini da investire nel turismo, lascia intendere che qualcuno, lassù, sta pensando sul serio a lasciare il segno laggiù.
Raramente l´opinione di un uomo politico è stata accolta da un coro così unanime di sconcertata e ilare ostilità. A parte l´ovvio interesse di qualche associazione di imprenditori balneari, con l´ombrellone già in resta, Tremonti ha raccolto, in stereofonia, il coro ostile dell´opposizione e di quasi tutta la maggioranza e, non ultima, l´infastidita bocciatura del Consorzio dei bagnini, che ha definito "una boutade" il piano di uno dei più insigni economisti italiani.
L´idea di un demanio battitore d´asta, e di beni pubblici messi a bilancio per fare mucchio e/o per fare impressione, era già nello spirito del precedente (?) governo, aggravato da una smania condonista senza pari nella storia repubblicana: per dire che ai privati basta piantare una bandierina sul disastrato territorio nazionale per avere ottime speranze di farne l´uso che meglio loro aggrada. Ma se c´è un luogo fisico che, in Italia, appariva già, per antonomasia, arbitrariamente confiscato all´uso pubblico, fino a strozzare i pochi accessi al mare (per adesso non ancora lottizzato), queste sono proprio le spiagge, il lunghissimo margine peninsulare crivellato da concessioni private non sempre compatibili con la libertà di transito, e spesso lasciato, ove pubblico, in un´incuria quasi didascalica, come per punire ciò che osa sfuggire al listino dei prezzi.
Perché Tremonti, che è fantasioso ma non uno squilibrato, abbia scelto proprio le spiagge, delicatissimo simbolo di incuria e predazione ambientale, come nuovo ostaggio della sua "finanza creativa", davvero sfugge. Forse si sentiva in obbligo (per indorare il sorprendente ritorno al governo, caduto per eccessivo nordismo, dell´inventore dell´asse del Nord in persona) di dire qualcosa di meridionalista, e di farlo, per giunta, mostrando il polso sicuro che solo l´operoso spirito settentrionale può diffondere nel povero Sud disorientato. E forse perché davvero pensa, da ideologo coerente, che solo il tocco provvido del mercato può, in sé, rifare nuovo il Paese, e il prezzo di un biglietto d´ingresso basti a mondare le sabbie e attirare turisti (così ha detto) anche da India e Cina.
Ma l´impressione è che il nuovo vicepremier - l´ennesimo - abbia ottenuto l´effetto opposto, quello di una pensata quasi neocoloniale, con i terroni depressi risollevati dallo spirito di intrapresa inoculato dall´alto. Sulla stessa falsariga di Calderoli, addetto alla normalizzazione dei forestali calabresi avendo mai visto la Calabria, e mai i calabresi visto lui, però convinto che un sano sguardo lombardo, depositandosi su quelle lande ostili e primitive, avrebbe subito individuato il guasto e trovato le soluzioni.
In questo senso, stupisce non poco che a un Berlusconi primo caduto anche, se non soprattutto, per avere offerto un´idea tracotante e intrusiva del nordismo di governo, sia succeduto un Berlusconi secondo che, rimettendo in sella Tremonti, si nordizza ulteriormente.
È la risacca di questa maggioranza. Si mangerà la spiaggia?
Giustizia. Qual è l'ora giusta?
Commento sul Corriere della Sera
L'onorevole Sandro Bondi ieri ha commentato così una richiesta dei Pm milanesi di rinvio a giudizio per Silvio Berlusconi: "La macchina della giustizia a Milano è in perfetto orario, precisa come un orologio svizzero". Sospette coincidenze, per carità, non sono mancate nel corso degli ultimi dieci anni. Ma l'argomento della "giustizia ad orologeria", l'onorevole Bondi ne converrà, rischia esso stesso di trasformarsi in una stucchevole litania, logorato dalla ripetitività con cui viene ribadito dagli esponenti del centrodestra. In questo caso, poi, in cosa consisterebbe la sospetta puntualità dei magistrati milanesi? Le elezioni regionali si sono appena concluse, quelle politiche sono attese tra un anno... C'è un giorno al riparo dei sospetti dell'onorevole Bondi? Non resta che chiedergli di indicare una data, una finestra temporale in cui i magistrati possano muoversi senza essere accusati di agire con tempismo svizzero. Abbia la cortesia l'onorevole Bondi di stabilire quei tempi e il Corriere della Sera , per quanto gli è possibile, si impegna sin da ora a fare opera di convincimento con i magistrati affinché (eventualmente) inviino atti giudiziari o emettano sentenze solo nell'arco temporale indicato dal coordinatore nazionale di Forza Italia.
Coerenza inquietante
Piero Ostellino sul Corriere della Sera
C'è una inquietante coerenza fra le conclusioni cui è apparentemente giunta la parte americana della commissione congiunta con l'Italia sulla morte di Nicola Calipari e il rifiuto che Washington oppone sistematicamente e fermamente alla possibilità che i suoi militari di stanza all'estero possano essere giudicati da un tribunale di un altro Paese e persino alla istituzione di una Corte di Giustizia internazionale. Gli Stati Uniti, nel ruolo di "guardiani del mondo", non sono evidentemente disposti a concedere nulla a chi è, per così dire, sotto la loro giurisdizione militare, nell'accertamento dei propri comportamenti internazionali. Che si tratti di una logica, comprensibile sotto il profilo nazionale, ma fortemente distorcente sotto quello del diritto è facilmente dimostrabile con il principio che nessuno può essere giudice in causa propria. Se la comunità internazionale non riuscirà a imporre rapidamente agli Usa il rispetto di questa elementare regola, individuando con gli stessi americani modalità e procedure meno unilaterali anche sul terreno dell'accertamento giudiziario, casi come quello in corso con l'Italia si ripeteranno all'infinito.
Non deve stupire, dunque, che l'indiscrezione fatta trapelare dal Pentagono, pur lasciando ancora qualche margine di discussione, non lasci dubbi. La parte americana della commissione non avrebbe potuto non giungere alla conclusione cui è giunta: i militari statunitensi che al blocco stradale nelle vicinanze dell'aeroporto di Bagdad hanno sparato sull'auto sulla quale viaggiava il nostro agente, uccidendolo, e ferendo Giuliana Sgrena appena liberata, hanno puramente e semplicemente applicato le consegne che avevano.
Il torto, dunque, sarebbe tutto di Calipari. Lo stesso segretario alla Difesa, Donald Rumsfeld, l'ha in qualche modo confermata, pur sostenendo - conservandosi apparentemente un margine di manovra - che "non c'è ancora un accordo".
L'imbarazzo è palese, ma anche la linea lungo la quale si muove il governo americano è palese. Che anche la posizione del governo italiano non potrebbe essere diversa da quella sostenuta dal presidente del Consiglio, Berlusconi, alla Camera - "l'inchiesta non è ancora conclusa" - è del tutto evidente. Anch'essa manifesta imbarazzo, la legittima intenzione di tenere aperta l'inchiesta e di pervenire a un giudizio meno unilaterale, ma al tempo stesso l'inevitabile impotenza di un Paese minore di fronte alla grande potenza egemone. L'occasione dovrebbe essere colta, a questo punto, dalla comunità internazionale, primi fra tutti i Paesi amici e alleati degli Usa, per cercare di definire i modi e le procedure attraverso i quali procedere con il massimo dell'imparzialità in questi casi.
Una grande potenza non è mai disposta a sottoporre i comportamenti dei propri cittadini, tanto più se appartenenti alle proprie Forze armate, al giudizio di una terza parte senza rischiare di compromettere la propria leadership. Ma, al tempo stesso, neppure gli altri Paesi sembrano più disposti a subire passivamente le regole unilaterali della grande potenza senza che il sistema internazionale si sfasci e entri in crisi.
Su questo dovrebbero riflettere anche a Washington.
La Cina e l'Europa alla guerra all'export
Federico Rampini su la Repubblica
Pechino. Entrando nel Wto quattro anni fa la Cina credeva di essere stata ammessa nel club delle economie di mercato. Ora scopre di avere a che fare con un club di Paesi ricchi che sono rimasti degli inguaribili protezionisti, pronti ad alzare le barriere contro le sue esportazioni tessili perché "colpevoli" di avere costi di produzione inferiori. Ma di fronte all´avvio di procedure protezionistiche da parte di Europa e Stati Uniti, Pechino ha in serbo una serie di contromisure: dal ricorso al tribunale imparziale del Wto, alle ritorsioni contro il made in Italy o il made in France sul mercato cinese; dalla rivalutazione della moneta nazionale (renminbi), alle tasse sui prodotti tessili che si ritorcerebbero proprio contro gli europei, italiani in testa.
La reazione del governo di Pechino di fronte all´annuncio della procedura aperta da Bruxelles contro il tessile cinese è stata dura. Il ministero del Commercio estero ha accusato gli europei di "comportarsi contro lo spirito del libero scambio" ed ha lanciato una minaccia esplicita: "La Cina spera che l´Europa riconosca gli effetti negativi che i limiti ai nostri prodotti tessili avrebbero sulle relazioni bilaterali".
È stato ricordato che appena una settimana fa la Cina ha firmato contratti d´acquisto per 30 Airbus, di un valore di 3,2 miliardi di dollari. Uno solo di quegli aeroplani, sottolineano le autorità cinesi, vale quanto 20 milioni di camicie cinesi esportate in Europa. E a nessuno sfugge l´ironia che il presidente francese Jacques Chirac si batte al tempo stesso per abolire l´embargo europeo sulle forniture militari alla Cina, e per mettere barriere ai vestiti made in China. Parigi in nome "dell´amicizia con il popolo cinese" è pronta a vendere armi al suo esercito, ma non a comprare jeans prodotti dagli operai cinesi.
Il ministero cinese del Commercio estero ieri ha anche preso di mira l´imprevidenza degli europei. "Non è colpa della Cina se improvvisamente le sue esportazioni di prodotti tessili hanno un boom su certi mercati" afferma ancora il comunicato di Pechino. L´allusione è chiara: il balzo nelle vendite è l´effetto naturale di un mercato che era stato completamente distorto dall´esistenza di un "tappo", cioè i contingenti o limiti quantitativi in vigore sotto il famigerato accordo multi-fibre, quello che aveva mantenuto i produttori dei paesi ricchi in una situazione di protezione del tutto patologica. Saltato il tappo c´è stato il boom. Se le barriere protezionistiche fossero state levate prima e più gradualmente, l´impatto del made in China sarebbe stato meno brutale.
Comunque i cinesi ricordano che l´Europa e gli Stati Uniti hanno avuto ben dieci anni per prepararsi, poiché la liberalizzazione degli scambi fu negoziata e approvata dai governi dei paesi ricchi proprio un decennio fa. Il non aver preparato una ristrutturazione adeguata dell´industria tessile in paesi come Italia e Francia è una colpa che ricade sui governi di questi paesi e sui loro dirigenti industriali, non sui cinesi.
Pechino è comunque pronta a reagire. Anzitutto per le vie legali. "Questa decisione europea è contro i principi del Wto - afferma il ministero cinese del Commercio estero - ed è contro gli accordi firmati al momento dell´ingresso della Cina nell´organizzazione del commercio mondiale nel 2001". Il direttore generale del Wto, Supachai Panitchpakdi, ha già espresso un parere favorevole ai cinesi: ha suggerito che è "un errore" da parte dei paesi ricchi ricorrere al protezionismo, ed ha aggiunto che il boom dell´export cinese "non è accaduto in una notte, era un evento annunciato, ma chi doveva prepararsi non lo ha fatto e ora si lamenta".
Un ricorso al Wto metterebbe la Cina in una posizione politica interessante: la grande potenza emergente si ergerebbe a difensore della libertà degli scambi nell´economia globale, contro l´egoismo e la miopia delle vecchie nazioni industrializzate.
Un altro gesto politico che la Cina sta studiando è la rivalutazione della sua moneta nazionale, il renminbi o yuan. Nel weekend scorso al seminario economico di Boao il governatore della banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, ha annunciato che il governo sta lavorando sulla "tempistica" di un cambiamento di politica valutaria. Ha aggiunto che "la pressione dall´esterno può farci accelerare le nostre riforme", riferendosi in particolare alle ripetute richieste dell´Amministrazione Bush perché la Cina sganci la sua moneta dal dollaro. Il vicecapo dell´ufficio cambi cinese, Wei Benhua, ha aggiunto però che "non ci si deve aspettare una rivalutazione del renminbi del 10 per cento dall´oggi all´indomani, perché sarebbe disastroso sia per la Cina che per altri paesi". Una rivalutazione limitata, dell´ordine del 5 per cento, avrebbe un impatto modestissimo - se non nullo - sulla competitività del made in China. Ma al tempo stesso toglierebbe ai paesi ricchi del G-7 un argomento politico visto che la sottovalutazione del renmimbi è stata più volte citata come una prova di concorrenza sleale.
27 aprile 2005