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a cura di G.C. - 26 aprile 2005


"Sulla Costituzione si fonda la patria"
Redazione del
Corriere della Sera

MILANO - "Non dimentichiamo mai che la Costituzione è la base della convivenza civile dell'intera nazione". Il monito del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi riempie una piazza del Duomo gremita fino quasi a scoppiare. Almeno 100mila le presenze. Le parole del Capo dello Stato suonano come una risposta, netta e chiara, a chi in piazza sventola cartelli su cui si chiede di non toccare la nostra Costituzione. Il capo dello Stato viene interrotto più volte dagli applausi mentre parla del dovere della memoria, del valore della Resistenza.

FISCHI AI MINISTRI- In piazza ci sono le bandiere rosse che il sindaco Gabriele Albertini (fischiato al pari dei ministri dell'Interno Pisanu e quello della Difesa Martino; accoglienza diversa, invece, per i leader del centrosinistra) avrebbe preferito non vedere, ma ci sono anche tantissimi altri striscioni. Fra i tanti anche quello esibito un gruppo di giovani manifestanti: "Carlo Azeglio Santo subito", firmato Ciampi Boys.

LA COSTITUZIONE - Nel discorso del 25 aprile Ciampi indugia più volte sullo spirito e l'attualità della Carta, già evocata nella cerimonia della mattinata in Quirinale. Ricorda che la Costituzione attuale nacque nello spirito che animò gli anni immediatamente successivi alla Liberazione, "superando divisioni politiche ed ideologiche", come un grande sistema di garanzie. In 60 anni essa ha consentito all'Italia di progredire, e di "creare un sistema di equilibri tra i poteri, che ha garantito e garantisce la libertà di tutti". Nessun riferimento palese alle riforme costituzionali all'esame del Parlamento. Ma l'intenzione sembra quella di invitare tutte le forze politiche a muoversi nel rispetto dello spirito pattizio della Carta, facendo attenzione a mantenere un sistema di pesi e contrappesi che finora c'è stato ed è stato la regola aurea a garanzia della libertà di "tutti" gli italiani.

SUPERARE LE DIVISIONI - Ciampi aggiunge che le celebrazioni del 25 aprile sono "occasione per meditare tutti insieme sui valori fondanti della nostra Patria, libera e unita, sugli ideali condivisi da tutto il nostro popolo, riconciliato con se stesso nel nome della libertà". Il presidente della Repubblica ricorda anche "l'esperienza esaltante delle prime elezioni politiche libere, il 2 giugno del 1946, che fece scoprire a tutti gli italiani il gusto della libertà, consacrò l'unità nazionale, ci guidò nella scelta della Repubblica". Così, conclude tra l'ovazione della folla, in un breve periodo di tempo "superando divisioni politiche e ideologiche gli eletti del popolo in assemblea costituente diedero vita alla Costituzione repubblicana".


Alle radici della democrazia
Giorgio Bocca su
la Repubblica

Al sindaco di Milano Albertini non piacciono le bandiere rosse alla celebrazione del 25 aprile, dice che gli ricordano la dittatura sovietica che in Italia non c'è mai stata. Strano che non gli ricordino le lotte operaie e contadine che in Italia ci sono state e ne hanno fatto una nazione civile. Alla Lega e ad Alleanza nazionale non piacciono le celebrazioni del 25 aprile, dicono che sono di parte, faziose, ma il presidente della Repubblica non la pensa così, dice che il 25 aprile "insegna la concordia, insieme con l'amor di patria e della Costituzione, fondamento delle nostre libertà".

Il fatto è che la destra italiana continua a vedere nella guerra partigiana una rivoluzione comunista che non c'è mai stata e a ignorare la rivoluzione civile che invece c'è stata e ha restituito piena cittadinanza alle classi sociali che nel fascismo erano rimaste emarginate l'operaia e la contadina.

Proprio le due classi che ora la rivoluzione tecnologica vorrebbe rimettere sotto controllo, proprio la dittatura morbida che negli ultimi quattro anni ha tentato di svuotare la Costituzione democratica e a riportare l'Italia indietro di sessant'anni.

Il presidente della Repubblica lo ha detto in modo esplicito: "Lo spirito della Resistenza vive nella Costituzione. L'Italia che il 2 giugno del '46 scelse la Repubblica e che l'anno seguente approvò la Costituzione ha un legame forte indissolubile con quella del 25 aprile del '45". Il che vuol dire che la democrazia italiana così com'è non ha altre origini, altri fondamenti e che ogni proposta di mediazione con chi fino all'ultimo è stato nemico di questa democrazia è impossibile, ingannevole.

Questo 25 aprile del 2005 è stato, a ben guardare, il più chiaro politicamente. Nei sessanta precedenti i nemici dell'Italia nuova lo avevano semplicemente ignorato come una memoria retorica, come una manifestazione di reduci invecchiati. Questa volta no e addirittura hanno preteso una parificazione fra la guerra partigiana e la militanza fascista agli ordini nel nazismo morente semplicemente impossibile, come non ci fossero stati venti mesi di guerra feroce, come se una vittoria del nazismo non avrebbe significato l'eccidio, l'eliminazione fisica di tutti gli oppositori, come se non fosse stata in gioco in quei giorni la libertà di tutti e la sopravvivenza di uomini liberi.

Ma smettiamola una buona volta con questa storia degli italiani che non sapevano, non capivano.
Erano stati ingannati? Non avevano capito? Hanno avuto sessanta anni per informarsi, per capire. Ma se dopo sessanta anni preferiscono andar per funghi in Val Camonica, o a celebrare i giorni dell'onore assieme ai camerati delle SS, se in pratica rifiutano la democrazia, si rendano conto che questi sono prezzi inaccettabili per la pacificazione.

C'è in tutto il mondo un ritorno all'affarismo e al neo-imperialismo ben più pericoloso. Ma una cosa si è capito in questo 25 aprile: la democrazia italiana ha messo forti radici, un ritorno al passato, grazie a Dio, non sembra facile.


Ciampi: la Resistenza vive nella Costituzione
Marco Fiorletta su
l'Unità

La rinuncia del premier di partecipare insieme al Presidente della Repubblica alla manifestazione organizzata a Milano per il 60° della Liberazione, ha scatenato le polemiche. Il corteo è partito intorno alle 15 dai Bastioni di Porta Venezia dove era fissato il raduno. In testa numerosi leader del centrosinistra: il segretario dei Ds Piero Fassino, quello di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti, il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio, e quello dei Comunisti italiani Armando Cossutta. Sotto il gonfalone del Comune di Bologna, anche l'ex segretario generale della Cgil, Sergio Cofferati, ora sindaco del capoluogo emiliano. Numerosi i parlamentari del centrosinistra e i sindacalisti presenti alla manifestazione. Hanno aperto il corteo centinaia di gonfaloni dei Comuni di tutta Italia seguiti da un "mare colorato" di bandiere e striscioni di partiti e movimenti. Tante le bande musicali, e gruppi improvvisati che allietavano la manifestazione trasformandola in una festa di popolo.

Ci sono le bandiere rosse che il sindaco Gabriele Albertini avrebbe preferito non vedere, ma ci sono anche tantissime altre bandiere e striscioni a colorare la folla immensa che gremisce piazza Duomo. Bandiere della pace, di Cgil, Cisl e Uil, della Margherita e bandiere tricolore si alternano a quelle dei Ds, ad altre con il volto di Che Guevara e la scritta "Hasta la victoria siempre", o con la falce e il martello.
"Giù le mani dalla Costituzione" recita lo striscione che i Ds hanno presentato in questa come in molte altre piazze.

"Non dimentichiamo mai che la Costituzione è la base della convivenza civile dell'intera nazione", ammonisce il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi in una piazza del Duomo gremita in ogni anfratto. Ciampi ricorda più volte il concetto della Costituzione. Essa attuale negli anni immediatamente successivi alla Liberazione, "superando divisioni politiche e ideologiche".
A Roma
Ciampi aveva già espresso nella cerimonia della mattinata in Quirinale, a Roma, questi concetti. "Lo spirito della Resistenza vive nel testo della Costituzione Repubblicana", ha detto Ciampi. Una cerimonia formale, un po' ingessata, alla quale, in questo caso, ha partecipato anche Silvio Berlusconi, che non è andato invece a Milano. La presenza di Ciampi, invece, ha evidenziato ancor più lo “sgarbo” di Berlusconi.
È tutto il centrodestra, con l'eccezione dell'Udc, d'altronde che rifiuta di riconoscere il valore di questa giornata. Insistono sulle tesi di una festa “politicizzata” (il forzista Bondi lo ha ripetuto di nuovo anche lunedì mattina), sul riconoscimento dei “combattenti” collaborazionisti repubblichini. Tutt'altro sentimento rispetto a quello che ha ispirato il discorso di Ciampi, che ha ricordato come l'Italia del 25 aprile 1945 è legata da un "indissolubile legame" all'Italia che il 2 giugno 1946 tornò a elezioni politiche libere dopo la dittatura e scelse la Repubblica, avviando un percorso che si sarebbe concluso il primo gennaio 1948 con l'adozione della Costituzione tutt'ora vigente.
Ma il “sentire” della classe di governo, per fortuna, non sembra essere granché condivisio nel Paese.

Al grido di "ora e sempre Resistenza" e "giù le mani dalla Costituzione" sfila organizzato dall'Anpi, dal centrosinistra e dai sindacati. Una festa, più che un corteo con il camion che diffondeva le canzoni più note della Resistenza, e la banda di ottoni che seguiva il medagliere dell'Anpi del Lazio e accompagnava lo striscione di apertura.
"Mio nonno ha lottato contro i tedeschi e i fascisti - racconta Laura di 16 anni - e mi ha trasmesso valori come la pace, la libertà e il rispetto dell'altro". Della stessa opinione Claudio, un diciasettenne: "Facciamo parte dell'Unione degli studenti e il nostro essere qui significa non dimenticare ma anzi tenere nel cuore i pezzi di storia che devono rimanere sempre presenti, come il 25 aprile del 1945".
A manifestare, accanto agli uomini e alle donne che vissero quel 25 aprile, gli aderenti a Emergency che indossano magliette bianche con su scritto "Articolo 11" e il testo della Costituzione italiana che recita "L'Italia ripudia la guerra". Bandiere di partito sventolano insieme a quelle arcobaleno della pace, mentre in sottofondo piccoli gruppi di giovani con trombe e tamburelli animano il corteo.



Ora il Cavaliere cerca una nuova investitura
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

Gli alleati ci hanno visto un segno dei nuovi tempi: la presa d'atto di Forza Italia che è finita l'era della leadership indiscussa. L'ipotesi di confermare Silvio Berlusconi come candidato del centrodestra a Palazzo Chigi, attraverso elezioni primarie, rappresenta una cesura. Ed è significativo che a ufficializzarla sia stato Sandro Bondi, esegeta dell'ortodossia "azzurra". An e Udc l'hanno accolto come un gesto di saggezza. Ai loro occhi è una vittoria: vuol dire che perfino nelle file berlusconiane ci si sta convincendo che il primato del Cavaliere va rilegittimato con un'investitura pilotata in qualche modo dal basso.

Insomma, se il suo terzo governo non apre il dopo-Berlusconi, certamente lo lascia intravedere. Pochi considerano probabile una sostituzione in corsa come presidente del Consiglio. Eppure, la sconfitta alle regionali accentua l'impressione di una parabola discendente che, se non subito, verrebbe archiviata in caso di vittoria del centrosinistra alle politiche del 2006. Per questo, si sente dire che la conferma di Berlusconi "è probabile ma non sicura"; che siamo al braccio di ferro.

Il tema viene affrontato maliziosamente da Formiche, il bimestrale vicino all'Udc di Marco Follini e del presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini; e prende a pretesto il ruolo politico che il neo vicepresidente del Consiglio, Giulio Tremonti, sembra ritagliarsi nel Berlusconi bis. La rivista attribuisce all'ex ministro il progetto di una coalizione disancorata dall'egemonia del Cavaliere. E ritiene "una novità che un autorevole esponente di FI trovi il coraggio di mettere i piedi nel piatto del dopo-Berlusconi".

E' probabile si tratti di una lettura forzata; di certo, finisce per apparire una versione interessata. Trasformare il "Berlusconi bis" nel "Tremonti primo", come fa il bimestrale, significa accreditare la tesi un po' singolare secondo la quale Tremonti avrebbe imposto a tutti la propria presenza al governo: perfino a Berlusconi o comunque ad alcuni settori "democristiani" di FI. L'obiezione è che al capo del governo sarebbe bastato allineare le perplessità di Fini e Follini per bloccare il ritorno dell'ex ministro, se davvero non fosse stato convinto della scelta.

Ma voci così contrastanti non fanno che confermare la sensazione di un'egemonia scheggiata e sotto esame all'interno della stessa FI. D'altronde, perfino un fedelissimo come Lucio Stanca, ministro per l'Innovazione tecnologica, raffigura sulla Provincia di Como un Berlusconi accerchiato da chi lo vuole logorare "per poi candidarsi alle prossime elezioni politiche.



La finanza distruttiva
Giovanni Valentini su
la Repubblica

Dalla finanza creativa alla finanza distruttiva. Distruttiva dell'ambiente, della natura, del paesaggio e quindi anche del turismo, ultima risorsa del povero Belpaese. Si sentiva la mancanza di un tocco di fantasia, di originalità, diciamo pure di spregiudicatezza e improvvisazione nell'azione del governo.
Ed ecco che il ritorno di Giulio Tremonti a palazzo Chigi, l´ex ministro dei condoni e dell´una semper, riporta il Berlusconi-bis alla realtà, alla concretezza dei progetti, alla fattibilità delle grandi e piccole opere che il centrodestra ha già realizzato sull´intero territorio nazionale, a dispetto dell´incredulità popolare e dello scetticismo della Corte dei Conti.
Con l´autorevolezza che gli deriva dal risanamento del bilancio pubblico e dal rilancio dell´economia, per cui appena qualche mese fa venne dimissionato dalla sua stessa maggioranza, ora il neo-vicepresidente del Consiglio si ripresenta come il salvatore del Sud, il profeta del Mezzogiorno derelitto e abbandonato. Altro che "asse del Nord", altro che rapporti privilegiati con Bossi e con la Lega. Il "mezzo ministro", come lo ha elegantemente appellato nei giorni scorsi il suo collega Roberto Maroni, sfodera subito un Piano straordinario per il Riscatto meridionale, senza alcun riferimento – beninteso - al sequestro sociale operato negli ultimi anni dal centrodestra e tantomeno all´occupazione militare della criminalità organizzata.
Vendiamo le spiagge, annuncia euforico Tremonti, laddove al posto degli arenili e degli stabilimenti bisognerebbe intendere più correttamente l´argenteria di famiglia o addirittura le mutande. Ma sì, vendiamoci anche le "gabine", come direbbe il leader dei cieloduristi, con tutti gli ombrelloni e le sedie a sdraio. Vendiamoci le vocali e le consonanti. La storia e la cultura. L´ambiente e il paesaggio. Diamo tutto ai privati in concessione centenaria, comprese magari le frequenze televisive che già non sono assegnate a Mediaset, così perfino i "terroni" potranno diventare ricchi come Berluscon de Berlusconi. Questo è il nuovo "vento del Sud".
Nel giorno in cui si celebra l´anniversario della Resistenza, la Costituzione e l´unità nazionale, il nostro vice-premier smentisce in un colpo solo tutte le divisioni e le polemiche, ripartendo dal fondo dello Stivale. Berlusconi non partecipa alla manifestazione di Milano? E lui, in compenso, si schiera sul fronte meridionale. Il turismo di massa sta arrivando dalla Cina e dall´India? E allora, iniziamo la stagione dei "grandi saldi": mettiamo in vendita l´acqua di mare, come voleva fare Totò con il Colosseo; costruiamo castelli di sabbia e affittiamo pure il solleone, per coprire i "buchi" prodotti dalla politica del Superministro dell´Economia.
Mancano i soldi per riparare le strade, per l´ordinaria manutenzione, per la pulizia urbana e per tutto il resto? Poco male. Bisogna costruire "aeroporti a quattro piste", come vaneggia testualmente il sottocapo del governo, per attirare "charter" di turisti cinesi e indiani, riempire alberghi e pensioni, invadere ristoranti e bar. La soluzione è semplice: basta emettere un bel pacchetto di "bond", modello Parmalat o modello Argentina, spiaggia-bond, spaghetti-bond o pizza-bond e il gioco (di prestigio) è fatto.

I "nuovi barbari" sono alle porte. Ma, purtroppo per tutti noi, non sono né cinesi né indiani.


Morte di Nicola Calipari, dagli Usa uno schiaffone all'Italia
Redazione de
l'Unità

Il rapporto della commissione mista Italia-Usa che ha indagato sulla morte di Nicola Calipari e sul ferimento di Giuliana Sgrena, il 4 marzo, assolve i soldati americani che spararono, sull'autostrada per l'aeroporto internazionale di Baghdad, contro l'auto su cui viaggiavano il funzionario del Sismi e la giornalista appena liberata dopo un sequestro durato un mese.
"È uno schiaffo al Governo italiano", ha affermato la giornalista del Manifesto in un'intervista al Tg3. "È ancora meno - ha spiegato Sgrena - di quello che mi aspettassi, perché all'inizio almeno le versioni date a caldo dal comando americano erano quelle di un incidente. Ora, invece, non si parla più neanche di incidente, vogliono addossare tutta la colpa agli italiani". "Io - ha proseguito la giornalista - ho visto in faccia chi mi ha sparato addosso, però non sarei soddisfatta di vedere punito il soldato che ha commesso il fatto, perché penso che le responsabilità vadano individuate più in alto, perché hanno ucciso uno degli agenti migliori dell'intelligence italiana e devono rispondere di questo".
Secondo il rapporto, i soldati del posto di blocco che fecero fuoco "non sono colpevoli" perché "applicarono le consegne" loro date. A diffondere la notizia è una fonte militare americana, che ha parlato - chiedendo, però, di non essere identificata - con giornalisti al Pentagono, che ne riferiscono.
Per la fonte, la pubblicazione dei risultati dell'inchiesta è imminente. Ma il Comando Centrale Usa di Tampa in Florida, cui fa capo il generale che conduce l'indagine, afferma: "Per ora, le conclusioni non sono pubbliche. È questione di giorni, uno o due forse".

L'Italia non accetta i risultati dell' inchiesta così come vengono illustrati da militari del Pentagono: "Noi siamo pronti a pubblicare il rapporto, ma l'Italia vuole ancora chiarire dei punti". Il briefing del Pentagono non chiarisce se vi sarà, quando l'inchiesta sarà formalmente finita, un rapporto congiunto, o conclusioni disgiunte. L'indagine è stata condotta da Usa e Italia in collaborazione e i leader politici dei due Paesi hanno spesso espresso soddisfazione sulle modalità del lavoro in comune.
Ma italiani e americani divergono su alcuni punti specifici: ad esempio, sulla velocità del veicolo su cui si trovavano Calipari e la Sgrena, che per gli italiani era moderata e per gli americani elevata; e sulle comunicazioni intercorse tra le due parti prima della tragica sparatoria, cioè su chi era stato avvertito di che cosa.
Per il Pentagono, i soldati americani che hanno sparato non hanno commesso nessun errore e non saranno puniti perchè hanno rispettato le loro consegne. La fonte dice: "I soldati stavano solo applicando le procedure operative standard per posti di blocco di quel tipo. Quindi, non sono responsabili di violazione delle consegne".



L'omelia di Benedetto XVI
dal
Corriere della Sera del 25 aprile 2005

"Signori Cardinali, venerati Fratelli nell'episcopato e nel sacerdozio, distinte Autorità e Membri del Corpo diplomatico, carissimi Fratelli e Sorelle! Per ben tre volte, in questi giorni così intensi, il canto delle litanie dei santi ci ha accompagnato: durante i funerali del nostro Santo Padre Giovanni Paolo II; in occasione dell'ingresso dei Cardinali in Conclave, ed anche oggi, quando le abbiamo nuovamente cantate con l'invocazione: Tu illum adiuva - sostieni il nuovo successore di San Pietro. Ogni volta in un modo del tutto particolare ho sentito questo canto orante come una grande consolazione. Quanto ci siamo sentiti abbandonati dopo la dipartita di Giovanni Paolo II! Il Papa che per ben 26 anni è stato nostro pastore e guida nel cammino attraverso questo tempo. Egli varcava la soglia verso l'altra vita - entrando nel mistero di Dio. Ma non compiva questo passo da solo. Chi crede, non è mai solo - non lo è nella vita e neanche nella morte.
In quel momento noi abbiamo potuto invocare i santi di tutti i secoli - i suoi amici, i suoi fratelli nella fede, sapendo che sarebbero stati il corteo vivente che lo avrebbe accompagnato nell'aldilà, fino alla gloria di Dio. Noi sapevamo che il suo arrivo era atteso. Ora sappiamo che egli è fra i suoi ed è veramente a casa sua. Di nuovo, siamo stati consolati compiendo il solenne ingresso in conclave, per eleggere colui che il Signore aveva scelto. Come potevamo riconoscere il suo nome? Come potevano 115 Vescovi, provenienti da tutte le culture ed i paesi, trovare colui al quale il Signore desiderava conferire la missione di legare e sciogliere? Ancora una volta, noi lo sapevamo: sapevamo che non siamo soli, che siamo circondati, condotti e guidati dagli amici di Dio. Ed ora, in questo momento, io debole servitore di Dio devo assumere questo compito inaudito, che realmente supera ogni capacità umana. Come posso fare questo? Come sarò in grado di farlo? Voi tutti, cari amici, avete appena invocato l'intera schiera dei santi, rappresentata da alcuni dei grandi nomi della storia di Dio con gli uomini. In tal modo, anche in me si ravviva questa consapevolezza: non sono solo. Non devo portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo.

Proprio nei tristi giorni della malattia e della morte del Papa questo si è manifestato in modo meraviglioso ai nostri occhi: che la Chiesa è viva. E la Chiesa è giovane. Essa porta in sè il futuro del mondo e perciò mostra anche a ciascuno di noi la via verso il futuro. La Chiesa è viva e noi lo vediamo: noi sperimentiamo la gioia che il Risorto ha promesso ai suoi. La Chiesa è viva - essa è viva, perchè Cristo è vivo, perchè egli è veramente risorto. Nel dolore, presente sul volto del Santo Padre nei giorni di Pasqua, abbiamo contemplato il mistero della passione di Cristo ed insieme toccato le sue ferite. Ma in tutti questi giorni abbiamo anche potuto, in un senso profondo, toccare il Risorto. Ci è stato dato di sperimentare la gioia che egli ha promesso, dopo un breve tempo di oscurità, come frutto della sua resurrezione. La Chiesa è viva - così saluto con grande gioia e gratitudine voi tutti, che siete qui radunati, venerati Confratelli Cardinali e Vescovi, carissimi sacerdoti, diaconi, operatori pastorali, catechisti. Saluto voi, religiosi e religiose, testimoni della trasfigurante presenza di Dio. Saluto voi, fedeli laici, immersi nel grande spazio della costruzione del Regno di Dio che si espande nel mondo, in ogni espressione della vita".
"Il discorso si fa pieno di affetto anche nel saluto che rivolgo a tutti coloro che, rinati nel sacramento del Battesimo, non sono ancora in piena comunione con noi; ed a voi fratelli del popolo ebraico, cui siamo legati da un grande patrimonio spirituale comune, che affonda le sue radici nelle irrevocabili promesse di Dio. Il mio pensiero, infine - quasi come un'onda che si espande - va a tutti gli uomini del nostro tempo, credenti e non credenti". "Cari amici! In questo momento non ho bisogno di presentare un programma di governo. Qualche tratto di ciò che io considero mio compito, ho già potuto esporlo nel mio messaggio di mercoledì 20 aprile; non mancheranno altre occasioni per farlo. Il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà, di non perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicchè sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia.

La santa inquietudine di Cristo deve animare il pastore: per lui non è indifferente che tante persone vivano nel deserto. E vi sono tante forme di deserto. Vi è il deserto della povertà, il deserto della fame e della sete, vi è il deserto dell'abbandono, della solitudine, dell'amore distrutto. Vi è il deserto dell'oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell'uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perchè i deserti interiori sono diventati così ampi. Perciò i tesori della terra non sono più al servizio dell'edificazione del giardino di Dio, nel quale tutti possano vivere, ma sono asserviti alle potenze dello sfruttamento e della distruzione.
La Chiesa nel suo insieme, ed i Pastori in essa, come Cristo devono mettersi in cammino, per condurre gli uomini fuori dal deserto, verso il luogo della vita, verso l'amicizia con il Figlio di Dio, verso Colui che ci dona la vita, la vita in pienezza. Il simbolo dell'agnello ha ancora un altro aspetto. Nell'Antico Oriente era usanza che i re designassero se stessi come pastori del loro popolo. Questa era un'immagine del loro potere, un'immagine cinica: i popoli erano per loro come pecore, delle quali il pastore poteva disporre a suo piacimento. Mentre il pastore di tutti gli uomini, il Dio vivente, è divenuto lui stesso agnello, si è messo dalla parte degli agnelli, di coloro che sono calpestati e uccisi. Proprio così Egli si rivela come il vero pastore: 'Io sono il buon pastore... Io offro la mia vita per le pecorè, dice Gesù di se stesso (Gv 10, 14s). Non è il potere che redime, ma l'amore! Questo è il segno di Dio: Egli stesso è amore. Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore. Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla liberazione dell'umanità. Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall'impazienza degli uomini". "Una delle caratteristiche fondamentali del pastore deve essere quella di amare gli uomini che gli sono stati affidati, così come ama Cristo, al cui servizio si trova. 'Pasci le mie pecorè, dice Cristo a Pietro, ed a me, in questo momento. Pascere vuol dire amare, e amare vuol dire anche essere pronti a soffrire. Amare significa: dare alle pecore il vero bene, il nutrimento della verità di Dio, della parola di Dio, il nutrimento della sua presenza, che egli ci dona nel Santissimo Sacramento.
Cari amici - in questo momento io posso dire soltanto: pregate per me, perchè io impari sempre più ad amare il Signore. Pregate per me, perchè io impari ad amare sempre più il suo gregge - voi, la Santa Chiesa, ciascuno di voi singolarmente e voi tutti insieme. Pregate per me, perchè io non fugga, per paura, davanti ai lupi. Preghiamo gli uni per gli altri, perchè il Signore ci porti e noi impariamo a portarci gli uni gli altri". "Il secondo segno, con cui viene rappresentato nella liturgia odierna l'insediamento nel Ministero Petrino, è la consegna dell'anello del pescatore. La chiamata di Pietro ad essere pastore, che abbiamo udito nel Vangelo, fa seguito alla narrazione di una pesca abbondante: dopo una notte, nella quale avevano gettato le reti senza successo, i discepoli vedono sulla riva il Signore Risorto. Egli comanda loro di tornare a pescare ancora una volta ed ecco che la rete diviene così piena che essi non riescono a tirarla su; 153 grossi pesci: 'E sebbene fossero così tanti, la rete non si strappo" (Gv 21, 11). Questo racconto, al termine del cammino terreno di Gesù con i suoi discepoli, corrisponde ad un racconto dell'inizio: anche allora i discepoli non avevano pescato nulla durante tutta la notte; anche allora Gesù aveva invitato Simone ad andare al largo ancora una volta. E Simone, che ancora non era chiamato Pietro, diede la mirabile risposta: Maestro, sulla tua parola getterò le reti! Ed ecco il conferimento della missione: 'Non temere! D'ora in poi sarai pescatore di uominì (Lc 5, 1 11)".
"Anche oggi viene detto alla Chiesa e ai successori degli apostoli di prendere il largo nel mare della storia e di gettare le reti, per conquistare gli uomini al Vangelo - a Dio, a Cristo, alla vera vita. I Padri hanno dedicato un commento molto particolare anche a questo singolare compito. Essi dicono così: per il pesce, creato per l'acqua, è mortale essere tirato fuori dal mare. Esso viene sottratto al suo elemento vitale per servire di nutrimento all'uomo. Ma nella missione del pescatore di uomini avviene il contrario. Noi uomini viviamo alienati, nelle acque salate della sofferenza e della morte; in un mare di oscurità senza luce. La rete del Vangelo ci tira fuori dalle acque della morte e ci porta nello splendore della luce di Dio, nella vera vita. È proprio così nella missione di pescatore di uomini, al seguito di Cristo, occorre portare gli uomini fuori dal mare salato di tutte le alienazioni verso la terra della vita, verso la luce di Dio. È proprio così: noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini. E solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita. Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell'evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario. Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l'amicizia con lui.
Il compito del pastore, del pescatore di uomini può spesso apparire faticoso. Ma è bello e grande, perchè in definitiva è un servizio alla gioia, alla gioia di Dio che vuol fare il suo ingresso nel mondo". "Vorrei qui rilevare ancora una cosa: sia nell'immagine del pastore che in quella del pescatore emerge in modo molto esplicito la chiamata all'unità. 'Ho ancora altre pecore, che non sono di questo ovile; anch'esse io devo condurre ed ascolteranno la mia voce e diverranno un solo gregge e un solo pastorè (Gv 10, 16), dice Gesù al termine del discorso del buon pastore. E il racconto dei 153 grossi pesci termina con la gioiosa constatazione: 'sebbene fossero così tanti, la rete non si strappo" (Gv 21, 11). Ahimè, amato Signore, essa ora si è strappata! vorremmo dire addolorati. Ma no - non dobbiamo essere tristi! Rallegriamoci per la tua promessa, che non delude, e facciamo tutto il possibile per percorrere la via verso l'unità, che tu hai promesso.
Facciamo memoria di essa nella preghiera al Signore, come mendicanti: sì, Signore, ricordati di quanto hai promesso. Fà che siamo un solo pastore ed un solo gregge! Non permettere che la tua rete si strappi ed aiutaci ad essere servitori dell'unità! In questo momento il mio ricordo ritorna al 22 ottobre 1978, quando Papa Giovanni Paolo II iniziò il suo ministero qui sulla Piazza di San Pietro. Ancora, e continuamente, mi risuonano nelle orecchie le sue parole di allora: 'Non abbiate paura, aprite anzi spalancate le porte a Cristo!' Il Papa parlava ai forti, ai potenti del mondo, i quali avevano paura che Cristo potesse portar via qualcosa del loro potere, se lo avessero lasciato entrare e concesso la libertà alla fede. Sì, egli avrebbe certamente portato via loro qualcosa: il dominio della corruzione, dello stravolgimento del diritto, dell'arbitrio. Ma non avrebbe portato via nulla di ciò che appartiene alla libertà dell'uomo, alla sua dignità, all'edificazione di una società giusta. Il Papa parlava inoltre a tutti gli uomini, soprattutto ai giovani.
Non abbiamo forse tutti in qualche modo paura - se lasciamo entrare Cristo totalmente dentro di noi, se ci apriamo totalmente a lui paura che Egli possa portar via qualcosa della nostra vita? Non abbiamo forse paura di rinunciare a qualcosa di grande, di unico, che rende la vita così bella? Non rischiamo di trovarci poi nell'angustia e privati della libertà? Ed ancora una volta il Papa voleva dire: no! chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla - assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No! solo in quest'amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in quest'amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quest'amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera. Così, oggi, io vorrei, con grande forza e grande convinzione, a partire dall'esperienza di una lunga vita personale, dire a voi, cari giovani: non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo e troverete la vera vita. Amen".


  26 aprile 2005