
sulla stampa
a cura di G.C. - 25 aprile 2005
25 Aprile 1945 - 25 Aprile 2005
Piero Calamandrei su l'Unità
Piero Calamandrei, uno dei padri della Costituzione, perseguitato per aver rifiutato come docente universitario di giurare fedeltà al fascismo, pronunciò questo discorso nel 1955 a Milano, davanti ad alcune centinaia di studenti. Ve lo riproponiamo per la sua assoluta attualità, per riflettere insieme.
Voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come vostra; metterci dentro il vostro senso civico, la coscienza civica; rendersi conto (questa è una delle gioie della vita), rendersi conto che nessuno di noi nel mondo non è solo, non è solo che siamo in più, che siamo parte, parte di un tutto, un tutto nei limiti dell'Italia e del mondo. Ora io ho poco altro da dirvi. In questa Costituzione c'è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre gioie. Sono tutti sfociati qui in questi articoli; e, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane...
E quando io leggo nell'art. 2: "l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica, sociale"; o quando leggo nell'art. 11: "L'Italia ripudia le guerre come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli", la patria italiana in mezzo alle altre patrie... ma questo è Mazzini! questa è la voce di Mazzini!
O quando io leggo nell'art. 8:"Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge", ma questo è Cavour!
O quando io leggo nell'art. 5: "La Repubbllica una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali", ma questo è Cattaneo!
O quando nell'art. 52 io leggo a proposito delle forze armate: "l'ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica", esercito di popoli, ma questo è Garibaldi!
E quando leggo nell'art. 27: "Non è ammessa la pena di morte", ma questo è Beccaria! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani...
Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti! Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, cha hanno dato la vita perché libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa cartra. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, è un testamenteo di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove fuorno impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché li è nata la nostra Costituzione.
25 Aprile, lite prima della festa
Silvio Buzzanca su la Repubblica
ROMA - Centrodestra e centrosinistra litigano sul significato del 25 Aprile e sulla Costituzione. Litigano perché il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi oggi sarà al Quirinale, ma non parteciperà alla manifestazione di Milano. Nonostante l´invito dell´Unione a farsi vedere oggi in Piazza Duomo. Anche An e Lega se ne staranno a casa. Intanto tutta la Cdl attacca Romano Prodi. Colpevole, il leader dell´Unione, di invitare a riflettere nel giorno della Liberazione "sulle ragioni dell´unità della Nazione e il senso della Patria comune che, oggi più che mai, sono messe a rischio da progetti dissennati di riforma della Costituzione", e di notare che "forze rilevanti della maggioranza non si riconoscano in questa festa di libertà e di democrazia".
Così si sparge odio, attacca la Cdl. Sandro Bondi spiega che "anche in questa vicenda si comprende che Prodi sia interessato unicamente a dividere il paese, piuttosto che unire gli italiani sulla base di alcuni valori comuni". Roberto Calderoli non gradisce il legame fra Costituzione e Liberazione. Arriva ad invocare la "tolleranza zero" per chi, a suo parere, strumentalizza il 25 Aprile in chiave antidevolution. "Chi cerca attraverso il 25 Aprile - attacca il ministro delle Riforme - di impedire il pronunciamento sulla nuova Costituzione da parte del Parlamento, e successivamente da parte del popolo, attenta lui stesso alla Costituzione del '48, dimostrando che i passi dell´oca e le bandiere rosse o nere sono stretti parenti".
La Cdl, quando non riprende l´equiparazione fra nazifascismo e comunismo, rilancia la richiesta della "pacificazione nazionale" e della "memoria condivisa". Lo chiede ufficialmente il gruppo leghista del Senato. Prodi ribatte che "chi combattè contro i nazisti e contro la Repubblica di Salò non potrà mai essere considerato allo stesso modo di chi combattè, magari in buona fede, per un´Italia serva e vassalla del Terzo Reich". Al coro del centrodestra si unisce il sindaco di Milano Gabriele Albertini, che oggi vorrebbe vedere in piazza solo bandiere tricolori. Ma il sindaco di Milano dice anche di condividere in parte le ragioni dei politici della Cdl che se ne staranno a casa. "In parte hanno ragione - dice - perché c´è un´altra dittatura, quella comunista, che non è stata adeguatamente cancellata dal pensiero di molti e che ancora resiste. Noi dobbiamo ricordare la Liberazione da tutte le dittature, non soltanto da quelle fasciste".
Parole che scatenano una bufera.
"Il sindaco si vergogni", attacca Emanuele Fiano, capogruppo diessino in Consiglio comunale. Fiano accusa Albertini "di far finta di non sapere di avere il diritto a sedere sulla poltrona dove siede anche perché decine di migliaia di partigiani sacrificarono la propria vita".
Intanto, è certo che Berlusconi non sarà oggi a Milano. Il forzista Franco Giro spiega però che il Cavaliere, oggi come negli anni passati, sta lontano dalle manifestazioni sulla Liberazione "per evitare che la sola presenza della sua persona possa alimentare ulteriormente la polemica puntualmente organizzata dalla sinistra". Ma dall´Unione sale un coro: Berlusconi vada a Milano. Lo chiedono Enrico Boselli, Alfonso Pecoraro Scanio, Clemente Mastella. Ma purtroppo, conclude Pierluigi Castagnetti, "l´imbarazzo con cui si misura con il 25 Aprile conferma la sua inadeguatezza politica".
Le ansie e i sogni di quelle giornate
Enzo Biagi sul Corriere della Sera
Il 21 aprile del 1945 entrai a Bologna con la mia Brigata. Avevamo piantato le tende vicino a un macero. Nel pomeriggio l'acqua era calda, qualcuno faceva il bagno. Passavano squadriglie di "Liberators", le "cicogne" si alzavano di continuo. Il giorno prima lo ricorderò sempre. Noi eravamo a 30 chilometri dalla città, forse anche meno, noi volevamo arrivare a Bologna. Al Comando dicevano: "È la volta buona". I cannoni tiravano sulla stazione. Nella corte di una casa mezzo diroccata c'era una specie di recinto. Dentro i tedeschi prigionieri. Ragazzi e vecchi messi male, sporchi. Tristi non mi pareva.
Uno disse: " So endet eine Krieg ", finisce così una guerra, nel cortile di una casa di contadini, con le galline. Facevamo lunghi discorsi, sempre quelli, ma senza noia, senza stanchezza. Ci tengono qui per un mese, vedrai. Sono gli inglesi, gli americani, i polacchi: hanno paura di noi. Io scappo. Chi sa se c'è ancora la mia casa. Mia moglie. Mia madre. I miei libri. Gli amici. Saranno vivi?
Venne la notte. Tirava un vento ghiaccio, e portava un rumore di tuoni, di scoppi. Nella tenda io e Angelo tremavamo dal freddo, non si poteva dormire. "Li ammazzano tutti", disse Angelo. Il 21 aprile si annunciò bene, sole, cielo sereno. Colonne di camion andavano e venivano, a mezzogiorno l'autista che portava il rancio raccontò: "Bologna è libera, si va verso Modena, su Ferrara. Sono entrati questa mattina". E noi? Noi che facciamo? Perché noi no? Ci sono franchi tiratori? "Io li ho snidati a Firenze, so come fanno, noi sappiamo farcela. Vogliamo andare, vogliamo andare". Mangiammo di malavoglia la pasta bianca americana. Io andai sotto la tenda, e il tenente Sandro Contini fu chiamato al comando. Dopo un po' venne Angelo: "Senti, stanotte io vado, vieni anche tu?". "Sì - dissi - c'è un camion che porta a San Lazzaro".
E finalmente ecco via Cairoli. Quante macerie. Ma il numero 7 era in piedi. La casa di Tonino non c'era più, anche la chiesa era colpita. Suonai, si affacciò la portinaia. "Niente camere", disse, "tutto occupato". "Sono Enzo". "Quale Enzo?". "Enzo Biagi". La portinaia mi corse incontro, si fermò un attimo a guardarmi e poi mi abbracciò. "Sei vivo" disse, "da tanto tempo non se ne sapeva più nulla, ma sei vivo". Mia madre era a Pianaccio. "Probabilmente con la Liberazione tornerà presto a Bologna". "Ma io debbo partire subito" dissi.
Passai accanto all'ospedale dov'era morto mio padre. Passò un uomo in bicicletta. Disse: "Hanno combattuto lì dentro. Ci sono i segni delle schioppettate sui muri". Camminai verso la ferrovia, mi fermai sul viadotto. La stazione era distrutta, i binari divelti. La nostra era una piccola Brigata di montagna, che ha conosciuto la fame e tanti rastrellamenti, le lunghe notti sotto la pioggia, con le cime dei faggi come riparo, e le estenuanti guardie, una brigata che ebbe sei morti e una medaglia d'oro e che procurò tanti guai ai tedeschi. Cento ragazzi e un capitano che erano partiti non sapendo che cosa erano ed erano tornati soldati. Non avevamo caserme, né rancio, né armi, né scarpe. A noi bastava un pezzo di pane e i fucili andammo a cercarceli. Il nostro era un grande nome "Giustizia e Libertà", un nome che si dice col cuore e che allora faceva sognare giorni migliori.
Se avessero vinto loro
Furio Colombo su l'Unità
Se avessero vinto loro? Loro sono anche le brave persone che pensavano di combattere per l'onore dell'Italia. Loro sono anche i ragazzi che per l'avventuroso entusiasmo dell'età o per la disinformazione profonda o per l'indottrinamento subito si sono arruolati adolescenti o bambini nelle formazioni fasciste. Loro sono coloro a cui hanno messo in mano un'arma per uccidere i partigiani, detti banditi e condannati sempre alla pena di morte. Loro erano gli addetti ad arrestare gli ebrei - definiti per legge nemici - da consegnare da fedeli alleati ai tedeschi. Queste consegne sono sempre avvenute. Sono innumerevoli le testimonianze in proposito. Basti per tutti Il libro della Memoria di Liliana Picciotto Fargion, e L'Olocausto italiano di Susan Zuccotti, con i nomi, i luoghi, le circostanze di una fervida attività di rastrellamento e consegna degli ebrei italiani da parte di fascisti italiani.
A Milano, se entrate al pian terreno dell'immensa Stazione centrale, sul lato destro che si affaccia su Piazza Luigi di Savoia, vi fanno vedere il binario, tuttora intatto, tuttora collegato con Auschwitz, dal quale partivano i treni stipati di ebrei italiani. Tutto il servizio di arresto, raccolta, imprigionamento a San Vittore, attesa, trasporto in quel lato della Stazione, le lunghe file di adulti e bambini nella notte e nel gelo, la spinta dentro i vagoni, l'accurato lavoro di sigillare le porte dei vagoni-bestiame, era tutto italiano. Italiano di Salò. Italiano della Repubblica Sociale Italiana. Italiano a cura di coloro che avevano deciso di restare fedeli alleati dei nazisti e della loro macchina mortale.
Certo, molti non sapevano dove finiva quel binario. Molti potevano essere avvolti in una disorientante cecità selettiva che non permetteva loro di vedere e capire a quale mondo stavano dando una mano, e verso quale futuro essi stessi stavano andando.
Per questo diciamo: tutti sono cittadini a pieno titolo nel mondo della libertà. Ma quel mondo non ci sarebbe mai stato se avessero vinto loro. Loro e Hitler, loro e le camere a gas, loro e i forni di Auschwitz, loro e i morti impiccati ai lampioni di via Cernaia a Torino, loro e le stragi di Marzabotto e di Sant'Anna di Stazzema, loro e i torturatori di via Tasso, loro che consegnavano gli arrestati al comando germanico all'Hotel Regina di Milano.
Il rispetto per ogni libero essere umano, compresi coloro che si erano avviati sulla strada di un mondo fondato sui campi di sterminio, è un dovere di tutti, e un diritto di cui ciascuno è titolare, nel mondo della libertà.
Chi quel mondo di sterminio lo ha difeso fino all'ultimo, può dire che non sapeva e può persino essere creduto. Ma non deve dire di non sapere, oggi, di avere lavorato per Auschwitz, di avere dato forze e giovinezza a un universo di discriminazione, di sterminio, di morte. Adesso lo sappiamo, lo sanno anche coloro che hanno agito dentro la nebbia dell'indottrinamento di quella terribile fede di morte.
Adesso coloro che erano fascisti sanno che anch'essi sono stati liberati il 25 aprile. Sanno che il 25 aprile è già una festa di riconciliazione perché ha salvato tanti giovani fascisti dal destino tremendo di continuare a fornire di corpi umani ai campi di sterminio, di servire da guarnigione per le prigioni e i centri di tortura, e per occupare col terrore i Paesi d'Europa.
Però dedichino in questa giornata un pensiero anche ai partigiani che alcuni di essi hanno, in nome di un confuso onore dell'Italia, ucciso o tentato di uccidere. La loro lotta per tre inverni indicibili sulle montagne, per le strade dei nostri paesi e delle nostre città ha ridato a tutti gli italiani il vero onore che segna la nostra storia: quello di non essere dalla parte dei forni crematori, quello di non essere dalla parte di Auschwitz.
Se loro sanno, se lo capiscono (e non possono dire di non saperlo) allora potremo dire che siamo insieme in questo giorno di festa perché questa è la festa degli italiani liberi. E gli italiani, tutti, compresi i ferventi nostalgici, coloro che vorrebbero farci ricordare altre cose pur di non parlare della nostra liberazione italiana, dovrebbero riconoscere il 25 aprile come il giorno dello scampato pericolo. È il no definitivo della storia alla vita sotto il fascismo.
L'ANPI in difesa della Costituzione
Comunicato del Comitato Nazionale
Mercoledì 23 marzo la maggioranza di centrodestra che regge il governo Berlusconi ha definitivamente approvato in Senato la riforma che distrugge in un sol colpo tutti gli equilibri democratici della nostra Costituzione: quelli che nell'organizzazione dello stato conducono e reggono i rapporti tra maggioranza e minoranza; quelli che disciplinano e controllano i rapporti tra poteri e contro-poteri del governo; quelli che garantiscono il mantenimento di condizioni di armonia e di solidarietà tra unità e pluralismo territoriale.
Con una procedura convulsa, che ha fortemente limitato i diritti dell'opposizione, la maggioranza di governo in Senato ha costruito un nuovo regime politico, nel quale un Primo ministro elettivo avrà il potere di gestire, senza necessità di investiture istituzionali o di fiducia, una sua maggioranza in Parlamento, che, in caso di dissenso, può congedare quando vuole.
La Costituzione del 1948 ci ricorda che la libertà non ha senso e non si materializza davvero se non ha la base in un patto condiviso, a partire dal quale vi sono l'orgoglio dell'appartenenza a un grande paese, il senso civico che impronta le relazioni tra i cittadini, una tavola di valori cui ancorare le scelte politiche concrete, una realistica utopia che presiede alle relazioni con il resto del mondo.
Per andare avanti su questa strada devono essere cancellate le norme con le quali in prima lettura, alla Camera e al Senato, sono state manomesse le regole democratiche fissate dalla nostra Costituzione per l'agire democratico e partecipativo delle nostre istituzioni.
L'ANPI dovrà essere in prima linea per opporsi, con lo strumento referendario, alla riforma della nostra Costituzione, al fine di conservare al nostro Paese e alla nostra comunità nazionale tutto il patrimonio etico e politico sorto dalla Resistenza, per una Patria autenticamente democratica nella quale riconoscersi con orgoglio, che sia di esempio nel contesto internazionale.
Le celebrazioni del 60° anniversario della Liberazione saranno il primo appuntamento per rinnovare unitariamente, senza nessuna distinzione, l'impegno dei cittadini italiani a difesa di quella bandiera di libertà, di uguaglianza e di giustizia che si chiama Costituzione.
"La sfida del Papa sui valori argine all'egoismo sociale"
Intervista a Giuliano Amato
Massimo Giannini su la Repubblica
ROMA - Presidente Amato, la morte di Giovanni Paolo II, con l´enorme emozione pubblica che ha destato in tutto il mondo, e ora l´elezione di Benedetto XVI, con l´appello vigoroso che ha lanciato alla messa di incoronazione dicendo "non abbiate paura di Cristo", hanno riaperto con forza l´antica e irrisolta questione del rapporto tra cultura laica e fede religiosa. Si è aperta una rincorsa, soprattutto tra intellettuali e politici, a etichettare Papa Ratzinger. È un reazionario che ci precipiterà al Medio Evo, o è solo un conservatore che magari sarà capace di stupirci?
"Il nuovo Papa è senz´altro un uomo di cui s´apprezza l´intelligenza, che desta grandi attese, ma di cui si temono anche le tante, note prese di posizione sui temi più diversi, e a favore d´un rinsaldamento forte di valori e principi".
La sua potente denuncia contro la "dittatura del relativismo", all´ultima messa pro eligendo prima del conclave, è stata qualcosa di più di una presa di posizione.
"Infatti, da quell´atto di forte diffidenza verso il relativismo molti suoi critici hanno cominciato a chiedersi se non siamo di fronte a un Papa conservatore, se non addirittura reazionario. Io voglio guardare alla sostanza che c´è sotto quelle parole. Il richiamo di Ratzinger è lo stesso che aveva fatto cento volte il suo predecessore, e riguarda il bisogno profondo della civiltà in cui viviamo di recuperare principi forti che si contrappongano all´indifferenza verso i valori. Riguarda il bisogno di impedire lo scivolamento delle nostre società verso quello che si chiama il tornaconto di ciascuno. In fondo, Benedetto XVI rinnova proprio l´appello di Giovanni Paolo II, quando di fronte alla caduta del comunismo ci avvertì: attenzione, la sconfitta di un´ideologia odiosa non può lasciare le nostre società nel vuoto degli ideali. È qui che Wojtyla, e ora anche Ratzinger, hanno incontrato e incontrano tanti consensi. A partire, si parva licet, dal mio".
Quindi anche lei condivide l´allarme sul relativismo culturale, che spesso rischia di sfociare nel nichilismo? E non le sembra un torto ai grandi maestri del pensiero liberale, da Mills a Popper, inserire anche il liberalismo nelle "mode del pensiero" che starebbero perdendo l´Occidente?
"Senta, a metà degli anni '80 quando era al culmine la scoperta delle "nuove libertà" scritte nella Costituzione ma per tanti anni compresse, io stesso iniziai a pormi la domanda: non è che ora qualunque cosa appaia conveniente al singolo la trasformiamo in un valore assoluto e in un diritto intangibile, in nome della libertà?".
E cosa si rispose?
"Mi risposi che la libertà è sempre una scelta morale tra il bene e il male, e non è mai la scelta del bene che conviene a me, e che prescinde a quel punto dalle categorie del giusto e dell´ingiusto. Con tutta una serie di conseguenze, che illustrai in un articolo sul Corriere della Sera, nel giugno del 1988, pubblicato col titolo "La libertà porta anche sofferenza". Due giorni dopo, sulla Stampa uscì una risposta molto critica di Marcello Pera, intitolata "L´apocalisse di San Giuliano". Evidentemente la mia visione in qualche modo ratzingeriana parve al Pera di allora apocalittica".
Dunque, secondo lei, Papa Ratzinger non sbaglia nel contrapporre alla visione "biologista" che fu già di Oswald Spengler, secondo cui la cultura occidentale è destinata comunque alla morte, quella "volontaristica" di Arnold Toynbee, che vedeva nella religione la salvezza alla "crisi di secolarizzazione" della nostra civiltà?
"Io dico che, allora come oggi, sottrarsi al confronto con i valori non è possibile. E aggiungo che, oggi, non possiamo fare a meno dei valori. Dalla fine degli anni '90 c´è stato un ritorno ai valori. Un ritorno a Dio. Non sembri blasfemo, ma persino una certa riscoperta dell´esoterico e del misterico stanno lì a testimoniarlo. Harry Potter e il Codice Da Vinci, in forme distorte, esprimono questo stesso bisogno. In Europa crescono le religioni, cresce il sentimento religioso".
Questo non può essere un rischio uguale e contrario a quello della secolarizzazione? In altre parole, al relativismo si risponde con l´integralismo?
"Il sovraccarico di valori può determinare in effetti conflitti anche insanabili fra di loro e il rischio non c´è solo in campo religioso. Siamo al 25 aprile, sull´Europa e sul suo tessuto identitario pesano memorie diverse, valori nazionali diversi. Pensiamo alla questione dei Sudeti tra cechi e tedeschi, oppure al peso della questione armena sul possibile ingresso della Turchia nella Ue, oppure ancora ai Balcani. Oggi siamo alle prese con un tema che anni fa pensavamo superato: sotto le nostre democrazie si fronteggiano faglie di valori non condivisi e non a caso John Rawls e Jurgen Habermas parlano di assetto democratico che prescinda dai valori. Rawls dice: nell´impossibilità di un´intesa su un´idea di bene comune limitiamo l´accordo alle procedure. Habermas dice: in Europa limitiamoci al patriottismo costituzionale, che scaturisce dalla Costituzione comune, ma lasciamo perdere i valori. Ebbene, queste formule non funzionano. Non c´è accordo possibile sulle procedure né sulle norme di una Costituzione, se non c´è anche su qualcosa di più profondo e se non c´è condivisione di memorie pur diverse, in nome di valori superiori".
È quello che dice Papa Ratzinger, quando accusa l´Occidente di aver smarrito la sua identità, e di coltivare ormai quasi una sorta di "odio di sé". Non è così?
"I richiami di Ratzinger servono a dirci due cose. La prima: non c´è libertà senza valori, senza un profondo senso di ciò che è giusto e di ciò che non lo è. La seconda: non si costruisce una società mettendo i valori nel cassetto e esaltando l´asetticità nel nome della libertà. In fondo il richiamo alle radici cristiane voleva dire anche questo: una Costituzione non è solo procedura, ma è anche e soprattutto valori. Tuttavia, se non c´è libertà senza etica forte e se non c´è società senza valori forti, dal momento che nelle nostre civiltà convivono valori non condivisi, è evidente che il richiamo ai valori va fatto non per contrapporli in nome dell´intolleranza, ma in nome della ricerca dei principi fondanti comuni, delle nostre società e del mondo intero".
Infatti, nell´omelia d´incoronazione, mentre il Papa invoca l´esigenza di "trascinare l´uomo fuori dal deserto", aggiunge che lui pensa a tutti gli uomini, non solo ai cristiani. Ratzinger non è integralista?
"Ratzinger ci ricorda in primo luogo che quello cristiano è un messaggio che intende essere universale, e non può diventare la bandiera di nessuna regione del mondo. Qui c´è un rifiuto dell´accoppiata Occidente-cristianesimo, che non può mai essere la premessa per uno scontro tra Occidente e Oriente. E poi ci ricorda, come ha fatto ieri e in modo commovente nell´omelia pronunciata al funerale di Papa Wojtyla, che il cuore e il senso del cristianesimo è amore. È stata la rivoluzione di 2000 anni fa: il passaggio dalla divinità temuta della storia antica a quella che convince e lega gli uomini a sé attraverso l´amore".
Quindi, lei dice, proprio nella figura di Cristo, "nell´amore che redime", come ha detto nell´omelia di ieri, c´è il migliore antidoto contro un nuovo integralismo?
"Non c´è dubbio. La verità ripetuta da Ratzinger è che il messaggio di Cristo non si afferma come un dogma, che si impone contrapposto a quello di altri, ma come testimonianza che si cerca di far valere, prima di tutto con l´amore. Mi rendo conto che molti vedono, nel rigore con cui il nuovo Papa assume su di sé questa testimonianza, i "segni dell´apocalisse", secondo il Pera di 15 anni fa. Io non sono tra questi. Io sento in lui l´eco delle parole bellissime che pronunciò Wojtyla: "Per farti vivere la tua libertà Dio si rese impotente". Questo vuol dire che la libertà va esercitata come scelta. Nessuno può imporre la propria visione del bene, ma tutti siamo chiamati a lavorare per questo. Ratzinger ha molte risorse da far valere. Mi ha colpito la profondità con cui ha affrontato questioni difficili, come quella della donna di oggi. Due anni fa, davanti al crescere della maternità da parte di donne single, disse (e lo ripeto con parole mie): potrà essere vitale una società in cui la donna accetta il rapporto con l´uomo solo nella relazione madre-figlio, ma rifugge da Adamo ed Eva? Fu criticato, ma la domanda è lì, nelle evidenti difficoltà dell´uomo e della donna finalmente libera del nostro tempo di porsi responsabilmente il tema della ricostruzione del loro rapporto in termini familiari, anche se non più in termini gerarchici".
A proposito di famiglia, ora fa discutere la legge spagnola sui matrimoni gay. Lei che ne pensa?
"Tutto quello che ho detto finora non avrebbe senso se non si riconoscesse da un lato che la famiglia fondata sul rapporto uomo-donna è il pilastro d´una società organizzata, e dall´altro che l´amore fra omosessuali, perché anche questa è una forma d´amore, non può essere trattato come una forma di perversione. Io vedo quella tra gay come una coppia di partner, cui vanno riconosciuti gli stessi diritti da riconoscere a qualunque altra coppia di fatto, dall´assistenza reciproca all´abitazione. Ma non arrivo a condividere la formalizzazione del matrimonio, che è sanzione collettiva a un fatto che ha un senso anche biologico, perché vi si costruisce il futuro della società".
Per Ratzinger, comunque, resta sullo sfondo l´incognita del rapporto complesso con l´Islam fondamentalista. Benedetto XVI rischia di essere il Papa dello "scontro di civiltà" temuto da Huntington?
"M´auguro proprio di no. Il nuovo Papa ha rivolto anche ieri segni di ricerca comune alle altre religioni. Ora, se c´è una parte del mondo in cui le critiche di Wojtyla all´empietà dell´Occidente sono condivise, la si trova proprio nelle società islamiche, che sono meno empie e più attente ai principi. E questo per il Papa dei cattolici non può essere irrilevante: potrebbe essere anzi proprio qui un terreno comune di incontro".
Mai come oggi torna attuale per i laici il vecchio motto di Croce: non possiamo non dirci cristiani. Questo Papa, secondo lei, è tutto fuorché un reazionario, o un nuovo crociato della fede.
"L´intransigenza di questo Papa può non piacere a chi vede, in quella intransigenza, il profilo d´una spada. Io, da laico, sono certo che il valore del fondamentale sentimento d´amore che incarna il suo messaggio cristiano non lo spingerà mai a impugnare la spada. La sua unica "arma" sarà, con quell´amore, la ragione. E questa nessuno potrà mai temerla".
La carta Tremonti e la partita del 2006
Massimo Franco sul Corriere della Sera
E' un nuovo inizio in tutti i sensi: anche nella promessa di spargere altri veleni nel centrodestra. L'ostilità sorda e trasversale contro il ritorno di Giulio Tremonti come vicepremier si è trasformata in uno schiaffo di Silvio Berlusconi a Fini e Follini, i due alleati più critici. E i peana leghisti all'ex ministro dell'Economia, che darebbe ai lumbard " tre ministri e mezzo " , secondo Roberto Maroni, rappresentano un'appendice quasi provocatoria per An e Udc. Insomma, prima ancora che giurasse ieri sera al Quirinale, sul governo il terzo presieduto dal Cavaliere dal 1994 si è subito allungata l'ombra pesante della precarietà.
Si tratta di un'ipoteca sulle prospettiva di rilanciare la coalizione. Le dichiarazioni ufficiali sul rafforzamento non debbono ingannare: la maggioranza sa di riemergere indebolita e divisa dallo scontro seguito alle elezioni regionali del 4 aprile. La stessa leadership berlusconiana appare meno scontata, in vista delle politiche del 2006. L'Unione prodiana preconizza che in autunno la coalizione si romperà un'altra volta. Di certo, gli accenni dell'Udc a un confronto che " avverrà in Parlamento " svelano la frustrazione di chi era convinto fino all'ultimo che Tremonti sarebbe rimasto fuori.
Il partito di Follini contava su un " niet " di Fini, rivelatosi meno perentorio del previsto. Così, il premier si è dovuto rassegnare alla crisi; ma ha regalato agli alleati un graffio in extremis. La stretta di mano fra Tremonti e Fini, avvenuta al Quirinale prima del giuramento, ufficializza una sorta di patto di non belligeranza; di certo, però, non ridimensiona la rivincita dell'ex ministro dell'Economia.
Dopo nove mesi, il capo di An accetta di vedere rispuntare l'uomo che proprio lui aveva contribuito in modo decisivo a far dimettere; e se lo ritrova a Palazzo Chigi, con i galloni di viceBerlusconi targato FI. Per questo, c'è chi prevede un altro periodo di tensioni destinate a scaricarsi in primo luogo sul ministro dell'Economia, Siniscalco, e non solo.
Finora, il dopo Berlusconi appariva una questione giocata tra Fini e il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, dell'Udc; il partito del premier, almeno apparentemente, non aveva candidati. Il nome di Tremonti sembra fatto apposta per spaventare la destra e i centristi, oltre che per tenere vivo l'asse tra FI e Lega Nord, incolpato della sconfitta nel Sud. E' una mossa preventiva con la quale Berlusconi fa capire di avere intuito la sfida che si sta aprendo nel centrodestra su Palazzo Chigi; e di essere pronto a contrastarla con tutta la forza rimastagli.
25 aprile 2005