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sulla stampa
a cura di P.C. - 23 aprile 2005


Carta straccia bis
Antonio Padellaro su
l'Unità

Le parole con cui Oscar Luigi Scalfaro ha ricordato (appena uscito dallo studio di Ciampi) che giusto 60 anni fa, insieme alla riconquista della libertà cadeva "un uomo che era onnipotente" non sono piaciute agli esponenti di Forza Italia che vi hanno visto "faziosità" (Cicchitto) e "vilipendio nei confronti del presidente del Consiglio" (Bondi). Si potrebbe obiettare che l'analogia Mussolini-Berlusconi, oppure fascismo- berlusconismo, sono stati i coordinatori forzisti a renderla esplicita, e dunque a farne un caso. Mettiamo pure però che l'ex presidente della Repubblica abbia voluto approfittare dell'udienza al Quirinale per esprimere, in termini forti, quel che ha sempre pensato del premier-padrone. Qui non è il caso di rivangare i pessimi rapporti personali tra i due: risalenti al '94 e alla fine prematura del primo governo Berlusconi, che secondo il nume di Arcore l'allora capo dello Stato avrebbe in qualche modo agevolato. La questione è un'altra: fermo restando che il paragone storico tra Mussolini e Berlusconi è improponibile, resta innegabile il rapporto che lega il processo di liberazione con la nascita della nostra Repubblica, con la sua Costituzione e con i valori che da quella lotta hanno preso vita e consistenza.

Fino dall'inizio della crisi Berlusconi ha cercato di ignorare il ruolo del Quirinale o di farne a meno. Prima, ha ritardato il suo incontro con Ciampi per la formalizzazione della crisi. Poi, ha evitato fino all'ultimo di presentarsi dimissionario davanti al capo dello Stato. Quindi, ha fatto sapere di avere la lista del governo bis in tasca e di essere pronto a comunicarla ai giornalisti: come se la norma costituzionale che affida al presidente della Repubblica la nomina dei ministri, su proposta del presidente del Consiglio, fosse carta straccia. Berlusconi, cioé, si è comportato come se la nuova costituzione, di stampo autoritario e leghista fosse già in vigore. Come se il premier potesse decidere lui se sciogliere o non sciogliere le camere e nominare i ministri; come se il Quirinale fosse una sorta di ente inutile o giù di lì.


Incognite in extremis
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

L'incarico è stato affidato. La lista con i ministri del nuovo governo dovrebbe essere presentata in mattinata. E nel pomeriggio si prevede il giuramento al Quirinale. Eppure, le ultime ore trasmettono immagini convulse. Un vertice del centrodestra in programma per oggi, è stato annullato nella tarda serata di ieri. Affiora un problema di credibilità sulla politica economica del Berlusconi bis. E si accredita un braccio di ferro tra FI e An su un ritorno al governo di Giulio Tremonti, ex ministro dell'Economia, come vicepremier.
Sono colpi di coda di un negoziato nervoso, anche se dall'esito scontato. Danno indirettamente ragione a Carlo Azeglio Ciampi, che ieri pomeriggio aveva suggerito al premier di incontrare gli alleati prima di presentare la lista dei ministri: il vertice sarebbe servito ad eliminare qualsiasi dubbio residuo sulla volontà di riportare Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Veniva annunciato come una pura formalità: le caselle, assicurava il Cavaliere, erano già al loro posto.
Ma ora dopo ora si è capito che forse non era proprio così. Quando gli è stato chiesto se avesse già la lista, il presidente del Consiglio ha cercato di cavarsela con una battuta: " Quale lista? Quella del ristorante? " . Era un modo per eludere la domanda; per non entrare in dettagli sui quali in quel momento non poteva dare risposte precise.
Le trattative fra alleati sono state segnate da una sensazione di precarietà e confusione.
Si avverte la frustrazione per la prospettiva di un governo dai contorni comunque elettorali; più debole del precedente; e sfuggente sul piano del programma economico, nonostante il riferimento a imprese, Sud e famiglie. L'Udc ostenta distacco. Marco Follini resterà fuori; e il suo partito ripete che Berlusconi aveva l'occasione per rilanciare la Cdl, ma non l'ha sfruttata. La Lega si tiene stretta il ministero delle Riforme, e combatte per avere ancora Giustizia e Welfare. Il negoziato delle ultime ore sembra riguardare dunque FI e An. E ruoterebbe intorno a Tremonti.
Nessuno fra gli alleati pone un veto su di lui: i veleni del luglio 2004, quando si dimise sotto la pressione di alcuni settori di FI e soprattutto della destra di Fini, sono stati smaltiti. In più, i berlusconiani fanno presente che dall'inizio della legislatura FI ha perso potere nella coalizione; e Tremonti vicepresidente del Consiglio significherebbe un parziale recupero. Ma il timore che il ministro dell'Economia, Domenico Siniscalco, possa sentirsi commissariato dal predecessore, rende l'operazione non scontata. E poi, An vede in Tremonti il contraltare ad un Fini in difficoltà. È l'ultimo punto interrogativo su un governo che deve solo arrivare più o meno indenne al 2006.


Le due Case delle Libertà
Edmondo Berselli su
la Repubblica

Che cosa fa un capo populista quando le cose si mettono male? Procede a tentoni come Silvio Berlusconi in questi giorni. Cerca di inventarsi la tattica momento per momento. Prima evita la crisi con un'acrobazia circense, lasciando storditi gli alleati, An e Udc, a cui aveva promesso seppure a malincuore il "nuovo inizio"; poi si lascia avvolgere dalle spire della crisi stessa; infine si ritrova nel gioco, per lui mortificante, delle consultazioni, degli incontri al Quirinale, delle trattative con gli alleati riottosi.
Tutto troppo complicato, faticoso, frustrante. Nella breve comunicazione rilasciata al Senato, si era lamentato platealmente delle pastoie costituzionali.
Pensando al momento liberatorio in cui la riforma della Casa delle Libertà consegnerà al premier i poteri del dominus. Ma per adesso, accettato con riserva, secondo prassi, l'incarico del Quirinale, Berlusconi deve sottomettersi alle cerimonie partitiche della valutazione degli equilibri politici nel governo, al calcolo del peso dei ministeri, alla discussione dei nomi da aggiornare, da cancellare, da ripescare.
Nonostante le rassicurazioni di Gianfranco Fini e Marco Follini, la nascita del nuovo governo non è così indolore come l'ottimismo berlusconiano prevede. Innanzitutto, se sarà confermato dalla lista definitiva dei ministri, il ritiro da Palazzo Chigi del segretario dell'Udc è il sintomo di uno smarcamento politico che già qualifica il Berlusconi-bis come un governo sotto osservazione.

Naturalmente Berlusconi ha le doti, anche di autoconvincimento, per presentare un programma che non condivide, simboleggiato in sintesi dai tagli all'Irap anziché dall'ulteriore colpo di scure sull'Irpef. Tuttavia il livello di credibilità di un governo che rovescia la propria impostazione in politica economica non può che essere scarso. Al presidente incaricato non manca la capacità - anche mimica - di raccontare che adesso la Cdl completerà la legislatura realizzando in sei mesi ciò che non è riuscita a combinare in quattro anni.
Proverà ad argomentare tutto questo dando la colpa all'Europa, alla "vecchia" Costituzione, alla sinistra e a Prodi, e cercherà di realizzare un programma elettoralistico tenendo insieme la retorica euroscettica di Tremonti e la lealtà europeista di Follini, e l'impasto approssimativo della devolution con il premierato. Ma alla fine anche Berlusconi si renderà conto che il fallimento del suo governo non è un prodotto del destino, o della perfidia della politica, ma l'effetto di una composizione mancata, cioè di una destra rimasta vittima della propria schizofrenia. Rifarà il governo, a meno di imprevisti. Ma il problema non è mettere su un esecutivo, è rifare la destra. E questa non è un'impresa che si fa in questo finale di partita.


Lo scoglio Tremonti
Marco Galluzzo sul
Corriere della Sera

ROMA—In apparenza paradossale, sembra richiesto direttamente da Carlo Azeglio Ciampi, stamane il centrodestra continuerà a discutere di programma, ricette economiche, misure da privilegiare, risorse da destinare in sede di legge finanziaria a questo o a quel settore.
In apparenza paradossale perché la Casa delle Libertà ne discute ormai da almeno due anni, senza trovare una sintesi, senza riuscire ad avvicinare i desiderata dei tre leader del centrodestra. Che lo continui a fare alla vigilia del giuramento, a poche ore dalla possibile formazione del nuovo governo (potrebbe essere varato oggi alle 17), è la dimostrazione più evidente che un chiarimento programmatico non c'è ancora stato. Che le parole Sud, famiglie e imprese devono essere ancora riempite di significato.
Richiesto direttamente da Ciampi perché sembra sia stato proprio il Presidente della Repubblica a far notare a Berlusconi che i contenuti del nuovo esecutivo sono più importanti delle poltrone. Che esiste ancora troppa incertezza (sensazione ricavata evidentemente dalle consultazioni) sulle misure che il governo dovrà varare da qui al termine della legislatura. Che forse un minimo di chiarezza aggiuntiva prima di sciogliere la riserva non farebbe male a nessuno, in primo luogo allo stesso governo, che non può rischiare di impantanarsi (dopo aver cambiato pelle) fra poche settimane, o pochi mesi, proprio sulle misure da approvare. Misure e programma significano in questo caso soprattutto politica economica. Non per nulla ieri sera sono arrivati a Palazzo Grazioli sia il vicepremier Gianfranco Fini che il ministro dell'Economia Domenico Siniscalco. Accanto al premier hanno trovato ilministro dell'Interno, Beppe Pisanu, che dall'inizio della crisi è quasi diventato l'altra ombra del capo del governo. Insieme hanno annunciato che stamane avranno "una serie si incontri per approfondire i punti principali, gia individuati, del programma economico". Quel "già individuati" sembra un'excusatio non petita.



Tasse, sfida Tesoro-Forza Italia
Roberto Petrini su
la Repubblica

ROMA - Braccio di ferro dell´ultima ora sul programma del Berlusconi-bis. Forza Italia è tornata pesantemente alla carica chiedendo l´inserimento nell´agenda della terza tranche della riforma fiscale sotto forma di nuove riduzioni dell´Irpef o attraverso l´introduzione del "quoziente familiare" volto a ridurre il carico fiscale delle famiglie numerose. Il ministro dell´Economia Siniscalco, chiuso in Via Venti Settembre, ha risposto picche: ha detto di essere decisamente contrario all´ipotesi di aumentare l´entità della manovra di bilancio per il 2006 oltre i 18 miliardi previsti e che deve prevalere una linea attenta ai conti pubblici, tanto da ipotizzare anche misure correttive immediate. L´ipotesi di Forza Italia farebbe infatti salire la manovra a 24 miliardi con l´aggiunta di altri 6 miliardi per le famiglie. La linea del rigore avrebbe ispirato anche le indicazioni del Quirinale preoccupato anche per il calo della bilancia commerciale: il calo peggiore negli ultimi dodici anni avrebbe detto il Capo dello Stato al premier.

"E´ solo un brogliaccio lo vedremo in nottata", confidava ieri Gianni De Michelis. Mentre l´Udc, dopo aver atteso invano per l´intera giornata l´appunto di Siniscalco - come riferiva Luca Volontè in serata - che avrebbe dovuto chiarire intenzioni e priorità del governo in tema di politica economica, rimandava il tutto a stamani. Poche indicazioni sono emerse anche dall´incontro avuto da Alemanno e Baldassarri con il ministro dell´Economia.
In realtà, mentre continuavano ad arrivare da Bruxelles notizie allarmanti e il commissario europeo Almunia da giorni non perde occasione per ricordare lo stato precario dei nostri conti pubblici, ieri Forza Italia è tornata ad ipotizzare una riduzione dell´Irpef per mettere in atto la terza tranche della riforma fiscale già annunciata da Berlusconi, concedendo l´opzione della variante del quoziente familiare, cioè di sconti fiscali legati ai nuclei numerosi. Questa mossa - rafforzata dall´ipotesi di un rientro di Giulio Tremonti al governo con un coordinamento dell´economia - non limiterebbe la manovra ai 18 miliardi formulati in questi giorni da Via Venti Settembre ma la farebbe salire a 24. Secondo Forza Italia infatti sarebbero necessari 12 miliardi per ridurre il deficit verso il 3 per cento dall´attuale 4,6 per cento e altri 12 da destinare per metà alle imprese con la riduzione dell´Irap e l´altra metà agli sgravi fiscali alle famiglie.
Se sugli sconti alle famiglie è in atto un braccio di ferro, sulle misure per le imprese il quadro sembra più chiaro. In ballo c´è la riforma dell´Irap, obbligata dall´orientamento della Corte di giustizia europea, ma anche la proposta di An di introdurre un meccanismo di detassazione parziale dell´incremento del reddito rispetto quello dell´anno precedente che concorrerebbe alla determinazione della base imponibile solo nella misura del 50 per cento.


E Storace sogna la rivincita
Antonello Caporale su
la Repubblica

ROMA - "A me la Sanità. Così riformo la psichiatria e curo Berlusconi". Se avesse dato riposo alla sua linguaccia, un week end soltanto di utile afonìa, Francesco Storace non si sarebbe trovato oggi in questa brutta situazione. Perché Silvio Berlusconi sembra in procinto di affidargli il proprio corpo, presentarglielo - magari - financo disteso sul lettino, e invitarlo a dare inizio alle cure. Sembra infatti che il premier si sia proprio incaponito e voglia, assolutamente, che Storace corra al governo e dia prova delle sue qualità come ministro della Salute. Il mite Girolamo Sirchia è infatti già a Milano e stamane farà completare il trasloco delle sue carte.
In pochi casi la fantasia supera la realtà. E questo sarebbe uno dei rarissimi eventi in cui l´impossibile diviene probabile e l´impensabile quasi certo. Storace in camice bianco è un sogno. Soltanto trenta giorni fa era governatore del Lazio, e scommetteva, anzi garantiva la sua rielezione: "Se vince uguale, anzi co´ più gusto". Venticinque giorni fa dava le misure del distacco dall´avversario Piero Marrazzo: "Ho sette punti avanti, malgrado la lista abusiva della Mussolini". Due giorni dopo: "Ho cinque punti, e anche se la Mussolini me ne prende due, ne restano tre". Ancora altri cinque giorni: "Le elezioni le vincerò alla grande".
In campagna elettorale l´imprudenza è quasi un dovere d´ufficio, a volte finanche un obbligo. Si deve regalare coraggio e forza, sicurezza e convinzione. Un cielo azzurro malgrado le nubi. E infatti Storace ha perso anziché vincere. E pure male. Se ne è reso conto subito. L´umore ne ha risentito, e anche il giudizio è stato nero, come e più di una nuvola gonfia di pioggia acida: "E´ stata un´ecatombe".

Resta da capire, nel caso davvero dovesse accadere l´impossibile, se alla Salute il nuovo ministro chiamerà anche er pinguino, al secolo Domenico Gramazio, portabandiera dell´Msi nella romanissima piazza Tuscolo. Gramazio, e una serie di altri ex camerati, hanno ottenuto il giusto riconoscimento per le loro opere e azioni. A Gramazio è toccata la guida dell´azienda regionale per la salute pubblica. Se due più due fa quattro, Gramazio - che la sinistra vuole giubilare - potrebbe trovare riparo al ministero. Un ruolo all´istituto superiore della Sanità, o anche al gabinetto ministeriale, un incarico come assistente o supervisore, o anche soltanto come consulente.
In queste ore è giusto fantasticare. Perché è la prima volta che verrebbe promosso un bocciato, per la semplice ragione che la politica non conosce ragione. Alleanza nazionale è un partito con troppi scontenti, e Gianfranco Fini, un capo timido che deve sfamare agli appetiti di ciascuno. Restano ancora dodici ore prima di giurare. Storace è in Emilia con la famiglia. Farebbe in tempo a prendere un treno, se l´auto di servizio non fosse ancora pronta, cambiarsi d´abito e salire al Quirinale.


L'iceberg
Gabriele Polo su
il Manifesto

Si è incagliato in un giorno d'aprile, dopo un lungo vagare. L'impatto è stato forte, ma non abbastanza per sgretolarlo. Così è rimasto lì, impigliato in se stesso, fermo e terribilmente ingombrante. Ma non per questo meno pericoloso. Perché la sua massiccia presenza, pur privata di forza propulsiva, può provocare danni irreparabili. I più sperano solo che una qualche corrente lo disincagli e se lo porti via. La sorte dell'iceberg B15, arenato nell'Antartico, è un bel problema. Più modestamente anche Silvio Berlusconi si è incagliato, ingombra, sembra un corpo (politico) inerte, ma finché rimane lì - tra palazzo Chigi e il Quirinale - costituisce un problema. Una presenza troppo imponente perché possa essere abbandonata - migrando altrove - da qualcuno dei suoi alleati. Anche se il berlusconismo si è arenato e il centrodestra è rimasto orfano di un qualunque progetto politico, la maggioranza è costretta a rimanere assieme, se si divide va incontro a una sconfitta certa, perde il potere e senza quello non è più niente. Per questo dall'impatto (elettorale) di aprile le convulsioni sulle formule, gli annunci e le smentite sulle soluzioni istituzionali, hanno costruito un quadro esilarante caratterizzato da un'unica certezza: rimanere lì, in sella; al governo anche se non si sa come. E il problema è proprio questo, non tanto per la Casa delle libertà, ma per tutti noi.
Nell'Antartico l'incagliamento dell'iceberg B-15 crea seri problemi ai pinguini, che rischiano di morire di fame. E, poi, quella massa inerte lunga 115 chilometri può cambiare il delicato equilibrio tra acqua dolce e salata, stravolgendo l'andamento delle correnti marine e le loro temperature, con ripercussioni a catena sul clima; da laggiù fino a noi. L'unica speranza è che proprio quelle correnti possano disincagliare B-15 e portarlo a largo, facendolo perdere nel mare infinito.
Più provincialmente, qui da noi il permanere dell'iceberg Berlusconi - il suo prevedibile bis - creerà un sacco di grane a tutti quelli che sono andati alle urne all'inizio di aprile e molti di loro hanno già seri problemi di approvvigionamento. E, poi, un governo il cui principale obiettivo è arrivare alle prossime elezioni contando di scagliare addosso a tutti noi una campagna elettorale all'ultimo sangue, è un vero incubo. Senza mettere in conto i "dettagli" di quelle riforme lasciate in sospeso (che potrebbero sempre arrivare) e un declino economico-sociale già ampiamente avviato. Ci sarebbe la speranza delle elezioni anticipate da subito - ma sembra quasi un sogno - oppure una corrente che disincagli l'iceberg di Arcore, magari approfittando del 25 aprile. Sperando che, nel frattempo, si salvino anche i pinguini.


Quegli accenti di moderazione
Pierluigi Battista sul
Corriere della Sera

Il voto del Parlamento spagnolo che autorizza il matrimonio tra gli omosessuali e consente l'adozione per i coniugi gay è il primo banco di prova della battaglia contro la " dittatura del relativismo " denunciata da Benedetto XVI. Rappresenta inoltre la prima barriera simbolica su cui rischia di infrangersi l'appello alle " radici cristiane " dell'Europa di cui Joseph Ratzinger è stato e certamente continuerà a essere pugnace assertore. I vescovi spagnoli e prima di loro il cardinale presidente del Pontificio consiglio per la famiglia, Alfonso Lopez Trujillo, intervistato da Gian Guido Vecchi per il Corriere della Sera , hanno criticato le norme promosse da Zapatero e hanno invocato l'obiezione di coscienza per contrastare quelle " leggi inique " . Eppure nelle loro parole è parso di cogliere un accento ( anche solo un accento) di moderazione che si spera possa impedire alla legittima intransigenza di trasformarsi in oltranza fondamentalista, alla critica anche veemente di debordare in aperta guerra di religione, alla forza della denuncia antinichilista di diventare una crociata incapace di graduare la propria azione sulla reale misura dei colpi inferti all' " identità cristiana " .
Così come la Chiesa ( anche in Italia) non può essere favorevole al divorzio e tuttavia può scegliere di non scatenare un interminabile conflitto con le legislazioni divorziste, anche il mondo cattolico che crede nella famiglia come pilastro dell'universo sociale e morale può distinguere tra la forza di una battaglia culturale ferma sul piano dei princìpi e una avventurosa guerra senza quartiere contro le leggi che gli Stati si danno sul piano della concreta regolazione delle convivenze " di fatto " , in Spagna e in tutto il mondo. E se appare cruciale nella battaglia contro la " dittatura del relativismo " un atteggiamento non compromissorio nelle materie che attengono alle questioni prime e ultime della vita e della morte, nel rifiuto di un mondo che nella sua pretesa di onnipotenza arriva all'intollerabile della fabbricazione dell'umano o, nel nome dello stesso sciatto indifferentismo morale, alla soppressione arbitraria di quella medesima umanità, al contrario l'obiezione etica e culturale al " relativo " delle unioni diverse da quelle tradizionali del sacramento matrimoniale può richiedere prove supplementari di realismo e ragionevolezza.
La forza del " no " può avere insomma esiti diversi in circostanze obiettivamente diverse. E tanto più appare ricca di suggestioni la caparbietà della ratzingeriana battaglia contro la deriva relativistica, quanto più l'intransigenza su ciò che davvero non rientra nel novero delle materie negoziabili ( le questioni della vita e della morte, appunto) può modularsi differentemente sulle questioni che attengono alla sfera delle scelte private e sentimentali, sessuali e affettive. Quell'accento di moderazione che traspare nelle dichiarazioni dei vescovi spagnoli forse sta a significare proprio la possibilità di distinguere l'inaccettabilità di comportamenti sociali non conformi all'impianto tradizionale della famiglia e della sessualità dalla totale e assoluta irricevibilità di pratiche e leggi che rischiano di manipolare i fondamenti stessi della vita umana. Forse è proprio in questo spiraglio che si situa il senso di attesa non preconcetta per il nuovo pontificato ratzingeriano manifestato da un protagonista della battaglia laica come Marco Pannella. E anche la sfida alla " dittatura del relativismo etico " condotta da Benedetto XVI può finalmente costringere la coscienza laica a non eludere gli interrogativi insistentemente formulati dai cattolici, finora vissuti come prepotente interdizione al libero formarsi delle leggi civili, ma che pure reclamano risposte non imbarazzate e superficiali.


   23 aprile 2005