
sulla stampa
a cura di P.C. - 22 aprile 2005
Il Cavaliere gela gli alleati
Claudio Tito su la Repubblica
ROMA - "Hanno avuto la crisi di governo. Ora basta. Ritocchi mirati e limitati. In ogni caso il minimo possibile. Un paio di interventi possono bastare". Se non si trattasse di una vera e propria crisi di governo, si parlerebbe di un "rimpastino". Perché la linea che fino a ieri sera Silvio Berlusconi ha sostenuto in tutti i suoi colloqui con i leader della coalizione e con lo stato maggiore del suo partito è propria questa. Tant´è che, seppure in modo non plateale, la contestazione è pervenuta in maniera piuttosto chiara nelle stanze di Palazzo Chigi. Sia An, sia l´Udc hanno fatto sapere di essere perlomeno "sorpresi" dall´atteggiamento del premier. "Mi cadono le braccia", si è sfogato con i suoi Gianfranco Fini. "Siamo di fronte ad un governo refuso", dicono sconsolati i centristi.
L´idea del Cavaliere, infatti, è di lasciare tutti al loro posto. A cominciare dal ministro delle riforme, Roberto Calderoli. Non vuole nemmeno sostituire i cosiddetti "tecnici" che hanno subito le contestazioni di quasi tutti gli alleati, compresi i forzisti. Con ogni probabilità, allora, anche Sirchia e Lunardi rimarranno al loro posto. "Guardate - si è giustificato con i partner di maggioranza - che io ho chiesto se potevano farsi da parte. Ma mi hanno detto tutti no. Ed io non me la sento di cambiarli anche perché sembrerebbe ammettere che hanno lavorato male". La crisi di governo, quindi, si risolverebbe con la presentazione di una lista "fotocopia" ad eccezione di un paio di sostituzioni: quella di Urbani e di Marzano.
Già ieri mattina durante il faccia a faccia con il ministro degli Esteri, la tensione è salita. "Se non capisci, non capisci - è sbottato il leader di Alleanza nazionale - a questo punto non so più cosa fare. Decidi tu. Fa come ti pare. Almeno non ci chiedere di essere contenti. Ma non pensare che stai cogliendo un´opportunità. La stai perdendo". La freddezza con Fini si è replicata durante il consiglio dei ministri. Visi lunghi e nemmeno un sorriso. Poi un altro colloquio, ma la situazione non è cambiata. "Tu - è stato il ragionamento del premier- mi hai sempre detto che non era una questione di poltrone, ma programmatica. Sul programma sono disponibile ad accogliere tutti i suggerimenti". L´elenco di Berlusconi allora si è steso lungo le direttrici dei fondi per il mezzogiorno, gli aiuti alle imprese, l´abolizione dell´Irap, il sostegno alle famiglie e il rafforzamento del potere d´acquisto dei salari. "Del resto - è il ragionamento che muove Berlusconi in questi giorni - se tocco troppe caselle, scoppia un putiferio. Le correnti di An già si fanno la guerra e poi si rivolgono a me. Se entro in quella logica, va a finire che non riesco a chiudere niente. Va a finire che nelle elezioni anticipate ci cadiamo dentro".
Insomma, al di là delle apparenze la tensione nella Casa delle libertà rimane alta. Per questo il presidente del consiglio sta cercando di trovare in extremis una soluzione alternativa per placare il nervosismo degli alleati. Proverà per un´ultima volta a convincere Calderoli a fare un passo indietro e ad accettare magari la delega per gli Affari Regionali. Ieri ha sentito al telefono Umberto Bossi (e forse oggi andrà a trovarlo a Gemonio) che gli ha ribadito il "niet": "se tocchi Calderoli, ce ne andiamo". E se non riuscirà a persuadere i lumbard, è allo studio l´ipotesi di creare altri dicasteri da distribuire tra gli alleati. "Di più però non voglio fare - ha ripetuto in serata - anche perché gli alleati non mi stanno aiutando. Pensano alla sconfitta nel 2006. Lavorano per farmi fuori. Ma nei prossimi mesi ci potrebbe essere qualche sorpresa. Anche per loro".
Soluzione forse vicina
Massimo Franco sul Corriere della Sera
L'ipotesi che Silvio Berlusconi possa presentare al Quirinale il nuovo governo stasera stessa non è da escludersi: soprattutto se fosse vero che alla fine i cambiamenti saranno pochi, mirati e minori. Eppure, politicamente si tratterà di un esecutivo che ha subìto una metamorfosi profonda. E non solo perché non ci sarà più Marco Follini come vicepremier: il segretario dell'Udc aveva anticipato al presidente del Consiglio già mercoledì sera che sarebbe rimasto fuori. E il fatto che formalmente sia stata l'Udc a chiedere a Follini di dedicarsi al partito, è servito a evitare sottintesi polemici verso Berlusconi. Ma la metamorfosi sembra sancita dalla crisi in sé. Viene confermata dal dettaglio, poco notato, di un centrodestra che si è presentato alle consultazioni in ordine sparso, dopo anni di delegazioni compatte all'ombra del Cavaliere. La novità ha sorpreso il Quirinale quanto la decisione del Prc di smarcarsi dall'Unione prodiana. Andando da Ciampi ognuno per proprio conto, gli alleati della Cdl hanno ratificato visivamente il passaggio dal "governo di Berlusconi" a una coalizione senza egemonie, che il premier esorcizza rilanciando l'idea di un "Ppe italiano".
In realtà, nessuno delega più il proprio ruolo e la propria identità; di fatto, ognuno si riprende libertà di manovra. È una situazione in fieri , hanno ammesso i ministri leghisti. Talmente inusuale anche per loro, che ieri hanno continuato a sostenere l'inutilità di far dimettere il governo; ma in parallelo hanno accreditato il rischio di "una crisi al buio". La contraddizione si spiega con il timore dei lumbard di veder spuntare un esecutivo "tecnico" invece del Berlusconi bis. L'irritazione di Umberto Bossi, riflessa dalla Padania , nasce dalla paura che Udc e An puntino a sfilare il ministero delle Riforme a Roberto Calderoli. Quando, lasciando il Quirinale, Roberto Maroni spiega che "Berlusconi sa" cosa vuole la Lega, allude soprattutto a quello. Ma i vertici di FI hanno spiegato alla loro fida alleata che forse sono timori eccessivi. Né il Quirinale, né l'opposizione vogliono un epilogo destinato a far tramontare, più che la leadership berlusconiana, il bipolarismo. Fini e Follini sanno di non poter pretendere troppo: si romperebbe tutto.
Per questo, ieri sera il ministero delle Riforme non appariva più come il fortino leghista da espugnare a tutti i costi. Se finirà così, il risultato paradossale sarebbe un Berlusconi bis quasi uguale al precedente: con una "discontinuità" enfatizzata dalla crisi; ma contraddetta da cambi così limitati, che darebbero l'illusione ottica del rimpasto. Sarebbe un'ambiguità inevitabile, e destinata a velare i veri rapporti nel centrodestra: almeno, fino a quando qualcuno non la romperà, scoprendo la nuova mappa dei rapporti di forza. Perché in realtà è già cambiato molto.
"Se non sanno governare, al voto"
Marco Marozzi su la Repubblica
ROMA - Tutti a casa. E´ un Romano Prodi durissimo quello che sale sul Colle per le consultazioni di Carlo Azeglio Ciampi. Berlusconi e i suoi se ne devono andare, dice, uscendo dall´incontro con il presidente della Repubblica. "E´ impensabile - attacca - che i problemi siano risolti da un governo uguale o simile a quello dimissionario o da un qualsiasi governo non fondato sulla volontà popolare". Conclusione: "Tutta l´Unione chiede, per il bene dell´Italia, che la parola torni agli elettori".
Nessuna apertura, scontro totale. Mentre la preoccupazione monta giorno per giorno: ieri l´ultima notizia era il rinvio deciso dal Consiglio dei ministri del decreto legge "urgente" per la ripartizione dei seggi di Camera e Senato, in particolare nel Molise oltre che per gli italiani all´estero. La mossa ha aumentato nel centrosinistra il timore che si cerchi di far di tutto per allontanare al massimo le elezioni.
In questa situazione sono solo concessioni alla diplomazia istituzionale i "se il centrodestra non è in grado di governare..." di Prodi al Quirinale. Speranze già dichiarate vane in partenza i richiami al "senza un mutamento radicale del contenuto della politica economica...". Dichiarazioni di guerra e non di un dialogo considerato ormai impossibile i punti che Prodi elenca: "A) si ponga fine allo stravolgimento della Costituzione della Repubblica e dell´ordinamento giudiziario; B) non vengano modificate le leggi che regolano lo svolgimento delle elezioni e della campagna elettorale; C) si cambi immediatamente e radicalmente il contenuto della politica economica".
Nessun dubbio: Berlusconi "non è in grado di governare". Su questa fine di ogni fiducia, dopo giorni di attesa, si trovano d´accordo i leader della Federazione ulivista che attorniano Prodi nella visita a Ciampi: da Rutelli a Fassino, da Boselli ai repubblicani di Luciana Sbarbati. Ma anche quelli che sono andati sul Colle per conto loro. Fausto Bertinotti in primis, il più temuto ed osservato. Uscendo dichiara: "Prodi ha il nostro mandato per parlare a nome di tutte le forze dell´Unione". Poi Mastella, Di Pietro, Diliberto, Pecoraro Scanio.
"Tutta l´Unione...", legge Prodi sulla porta di Ciampi. Impettito nel ruolo, con dieci luogotenenti - capigruppo alle Camere compresi - che gli fanno raggiera anche loro con il volto aggrottato. Foto di unità pur con scalate faticose non solo al Colle presidenziale. "Ci vuole un bel coraggio a sostenere che non siamo uniti in un giorno come questo", sospira Prodi a sera.
Ha digerito come un fatto scontato la conferma ripetutagli ieri mattina che Rifondazione comunista sarebbe andata alle consultazioni da sola. Saltava così definitivamente l´ipotesi di una delegazione unica dell´Unione. "Se qualcuno pensava che fosse il primo passo di una fusione si sbagliava" sono andati a dichiarare agli alleati i capigruppi di Rc alle Camere, Giordano e Malabarba. Bertinotti era in collegamento telefonico con il summit di piazza Santi Apostoli. "Era fuori Roma. E´ tornato alle tre, me l´aveva detto", racconta Prodi. Il Professore nega ogni smarcamento di Rc. "Non è nemmeno una tempesta in un bicchier d´acqua". Sa però benissimo come il partito di Bertinotti ha e avrà nei mesi a venire, per linea politica e composizione dell´elettorato, continue necessità di marcare la propria diversità. "Pensare che fino a ieri parlavano di Prodinotti. - ride - Il problema è quello della lealtà e della scelta unitaria. E ci sono entrambe". Fassino è stato il più deciso a cercare di convincere Rc, insieme ad Angius, Castagnetti, Bordon. Giordano ha insistito sul "dato istituzionale" (le consultazioni dei partiti) e sul "fatto che non ci troviamo in un sistema bipartitico". Qualche tensione, poi la scelta di concentrarsi sul documento da recare a Ciampi. Tre pagine, un nucleo portante: "Le dimissioni del governo sono la conseguenza naturale del voto degli italiani e devono essere seguite da un mutamento radicale nella guida del Paese".
Il rischio di un bis sbiadito
Editoriale su Il Messaggero
ROMA E' immaginabile che già oggi il presidente della Repubblica chiami Silvio Berlusconi al Quirinale per conferirgli l'incarico di formare il nuovo governo. Tutti i partiti della Cdl hanno confermato di essere favorevoli ad un bis sempre guidato dal Cavaliere e visti i numeri in Parlamento non c'è altra soluzione possibile. Non le elezioni anticipate - che pure l'Unione ha continuato a chiedere con forza rigettando in quanto contraria alle necessità del Paese una riedizione "sbiadita" dell'attuale esecutivo - e tanto meno un governo istituzionale, che il Colle non prende in considerazione. Lo ha detto a chiare lettere anche Pier Ferdinando Casini, un po' per togliere un'arma dalle mani di Berlusconi e di chi continua a soffiargli nelle orecchie sospetti del genere, e molto per sintonia con Ciampi. Il che non significa, tuttavia, che il cammino che porta il premier a succedere a sè stesso sia in discesa, nonostante il premier assicuri di avere la lista dei nuovi ministri già pronta in tasca. Al contrario, il clima dentro la maggioranza continua ad essere del tipo parenti-serpenti. Berlusconi ha accettato con estrema riluttanza l'idea di dimettersi e dunque ha lavorato per varare un esecutivo se non fotocopia comunque assai simile a quello che ha appena chiuso i battenti, in modo da far risaltare l'inutilità e la velleità di coloro che hanno voluto la crisi: An e soprattutto Udc. Il che provoca un misto di delusione e risentimento nei due partner, che tuttavia in questo passaggio tornano a percorrere strade diverse. Marco Follini resterà fuori dalla squadra di palazzo Chigi proprio per sottolineare che della tanto reclamata discontinuità non c'è traccia: un gesto che in buona sostanza ripropone la linea delle mani libere pur confermando la fiducia e abbandonando ogni ipotesi di appoggio esterno.
Per An la situazione è più complicata. Probabilmente anche Fini avrebbe voglia di lasciare, se non altro la vicepresidenza, ma per lui sfilarsi è più arduo. Il punto focale della destra è il ridimensionamento del peso della Lega sulla linea politica della coalizione. Da ottenersi sia ridistribuendo gli incarichi tra i ministri (la questione del dicastero delle Riforme al leghista Calderoli è il nodo principale e ancora non risolto), sia modificando il programma di fine legislatura con misure a favore del Sud e la sbandierata riflessione sulla devolution. Obiettivi molto scabrosi da centrare. E infatti alla fine su Calderoli An potrebbe cedere: quanto al programma, si vedrà.
Il disprezzo delle regole
Pasquale Cascella su l'Unità
Consegnate le dimissioni al Quirinale, l'altra sera, Silvio Berlusconi era andato in giro a espletare le residue, e non meno mortificanti, formalità istituzionali della crisi chiedendo ai suoi interlocutori se fossero "finalmente soddisfatti". Ventiquattro ore dopo è il premier a prendersi, a sua volta, la "bella soddisfazione" di mostrarsi in giro per la capitale rendendo plateale lo sprezzo per quegli inutili "riti della politica politicante" che lo costringono solo a perdere tempo.
Inaudito: il capo dello Stato si applica scrupolosamente nelle consultazioni sulla formazione del nuovo governo, e il premier si proclama già pronto, con la lista del nuovo governo in tasca, a dare "continuità" ai 1410 giorni di durata del suo primo governo di questa legislatura. Un "record" vantato come "incancellabile", e comunque da "onorare" con lo sbocco della crisi "più veloce della storia". Qual è l'anomalia? In effetti, l'unico precedente tra i presidenti incaricati dal capo dello Stato insofferenti alla canonica riserva è proprio Berlusconi. Già nel 2001 innovò la procedura di accettazione dell'incarico di formare il governo con una formula equivoca per avvalorare il teorema del "mandato diretto" degli elettori. Figuriamoci se ora non sta pensando a liquidare la riserva, per scodellare seduta stante il bis oggi o domani (quando, insomma, il presidente della Repubblica avrà svolto le sue consultazioni "nei tempi ritenuti congrui"), per tenere fede al lamento levato al Senato, correo il presidente Marcello Pera, sui lacci e lacciuoli della Costituzione in vigore. Testualmente: "Non consente al premier, eletto direttamente dal popolo, di adeguare la squadra di governo ogni volta che si presenta la necessità sotto la sua diretta responsabilità, senza lunghe ed estenuanti crisi politiche e verifiche parlamentari, come si fa nelle più avanzate democrazie occidentali".
Più plateale non avrebbe potuto essere il disprezzo delle regole, del resto manifestato dal premier sin dall'inizio della legislatura. Sarà stato anche il più longevo della storia repubblicana, ma quello di Berlusconi è anche il governo più rimpastato delle democrazie liberali.
C'è di più, e di peggio: la smania di esorcizzare il contenzioso sulla "discontinuità" scarica direttamente sul capo dello Stato l'incombenza di verificare la "natura" del mandato preteso dal premier dimissionario. Ed è, evidentemente, per far valere le ragioni politiche dello strappo del ritiro dei ministri, comprensivo delle sue stesse dimissioni, che Follini si è fatto legittimare dall'ufficio politico dell'Udc a comunicare direttamente al presidente della Repubblica, nelle consultazioni preventive al conferimento dell'incarico, di voler restare fuori dal "Berlusconi bis". Una anomalia anche questa? Fino a un certo punto, perché Follini ha riaffermato che il potere di nomina dei ministri resta, volente o nolente Berlusconi, pur sempre nelle mani di Carlo Azeglio Ciampi. Un modo indiretto per restituire lo schiaffo ricevuto dal premier con il rifiuto-bis di aprire una vera verifica politica. Sia sul nodo cruciale dell'identità della coalizione, perigliosamente piegata sull'"asse del Nord"; sia sulla controversia interpretativa dello stesso mandato ricevuto dal leader nelle elezioni del 2001, da Berlusconi spacciato come personale, quindi plebiscitario, invece che espressione di una coalizione. È, a ben guardare, la stessa anomalia precedentemente segnalata da Pierferdinando Casini al Quirinale, rompendo la consuetudine (non la regola, giacché già con Carlo Scognamiglio, guarda caso nel '94, si era registrata l'eccezione) che vuole i presidente delle Camere silenziosi all'uscita delle consultazioni. È difficile credere che Casini abbia compiuto un torto a Ciampi per fare un favore a Follini. Semmai avvertendo che, non essendovi "alcuno spazio per governi tecnici o istituzionali", l'alternativa diventa secca, tra la ricostituzione dei vincoli fiduciari della maggioranza o il ricorso anticipato alle urne, è da presumere che il vertice istituzionale voglia prendere preventivamente le distanze dal guazzabuglio del governicchio-fotocopia. Berlusconi lo pretende? E sia. Ma solo per restare leader di una crisi permanente.
La terza costituzione
Andrea Manzella su la Repubblica
Siamo un Paese con tre costituzioni. Due reali, una immaginaria. A tutte e tre si è riferito il presidente del Consiglio, annunciando le sue dimissioni in Parlamento.
È reale la costituzione che dal 1994, dopo l´introduzione della legge elettorale maggioritaria, regge il nostro sistema politico. Da allora, infatti, il "fatto compiuto governativo" si verifica nel giorno elettorale, fuori e prima della riunione delle Camere. Presidente della Repubblica e Parlamento "prendono atto" di quello che è già avvenuto. C´è ormai una coalizione vincente, che esprimerà il governo; c´è ormai una coalizione perdente, che formerà l´opposizione. Ha ragione dunque, in questo, il presidente del Consiglio: l´atto sovrano per eccellenza, la decisione sul governo, è del corpo elettorale, niente "defatiganti procedure parlamentari".
Ma, attenzione, è reale, anche e ancora, la Costituzione parlamentare del 1948. Nel senso che le sue norme sul governo hanno assunto, dopo il 1994, un nuovo senso e un nuovo valore. Il loro significato è quello di garanzia. Nel momento iniziale, prima, con la fiducia, il Parlamento verifica che la formazione del governo è conforme alla volontà degli elettori. Per tutta la durata della legislatura, poi, le Camere verificano regolarità e opportunità degli atti di governo e anche la permanenza delle basi della sua legittimazione originaria. Insomma, completando la citazione monca del presidente del Consiglio, la Costituzione del 1948 dice sì che "la sovranità appartiene al popolo" ma aggiunge che questo "la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione" stessa. E nelle forme e nei limiti c´è anche e soprattutto il controllo parlamentare sul governo e sulla sua investitura.
Così convivono le nostre due costituzioni reali.
È contro questa coabitazione, di fatto e di garanzia, che il presidente del Consiglio ha parlato in nome della terza costituzione, la costituzione immaginaria.
È quella contenuta nel progetto conosciuto volgarmente come devolution, e che mai come oggi appare lontana dal diventare davvero la nostra costituzione.
Perché il presidente del Consiglio si è appellato a questa costituzione irreale? Non perché, secondo l´attuale ordinamento, non potesse ancora una volta procedere ad "adeguamenti nella squadra di governo" che avesse ritenuto necessari. Nella sua lunga presidenza da record ha, infatti, cambiato addirittura quella che è la dorsale appenninica di qualsiasi governo esistente "nelle più avanzate democrazie occidentali": ministro dell´economia, ministro degli interni, ministro degli esteri (questo per tre volte). Ed è andato avanti senza "defatigare".
Proprio quando si ammette che la dissidenza degli alleati più riflessivi nasce non da beghe nel palazzo dei partiti ma da un "segnale di disagio" elettorale (come, con una certa grazia lessicale, è chiamato il catastrofico 12 a 2 alle regionali).
Se gli alleati scontenti hanno potuto oggi trovare una sponda nelle garanzie parlamentari della Costituzione vigente, non la troverebbero più nella costituzione progettata. Qui la stessa idea di "discontinuità" sarebbe anche tecnicamente ardua se non impossibile a configurarsi.
Ecco perché, attenendosi a quella costituzione immaginaria, il presidente del Consiglio ha parlato di "dimissioni formali". Non essendo previste nell´immaginario costituzionale, esse non possono neppure dunque esistere, malgrado le apparenze, nell´ordinamento reale. Neppure Italo Calvino nel suo "Cavaliere inesistente" era arrivato a tanta fantasia. Con questa visione del governare senza garanzie, anche e specialmente nei confronti delle componenti della propria coalizione, si sono però definitivamente confermati i peggiori sospetti su quel disegno, in avanzato stato, di decomposizione costituzionale. Non ce n´era bisogno per vincere il referendum eventuale. Ma, certo, aiuta.
E' già finito l'accordo sul 25 aprile
Lucia Annunziata su La Stampa
Sessanta anni e - è il caso di dirlo - li dimostra tutti. La data forse più significativa della nostra storia recente, la Liberazione Nazionale, raggiunge fra pochi giorni un compleanno venerando, ma le celebrazioni rischiano di essere, più che una festa, la ratifica dello stato di malessere nazionale. E' un 25 Aprile à la carte, infatti, quello che si prepara - dove è possibile scegliere il piatto che si vuole dai vari menù della casa. Le divisioni rischiano per altro di imbarazzare il Capo dello Stato che sarà presente alla manifestazione di Milano, ma anche impegnato nel difficile lavoro di ricucitura della crisi di governo. Crisi che - alla fine - non appare per nulla estranea a questo clima.
A sinistra circola infatti l'idea di forzare la giornata in senso antigovernativo: il Manifesto, tramite Valentino Parlato, ha proposto un 25 Aprile di "grandi manifestazioni antifasciste, di mobilitazione contro tutte le possibili minacce di un Berlusconi in agonia"; proposta che trova eco sia sull'Unità che su Liberazione. Un gruppo di intellettuali di tutto rispetto, tra cui Rossanda, Bocca e Tullia Zevi, ha chiesto invece che si faccia del 25 Aprile una giornata di difesa della Costituzione, e Armando Cossutta si è già dichiarato d'accordo.
Ma anche a destra i malumori prevalgono: Alleanza Nazionale a Milano, Firenze e Trieste non parteciperà alle manifestazioni ufficiali; in particolare nessuno si ripresenterà alla Risiera di San Sabba, ha detto Roberto Menia, che, come qualcuno ricorderà, è stato, in quanto deputato ed assessore alla Cultura proprio di Trieste, tra i primi esponenti di An ad entrare nella Risiera.
Queste divisioni rischiano di vanificare, come si diceva, ogni nobile tentativo fatto negli anni scorsi, con parole e percorsi diversi, da Ciampi in particolare, ma anche (per fare solo alcuni nomi) da Violante, Fini, Casini, di estrapolare dalla lotta politica alcuni valori fondanti comuni per il Paese. C'è la crisi, certo, ma essa non è una giustificazione per questo arretramento; ne è semmai una aggravante: forse che i buoni propositi di costruzione del senso dell'unità nazionale reggono per la classe dirigente solo fino a quando essa si sente o molto forte o molto debole? La generosità del rispetto reciproco e del riconoscimento di valori comuni è tale solo fino a che la mischia non si fa pesante?
L'Onu macchiata dagli scandali
Gianni Riotta sul Corriere della Sera
Supponiamo che il presidente di una multinazionale sia indagato per appalti privilegiati concessi al proprio figliolo, mentre il consiglio d'amministrazione sparge mazzette a un sanguinario dittatore e i dirigenti finiscono, uno dopo l'altro, dimissionari per corruzione. E supponiamo che impiegati dell'azienda vengano accusati di avere violentato bambine affamate in Africa, in cambio di un biscotto.
E che, infine, due commissari dell'inchiesta sullo scandalo denuncino l'insabbiamento delle loro rivelazioni. Come reagirebbe l'opinione pubblica? Con sdegno certo, picchetti di ragazzi appassionati fuori dagli uffici della multinazionale, sussiegosi editoriali sui giornali, richieste di condanne, pronte e definitive.
Questo triste scenario di fantasia è in corso, tragicamente reale, alle Nazioni Unite, la più importante e prestigiosa organizzazione multilaterale del pianeta. Il segretario generale Kofi Annan resta impegolato nello scandalo Oil for food ( i fondi neri pagati ai gerarchi di Saddam Hussein, una palude di 50 miliardi di euro), con il figlio Kojo a nascondere le imbarazzanti parcelle Cotecna, una delle aziende coinvolte. Dopo le accuse di condotta illecita al sottosegretario Onu, Sevan, è ora il canadese Strong, inviato dell'Onu in Corea, a doversi " autosospendere " perché troppo amico di un lobbista che smistava mazzette irachene. E due membri della commissione d'inchiesta, Robert Parton e Miranda Duncan, si sono dimessi, in segno di protesta contro le pressioni indebite, tese ad ammorbidire il rapporto finale a favore di Kofi e Kojo Annan. Degli abusi sessuali dei Caschi Blu in Africa, purtroppo tutti sappiamo, grazie alle confessioni delle bimbe stuprate che mai avremmo voluto ascoltare.
È possibile, in questo clima, che le Nazioni Unite svolgano il ruolo indispensabile di mediazione degli affari internazionali sognato dai padri fondato ri? Può un segretario affannato a difendersi da addebiti ogni giorno più umilianti, con lo staff che si squaglia e la commissione d'inchiesta lacerata dalle polemiche, condurre con serenità la delicata riforma del Consiglio di Sicurezza? No. E basta una sassata degli studenti cinesi, coccolati dalla polizia di Pechino, contro l'ambasciata giapponese, in odio al seggio di Tokio in Consiglio, a mandare all'aria la speranza di un'Onu trasformata in assemblea del mondo globale. Al Palazzo di Vetro nessuno ha più l'autorità morale per comporre i dissidi.
Le Nazioni Unite devono ritrovare l'armonia, l'etica e l'indipendenza necessarie nel turbolento pianeta del 2005: sono falsi amici della bandiera blu coloro che, con ipocrisia, ne celano gli strappi. I veri amici chiedono, senza malizia, una riforma razionale che rammendi l'ordito logorato.
22 aprile 2005