
sulla stampa
a cura di P.C. - 21 aprile 2005
Nell'Europa miscredente
Eugenio Scalfari su la Repubblica
La cronaca, cioè il racconto e la testimonianza dei fatti accaduti, riguarda tutti. Così pure la valutazione dei fatti nel loro rapporto e nei loro effetti sul resto del mondo. Ecco perché l'elezione di un Papa interessa in varia misura non solo la Chiesa cattolica e i suoi fedeli, ma anche i credenti in altre religioni e i non credenti. Ma a me sembra un vacuo e anche arrogante esercizio quello di alcuni laici non credenti che pretendono di giudicare la Chiesa per ciò che fa o non fa nel campo che è esclusivamente suo e discute con i suoi rappresentanti se l'afflato della grazia e la testimonianza della fede abbiano irrorato a sufficienza le anime cristiane oppure siano arrivate su di esse con imperfetta avarizia. E se, nel caso specifico, Benedetto XVI sia un Papa più o meno adatto a guidare la barca di San Pietro tra le onde agitate e a volte tempestose della modernità. Che cosa ne sappiamo, noi laici non credenti, della grazia? Nelle sue prime parole pronunciate dal balcone del palazzo vaticano subito dopo la proclamazione dinanzi al popolo di Roma e dell'orbe cattolica, Papa Ratzinger ha detto che "il Signore saprà adoperare con vantaggio della Chiesa e della fede anche uno strumento così umile e imperfetto come me".
È un atto d'umiltà che corrisponde a una sua profonda convinzione di fede. Su questo vaticinio noi, laici non credenti, non abbiamo nulla da dire.
Noi possiamo soltanto cercar di comprendere quali siano i fondamenti del pensiero di Ratzinger sulla base dei suoi atti e dei suoi innumerevoli scritti durante i ventiquattro anni da lui passati come Prefetto della congregazione per la dottrina della fede.
A differenza di Giovanni Paolo II, del quale nel momento della sua elezione quasi nulla si conosceva, di Papa Ratzinger si conosce infatti molto di più. Ha scritto e operato sotto gli occhi di tutti, ha rivestito una carica della massima importanza, ha intimamente collaborato con il suo predecessore.
Che altro significa affermare che il diritto crea la morale e non viceversa, se non prefiggersi l'obiettivo di controllare la formazione delle norme e degli strumenti che le trasformano in manipolazione delle coscienze? Che altro significa diffondere l'idea che il relativismo altro non sia che abbandonare la coscienza individuale al vento delle mode? Papa Wojtyla sarà pure stato un prete contadino con un concetto arcaico della religione, ma lo riscattava agli occhi dei non credenti l'autenticità e la spontaneità delle sue movenze, così poco teologiche e così radicate invece nel vissuto della sua esperienza. Dopo di lui, si è detto, ci voleva un Papa dottrinario, teologico, capace di confrontarsi con la miscredenza moderna. Non credo che per portare avanti un simile confronto giovi usare consapevolmente le tecniche della manipolazione. Usare cioè gli strumenti della modernità contro la modernità.
Per quanti rivendicano l'autonomia responsabile della coscienza individuale questa potrà essere una bella sfida.
Potrebbe averla suscitata lo spirito santo dei laici. Ma questo sì, sarebbe presumer troppo.
Modernità
Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera
Eleggendo Papa Joseph Ratzinger la Chiesa cattolica ha mostrato innanzitutto la sua vitalità storica e la sua collaudata sapienza in quanto corpo politico, sia pure di un tipo specialissimo. Posta infatti di fronte a una difficile successione, la sua suprema assemblea non ha ripiegato sul compromesso e sulle mezze misure. Essa ha tagliato con risolutezza il nodo mostrando cosa significhi un rapporto antico e consapevole con la dimensione della leadership. E ha scelto.
Ha scelto non già un arcigno conservatore o un occhiuto inquisitore: a dispetto di molti timori e di molti pregiudizi, Joseph Ratzinger non è questo. Egli è principalmente un testimone della nostra drammatica epocalità, l'uomo consapevole chenella vampa infuocata dei tempi interi universi storici, interi mondi antropologici e culturali che per secoli ci hanno plasmato, minacciano di venire annientati e di scomparire; e sente che, lungi dal corrispondere a un qualsiasi progresso, ciò apre solo la strada verso il nulla. Al pari di una parte significativa dell'élite intellettuale europea e americana che oggi sente in modo non dissimile, anche Ratzinger, negli anni Cinquanta e Sessanta, ha immaginato altri orizzonti che per quell'élite furono gli orizzonti dell'emancipazione sociale attraverso la rottura politica, per lui quelli del Concilio. Ma poi egli pure ha dovuto prendere atto delle dure repliche della storia e della mutata atmosfera dei tempi; e come altri egli pure ha avvertito il bisogno di sintesi e di pensieri nuovi sì, ma che fossero capaci innanzitutto di non perdere il legame con il passato e con ciò che ne deriva alla nostra identità.
Tra le convenzioni del discorso pubblico attuale c'è quella per cui chi non è disposto a disfarsi senza fiatare del passato e dei suoi valori sarebbe un nemico della modernità e dunque, alla fine, della felicità umana. Ma ogni giorno che passa il rapporto tra modernità e felicità diventa più ambiguo; troppo spesso ogni nesso tra le due sembra svanire e apparire inesistente. Batte insomma alla porta del nostro presente l'urgenza di una diversa modernità. Essere moderni, cioè liberi ed eguali, ma senza la tutela protettiva del potere e senza l'invasione ricattatoria della tecnica; essere moderni, cioè rendere effettivamente universale, ma senza passare attraverso scontri mondiali sanguinosi, "l'acquisto per sempre " di civiltà che storicamente questa parte del mondo ha fatto per sé e per ogni altro; essere moderni, ma senza rotture irreparabili e costruendo un nuovo senso del limite: ciò che vuol dire, anche, non poter non riconoscersi in una storia e in una memoria iniziate con un giovane ebreo in Palestina duemila anni fa, le quali aspettano oggi dall'intelligenza e dal cuore di Benedetto XVI l'impulso per restare nel nostro presente.
La parola odiata
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
ROMA"Sono incapace di dire di no", ammiccò tempo fa, gigione: "Per fortuna sono un uomo e non una donna". Sarà anche vero, ma prima di rassegnarsi a concedere agli alleati quelle dimissioni che pretendevano, Berlusconi ha scalciato come un nobile cavallo ribelle alla mordacchia. Certo, un uomo come lui si sarebbe fatto scannare piuttosto che concedere ieri alle telecamere per una volta curiosamente indifferenti alla "diretta" la smorfia ingrugnita di chi ha perso. Ma pronunciare la parola fatidica, che così a lungo aveva cocciutamente trattenuto, deve essergli costato un Perù.
Perché lui questa crisi, alla fine, ha dovuto mandarla giù "per il bene del Paese" e non disperdere il lavoro fatto per "costruire un esercito del Bene da contrapporre all'esercito del Male",manon c'è verso che la digerisca. Mettetevi al posto suo. Va al Senato e riassume: 1) "Nessuno ha prospettato un cambio di maggioranza alle spalle del corpo elettorale". 2) La destra è riuscita in dieci anni a imporre nuove regole e tutti respingono oggi l'idea di un ribaltone. 3) La Cdl deve essere "orgogliosa per quanto è stato fatto in questi quattro anni di governo, gli anni più difficili nella storia del mondo". 4) Altrove, come succederà anche qui "con la nuova costituzione", "il premier eletto direttamente dal popolo adegua la squadra di governo ogni volta che si presenta la necessità, sotto la sua diretta responsabilità, senza lunghe ed estenuanti crisi politiche e verifiche parlamentari". 5) Il capo resta lui. Quindi, visto che non ha niente da rimproverarsi, si dimette. E tutti intorno, è un coro: bene, bravo, giusto...
Certo è che non si faceva problemi a manifestare tutto il suo disgusto per quel mondo col quale doveva convivere: "Io ho fatto un mare di battaglie in vita mia mentre i miei alleati hanno fatto solo politica". Un atteggiamento che, dai e dai, un giorno fece saltare i nervi a Casini: "Uno che chiama miserabili i suoi alleati dimostra che la politica non sa neanche cosa sia. D'Alema non l'avrebbe fatto mai".
Pur di prendersi la sua rivincita sul ribaltone e poi sulla sconfitta del 1996, certo, un agonista come Berlusconi aveva accettato di fare i conti con quella realtà odiata. Ma sempre di malumore. E con la speranza di riuscire ad affermare fino in fondo, perfino negli altri partiti, il suo "centralismo carismatico". Quello che dentro Forza Italia gli permise di raccogliere al primo congresso, manco fosse Mao Tze Dong al comitato del Pcc, 122 applausi. E che lo spinse nel 2001 a convocare tutti i candidati e dire loro: "E' meglio che non mettiate le vostre facce sui manifesti. Anche se siete una bella ragazza o un bel figliolo non raggiungerete mai il mio 60% di consensi perché ci sarà sempre un fidanzato geloso o una moglie gelosa che non vi voterà". Lo aveva già detto dopo una disastrosa tornata di elezioni amministrative, lo ripete oggi: "Ah, se avessi il 51%! Ma dove va il centro-destra senza di me?". E l'aspetto divertente è che, come nel gioco dell'oca dove si torna al punto di partenza, anche gli alleati sono tornati a dire le stesse cose: "Senza Berlusconi perdiamo,mapuntando solo su Berlusconi andrà peggio...".
Tema: il dubbio sarà venuto anche lui? O pensa l'esatto contrario? La crisi ruota tutta qui.
Le illusioni dello sconfitto
Massimo Giannini su la Repubblica
È finita. La parabola eroica del "leader vincitore", stavolta, si è chiusa senza altre sorprese. A Silvio Berlusconi, che ieri si è dimesso dopo 1.409 giorni di "regno democratico", va reso almeno un merito: ha svestito i panni del "monarca" in tono minore e dimesso. E dunque, per un autocrate mediatico cresciuto nel culto della personalità, in modo "quasi" responsabile. Lui, che aveva forgiato la sua immagine sul mito della legittimazione popolare e populista piuttosto che sulla mediazione politica e politicante, si è sottoposto a tutte le "stazioni" imposte dalla via crucis istituzionale che regola da mezzo secolo le crisi di governo di questo Paese.
Basterebbe già questo, a sancire la fine di un ciclo. Ieri, prima al Senato e poi al Quirinale, abbiamo assistito alla definitiva de-sacralizzazione dell'unto del Signore. Il Cavaliere "è sceso dal piedistallo", come ha detto con qualche malcelata soddisfazione uno dei suoi forse ex-alleati. Berlusconi non è più il padre-padrone della Casa delle Libertà. Se tutto va bene, sarà ancora giusto per un anno il presidente del Consiglio di un governicchio quadri-partito. Tenuto insieme solo dal gioco dei ricatti incrociati, e dalla mutua impossibilità delle singole forze che lo compongono di andarsene ciascuna per proprio conto. Ma da ieri, e a dispetto di tutte le convinte asserzioni formulate dal premier nell'aula di Palazzo Madama, il vincolo che ha retto il centrodestra in questi anni si è sciolto. Il Cavaliere riuscirà pure a rimettere in piedi un Berlusconi-bis.
Il nostro sistema elettorale, l'esecrato Mattarellum, è un ibrido ancora imperfetto, che accresce i poteri di interdizione e di veto delle forze minori. Il nostro sistema istituzionale, e la forma di governo che vi è sottesa, meritano senz'altro qualche correzione, che rafforzi il peso e l'efficienza dell'esecutivo. Eppure l'ingegneria delle Costituzioni e delle coalizioni è solo uno strumento. Lo si può manipolare (o manomettere) quanto si vuole. Ma serve a poco, se non è al "servizio" di un disegno politico comune e condiviso. Il famoso "modello Westminster" sarebbe comunque inutile, se in Gran Bretagna non ci fossero stati due grandi leader come Margareth Thatcher e Tony Blair, che all'interno dei propri schieramenti alternativi e agli occhi dei rispettivi elettori hanno saputo incarnare un progetto riformatore forte, visibile e coeso.
Esattamente quello che è mancato e che ormai irrimediabilmente manca al centrodestra e al Cavaliere. Per questo Berlusconi commette oggi una palese mistificazione: per spiegare la rottura nella sua maggioranza, denuncia la presunta inadeguatezza dello "strumento" (la Costituzione) e nasconde l'imperizia di chi non l'ha saputo usare (la coalizione). Per questo Berlusconi non è credibile, e tradisce la sua endemica inclinazione alle super-semplificazioni demagogiche, e per certi aspetti anche pericolose: per ricercare in altro modo una rilegittimazione tardiva, si illude che cambiare la (nostra) Costituzione sia sufficiente a rifondare la (sua) coalizione.
Non è così. Non sarà così. Per quanto il Cavaliere si sforzi con altre invenzioni di marketing politico, dopo questa crisi il suo "palinsesto" è fallito. Come ha scritto il Censis, in un'indagine diffusa proprio ieri sulle ultime elezioni, "già dalle scorse europee si era registrato un evidente affanno della capacità di traino del leaderismo carismatico". Con le regionali, l'affanno è diventato collasso. E se la terapia è quella ascoltata ieri a Palazzo Madama, un altro anno di Berlusconi bis non salverà il centrodestra.
Tramonto democristiano
Curzio Maltese su la Repubblica
Berlusconi ha scelto di morire democristiano. Pur di tirare a campare ancora per qualche mese, abbrancato alla poltrona, all'ultima e unica promessa mantenuta agli italiani: "Non vi libererete facilmente di me". Perché già la penultima, "non mi dimetterò mai", è andata a farsi benedire. L'uomo che solo lunedì non si sarebbe "mai piegato ai riti politicanti", nello spazio d'un mattino o due accetta di naufragare nel più grottesco dei voltafaccia, nel puro teatrino della politica, in antiche paludi che si chiamano dimissioni&rimpasto, rosa dei nomi, totoministri, verifica, orrido governo bis o balneare.
Stavolta è suo il ruggito del coniglio. Berlusconi e non Follini appare come il vecchio democristiano di ritorno. Più ancora che la vendetta della prima repubblica sulla seconda, questa è la comica finale del berlusconismo. Solo l'altro giorno il premier ha regalato ai suoi falchi l'ultimo gesto titanico, le dimissioni negate con tanto di minacce agli alleati, l'ennesimo salto nel cerchio di fuoco destinato all'applauso della corte dei vari Ferrara e Fede. Appena il tempo per il cambio scena e d'abito e Berlusconi da oggi è già lì a distribuire sorrisi, pacche, barzellette e ministeri ai nemici mortali dell'Udc. E allora a che cosa è servita la recita incendiaria? Soltanto a ingigantire la vittoria e la figura del nemico interno, Follini, e a ridurre a nani politici gli alleati più fedeli, Bossi e anche Fini.
La verità è che l'ultimo Berlusconi sbaglia tutte le mosse, almeno quanto le azzeccava il primo. È un contrappasso totale, quotidiano. La puntata di Ballarò del dopo elezioni era l'esatto contrappasso della discesa in campo del '93.
Il brontolio dimissionario con cui ieri al Senato Berlusconi ha stracciato il "contratto con gli italiani" è la risposta del tempo al radioso comizio d'insediamento nell'estate del 2001. Allora si celebrava l'inizio di un ipotetico ventennio ("governeremo per molte legislature"), ora se va bene si tratta d'arrivare al panettone. Da neothatcheriano a vecchio doroteo in soli 1400 giorni.
Fra le due immagini passa il clamoroso fallimento del berlusconismo. Non solo nei risultati concreti, deludenti oltre l'immaginabile, con il peggior stallo economico dal dopoguerra, il declino incombente, l'impoverimento dei ceti medi e le grandi opere ridotte a una villona padronale e semiabusiva in Sardegna. Ancora più definitivo è il fallimento ideologico, culturale, nel linguaggio e nella rappresentazione del Paese.
L'idea arrogante di poter guidare la politica e la nazione come un'azienda, l'altra di riuscire a manipolare all'infinito con le televisioni un'opinione pubblica infantile. Alla prima seria rivolta di un alleato o due, i più piccoli per giunta, il mantello d'invulnerabilità del berlusconismo è scivolato a terra e il capo si ritrova ora a inseguire un compromesso qualsiasi, arrangiandosi con le povere risorse dell'eterno trasformismo.
Il marasma finale è evidente perfino nel linguaggio, nelle parole e nei gesti del Berlusconi dimissionario. Lo show di 11 minuti durante il quale il premier ha alternato scuse di fatto a minacce virtuali, la tardiva ammissione di sconfitta e la sicumera delle future immancabili vittorie, una concreta retromarcia di fronte alle divisioni nella maggioranza e la chimerica fuga in avanti verso il partito unico della destra, l'ossequio formale al Quirinale e il disprezzo per la Costituzione. Un guazzabuglio da stato confusionale che le fide Rai e Mediaset, con pietoso servilismo, si sono ben guardate dal mandare in diretta. Lo show s'è chiuso poi nel paradosso d'una maggioranza che applaude con entusiasmo le dimissioni del suo premier mentre l'opposizione medita in silenzio.
Su queste basi di partenza c'è da domandarsi a che cosa serva prolungare l'agonia d'un anno con un Berlusconi bis.
Tutto lascia prevedere un anno orribile, gravido di vendette, dispetti, regolamenti di conti. Fallito l'ultimo, Berlusconi cercherà altri colpi di scena. Com'è nella sua natura, tornerà a fare la voce del padrone appena sarà caduta in prescrizione anche la minaccia del voto anticipato. I centristi possono rispondere con altre crisi e crisette. Già ieri hanno fatto una piccola prova generale facendo mancare la maggioranza a un decreto governativo.
Una specie di Vietnam parlamentare attende un'Italia già stremata e impaurita dalla crisi. Le elezioni anticipate rappresentavano almeno una soluzione decente, forse l'ultimo dei tanti treni persi dal paese nei dieci anni buttati per inseguire uno strano sogno.
Il rito degli addii
Francesco Verderami sul Corriere della Sera
ROMATutti sapevano che il Consiglio dei ministri sarebbe stato una cerimonia degli addii, ma nei saluti di chi conta di rivedersi a breve, il congedo di Gianni Letta ha lasciato il segno. Sia chiaro, il sottosegretario alla presidenza tornerà al suo posto se Silvio Berlusconi otterrà il reincarico, però le sue parole hanno misurato la distanza di vedute che oggi lo separa dal premier dimissionario. Il Cavaliere è ancora convinto di battere Romano Prodi, e ha già coniato lo slogan per tentare di costruire un'immagine adeguata dell'esecutivo "bis": "Lo chiameremo il nuovo governo per la vittoria".
Un senso di vuoto e di rassegnazione sembra invece riflettersi dai pensieri di Letta, che riferendosi a se stesso ha salutato così i suoi colleghi: "Vi chiedo scusa se a volte lo strumento non è stato all'altezza del compito". I ministri sono rimasti colpiti dalla solennità della citazione, è parso chiaro il riferimento al discorso con cui Benedetto XVI si è presentato martedì scorso al mondo come successore di Giovanni Paolo II: "Il Signore sa lavorare e agire anche con strumenti insufficienti". E mentre il Palazzo s'interroga sulla crisi del berlusconismo, Letta ha quasi voluto notificare la crisi del lettismo, che è sempre stato il profilo istituzionale del Cavaliere politico.
Ora che il governo non c'è più, e che se ne attende uno nuovo, Berlusconi galleggia tra due sponde. Quella del "rilancio " che ipotizza Nucara, e quella delle "elezioni anticipate", su cui Fini ha scommesso martedì con i suoi. Tanto che ieri a palazzo Madama, tra il serio e il faceto il leader della destra si aggirava salutando i senatori di An dandogli dell'"ex". E che ieri sia finito un ciclo è parso evidente a tutti. In fondo aveva qualche ragione Roberto Castelli a rimaner sorpreso per il modo in cui la maggioranza si era rivolta al premier che annunciava le sue dimissioni: "Non ho mai visto i tacchini applaudire l'arrivo del Natale".
Ognuno porta con sé la propria dose di responsabilità nella coalizione di governo, e Berlusconi le assomma per esserne il leader. Eppure continua a sostenere che la partita con il centro-sinistra non sia ancora persa, che la campagna elettorale sarà "una chiamata alle armi".E comunque almeno di una cosa è rimasto soddisfatto: aver evitato la tanto temuta trappola del governo istituzionale. Per una volta, e solo nella riservatezza dei colloqui con altri leader della Cdl, ha speso un complimento per l'acerrimo rivale di sempre, per il Professore, contrario a inciuci di Palazzo: "In questa vicenda Prodi è stato il mio miglior alleato". Tanto basta per capire quanto si fidi dei partner di governo...
Andreotti: il regalo più bello
Fabio Isman su Il Messaggero
Conoscere i Papi, era un suo destino: di una nipote di Pio XII, Eugenio Pacelli, era vicino di terrazza da giovane, e vedeva quel giovane pretino andare a renderle visita; a Pio XI, Achille Ratti, approda, assolutamente per caso, ancora con i pantaloni corti: Giulio Andreotti, 86 anni portati davvero (è il caso di dirlo) da Dio, nel suo studio di San Lorenzo in Lucina celebra laicamente la domenica spiegando come sono, visti da vicino per citare il titolo d'una sua fortunata serie di libri, i sette Pontefici che, in qualche modo, sono entrati nella sua lunga vita.
"Benedetto XV non n'ebbe il tempo: morì che avevo due anni, e allora non m'interessavo ancora di cose vaticane; Pio XI, invece, lo conobbi da ragazzino: con altri miei amici, si andava a giocare a nascondino nel colonnato di San Pietro; e, per nascondermi meglio, mi mescolo a dei pellegrini del Belgio che andavano in udienza. Per farla breve, il Papa mi chiede, in francese, se sono un aspirante belga dell'Azione cattolica; confesso d'essere romano, e lui dice abusivo. Aveva accanto un giovane assistente, che disapprovava in modo evidente, cui due volte, divenuto Cardinal decano, ho poi porto le condoglianze per la morte di un Pontefice, a nome del governo italiano: era Carlo Confalonieri".
E da allora, quale Papa le è rimasto più impresso?
"Difficile dirlo; come chiedere a chi pratichi tanti sport meglio Carnera o Bartali. Montini lo conoscevo già da prima come assistente della Fuci, gli universitari cattolici che io presiedevo, e a lui devo, ma l'ho saputo assai dopo, la nomina a sottosegretario, nel 1947, da parte di De Gasperi. Giovanni Paolo II, anche per la vicinanza e la comprensione che ha avuto per me, anche pubblicamente facendomi perfino chiamare due volte in piazza San Pietro, e un paio di volte scrivendomi, nei dieci anni in cui ero sotto giudizio. A lui, ma ho saputo dopo anche questo, devo una visita, qui, nel mio studio quando la vicenda penale era ancora agli inizi, di madre Teresa di Calcutta. E poi, Giovanni XXIII, tacerlo mi parrebbe ingiusto, con cui avevo un rapporto quasi famigliare; era in un gruppo di sacerdoti avanzati, al limite del modernismo, insieme con don Giulio Belvederi, la cui sorella è madre di mia moglie".
Mai ricevuto un rimprovero da uno di loro?
"Una lavata di capo, una lettera assai dura, da Paolo VI, quando ero in un gruppo di giovani Dc, che disapprovava il segretario per l'appoggio al governo Scelba. In occasione d'un suo viaggio negli Usa, avevo scritto un duro articolo, che s'intitolava Un buco atomico nell'acqua pesante , perché aveva cercato invano di farsi dare dagli americani uranio, per esperimenti pacifici in Italia, quelli del professor Felice Ippolito. Tempo dopo, anch'io, che ero al governo, avrei cercato d'ottenerlo; fui mandato da chi s'occupava del problema, il senatore John Pastore, che, forte d'essere figlio di emigrati, mi disse Ve l'avite a scurdà . Quella volta di Scelba, il Papa mi mandò una letteraccia".
Gli incontri più singolari e memorabili?
"Ad Assisi, alla vigilia della riunione ecumenica tra tutte le religioni, la Messa privata, in un convento di clausura, di Papa Wojtyla: era assai concentrato, umanamente teso; si rendeva conto dell'importanza di questa novità ma anche dei rischi che comportava. E poi, a dicembre '39, mentre stavo impaginando il giornale della Fuci, quando mi dicono che Pio XI era uscito. Evento rarissimo, novità assoluta; fino ad allora, s'era visto un'unica volta fuori: ma in Piazza San Pietro e non oltre, per una processione eucaristica. Lo vidi passare, andava al Quirinale a scongiurare il re perché l'Italia restasse non belligerante".
Con qualche Papa si è mai dato del tu?
"Io mai; ma Montini a me, in privato, si rivolgeva così".
E mai stato a tavola con un Pontefice?
"Con Giovanni Paolo II. La prima volta, a Castelgandolfo, quando m'invitò alla Messa per il primo anniversario della morte di Paolo VI. Mi colpì molto, appunto perché era la prima volta. Poi, con lui mi capitò ancora, anche quand'ero ministro degli Esteri. La Polonia era in crisi; io ci ero potuto andare, e il generale Jaruzelski m'aveva detto delle cose da riferire anche a lui. Jaruzelski l'ho rivisto anche di recente, a un forum annuale in Piemonte che Gorbaciov ha voluto, e io ironicamente chiamo la Ex Combattenti perché siamo, appunto, in tanti ex qualcosa".
Invece, l'incontro più scomodo con un Pontefice?
"Con Paolo VI, al momento della legge sul divorzio: ricordo ancora la sua amarezza".
E da qualcuno di loro, ha mai ricevuto dei doni?
"Beh, spesso medaglie dei pontificati; da Giovanni XXIII un piccolo servizio da caffé in argento; ma il più prezioso, e nemmeno il cavalierato di Gran Croce di Pio IX mi ha reso altrettanto felice, fu un pacco che Montini fece giungere, per la Pasqua 1944, ad alcuni di noi dell'Azione cattolica: mezzo litro d'olio, e un chilo di pane bianco. Oggi, pochi possono capire che cosa fosse, allora a Roma, la fame: una fame davvero terribile. Davvero un grande regalo, no?".
Papa in nero
Filippo Gentiloni su il Manifesto
Habemus papam: Joseph Ratzinger, come si prevedeva. Una nomina che non ci entusiasma. Anzi. Una scelta all'insegna della più rigida ortodossia cattolica, nonché della più lineare continuità con il pontificato del "grande" Karol Wojtyla. Il quale si potrebbe dire che in qualche modo abbia nominato il suo successore nel cardinale bavarese. Ratzinger, d'altronde, nei giorni della "sede vacante" non aveva in alcun modo smussato le sue posizioni. Tutt'altro. Almeno settantasette cardinali elettori sono stati d'accordo con lui: certamente non tutto il cattolicesimo, ma una sua parte probabilmente molto rilevante.
Un dato sul quale bisognerà riflettere: tutti coloro, e non sono pochi, che speravano in un vento nuovo dovranno aspettare ancora. Chissà per quanto.
Pochi giorni fa, infatti, Ratzinger aveva parlato del mondo moderno e della sua cultura in termini non soltanto negativi, ma drammatici. Ci troviamo, aveva detto, in una "dittatura del relativismo": cioè su una china disastrosa. Soltanto la chiesa cattolica sarebbe in grado di fermarla, con la sua proposta di una verità assoluta, indiscutibile, salvatrice.
Un discorso che trova consensi fra i reazionari di tutto il mondo, a cominciare dal presidente americano Bush e da tutti i fondamentalisti che gli fanno da corte universale.
Per quanto riguarda il nostro paese, può essere istruttivo leggere le parole di Ratzinger accostate all'intervento del presidente del senato Marcello Pera in un recente volume dal titolo significativo "Senza radici" (Mondadori). Quelle "radici" cristiane che mancherebbero all'Europa e che ora il nuovo papa proporrà all'Europa e al mondo, come già chiedono a gran voce gli esponenti della destra italiana. Secondo il nuovo papa, "l'Occidente non ama più se stesso: della sua storia ormai vede soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro". Di questa "grandezza e purezza" sarebbe custode la chiesa di Roma, con il suo papa. E rivolto a Pera aggiunge: "Mi è gradito che lei - contrariamente a tanti laici - parli di persona fin dal concepimento". Ci sono già le premesse per le prossime battaglie referendarie. Parole alla luce delle quali fanno capire come la chiesa, con questa nomina, dimostra poca speranza e molta paura.
Se Wojtyla ha contribuito a sconfiggere il comunismo, Ratzinger riuscirà a sconfiggere il relativismo? La verità, quanti passi indietro dovrà fare nel suo cammino? E la chiesa cattolica a quante istanze dovrà rinunciare? La globalizzazione, l'ecumenismo, la donna e soprattutto i poveri del mondo? Istanze tutte che sfuggono che sono ben al di là della polemica contro il relativismo.
Si ha quasi l'impressione che dietro questa nomina non ci sia il concilio Vaticano II, con le sue aperture al dialogo e alla cultura moderna, ma piuttosto il concilio Vaticano I, quello di una chiesa arroccata nella pretesa di infallibilità di Roma.
Unica nota che forse ci consola nel giorno della elezione, la scelta del nome, che ricorda Benedetto XV, il papa che si adoperò, anche se inutilmente, contro la prima guerra mondiale, pur rimanendo piuttosto sordo nei confronti delle questioni sociali, demonizzando, anzi, il conflitto tra capitale e lavoro. Speriamo almeno che Benedetto XVI si impegni, non solo a parole, in prima persona, per la pace nel mondo.
21 aprile 2005