È UN PAPA annunciato, Benedetto XVI, perché Joseph Ratzinger era l´unico cardinale di Santa Romana Chiesa ad essere entrato in Conclave con un pacchetto di voti già pronto sul suo nome. Quel pacchetto poteva disperdersi se fosse emersa nei primi due giorni un´altra candidatura forte, immediatamente capace di catturare consensi; oppure poteva crescere fino al quorum, all´applauso e al Te Deum del Sacro Collegio se alla terza, quarta votazione non avesse incontrato una sicura opposizione. Così è stato e ieri sera il nuovo Papa è apparso sulla Loggia, benedicente e sorridente, con i paramenti e le sacre insegne indossate da Karol Wojtyla per 27 anni, un regno lunghissimo che da oggi appartiene al passato.
Nel secondo Papa straniero della modernità, abbiamo visto subito una gestualità diversa, un tono differente. Si è mostrato al popolo dei fedeli, che la piazza San Pietro raccoglie e simboleggia, ma non si è dato alla folla. Poche parole, la retorica canonica dell´umiltà ma nessuna retorica popolare per accattivarsi i media e i fedeli. Quasi un tratto pacelliano, da Principe della Chiesa, più che wojtyliano.
Un Papa che alla sua prima comparsa non vuole essere personaggio. Nella convinzione, probabilmente, che il ruolo è tutto e non serve null´altro, perché, come disse una volta «è proprio del cristianesimo questo principio personalistico», questa «responsabilità personale del magistero universale», con un uomo «che succedendo a Pietro deve assumere una responsabilità personale ultima».
Divenuto Benedetto, il cardinal Ratzinger è sembrato più sicuro che preoccupato, se può valere la prima, breve impressione. Come se fosse preparato da tempo a questa eventualità suprema, lui che nel '77 fu in dubbio se accettare la nomina di Paolo VI a vescovo di Monaco e Frisinga, perché voleva insegnare, e nel 1981 pregò inutilmente il Papa di cambiare idea e di non chiamarlo in Curia come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, perché voleva studiare e pubblicare.
Ma è certo che con la sua scelta i 115 cardinali non hanno voluto dare alla Chiesa quel «momento di respiro» di cui parlava pochi giorni fa uno degli uomini più vicini a Wojtyla: un Papa cioè di transizione (come si disse, sbagliando, quando si scelse Angelo Roncalli), fermo nella continuità wojtyliana, ma senza le continue, irriducibili sollecitazioni di Giovanni Paolo II, con un impegno forte per rimettere ordine nella Curia, via via abbandonata con il declino fisico del pontefice. Nello stesso tempo, non sono stati ascoltati nemmeno i moniti della parte più aperta della Chiesa, che come spiega Bernardo Valli aveva ammonito con le parole di Carlo Maria Martini a «non avere paura», ma in un senso più ampio: non relegare la Chiesa nella fortezza dogmatica come un mondo chiuso, angosciato da ciò che lo circonda. No, dunque, dopo la soluzione di transizione, anche ad un Papa di mediazione, una sorta di wojtylismo tiepido, che avrebbe chiamato in causa più di un candidato italiano.
Dopo una personalità fortissima, la Chiesa sente di aver bisogno di una personalità comunque forte, certamente marcata, dottrinariamente energica. Non è affatto escluso, anche se è impossibile saperlo, che questa fosse proprio l´opzione preferita da Giovanni Paolo II che incontrava il suo Prefetto in udienza ogni venerdì sera, parlando con lui in tedesco, e lo rivedeva ogni martedì insieme con altri, per discutere prima e durante il pranzo. Certo, da due mesi gli uomini di Giovanni Paolo II ripetevano questo schema possibile: la sfida della modernità impone un Papa filosofo o comunque dottrinario, possibilmente con esperienza accademica, e non soltanto pastore; i temi dominanti dell´etica, della bioetica, della sfida nichilista mettono al centro la modernità occidentale, e dunque non è tempo per un Papa del Terzo Mondo o latino-americano; in Occidente, non è ancora tempo di ritornare in Italia, perché ci sono poche personalità di spicco e molta confusione; dunque è probabile un Papa europeo, filosofo, preparato quasi professionalmente sui temi della morale contemporanea; un Papa, infine, che non impegni il pontificato per un orizzonte lungo come quello wojtyliano, ma in questo senso assicuri una transizione salda e sicura. Il candidato che raccoglie tutte queste condizioni, concludeva lo schema, c´è e si chiama Ratzinger.
Ha impressionato molti, attirati dallo spettacolo liturgico e rituale dei Novendiali, l´omelia che il cardinale ha pronunciato come Decano all´apertura del conclave, quasi un manifesto programmatico contro la dittatura del relativismo, come quello abortito del cardinal Siri prima del conclave del '78: una «fede chiara» viene oggi giudicata «fondamentalismo», in tempi che «non riconoscono nulla come definitivo e lasciano come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie».
In realtà, questo è il nocciolo duro del pensiero di Ratzinger, ripetuto da anni. Provo a riassumerlo così: per il nuovo Papa la cultura oggi dominante non prevede la trascendenza, col risultato che Dio non conta nella condotta di vita degli uomini, in un disinteresse reciproco. «Di conseguenza anche la domanda sulla vita eterna non conta nulla» e la responsabilità dinanzi a Dio e al suo giudizio è sostituita dalla responsabilità dinanzi alla storia, all´umanità, all´opinione pubblica. Un giudizio con una forte critica alla Chiesa, che in questi anni «si è conformata al mondo» e ha prodotto cristiani «solo nel senso di appartenere ad una grossa organizzazione sapendo genericamente che esistono innumerevoli precetti morali e dogmi di difficile comprensione». Ma in questa Chiesa il vero fuoco, capace di infiammare non riesce a venir fuori «per la troppa cenere che gli si è accumulata sopra». Con uno schema inusuale tra i cardinali, Ratzinger da anni invita ad abbandonare ogni vecchia idea di chiesa di massa, perché nell´epoca nuova il cristianesimo «verrà a trovarsi nella situazione del seme di senape, in gruppi cioè di piccole dimensioni, apparentemente ininfluenti, che tuttavia vivono intensamente contro il male e portano nel mondo il bene, lasciando spazio a Dio».
Non mancano nostalgie e aperture per l´antico rito in latino, per reagire alla perdita di fascino e di sacralità della messa, mentre la dottrina è ferma e immobile sul celibato dei preti, l´ordinazione delle donne, gli anticoncezionali, l´aborto, il divorzio e il dogma dell´infallibilità del Papa.
Dietro questo pensiero c´è il pessimismo teologico tedesco del nuovo Papa, l´angoscia della sfida dei tempi, la convinzione che abbia ragione Lutero quando dice che l´uomo deve spaventarsi riguardo a se stesso, per giungere sulla retta via. C´è l´Apocalisse, con la visione della storia dell´umanità che ha un movimento circolare, orrori che nascono e declinano, ma per essere sostituiti da nuovi orrori, perché l´idea che le cose umane diventino migliori non trova sostegno nel cristianesimo di Ratzinger, anche se Dio naturalmente ha nelle sue mani il mondo.
In Ratzinger c´è l´angoscia filosofica e cristiana per la dissoluzione della tradizione e dell´autenticità, e il cardinale vede il ghigno di Mefistofele dietro la degenerazione dell´avere e del piacere, con il rischio di una Chiesa conciliante, pronta ad allinearsi con l´opinione dominante, con i pastori che rischiano di trasformarsi «in cani muti che per evitare conflitti, lasciano che il veleno si diffonda». Il cardinale ricordava spesso un passo di San Paolo: «Verrà giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole. Tu però vigila attentamente, compi la tua opera».
È un´angoscia che porta il papato pienamente dentro la modernità, ma lo arrocca su una posizione difensiva, assediata, forse spaventata. Non sono le sfide della destra e della sinistra interne alla Chiesa che preoccupano Ratzinger, che da Prefetto si è confrontato con Leonardo Boff e Marcel Lefebvre. È il nichilismo relativista, la cultura dominante del moderno, quel dio ritagliato da ognuno sincreticamente su misura dei propri bisogni e della propria disponibilità, un Dio comodo, personale, anche lui relativo. Qui Benedetto sarà probabilmente un Papa guerriero. E qui l´ansia di pensiero forte dei neo-con italiani, privi di una vera cultura di destra, potrebbe sceglierlo come leader, in un abuso pericoloso. A questi atei devoti pronti a strumentalizzare la fede altrui per dotarsi di un fondamento culturale che non sono capaci di costruirsi da soli, il cardinal Ratzinger ha già detto una volta che i precetti cristiani non vivono separati dalla fede, perché la fede «non è una teoria, ma un evento» e Dio stesso «non è un sistema di idee, ma una realtà e un´azione». Un Papa conservatore, dunque, come dicono tutti i segni, pronti ad essere smentiti da Benedetto XVI: ma probabilmente il meno adatto a lasciar trasformare il cristianesimo in una filosofia, una semplice cultura disanimata da gettare sul mercato politico italiano a fini di lucro.
Hanno scelto il loro decano. Subito, senza divisioni in destra e sinistra.
Hanno deciso di puntare tutta la volontà sulla compattezza e sulla fedeltà al primo carisma, che è quello evangelico, e alla prima missione, che è quella caritativa.
Non era mai capitato a un Papa di pronunciare il suo discorso al mondo ventiquattr'ore prima dell'elezione, durante la messa di inizio del Conclave. In quelle parole rivolte agli altri porporati da colui che il giorno dopo sarebbe stato Benedetto XVI, c'è un vero programma di pontificato, riassumibile come fosse un motto: « Verità e carità » . Non era neppure mai capitato ai fedeli di restare per così breve tempo, dal 2 al 19 aprile, orfani del Pontefice più grande dell'era moderna. Pur essendo, fra i 115 elettori, uno dei soli tre che non ricevettero dal Papa polacco la berretta cardinalizia, Joseph Ratzinger, Papa tedesco, è erede sicuro di Karol Wojtyla, di cui ventisette anni fa era stato un elettore.
Continuerà, con la dolcezza mite dei gesti e con rigore la linea del suo predecessore. Questo è certo. Ma gestirà l'istituzione con molta determinazione e con non poche sorprese. Ne ha l'autorevolezza. Ha promesso una riforma della Chiesa. Dove c'è da fare pulizia, la farà.
Rileggetevi le parole dure dette durante la Via Crucis dell'ultimo Venerdì Santo al Colosseo. Riprese oggi, sembrano un proposito di severità dentro la Chiesa: « Quanta sporcizia disse quanta superbia c'è nella Chiesa, proprio anche fra coloro che nel sacerdozio dovrebbero appartenere completamente a Lui » .
Di Lui, cioè del Cristo, Ratzinger intenderà essere un vicario senza incertezze.
Ancora lunedì sulla soglia del Conclave ha aggredito con determinazione quello che considera il vero nemico, la dittatura del relativismo morale.
Stretto fra l'indifferenza, che è muffa delle anime, e il fondamentalismo religioso, che è sonno della ragione, il cattolicesimo del Papa santo per più di vent'anni aveva avuto in Ratzinger il custode ufficiale della dottrina. La « sordità dello spirito » è la malattia globale alla quale con celerità sorprendente la gerarchia ha voluto dare una risposta mentre la scena rimaneva vuota con la morte di Karol Wojtyla. Quel dolore ha compattato la Chiesa. Tutte le previsioni sono state scompaginate. Se in tempo così breve la maggioranza dei due terzi e probabilmente anche di più si è affidata a Ratzinger, vuol dire che i vertici condividono la diagnosi e la speranza di futuro che sono dentro il significato della scelta.
prima pagina de il Manifesto http://www.ilmanifesto.it/oggi/index.html
Joseph Ratzinger, come previsto e temuto, è stato eletto subito al soglio pontificio, già al secondo giorno di Conclave. Il perfetto erede di Wojtyla, custode dell'ortodossia, ha raccolto il compatto voto dei cardinali e il tiepido applauso della piazza. Con lui, rigido e ortodosso ma non trascinatore di folle, la chiesa sceglie l'arroccamento
Martini e il messaggio rifiutato
Bernardo Valli su la Repubblica
DAVANTI ai cardinali riuniti nella Cappella Sistina, durante il brevissimo Conclave, lampeggiavano due volti, ancora incerti nei lineamenti, con profili che restavano imprecisi come sulla bozza di un quadro, ma sui quali campeggiavano con chiarezza due opposte espressioni. Una allarmata, spaventata, guardinga, velata da un profondo pessimismo. Ed era l´immagine riflessa di una Chiesa assediata, costretta a difendersi da mille insidie: una piccola barca carica di cristiani, investita dai venti e agitata dalle onde, malmenata da innumerevoli cicloni battezzati via via con nomi minacciosi: marxismo, liberalismo, libertinismo, collettivismo, individualismo radicale, ateismo, misticismo vago.
Ma soprattutto aggredita dal relativismo: brutta bestia che si avventa su uomini e donne moderni, li allontana da ogni verità, da ogni regola morale e li affonda in un egocentrismo senza speranza. A tratteggiare questo drammatico schizzo, prima che si chiudesse il portone del Conclave, era stato il cardinale decano Joseph Ratzinger, teologo del Papa defunto e da più di un ventennio responsabile della Congregazione per la Dottrina della Fede (lontanissima discendente di quella che in tempi remoti era la Santa Inquisizione).
Quello di Ratzinger era un appassionato invito a votare un papa forte, intransigente, capace di affrontare le innumerevoli insidie. Egli proponeva se stesso per la massima carica? Offriva i propri lineamenti, il proprio profilo, insomma il proprio nome e la propria scienza, per completare il volto e l´identità del futuro pontefice? Pare che non rientrasse nel suo stile.
La seconda bozza l´aveva tratteggiata Carlo Maria Martini, un tempo arcivescovo di Milano, ed esprimeva idee esattamente opposte a quelle di Josef Ratzinger. Leggendola i cardinali - elettori hanno scoperto un´altra immagine della Chiesa. Invece dell´espressione allarmata, spaventata, pessimista di Ratzinger, Martini ne offriva una distesa e rassicurante. Forse troppo distesa e rassicurante. Nella sua riflessione, fatta avere ai cardinali prima del conclave, l´ex arcivescovo di Milano (il quale non si considerava un candidato, perché immerso a Gerusalemme in studi biblici che gli stanno a cuore, e per i malanni che appesantiscono i suoi 78 anni), invitava a non cercare il futuro papa con angoscia, ma lieti come i Magi che cercavano Gesù ed erano certi che c´era perché avevano visto la stella.
Martini usava anche un altro paragone. Ricorreva a un´abitudine della Pasqua ebraica per invitare a cercare il nuovo papa senza angoscia. Durante la cena, in quella occasione, il papà o il nonno, che presiede alla cerimonia, a un certo punto nasconde un pezzetto di pane azzimo in qualche parte della casa, e lo fa cercare dai bambini. I quali lo cercano con gusto e con gioia perché sanno che il nonno l´ha nascosto per la soddisfazione di farlo trovare. Cosi Martini invitava i cardinali a individuare con fiducia colui che era già in mezzo a loro.
È evidente che egli non pensava a Joseph Ratzinger. Il quale non sembra distinguersi per le cinque caratteristiche che Martini si augurava di trovare nel Fratello maggiore eletto in Conclave. La prima di queste caratteristiche era appunto che non fosse angosciato per l´incredulità del mondo, per la sua secolarizzazione, che Gesù, secondo Martini, mise già in conto e vinse. Un buon papa era per lui uno capace, come Mosé, di guardare oltre le apparenze, oltre l´audience televisiva, l´applauso, e anche la violenza della morte e la potenza del denaro. In queste parole i cardinali-elettori hanno scorto una critica indiretta al nuovo stile vaticano?
Altra virtù chiesta da Martini al nuovo papa, forse la più importante, era la capacità di valutare le strutture della Chiesa e quelle della società, e quindi di essere in grado di cogliere quel che è essenziale, e quanto deve essere invece rinnovato per rendere la Chiesa più agile, trasparente e comprensibile.
Al messaggio di Martini il Conclave ha preferito il messaggio di Ratzinger. Ha adottato con slancio, in non più di ventiquattro ore, l´espressione di una Chiesa pessimista, e allarmata, spaventata dal vuoto apertosi con la fine del carisma di Giovanni Paolo II. E ha respinto l´espressione distesa, ritenuta forse troppo fiduciosa, aristocratica nella sua dotta leggerezza, del cardinale esule a Gerusalemme.
Otto papi lunghi un secolo
Joseph Ratzinger giunge al termine di una stagione densa di conflitti
Fabio Isman su Il Messaggero
A BEN guardare i Papi del secolo appena trascorso, il tanto contorto Novecento, nella loro elezione c'è una regola che, almeno fino agli ultimi due, ha sempre funzionato: ad uno con la lettera R nel cognome, ne è succeduto un altro che ne era privo. A Pio IX Mastai-Ferretti da Senigallia (sul trono dal 1846 al 1878: l'unico di durata maggiore rispetto a Giovanni Paolo II), segue Leone XIII: Vincenzo Gioacchino Pecci, di Carpineto, vive fino al 1903, ed è privo della fatidica lettera nel cognome. Che però possiede San Pio X, Giuseppe Sarto di Riese, in provincia di Treviso (1903-14); manca a Benedetto XV (Giacomo Della Chiesa, nomen-omen , 1914-22); è presente in Pio XI (Achille Ratti di Desio, in provincia di Milano, 1922-39); assente nel successore Pio XII (Eugenio Pacelli, romano, 1939-58). Continuiamo: ha la R Giovanni XXIII (Angelo Roncalli, bergamasco di Sotto il Monte, in carica fino al 1963), ma non Paolo VI, Giovanni Battista Montini di Concesio nel Bresciano, morto nel 1978. Qui, perfino la cabala s'inceppa: il pur breve successore, Albino Luciani di Forno di Canale, o Canale d'Agordo (in provincia di Belluno), la R non la possiede; come Papa Wojtyla, che lo segue. Quasi per compensare, quello eletto ieri ne possiede due, una all'inizio e una alla fine. Ma la cabala è comunque saltata, e anche la provenienza dice poco. Al più, si può notare come, in epoca moderna e finché è esistito, lo Stato Pontificio sia stato il più usuale fornitore di Papi (a parte rarissime eccezioni, tutti dal '700 ad inizio '900); mentre invece, dopo l'unità d'Italia, i conclavi guardano a cardinali del resto della Penisola: in sequenza, Venezia, Genova, Milano. Poi, un nuovo interludio romano; tre Papi dell'operoso Nord-Est (Bergamo, Brescia, ed il Veneto); e dopo oltre quattro secoli (l'ultimo era stato Adriano VI Florensz, di Utrecht, dal 1522 al 1523), uno straniero che letteralmente sovverte tutto.
Lasciamo perdere il cittadino Mastai (Carducci), ultimo Papa-re; e anche Leone XIII, papa sociale eletto ancora nell'Ottocento (antitesi del predecessore: «Abbiamo sentito la terra tremare sotto i piedi; che entusiasmo; l'idea così semplice che non si può speculare sui salari, sulla vita degli uomini, come sul grano e sul caffé, sconvolgeva le coscienze», scrive Georges Bernanos nel Diario d'un curato di campagna ) : vediamo invece i Pontefici del tempo in cui siamo vissuti, i Papi del XX secolo. I cesenati Braschi e Chiaramonti (Pio VI e VII, eletti nel 1775 e 1800) erano nobili, come Leone XII della Genga; e d'illustre famiglia Pio VIII Castiglioni; un frate Gregorio XVI Cappellari, e nuovamente nobili Pio IX e Leone XIII. Figlio invece d'un usciere comunale e una sartina in casa, secondo di dieci fratelli e sorelle, Bepi: Giuseppe Sarto. Che però entra in conclave, spiegano, da favorito. Nel testamento scrive: «Nato povero, vissuto povero, certo di morire poverissimo»; anzi, per tutta la vita è perseguitato dai debiti, ma crede nella Provvidenza. Il suo era un Piccolo mondo antico (e così, citiamo Antonio Fogazzaro, a lui vicino per regione, tempo e fede), che badava alla famiglia, la parrocchia, il seminario. Leone XIII l'aveva notato: cardinale e, dopo tre giorni, Patriarca a Venezia. Diventa Papa; gli chiedono se intenda conferire titoli nobiliari ai parenti; replica: «Ma hanno già un titolo; mio fratello è ufficiale postale e le sorelle brave governatrici di case». Quando gli domandano come sta, risponde «da Papa»; alle critiche perché pranza sempre insieme ai segretari, ribatte: «Ho letto e riletto i Vangeli, mai trovato che San Pietro mangiasse da solo».
A un Papa parroco, il primo santificato del '900 seguito poi da Giovanni XXIII, ne succede uno politico, di curia; che Pio X poco amava, tanto da esiliarlo a Bologna. Gli fa attendere per sette anni la berretta cardinalizia, e lui, dopo appena tre mesi, ha già la tiara in testa; anche se al «piccoletto», come in Vaticano chiamavano Giacomo Della Chiesa, quando diventa Benedetto XV devono accorciare, in gran fretta e a furia di spilli, l'abito bianco. Aprirà l'era dei concordati; nel 1914 parla di «flagello dell'ira di Dio»: la guerra è un'«orrenda carneficina, che disonora l'Europa»; e nel '17, proclama la neutralità nell'«inutile strage». Si preoccupa degli uomini, più che del potere. E già segue, 1922, Achille Ratti, famiglia di tessili, nato a Desio, prefetto della Biblioteca Ambrosiana, appassionato di montagna, aveva scalato il Rosa e il Cervino. Lui stesso ne celiava: «Papa alpinista, immune da vertigine e abituato alle ascensioni più ardue; un Papa bibliotecario, abituato ad andare in fondo alle ricerche». Quando s'arrabbiava, batteva i pugni sul tavolo; quando gli dicono che la regina belga Astrid è morta in un incidente stradale, obietta: «I re dovrebbero fare i re, e non condurre automobili». E' il primo, dopo Porta Pia, ad affacciarsi alla Loggia per la benedizione Urbi et Orbi ; firma i Patti Lateranensi con il duce, ma nel 1937 condanna (con l'enciclica Mit Brennender Sorge ) il paganesimo hitleriano; e nello stesso anno, (la Divini Redemptoris ) anche il comunismo. Rafforza la Chiesa nel mondo; proclama 500 Beati; celebra tre Giubilei; se ne va - un attacco di cuore - alla vigilia di un discorso per denunciare le violazioni italiane ai Patti, i preparativi tedeschi per la guerra e le stesse persecuzioni razziali.
La guerra investe invece Pio XII: famosa la sua foto a San Lorenzo, con le braccia spalancate, dopo i bombardamenti. Ma anche le polemiche di chi lo accusa per il silenzio sui lager . E' il primo a usare il telefono per chiamare i suoi collaboratori: un monsignore, pensando a uno scherzo, al «siamo il Santo Padre» risponde, attaccando la cornetta, «e io Napoleone». A un ambasciatore che gli ricordava come, in un loro incontro del '31 a Berlino, avesse definito Hitler «un fenomeno passeggero», replica: «Ma era prima che io diventassi infallibile». Aveva una concezione sacrale del ruolo: poche le sue apparizioni, e sempre con i flabelli attorno. Muore a Castelgandolfo: la notizia appare con un giorno d'anticipo e il suo medico, Riccardo Galeazzi Lisi, gli scatta foto, che poi vende, sul letto di morte. Dopo un lungo Pontificato (19 anni), i cardinali aspirano a un Papa di transizione; dopo un nobile romano, uno che veniva dalla gavetta. Angelo Roncalli aveva 77 anni, e rimane famoso per il Concilio, la forza straordinaria, la bontà, un discorso nella piazza gremita: «Si direbbe che perfino la Luna s'è affrettata stasera, osservatela in alto, a guardare questo spettacolo. Tornando a casa, troverete i bambini; date una carezza ai vostri bambini, e dite: questa è la carezza del Papa». E' il primo a varcare la soglia d'un carcere; passa davanti alla sinagoga, e benedice gli ebrei. Appena eletto, il suo abito è così stretto da non fargli allargare le braccia, lui ironizza: «I sarti non mi volevano papa»; a chi gli proporrà di togliere dei nomi di nuovi cardinali da una lista, replica: «il Papa aggiunge, non cancella». Era previsto come un vecchietto inoffensivo, ma diventa il Papa della Pacem in terris e della modernità, che terremota la Chiesa; e la sua agonia commuoverà tutto il mondo.
Meno in grado di commuovere il freddo Montini, Paolo VI: figlio di un tre volte deputato cattolico, uomo di curia, esiliato a Milano da Papa Pacelli. Che termina il Concilio; spoglia la Chiesa dagli orpelli; è stato definito «guida illuminata per la Chiesa in tempesta», «uomo del dialogo», «papa della solitudine». Fu il vero artefice del Concilio, che Giovanni XXIII non aveva avuto il tempo di condurre. Non si possono dimenticare la Populorum progressio , dedicata a quelli che chiamiano i rapporti Nord-Sud; l'appello, «uomini delle brigate rosse», nel sequestro d'Aldo Moro; e, quel «Dio della vita e della morte, non hai esaudito la nostra supplica» al funerale. E' un fulmine, infine (di Giovanni Paolo II non occorre dire: è già stato detto tutto), Giovanni Paolo I, Albino Luciani, cui Paolo VI aveva messo indosso la propria stola in una visita a Venezia: nell'elezione, appena 26 ore, e nel Papato, soli 33 giorni. Gli bastano per dire «ieri, quando scendevo alla Sistina», rinunciando al plurale majestatis ; per mostrarsi quel semplice buon parroco, pieno di humour , ch'era sempre stato; per affermare (e resterà imperituro) che «Dio è papà, e più ancora è madre». Vive in un anno destinato a passare alla storia; altro che «a ogni morte di Papa»: nel 1978, in 12 mesi, ce ne sono stati perfino tre.
L´ultima carta del Cavaliere "Prima voglio un accordo"
Berlusconi vuole evitare una lunga discussione con gli alleati sui nomi dei ministri
Claudio Tito su la Repubblica
ROMA - «Io so bene che la coalizione è come un condominio. So bene che se An si ritira non ci sono più i millesimi per andare avanti. Ma prima vorrei un accordo». La disponibilità alle dimissioni stavolta sembra esserci. Ma la posizione di Silvio Berlusconi cambia di poco rispetto a qualche giorno fa: «voglio prima un accordo». Davanti allo stato maggiore di Forza Italia (assente Tremonti bloccato dallo sciopero degli aerei), ieri ha soprattutto ascoltato. Tutti i big forzisti gli hanno consigliato di accedere all´idea del nuovo governo. Mentre parlavano, il premier prendeva appunti. E alla fine il suggerimento è stato recepito. Ma pur sempre con quella diffidenza di fondo che ha caratterizzato i rapporti tra i partner della maggioranza dopo il voto delle regionali.
Il discorso che terrà oggi pomeriggio al Senato, allora, sarà rivolto in larga parte al tentativo di ricucire con gli alleati. Compresa l´Udc di Marco Follini. L´obiettivo è ricomporre la frattura che si è consumata in questi giorni all´interno della Casa delle libertà. Se potesse scegliere, il presidente del consiglio opterebbe ancora per la formula del "rimpastone". È pronto persino a mettere sul piatto della bilancia il ministero delle riforme in mano al leghista Roberto Calderoli. Il braccio di ferro, quindi, rischia di andare avanti ancora per un po´. Sebbene la posizione di An sia stata stavolta molto netta. E stavolta lo stesso Berlusconi ha detto a chiare lettere di non poter più insistere «senza la maggioranza dei millesimi condominiali».
«Il documento di Alleanza nazionale è serio e leale», ha commentato il Cavaliere. Il giudizio positivo, per il momento, non è riuscito ad attutire l´atteggiamento di Via della Scrofa. Anche nella telefonata tra il premier e il ministro degli Esteri, successiva al vertice di An, Fini ha mantenuto la linea della fermezza. «Quello che potevo accettare prima - gli ha spiegato senza infingimenti il capo di Alleanza nazionale - ora non lo posso più accettare». Ossia, il rimpasto non è più una strada praticabile. Serve un Berlusconi bis che consenta anche all´Udc di rientrare nell´esecutivo.
Sta di fatto che prima di dimettersi, Berlusconi farà di tutto per ottenere tutte le massime garanzie su quella che tutti sono tornati a chiamare «crisi pilotata». «Non posso pensare - è il suo timore - di passare giorni a litigare sui nomi dei ministri. Tutto deve essere concordato, poi Ciampi può anche fare le consultazioni».
alla fine, anche Follini non potrà fare a meno di accettare il reingresso nell´esecutivo se ci sarà una crisi di governo formale e un qualche segno di discontinuità. Il leader dell´Udc, infatti, pur avendo evitato di parlare direttamente con il premier che lo aveva cercato telefonicamente, non ha nascosto con i suoi che dinanzi alle «dimissioni vere, la situazione cambierebbe radicalmente, anche per quanto riguarda l´uscita dei nostri ministri».
Il primo vero segno di discontinuità messo in agenda da Palazzo Chigi è il ministero delle riforme. Il dicastero occupato prima da Umberto Bossi e poi da Roberto Calderoli. Proprio a quest´ultimo il Cavaliere ha chiesto un sacrificio ieri sera in un lungo faccia a faccia a Via del Plebiscito. Prospettando a lui e all´intera coalizione alcune alternative: il mantenimento dell´interim, il "trasferimento" del forzista siciliano La Loggia o la promozione di un altro forzista, ma più vicino al Carroccio, come Aldo Brancher.
E a questo punto proprio la Lega rappresenta la vera variabile di questa crisi.
Anche perché sulla graticola del Berlusconi bis c´è anche un altro ministro leghista, il Guardasigilli Roberto Castelli, che potrebbe far spazio al centrista Michele Vietti. Nella prossima squadra poi potrebbe arrivare Sergio Billè al posto di Antonio Marzano alle Attività produttive. Claudio Scajola sostituirebbe Lunardi alle Infrastrutture e un esponente di An occuperebbe il dicastero della Sanità gestito fino ad ora dal tecnico Sirchia (sebbene il cavaluere avrebbe preferito Emma Bonino). Eppoi sono in cantiere new entry per i più "piccoli": Giorgio La Malfa e Stefano Caldoro.
Per convincere i partner della Cdl, poi, il presidente del consiglio ha cercato anche di spiegare i motivi per i quali non si era già dimesso lunedì scorso: «È stato Ciampi a dirmi di tornare alle Camere. Se non lo facevo, poi mi dicevano che non ho rispetto istituzionale». In pochi, però, hanno creduto alla versione del Cavaliere.
Axum, tutta l´Etiopia in festa per il ritorno dell´obelisco
Il primo troncone è atterrato ieri al termine di un viaggio difficilissimo, gli altri due arriveranno il 23 e 25 aprile. "Non venite a dirci che era meglio spendere i soldi per costruire un ospedale. Quella è la nostra storia"
Maria Novella De Luca su la Repubblica
AXUM - Un sole già forte e le preghiere dei cristiani copti. Una piccola folla in attesa ormai da giorni, con i copricapo da cerimonia, i drappi religiosi e i bastoni dei capi tribù. La pioggia che nel pomeriggio ha bagnato la stele, regalando - così dice la gente di Axum - più fortuna, più cibo, e terra più fertile a tutti.
Una specie di astronave è atterrata ieri all´alba nel minuscolo piazzale dell´aeroporto della città sacra dei copti. Un Antonov 124 che alle 5.30 del mattino ha riportato ad Axum il primo segmento, pesante sessanta tonnellate, della famosa stele rubata da Mussolini nel 1937 all´Etiopia, portata in Italia dopo un viaggio epico come bottino per i vincitori e da allora esposta davanti all´allora ministero della Guerra, oggi sede della Fao. Una manovra delicatissima, su una pista lunga meno di due chilometri, a 2.500 metri di altitudine, con la "pietra sacra" custodita nella stiva e collegata a un computer attraverso il quale l´ingegner Giorgio Croci, ideatore un anno fa dell´incredibile "smontaggio" dell´obelisco, l´ha monitorata assieme ai suoi collaboratori per tutto il viaggio da Roma ad Axum, via Bengasi.
I sigilli diplomatici sono stati spezzati alla fine, quando l´ambasciatore italiano Guido Latella ha consegnato al ministro della Cultura etiope i documenti che sanciscono il ritorno a casa dell´obelisco di fomolite nefelinica: pietra simile al granito, di cui sono composte tutte le stele di Axum, villaggio tra gli altipiani della regione del Tigrai definito dall´Unesco patrimonio dell´umanità.
Nel parco archeologico di Axum, città poverissima visitata però da un discreto flusso di turisti che compiono la "rotta storica" dell´Etiopia, e partendo da Addis Abeba si fermano tra i castelli di Gondar e tra le chiese rupestri di Lalibela, attorno alla grande buca che ospiterà la stele ricostruita, ci sono sempre mazzi di fiori freschi e piccoli oggetti votivi.
Ma l´avventura del ritorno a casa è soltanto all´inizio. Con altri due voli dell´Antonov 124, l´unico aereo in grado di trasportare un carico così pesante e capace di atterrare anche in una pista costruita soltanto per i Fokker 50 della Ethiopian Airlines, gli altri due pezzi della stele arriveranno ad Axum il 23 e il 25 aprile. E allora per l´Etiopia sarà festa nazionale.
In effetti il parco archeologico di Axum, un´immagine lunare di decine di obelischi alti fino a cinquanta metri e attorniati da centinaia di piante di hibiscus, sembra davvero decapitata senza la stele centrale, soprannominata da tempo la "stele di Roma". Adesso inizia, però, una fase ancor più delicata: rimontare l´obelisco, esattamente come fecero gli ingegneri di Mussolini nel 1937 all´arrivo della pietra di Axum a Roma.
In questi giorni in ogni aeroporto etiope immense gigantografie della stele ne annunciano il ritorno a casa. Operazione titanica e costosissima (soltanto il trasporto, oltre 5 milioni di euro) ma che gli etiopi difendono con forza. «Non diteci che con quei soldi dovevamo costruire un ospedale - affermano i giovani intervistati dalle tivù di Addis Abeba -. La stele è la nostra storia».