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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 18 aprile 2005


Istituzioni fatte a pezzi
Giorgio Bocca su
la Repubblica

LE ULTIME frasi del Berlusconi sconfitto e tradito sono nello stile del Berlusconi vincente e arrogante: "Ma che volete? Vi manderò una cartolina dalle Bahamas". "Sono uno che ha un capitale di ventimila miliardi, che vogliono questi?...". Che l'uomo politico Berlusconi sia irrecuperabile al buon governo non vuol dire che sia fuori da ogni governo, vuol dire che con lui un buon governo è impensabile.

Berlusconi ha cambiato l'Italia mandando in pezzi quel po' di Stato moderno che c'era, si è accanito con le sue controriforme contro la pace sociale, contro la giustizia, contro la scuola, contro la finanza pubblica e ha diviso il Paese come non lo era più stato dagli anni della guerra civile, ha evocato il fantasma di un comunismo staliniano morto e stramorto, ha sdoganato i neofascisti e li ha riportati al potere, si è alleato con i secessionisti e soprattutto ha ingannato i cittadini con le false promesse.

Gli analisti della politica non sforzino i loro cervelli a cercare le ragioni della sua sconfitta: sono lì, visibili, grandi come delle montagne. A cominciare dalla legge obiettivo per le grandi opere, rimaste lettera morta, avviata solo per la propaganda, senza i finanziamenti necessari, con i debiti che si accumulano, una eredità spaventosa per i governi a venire sicché le elezioni anticipate più che una occasione di riscatto vengono pensate dalla gente che conserva il ben dell'intelletto come un amarissimo redde rationem. E fortuna che si è ancora in tempo a fermare gli impegni più demenziali come il ponte sullo Stretto di Messina.

Per mesi, per anni la gente ha subito la propaganda governativa come qualcosa di incomprensibile ma di sopportabile. Sapeva che il cavaliere sparava balle in continuazione ma pensava che proprio male non facevano. Qualcuno trovava persino simpatico il suo ottimismo. E perdurava la strana illusione che uno che aveva fatto tanti denari per sé ne avrebbe fatto anche per i concittadini. Adesso incominciano a capire che il benefattore milanese di fronte alle incertezze della politica fa cassa, vende la sua azienda.

Nell'ora della sconfitta i suoi alleati risultano francamente incomprensibili.

Altro che turarsi il naso e votare, come consigliava Montanelli ai tempi della Dc! Hanno votato per anni a naso aperto tutte le leggi ad personam. Arrivavano all'informazione dei flebili sussurri: "Pare che a Fini la legge salva Previti non piaccia. Quelli dell'Udc sono infuriati per le nomine nella Rai. Bossi è pronto a dimettersi se non passa la devolution". Poi si arrivava al voto, si accendevano le lampadine dei sì e il gregge era compatto come sempre a far passare le prepotenze e le arroganze del padrone. Ora si susseguono i dibattiti sulla crisi con le solite dosi omeopatiche.

Come è possibile che un governo moribondo, carico di debiti e con le casse vuote continui a promettere tagli delle tasse? Come è possibile che un timoniere alla guida di una barca sfondata continui a promettere la scoperta dell'America? Deciso a quanto pare a tener duro. Una antica voglia, per non dire una antica certezza circola per il Paese. Cosa faremo? Faremo come hanno già fatto i nostri padri e nonni, volteremo gabbana, come stanno voltandola nei partiti, nei ministeri, negli uffici pubblici, nell'informazione, nello spettacolo quelli che si adontavano se qualcuno parlava di un nuovo regime, di tendenze autoritarie. Ma questa volta, a casse vuote, cambiar padrone serve a poco. Forse la celebrazione del 25 aprile può avere quest'anno un unico senso, quello del '45: rimettere in piedi il Paese. Se siamo ancora in tempo.


L´azzardo del Cavaliere e l´assordante silenzio di Fini
Nello scontro finale il leader dell´Udc resta solo
Edmondo Berselli su
la Repubblica

Mentre lo si dava tranquillo in Sardegna, Silvio Berlusconi si è precipitato a Comerio da Umberto Bossi, e se n´è venuto fuori con una invenzione tipicamente berlusconiana. Gli ambienti di Forza Italia hanno amplificato il messaggio implicito: basta con una crisi da operetta, basta con i riti da Prima Repubblica. Non importa che i cosiddetti riti siano in realtà le regole su cui si basa per via costituzionale la nostra democrazia: si tratta del solito rilancio pazzesco, un colpo come di consueto da giocatore d´azzardo.
È spettacolare, in queste mosse plateali, il Cavaliere che si gioca il tutto per tutto e dà luogo a una estetizzazione brutale della politica. Sono gesti fulminei, che sembrano fatti per far sanguinare le ferite. La logica è sempre identica, «o con me o contro di me».

Mentre una concezione prudente della politica avrebbe consigliato il premier a ricercare il compromesso, il capo di Forza Italia si getta a corpo morto nel conflitto politico. Fa sapere che ci vuole una soluzione rapida e alle sue condizioni, senza minuetti, oppure si va alle elezioni anticipate, con le condizioni dettate ancora e sempre da lui.

Va ricordato, ad esempio, che l´esperienza politica, ideologica e culturale di governo della Cdl si è esaurita nel luglio 2004, allorché Giulio Tremonti venne obbligato alle dimissioni. Liquidato il superministro, Fini e Follini erano riusciti a fare saltare la cerniera federal-liberista. Per il presidente di An e il leader dell´Udc nel centrodestra sembrava riaprirsi la partita del riequilibrio.
Era una dolce chimera. Nelle prime settimane dell´incarico di Domenico Siniscalco, Fini riassaporava la «collegialità», nell´illusione che venisse realizzata una politica economica più vicina agli interessi dell´elettorato di An. Ma non appena Silvio Berlusconi si accorse che il nuovo clima e i tecnicismi di Siniscalco lo stavano imbozzolando nella bambagia centrista e confindustriale, buttò per aria il tavolo e impose il secondo modulo della riforma fiscale, il taglio delle aliquote, la sua «ricetta» di supply-sider allo sbaraglio, di leader che usa il dilettantismo intellettuale e l´avventatezza pratica come contropiede rispetto ad avversari e alleati.

Ma dopo la débâcle del 3-4 aprile, è avvenuto qualcosa di imprevisto. Fra lo stupore generale ha cominciato a sgretolarsi il monumento di Berlusconi. L´uomo che era stato il pilastro del centrodestra, il cardine del bipolarismo italiano, il deus ex machina della politica italiana si rivelava all´improvviso «il» problema politico della Casa delle libertà. Che la mutazione fosse impressionante era fuori dubbio. Per la rapidità con cui era avvenuta, in primo luogo. Il Cavaliere sceso da cavallo, ridotto ad apparire come uno fra i tanti, simboleggiava la fine traumatica di una identità esclusiva. E al di là delle valutazioni sulla figura umana e politica di Berlusconi, era chiaro che le ripercussioni della batosta elettorale mettevano per la prima volta in campo la questione della leadership del centrodestra. Sbalorditivo, no? Ma lo intuiva subito il cervello analitico di Marco Follini, lo percepiva lo spirito pratico di Bruno Tabacci, lo comprendeva a volo Francesco Storace, lo presentiva Gianni Alemanno. Probabilmente lo capiva anche Fini. Ma come in altre occasioni, al momento della decisione dura, schmittiana, senza né riserve né alternative, il presidente di An ha poi ritirato la mano.

In queste ultime giornate, nella crisi improvvisa e dirompente di Berlusconi e del berlusconismo, erano improvvisamente entrati in discussione proprio la figura e il ruolo del Cavaliere, la sua leadership esclusiva, il suo carisma egemonico. Anzi, per qualche ora il presidente di An ha dato l´impressione di potersi giocare anche lui una mano dalla posta elevata e dalle conseguenze elevatissime.
Invece la crisi di governo gli è scivolata via dalle mani, senza possibilità apparente né di controllo né di mediazione. I protagonisti sono altri: Berlusconi, naturalmente, individuato come capro espiatorio, bersaglio designato o addirittura vittima sacrificale di un´ordalia politica che richiedeva anche la partecipazione attiva dello stesso Fini. E naturalmente Follini, che piano piano, mostrando una capacità insospettabile di affrontare showdown durissimi, sta scalando lentamente alcuni gradini della leadership.

Eppure, se il capo di Forza Italia ha scelto la mano durissima, vuol dire che la partita è decisiva. Importa poco che si sia trattato di uno scarto di strategia deciso autonomamente dal premier, oppure che lo abbiano indotto a questa decisione i suoi consiglieri più propensi al gioco d´azzardo (coloro come Giuliano Ferrara che lo hanno invitato a chiudere in bellezza e a prepararsi la via d´uscita). Sta di fatto che per l´ennesima volta, attraverso le parole di Roberto Calderoli e dei suoi seguaci più insofferenti delle forme/norme repubblicane, il leader populista Berlusconi si appella alle ragioni del mandato popolare contro i formalismi della politica.
Sul campo di battaglia c´è già un perdente, o per meglio dire un assente, cioè Gianfranco Fini. C´è un piccolo leader come Follini, razionalmente legato all´idea di riequilibrare il centrodestra. E c´è uno scommettitore politico, Berlusconi, perdutamente convinto che il governo si può rimettere in sesto a qualsiasi costo, anche umiliando gli alleati, ovvero che si può chiedere il voto degli italiani senza più fisime compromissorie, spostando a Nord il baricentro della politica: perché Fini ci starà comunque, e Follini e Casini e tutta la compagnia della prima Repubblica dovranno soltanto scegliere se sopravvivere nella Cdl, adeguandosi, oppure uscirsene, rischiando di morire. Perché nella mente del leader la Casa delle libertà sarà pure in demolizione, ma Berlusconi è in piena salute, è disposto al «muoia Sansone» irridendo i filistei che gli stanno attorno; e in ogni caso venderà la sua pelle e le spoglie della Repubblica, come tutte le sue cose, a carissimo prezzo.


«Dio ha scelto il nuovo Papa»
…ha detto il cardinale Ennio Antonelli
titolo de Il Messaggero



I portabandiera di progressisti e conservatori
Ratzinger Martini Ruini Dionigi Tettamanzi Darío Castrillón Hoyos Schönborn Dias Ouellet Ennio Antonelli José da Cruz Policarpo
Paolo Conti sul
Corriere della Sera

Per gran parte dei vaticanisti, i giochi di partenza sembrano fatti: primo confronto. Ma i toni sono contraddittori.
Scrive Marco Politi su La Repubblica : « Ratzinger e Martini hanno fatto sapere ai propri sostenitori che non gradiscono essere usati come portabandiera nelle prime votazioni, ma non è detto che gli elettori siano disposti a ubbidire » .
Andrea Tornielli su Il Giornale lo smentisce: « Martini ha accettato la " candidatura di bandiera" da parte di un gruppo di colleghi che intendono bloccare l'elezione di Ratzinger » . Roberto Monteforte su l'Unità immagina manovre di palazzo: « Dietro Ratzinger l'ombra di » . Ovvero: « Dalle candidature di bandiera si andrebbe a quelle vere, in questo caso il teologo tedesco potrebbe cedere il passo a Ruini » . E il fronte Martini? « Dovrebbe candidare » . E' lo scenario di Alceste Santini su Il Mattino .
Ma con qualche variabile. Per Santini i latinoamericani sarebbero pronti a votare direttamente Tettamanzi. Invece « Ratzing er e Ruini stanno incoraggiando il colombiano a candidarsi » . Concorda Caterina Maniaci su Libero : « Ratzinger resta il favorito ma i progressisti pro Martini e Tettamanzi con i sudamericani cercano un'intesa » . Orazio Petrosillo su Il Messaggero è sicuro del confronto Ratzinger Tettamanzi ma pensa al « dopo » : , , ? Richard Owen su The Times colloca Ratzinger e Ruini sul fronte dei conservatori e Martini Tettamanzi su quello opposto. In fondo siamo alle tre possibili ipotesi di Henri Tincq su Le Monde : « Vittoria di Ratzinger. Possibile affermazione di chi lo ostacola, come Martini ( troppo malato) o Tettamanzi. Il terzo scenario, uomini ponte



Wojtyla, il Papa che rilanciò l'arte nella Chiesa
Il suo grande amore per il bello portò mostre, restauri e la prima legge sui Beni culturali
Fabio Isman su
Il Messaggero del 17.04

ROMA - C'è un côté poco noto del papato wojtyliano: riguarda gli artisti e i beni culturali, un settore in cui la Santa Sede può forse insegnare qualcosa perfino allo Stato italiano. Sul tema, Giovanni Paolo II aveva particolare sensibilità; lui stesso ha scritto che la traeva dal passato di attore: era «legato» all'arte «da esperienze che risalgono molto indietro nel tempo, e hanno segnato indelebilmente la mia vita» ( Lettera agli Artisti , Pasqua 1999). «Lo stesso concetto di bene culturale è stato adottato dalla Chiesa sotto Giovanni Paolo II», spiega Francesco Buranelli, il direttore generale dei Musei Vaticani. Appena eletto, nel 1979, il nuovo Papa approva un progetto di 20 anni, per il restauro completo della Cappella Sistina; i fondi, ingenti, derivano dalla cessione dei diritti d'immagine a una tv giapponese, dopo un incontro che aveva avuto con il suo presidente; «poi», continua Buranelli, «fa restaurare anche le altre cappelle papali: la Niccolina, dipinta dal Beato Angelico, e la Paolina, dove ancora lavoriamo»; infine, per il Giubileo, dota i Musei del nuovo ingresso: costa oltre 60 miliardi delle lire d'allora, «tutti gli incassi di tre anni dei Musei, dedicati a questa immensa operazione».
Via Aurelia, Conferenza Episcopale italiana; Giancarlo Santi, un monsignore milanese che per dieci anni ha diretto il settore della cultura, dice: «Papa Wojtyla ha istituito la Pontificia Commissione per i Beni culturali e il Pontificio Consiglio della Cultura: la prima è stata assai importante per creare la sensibilità alla tutela anche nei Paesi, perfino lontanissimi, dove magari non esisteva».

Non solo: «Anche la prima legge sui Beni culturali della Santa Sede la dobbiamo a questo Papa, ed è datata 2001», aggiunge Buranelli. Una storia quanto mai sapida e gustosa: i Papi sono stati infatti tra i primi a dettare delle norme in difesa del patrimonio storico-artistico, e basti pensare all'Editto del cardinal Bartolomeo Pacca (1820), o anche al chirografo di Papa Pio VII, il cesenate Barnaba Chiaramonti (1825). Ma dalla fine dello Stato Pontificio, la Santa Sede era rimasta priva di una norma: «Utilizzava quella italiana del 1939, la legge Bottai», dice monsignor Santi. «Invece, Papa Giovanni Paolo II ha voluto una legge e un regolamento ad hoc », spiega Buranelli, «che, in netta controtendenza con le recenti riforme italiane, prescrivono l'assoluta inalienabilità dei beni culturali». Norme semplici, in cui il patrimonio storico-artistico della Chiesa è affidato ai tecnici: dei Musei Vaticani (per i monumenti, i dipinti, i luoghi), e della Biblioteca Vaticana (libri ed archivi).

«Poi, un modo per ricucire, come già aveva fatto Paolo VI, lo “strappo” tra artisti viventi ed arte sacra. L'operazione era stata iniziata da Papa Montini, che amava l'arte fin da giovane: recentemente, è stato trovato un suo ritratto, ancora semplice prete, dipinto da Giacomo Balla. Ma Papa Giovanni Paolo II ha desiderato anche che il nuovo ingresso dei musei ospitasse un'opera contemporanea, dello scultore Giuliano Vangi», aggiunge Buranelli.
Non solo: per il Giubileo, ha voluto che la Fabbrica di San Pietro, come non accadeva dal '54, tornasse a commissionare arte; grandi sculture all'esterno, nelle nicchie ideate da Michelangelo (destinazione però assai discussa), dedicate ai “padri fondatori” d'ordini o congregazioni. All'interno, n'esistono 76, di autori anche importanti (Pietro Bracci, Pietro Tenerani, Adamo Tadolini, Pietro Canonica); ma dal '54, non c'era più posto per altre realizzazioni. Il Papa ha voluto riprendere la tradizione; e, tra l'altro, una scultura (San Marcellino Champagnat, creatore dei Fratelli Maristi) è stata affidata ad un artista costaricano, Jorge Jiménez Deredia, presente a tre Biennali di Venezia, che è il primo extraeuropeo nella Basilica più importante della Cristianità: «Non potrò mai dimenticare il suo sguardo; il più penetrante che ho mai visto», ricorda ancora l'artista. «A Papa Wojtyla si deve inoltre la decisione per una serie d'importanti mostre in tutto il mondo», dice Buranelli; «e da lui deriva anche la riscoperta dell'icona: a Milano, il cardinal Martini ne aveva una nella cappella privata. Per questo Papa, la Chiesa doveva respirare con “entrambi i polmoni”, arte occidentale ed orientale; e per gli 80 anni, i cardinali gli hanno regalato il decoro della cappella in cui si svolgono gli esercizi spirituali: è l'opera di un artista ceco, che recupera il dialogo tra le tradizioni occidentale e orientale», conclude monsignor Santi.


Le opa, le leggi e i piccoli azionisti
Luigi Spaventa su
la Repubblica

NELLE prossime settimane si vedrà quanto sia giustificata la diffidenza verso il mercato finanziario e il governo delle società in questo Paese. Due banche straniere hanno fatto un´offerta pubblica di acquisto delle azioni di due banche italiane
a condizioni vantaggiose rispetto alle quotazioni di borsa. Le offerte hanno avuto il parere favorevole dei consigli di amministrazione delle due banche, confortati dalla valutazione di consulenti autorevoli, e le quotazioni si sono impennate. In ambedue i casi alcuni soci di rilievo hanno subito dichiarato di non voler vendere; di più, taluni, e altri nuovi sulla scena, hanno cominciato ad acquistare altre azioni (a prezzi maggiorati), al fine di impedire che l´offerta, subordinata al raggiungimento del 50%, abbia successo.

Anzitutto, ove si provasse che più soci si sono accordati per non aderire all´offerta, mettendo insieme fra loro una partecipazione superiore al 30%, questi sarebbero solidalmente obbligati a promuovere essi una (costosa) offerta concorrente rivolta a tutti gli azionisti della società. Tuttavia l´accertamento da parte dell´autorità di vigilanza dell´esistenza di un patto occulto non solo è difficile: per obbligare a un´offerta concorrente, dovrebbe compiersi entro i trenta giorni dalla data in cui la partecipazione congiunta ha superato il limite. Oltre quel termine, non vi sarebbe più obbligo di offerta.

Che cosa può motivare il rifiuto di azionisti rilevanti di aderire a un´offerta certificata come vantaggiosa per prezzo e per proposta industriale? La risposta naturale è: la conservazione, a spese degli azionisti di minoranza della società oggetto di offerta, degli esistenti assetti di potere e dei vantaggi che se ne traggono. Tanto potrebbe bastare per indurne prova implicita di concertazione, con le conseguenze del caso se si è messa insieme una minoranza di blocco superiore al 30%. Ma la questione si sposta su un versante più importante e più delicato. Alcuni degli azionisti delle due banche in questione che rifiutano di aderire all´offerta non sono espressione di individui, i quali sono effettivamente liberi di fare quello che vogliono: sono, a loro volta società quotate, con tanti piccoli azionisti. Che cosa andranno a raccontare a questi azionisti gli amministratori che decidono di rifiutare, per fatti loro, un´offerta economicamente vantaggiosa per la società, e dunque una plusvalenza importante sulle partecipazioni in portafoglio? Salvo che l´oggetto sociale della società non sia (improbabilmente) la difesa dell´italianità delle banche, sarebbero essi convinti di aver adempiuto ai doveri imposti dal codice civile? O non dovrebbero temere azioni di responsabilità per atti o omissioni che hanno pregiudicato la situazione patrimoniale della società?
Ma il legalese conta poco. Per questioni siffatte non ci si dovrebbe rivolgere ai giudici: senza scomodare le Grandi Questioni del Sistema Italia, si tratta di regole elementari di sopravvivenza di un mercato finanziario accettabile.


E Almunia incalza l´Italia "Misure necessarie, non rinviatele"
Noi non stiamo facendo politica, ma stiamo semplicemente applicando il Trattato e il nuovo Patto di stabilità
Elena Polidori su
la Repubblica

WASHINGTON - Joaquin Almunia è «preoccupato» per i conti pubblici italiani. Il commissario Ue che vuole aprire nei confronti dell´Italia una procedura per «deficit eccessivo», mettendo così sotto processo i conti nazionali, non solo avverte il governo in crisi che le misure necessarie «non vanno rinviate», ma spiega a La Repubblica che «quando la Commissione europea scriverà il rapporto sulla situazione del paese, metterà sul piatto tutti gli elementi che ha, in una visione oggettiva. Noi non stiamo facendo politica - aggiunge Almunia - ma stiamo semplicemente applicando il Trattato e il nuovo Patto di stabilità per assicurare la sorveglianza sulle finanze pubblica. Scriveremo anche un analogo rapporto per il Portogallo».

Ma nella visione della Commissione europea, quello italiano è considerato un «test»: il primo esempio pratico per l´applicazione della riforma del Patto, decisa dai capi di Stato e di governo un mese fa, e fortissimamente voluta dal premier, Silvio Berlusconi. Nessuna punizione, sia chiaro, ma appunto un test per far capire fin dove si possono spingere le nuove regole che consentono senz´altro maggiori margini di manovra ai governi, ma all´interno di certi paletti. Ovvero: il deficit può sì sforare il fatidico tetto del 3 per cento, ma soltanto se di pochissimo e solo se in via temporanea.
Per Almunia la flessibilità del patto è molto relativa. Ed ecco il punto: il commissario vuole aprire la temuta «procedura» perché secondo l´analisi di Bruxelles, a meno di drastiche correzioni, il disavanzo italiano già oggi e al netto della nuova, promessa riduzione delle tasse, non ha nessuno dei due requisiti richiesti.
Lo sforamento non è minimo, anzi quest´anno nelle stime Ue rischia di arrivare addirittura al 3,6 per cento, ben al di là del limite consentito. E non è neppure temporaneo se è vero che, nel 2006, raggiungerà il 4,6 per cento. Perciò, procedura «entro giugno».
Tutto fatto, allora? Non è detto, perché molto si gioca con la cosiddetta «partita Eurostat», ovvero con quelle poste di bilancio che l´ufficio statistico dell´Unione europea calcola in deficit mentre il governo no. Tra queste, prima di tutte, ci sono i trasferimenti alle Ferrovie che da sole pesano sul deficit-Pil per almeno lo 0,3 per cento: se il governo vince la sua battaglia, non solo acquisisce questa riduzione quest´anno, ma l´avrà in via permanente. Se invece perde, sono guai. Senza contare che, in discussione, ci sono anche altre contestazioni, come per esempio la collocazione di Infrastrutture Spa, o le cartolarizzazioni immobiliari che, se passasse la linea Eurostat, finirebbero per pesare anche sui risultati 2004.
Quella che attende il governo italiano di qui a giugno è dunque una corsa contro il tempo. Sempre che non decida subito di correggere il disavanzo. Di qui l´invito di Almunia a «non rinviare» le misure necessarie in un Paese che oltretutto vede aumentare il suo già enorme debito pubblico e assottigliarsi sempre di più il suo surplus primario, al netto degli interessi.



La Rivoluzione digitale di Lula
ma è già scontro sul software
Il piano PC Conectado: un milione di computer a 500 dollari l'uno. E che i meno abbienti potranno pagare anche a rate.
Microsoft propone una versione "light" di Windows XP. Al governo non piace e così spunta l'ipotesi dell'open source.
Marco Deseriis su
la Repubblica del 7 aprile

ROMA - Un milione di personal computer a 500 dollari l'uno. Il governo brasiliano di Luis Ignacio Lula da Silva lancia PC Conectado, il piano di alfabetizzazione informatica per i lavoratori più poveri del paese. Un programma ambizioso, che sarà varato entro la fine di aprile, in un paese in cui solo il 10% della popolazione dispone di un accesso domestico a Internet e dove i computer venduti ogni anno sul mercato ufficiale non arrivano al milione.

"Siamo consapevoli che parliamo di raddoppiare il mercato domestico del personal computer", ha dichiarato il coordinatore del programma Cezar Alvarez. "Ma è un obiettivo assolutamente fattibile". Per raggiungerlo il governo incentiverà l'industria informatica nazionale, con tagli fiscali alle imprese costruttrici che impiegano un alto numero di componenti prodotti localmente. In questo modo, oltre a ridurre l'incidenza della concorrenza cinese, il governo intende ridurre il prezzo dei computer stessi a 1.400 reais (509 dollari) o anche meno, per una macchina dotata di schermo, lettore CD-Rom, processore da 2,2 Ghz, Ram da 128 MB e hard disk da 30 GB. Un'operazione destinata a un bacino potenziale di 7 milioni di lavoratori con una fascia di reddito medio-bassa, che potranno pagare i computer anche in 24 rate da 50 reais.

In aggiunta, il governo ha siglato un accordo con le tre principali compagnie telefoniche - la spagnola Telefónica, Telemar e Brasil Telecom (controllata in parte da Telecom Italia) - per fornire un accesso dial-up a Internet a 7,50 reais al mese per 15 ore di connessione. Anche scuole e centri sociali beneficieranno del programma, grazie a un investimento di 74 milioni di dollari per l'apertura di 1.000 nuovi centri che metteranno a disposizione del pubblico connettività gratuita a Internet su computer dotati di software libero.

E proprio il software in dotazione alle macchine vendute tramite PC Conectado è oggetto di un'aspra contesa tra Microsoft e governo Lula. L'azienda di Redmond ha proposto infatti di installare una versione semplificata e a prezzi contenuti di Windows XP, la Windows Starter Edition, già testata in paesi in via di sviluppo come Indonesia, Malaysia e Thailandia (dove il costo di una copia è di 36 dollari). Un'offerta che non soddisfa però il governo Lula. In una recente intervista alla Reuter, Alvarez si è lamentato per le limitazioni contenute nel sistema operativo affermando che "si tratta di una versione di serie B della Starter Edition. Pensiamo che Microsoft possa fare un'offerta migliore."

la scelta di Alvarez per il software libero incassa il plauso del Massachussetts Institute of Technology. In una lettera indirizzata al governo brasiliano, il direttore esecutivo del Media Lab del MIT Walter Bender ha dichiarato: "Pensiamo che l'uso di software libero di elevata qualità sia migliore rispetto alle versioni ridotte del software proprietario offerto da Microsoft sui PC che saranno venduti ai poveri".



  18 aprile 2005