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sulla stampa
a cura di P.C. - 29 marzo 2005


Aumenti a pioggia meglio non darli
Sabino Cassese sul
Corriere della Sera

Il contratto 2004 2005 dei dipendenti pubblici è in ritardo di più di un anno. Intanto, sono ancora aperte code contrattuali del biennio precedente.
Secondo l'Agenzia contrattuale del pubblico impiego, nell'ultimo quinquennio le retribuzioni contrattuali pubbliche sono aumentate del 13,1 per cento, contro il 10,9 per cento di quelle private. Secondo il consigliere economico del presidente del Consiglio dei ministri, le dinamiche effettive dei salari nel settore pubblico sono andate dai 2 ai 4 punti al di sopra dell'inflazione effettiva. Le richieste sindacali sono ben più alte degli aumenti concessi ai dipendenti privati del settore manifatturiero negli ultimi rinnovi contrattuali ( l'accordo del 1993 sembra, infatti, dimenticato). Intanto, il governo è diviso tra sostenitori del rigore ( e dell'equità) e difensori dei dipendenti pubblici.
In questo gran discutere, tre questioni critiche vengono, però, dimenticate: come si intende distribuire gli aumenti contrattuali; quale struttura si vuole dare alle carriere; come si pensa di assicurare i rimpiazzi del personale che esce.
Se gli aumenti contrattuali verranno distribuiti a pioggia, è meglio non darli. Gli aumenti dovrebbero premiare la produttività, che è in calo. E per fare questo bisogna cominciare a misurare le prestazioni e il costo del lavoro per unità di prodotto. Senza un calcolo della qualità e della quantità di servizi offerti, non c'è modo di valutare le prestazioni individuali. E senza il metro delle prestazioni individuali, con quale criterio si distribuiscono gli aumenti? Si ripete così un vecchio errore, di dare a tutti, senza riguardo a quanto e come lavorano, con il risultato di scontentare tutti, a partire dagli utenti, la cui insoddisfazione aumenta.
La politica neomalthusiana del pubblico impiego trova un forte appoggio nei dipendenti pubblici. Le organizzazioni pubbliche sono ormai piramidi rovesciate, perché le carriere si fanno tutte all'interno, mediante cosiddetti concorsi interni e progressioni per anzianità. Le risorse sono tutte concentrate sui livelli alti, in cui si concentra il personale. Per cui il consigliere economico del presidente del Consiglio dei ministri ha potuto parafrasare il noto motto di Nitti, che voleva " pochi e ben pagati " , dicendo che ora i dipendenti pubblici sono " troppi e ben pagati " .
La conseguenza ultima di questo circolo vizioso è l'invecchiamento degli uffici pubblici. Tra breve la metà dei dipendenti pubblici sarà composta da ultracinquantenni. Ai livelli inferiori vi sono solo titolari di incarichi esterni, detti anche consulenti e collaboratori coordinati e continuativi, pagati sui capitoli di bilancio destinati agli acquisti di beni e servizi. In alcune amministrazioni centrali dello Stato non si fanno concorsi per le funzioni direttive da un quarto di secolo. Da questa chiusura trae profitto anche il mondo politico, che è riuscito a portare da un terzo a due terzi, in pochi anni, la percentuale dei dirigenti generali che possono essere nominati dall'esterno della pubblica amministrazione.
Da questo presidente del Consiglio dei ministri, che non perde occasione per vantare la sua provenienza manageriale e criticare la burocrazia, ci si poteva aspettare una " cura alla Thatcher " . Perché non cerca almeno di dare gli aumenti a chi lavora di più e di riservare una parte dei fondi per bandire qualche concorso dove ce n'è più bisogno?


Il mezzogiorno fuori gara
Tito Boeri su
La Stampa

In un'economia che galleggia, il Mezzogiorno è sommerso. Sono 16 milioni le persone, tra i 15 e i 64 anni che in Italia non lavorano. La metà di queste risiede al Sud e, nella maggioranza dei casi (6 su 7), non cerca un impiego.

Questa immensa riserva di lavoro è impermeabile a ciò che avviene a poche centinaia di chilometri di distanza. Il Mezzogiorno non ha contribuito, se non per il 10%, ai 2 milioni di posti di lavoro creati in Italia dal 1997 ad oggi. Negli ultimi due anni, addirittura, al Sud l'occupazione è diminuita mentre altrove continuava a crescere. Ma questa volta è diminuita anche la disoccupazione. Dunque dal 2002 non solo meno lavori, ma anche meno persone in cerca di lavoro nel nostro Sud.

Per far riemergere il Sud ci vogliono tante cose al tempo stesso. Primo salari più bassi e riduzioni permanenti dei contributi, per permettere la sopravvivenza nel rispetto della legge ad attività a basso valore aggiunto. Secondo repressione senza quartiere dell'illecito. Anche perché questo fa concorrenza sleale al lecito: troppo attraenti i "salari" della camorra rispetto a quelli di chi offre lavoro per produzioni oneste. Terzo, ci vuole più Stato come bene pubblico. E' una questione anche culturale: lo Stato deve essere visto come colui che fornisce ciò che nessun privato, a partire dalla camorra, potrà mai fornire. Nella lunga campagna elettorale che ci attende auguriamoci che non si aprano nuovi cantieri al Sud, destinati a rimanere aperti per decenni e che non si creino nuove burocrazie nella gestione di aiuti comunitari destinati a sparire.

Ci vogliono, invece, investimenti in istruzione. Ogni euro in più speso per l'istruzione in Italia è a favore del Mezzogiorno. Perché ci sono più studenti al Sud e perché la qualità dell'istruzione nel Mezzogiorno è bassa. I risultati dei test di Pisa e Ials sono allarmanti: i diplomati nelle scuole del Sud hanno punteggi del 20-30% più bassi che nel resto d'Europa. Certo, serve poco investire nei cervelli se poi questi emigrano e non tornano più a casa. Ma se sono tanti i cervelli, qualcuno rimarrà, facendo emergere un'economia che oggi sopravvive solo stando sott'acqua. E' una questione di massa critica.


Ruini divide la politica su etica e referendum
Giovanna Casadio su
la Repubblica

ROMA - L´altolà dei laici. Le accuse dei Radicali. La rivendicazione dell´autonomia della politica da parte dei cattolici della Margherita. Sono le reazioni che agitano la politica italiana dopo l´ultimo intervento del cardinale Camillo Ruini che, in un´intervista apparsa su Repubblica il giorno di Pasqua, ha ribadito il "dovere della Chiesa di intervenire" in nome dei valori e contro il relativismo etico. Ma è proprio l´intreccio a filo doppio tra il referendum contro la legge sulla procreazione assistita (la cui data potrebbe slittare al 12 giugno) e l´appello all´astensione del Vaticano ad accendere i toni.
"Uno scontro politico devastante in cui rischiano di essere utilizzati e sviliti i valori del cattolicesimo" è la preoccupazione del presidente dei senatori Ds, Gavino Angius. "Imbarazzante" per il socialista Enrico Boselli "la mancanza di sobrietà" di alcuni vescovi e del Vaticano. Proteste del Pr: "Si poteva sperare che almeno nel giorno più solenne del calendario cristiano - scandisce Daniele Capezzone - il cardinale Ruini lasciasse per 24 ore i panni di capo partito e rinunciasse ai comizi. Purtroppo non è stato così".

Dario Franceschini, coordinatore di Dl, rilancia "la moratoria": "Un passo indietro dei politici". E ancora: "La Chiesa dà indirizzi ai fedeli anche sui temi sociali più vicini alla politica, ma poi c´è un´autonomia della politica". "Il cattolicesimo democratico e la sua eredità sono vivi, eccome", commenta Pierluigi Castagnetti, Dl, e ultimo segretario del Ppi. Lanfranco Turci, tesoriere del comitato per il Sì ai referendum, accusa la Chiesa di invadenza "anche durante l´iter della legge sulla procreazione". Oggi il comitato vara il logo (un Sì su fondo verde e lo slogan "Per nascere, guarire, scegliere"). Angius avverte: "C´è un pressing della Chiesa negli ultimi anni: nessuno mette in dubbio la rilevanza pubblica delle religioni, ma non di una, diversamente torniamo allo Statuto albertino. La legge sulla fecondazione è crudele. L´altro pericolo è che si ritenga abbia una morale solo chi è cattolico e chi non lo è non ne possieda nessuna".


Storace la vera storia
Furio Colombo su
l'Unità

Quello che è accaduto ieri lo avete visto su tutti i giornali. Qualcosa di così grave, di così inconcepibile, che ha cancellato i morti in mare di Lampedusa, la responsabilità di quei morti. Il comandante del peschereccio, con nome e cognome e coscienza, che ha detto: "Abbiamo visto le barche in difficoltà ma eravamo sicuri che sarebbero stati soccorsi" (la Repubblica, 24 marzo), la frase tremenda ascoltata al Tg del 23 marzo: "In mare, nelle nostre reti, non ci sono più pesci, ci sono cadaveri", l'inchiesta, apparsa su alcuni giornali americani e riportata qua e là anche dalla stampa italiana: i “rimpatriati dall'Italia vengono portati e lasciati nel deserto dalla polizia di Gheddafi”.
Ricordate il titolo, tante volte incriminato, di questo giornale: “Bossi-Fini, altri trenta morti”? Ecco, la tragedia continua. Da un lato c'è chi si distrae e non soccorre in tempo i naufraghi per timore di spiacere a Bossi e a Fini. Dall'altro i comandanti dei pescherecci temono (è già accaduto) di essere accusati di favorire i mercanti di schiavi se arrivano in porto con naufraghi salvati. Il ministro dell'Interno viola regole civili, umane e internazionali deportando nel giro di poche ore persone, forse condannate a morte, di cui non sappiamo e non sapremo mai nulla. Invano agenzie internazionali, Amnesty International e Nazioni Unite condannano. Invano perché questa tragedia in Italia non fa notizia.
* * *
Fa notizia invece, e sconvolge letteralmente il Paese, travolge i giornali che si affrettano a cambiare le pagine e i titoli, il fatto che un superstite dei campi di sterminio, presente alla giornata di commemorazione delle Fosse Ardeatine, confidi a una giornalista dell'Unità (che registra la sua dichiarazione e ne indica la fonte) il suo malessere in quel sacro giorno di memoria. Si trova di fronte un presidente di Regione che ha lo stesso nome del militante fascista che lo ha bastonato da giovane. La città è la stessa, il nome è lo stesso, il fascismo è ciò che si sta ricordando con sdegno e rifiuto in questa celebrazione. La memoria degli italiani, come dice spesso il Capo dello Stato, è una sola. Dunque il superstite della orrenda e inconcepibile avventura dei campi di sterminio in quel giorno ricorda.
Ricorda tutto, dalle botte all'ultimo campo da cui miracolosamente è scampato (lui e altri pochissimi ebrei italiani).
Qualunque grande giornale del mondo avrebbe fatto di questa sequenza di eventi la storia: da un'Italia fascista e barbara, all'Italia della Resistenza in cui le vittime ricordano la tragedia (e quel tremendo episodio della tragedia che è stata la strage delle Fosse Ardeatine) insieme al Capo dello Stato e ai rappresentanti delle istituzioni. Qualunque grande giornale avrebbe notato lo stupore e il disorientamento di chi è sopravvissuto alle botte, alle umiliazioni e ai campi, e si trova di fronte un esponente delle istituzioni che ha lo stesso nome del suo aguzzino, e - caso che non poteva sfuggire ad un giornalista - se lo trova da un lato dello schieramento politico che, almeno nelle sue radici, discende da quei giorni, da quelle botte, da quella deportazione. Dite che è una connessione ingiusta?

C'è, e bolle ancora in pentola, un argomento privo di fondamento e di senso: si doveva verificare? Domando: qualcuno ha verificato la storia (fonte Newsweek International) dell'orologio molto costoso di Berlusconi da lui smentita con la narrazione - ripetuta in sette diversi telegiornali - dell'orologino consegnatogli dal padre sul letto di morte? Se diciamo che la storia del premier è troppo personale e troppo intima per poterla verificare, allora dobbiamo ammettere che il contesto “persecuzione, campi di sterminio, Fosse Ardeatine e testimone sopravvissuto” è troppo forte per fare un salto all'anagrafe e verificare lo stato civile di casa Storace. La notizia ha una fonte e quella fonte ha detto il giorno dopo alCorriere della Sera (pag. 2) la seguente frase usata da quel giornale come titolo virgolettato: "Mi picchiò un fascista e si chiamava Storace".



Intervista a Fausto Bertinotti
Goffredo De Marchis su
la Repubblica

ROMA - Segretario Bertinotti, tutti condividono l´appello a fermare i veleni in campagna elettorale. Ma come se ne esce, in concreto?
"Prima di tutto, sottraendosi a questo tipo di confronto. Poi, con una vera opera di bonifica, cioè con una riflessione su questo sistema elettorale e sugli elementi devianti che lo stesso sistema suggerisce".
È deviante anche la presunta raccolta di firme da parte dei partiti della sinistra per far correre la lista Mussolini sperando così di danneggiare il centrodestra?
"Se questa notizia fosse vera, sarebbe un episodio disdicevole, un sacrificio alla logica del "fine giustifica i mezzi" che non condivido. Vede, la riforma della nostra cultura politica nel senso della non violenza ha molte conseguenze, inclusi alcuni comportamenti che producono un sovrappiù di sorveglianza critica sul rapporto mezzi-fini. In poche parole, non è una vittoria quella guadagnata con strumenti che annullano la dignità. Ma quando parlo di bonifica, voglio dire che i frutti avvelenati ci sono già stati prima delle firme false. Penso alle liste civetta, una vicenda molto sottovalutata, che ha prodotto effetti devastanti. Presentare dei partiti fantasma solo per danneggiare un concorrente è già un´alterazione delle regole del gioco. L´allarme è stato lanciato più volte. Ora, per slittamenti progressivi, si è creata una situazione da correggere al più presto".
Come?
"Cambiando il sistema elettorale. Bisogna uscire dal maggioritario che è inadatto al Paese. È un sistema in cui conta soltanto vincere, per cui finisce che il nemico del mio nemico può diventare un mio amico, come nel caso della Mussolini".
Quando metterete sul tavolo la vostra proposta?
"Dopo le politiche del 2006. L´obbiettivo è un sistema proporzionale, sul modello tedesco".
Chiederete a Prodi di inserire questa riforma nel programma dell´Unione?
"No. Non faremo lo stesso errore del centrodestra. Il programma delinea l´azione di governo, non deve occuparsi di correzioni istituzionali. Ma la riflessione è necessaria".
Le elezioni di domenica prossima sono un test politico?
"Il loro significato nazionale è indotto. Nel voto regionale è certamente forte la domanda politica del "cambio" per usare il termine che ha avuto successo in Spagna e in Portogallo. Cioè, cacciare Berlusconi. Ma sento anche un´altra richiesta urgente: ricostruire il peso del potere locale come antidoto all´incertezza, che è il tratto dominante del nostro tempo. Mai una campagna elettorale è stata così segnata dal problema della precarietà. Spaventa l´idea che attraverso la delocalizzazione e l´internazionalizzazione passiva si possano risolvere le questioni aperte. Penso al finanziere russo che arriva e si compra la Lucchini, alla vicenda di Terni, al calzaturificio pugliese che sta per trasferire la produzione in Cina. L´economia scarica i suoi problemi sulla società e crea una condizione d´incertezza. In questo clima, il potere locale appare come un possibile ancoraggio, c´è una fortissima domanda di valorizzazione del governo sul territorio. Nel Sud, per esempio, c´è qualche timido tentativo di sottrarsi alle politiche neoliberiste. Sono piccoli episodi, ma hanno voglia di crescere. Io uso uno slogan: lì dove una volta si scriveva "comune denuclearizzato" scriviamo "regione de-precarizzata"".
Il voto non è condizionato dalle vicende nazionali e dalle risse?
"Non credo. Quello che si muove sul fondo è più potente della superficie che tutti vediamo".
Si conteranno i voti o le regioni, per capire chi ha vinto?
"Il test è molto ampio, quindi conteranno le percentuali, i voti. È importante anche vedere quante regioni conquisterà l´Unione, oltre a quelle che ha già e in cui sarà sicuramente confermata. Più ne strappa, più è un successo".

Dopo le regionali, l´Unione affronterà il programma per le politiche?
"Certo. E quello che emerge dalle regioni può fare la sua parte accanto alle mille consultazioni della Fabbrica del programma. Specialmente al Sud, è sentita con grande forza la lotta dei diritti: il salario sociale, il reddito di cittadinanza. E la valorizzazione del patrimonio artistico e ambientale, l´intervento pubblico visto non come una superfetazione ideologica ma come la difesa dei beni comuni, l´acqua per esempio, il tema della programmazione. A livello locale si vede bene la fine della stagione neoliberista".
Dopo le regionali, si riapre anche la partita delle primarie nell´Unione. È vero che stanno tramontando?
"Per un gentlemen agreement mi sono attenuto alla consegna di sospendere la discussione in queste ultime settimane. Le primarie non le ho proposte io, non appartengono alla mia cultura. Ma attenzione: nel mondo sta emergendo una domanda che si chiama democrazia. E la Puglia è stato un episodio di rinascenza democratica. Ne discuteremo al momento opportuno, ma perché privarsi delle primarie?".


E in Calabria fa campagna pure Dell'Utri
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

Il " portatore sano di cancro giudiziario " Marcello Dell'Utri, per usare le parole con le quali lui stesso si definì un paio di anni fa, scende oggi in Calabria con due obiettivi. Il primo: dare una mano agli amici di Forza Italia alle prese con una campagna elettorale tutta in salita dopo la batosta subita alle ultime Europee, quando il partito precipitò dal 26% del 2001 a un miserello 13%. Il secondo: dimostrare una volta di più che gli italiani sono spaccati a metà. Se la metà di sinistra lo considera un pluricondannato ( una sentenza definitiva, due verdetti di primo grado) dal quale stare alla larga perché vicino alla mafia, la metà di destra lo vede come si vede lui: " un perseguitato " .
In grado, nella veste di vittima delle " toghe rosse " , di guadagnare alla causa azzurra addirittura dei voti.
Una sfida che riassume un'epoca. Nei dintorni di Berlusconi, infatti, nessuno come Dell'Utri, forse neppure quel Cesare Previti al quale Montanelli lombrosianamente rinfacciava perfino di avere " una inquietante faccia da gerarca " e tantomeno i Bondi e gli Schifani, è stato additato negli anni dall'opposizione come il simbolo stesso del Male. La prova giudiziaria e documentale dei rapporti del Cavaliere col mondo fetido delle cosche. L'appestato.



E il candidato disse: "Non votatemi"
Sebastiano Messina su
la Repubblica

ROMA - Il primato del coraggio (o della furbizia) spetta a David Hassan, candidato dell´Udc, che ha speso una fortuna per invitare gli elettori a scegliere qualcun altro: "Non votatemi", scandiscono i suoi manifesti, con il suo faccione di trequarti e una scritta chiarificatrice: "Così non potrò difendervi". Capiranno, i frastornati elettori del Lazio, che due negazioni affermano? Lo sapremo lunedì. Per il momento accontentiamoci di dare un´occhiata alla galleria della propaganda estemporanea del terzo millennio, alla rassegna dello slogan fai-da-te che nutre le illusioni di dieci, cento, mille candidati. C´è chi si gira dall´altra parte, chi si maschera, chi si nega, chi si traveste e chi si trucca: sembrano davvero pronti a tutto, questi aspiranti consiglieri, assessori o presidenti, pur di catturare solo per un attimo la preziosa attenzione dell´elettore vagante.
Gli italiani non ne possono più di questa invasione di manifesti, depliant e santini? Benissimo, ha pensato Gerri Buccolini, candidato della Lista Storace, e allora io invece di mostrare la mia faccia mi giro dall´altra parte: sui suoi manifesti, il candidato che si presenta di nuca ha voluto uno slogan adeguato: "Non facce di bronzo, ma una testa di ferro". Anche il forzista Annì, candidato a Venezia, aveva avuto la stessa idea, però alla fine l´ha ritoccata: il corpo è di schiena, ma sopra c´è - con un fotomontaggio - la sua faccia. Slogan: "Voltarvi le spalle? Impossibile!". La diessina Giulia Rodano ha stampato sui suoi manifesti solo una sagoma tratteggiata, come quelle della scientifica: "Giulia Rodano non è qui" avverte il titolo. E dove diavolo è, alla vigilia dalle elezioni? "Sta lavorando per una sanità davvero pubblica". Ah, ecco.
Tra mille messaggi uguali a se stessi, ognuno cerca di bucare - se non il video - il tabellone elettorale con qualcosa di originale. Carlo Rienzi, della Lista Consumatori, a dispetto dell´età si presenza nudo ai suoi elettori. Sotto l´ombelico, una provvidenziale scritta lo salva da una denuncia per oltraggio al pudore: "Abbassiamo i prezzi, non le mutande: ci hanno tolto pure quelle". Appello finale: "Consumatori, votate per voi".
Non fa fino, chiedere il voto per sé, deve aver pensato il forzista Stefano Bandecchi, che ha adottato un motto singolare: "Eleggi te stesso" (naturalmente, votando per lui). Così però uno non può fare a meno di chiedersi: ma davvero io somiglio a quel tipo pelato col sorriso finto? Più arditamente, il comunista Garavello ("Uno della bassa" si autodefinisce), appare in maniche di camicia per darci un consiglio spassionato: "Se fossi te... voterei me!". Se fossimo in lui, non ne saremmo così sicuri.
L´arte di giocare con il proprio cognome - che alle ultime politiche è stata la dannazione dell´onorevole Lamorte - attrae irresistibilmente, come una sirena traditrice, candidati di ogni colore. "Non perderti, vota Sperduti" chiede un candidato pugliese del centrodestra. "Meglio una bottiglia oggi che un bidone domani", avverte il socialista Giuseppe Bottiglia (sperando di non fare fiasco, diranno i suoi rivali). Un gigantesco rubinetto color confetto (che però fa la goccia, e dunque, ahimé, perde) è invece il simbolo del verde Fontanarosa, il quale - già che c´è - rimane in tema anche nello slogan: "L´acqua è un bene di tutti". Sarà difficile dimenticarselo. Con ingenua furbizia, una candidata napoletana aveva scelto come frase chiave "La Margherita ha un nuovo motore", seguita dal suo cognome: Ferrari. La fuoriserie dei candidati è stata però costretta a tornare ai box per eliminare dai suoi manifesti il logo di Maranello: quando è troppo è troppo.
In Liguria, più che alle elezioni per la Regione, guardando i manifesti si direbbe che siano in corso le eliminatorie per l´arca di Noè. C´è il forzista Galli, la dipietrista Orso, l´ulivista Merlo e naturalmente la lista degli Animalisti. Ma soprattutto ci sono il candidato di An, Gatti ("Gatti, non parole!") e quello dei verdi, Cani ("Non c´è trippa per Gatti"). Chissà se l´hanno fatto, un faccia a faccia tra Cani e Gatti.
Quando c´è di mezzo il seggio, il politically correct va a farsi benedire. La leghista veneta Paola Goisis prende di petto la concorrenza orientale: "Cinese? No glazie!!!", mentre Salvatore Marino, della Lega Sud, si presenta con lo sguardo da duro come "maschio 100 per cento" e promette battaglia "contro il fascismo femminista", la cui esistenza era finora sfuggita ai più. Tre uova precedute da una C, cosa significheranno? Chi ha il pallino dell´enigmistica vi leggerà "Covi", ovvero il nome del candidato ulivista che si propone, modestamente, come la soluzione al "rebus Veneto".
E chi è quel tale vestito come Goffredo di Buglione, con l´armatura da crociato e la spada in pugno? Ma è Pier Gianni Prosperini, di An, che rimpiange i tempi in cui faceva il parà, presentandosi sobriamente così: "Baluardo della cristianità, flagello dei Centri Sociali, Condottiero del Nord". Certo, un po´ di presunzione bisogna avercela, altrimenti uno non si candida. Il forzista Mario Caligiuri probabilmente ha esagerato un po´, ingaggiando come testimonial nientemeno che Einstein ed E. T.. Il primo lo indica come "la formula giusta", il secondo scandisce il suo nome: "Ca-li-giu-ri". Un suo compagno di partito che si batte a Ischia e a Capri, tal Brandi, ha scelto invece la via vernacolare. I suoi manifesti non parlano di politica, parlano napoletano: "Jamme!", dice il primo, "Te voglio bene assaie" annuncia il secondo. Il terzo, però, è in italiano, ed è un invito che lascia interdetti: "Votatevi".
Ogni trucco è lecito, nel corpo a corpo della lotta all´ultimo voto. Un farmacista socialdemocratico della Puglia si mette in vetrina, col ricettario in mano, davanti a una gigantesca confezione di pastiglie battezzate con il suo nome: Magistro. Slogan: "Contro le malattie della politica, io ho la ricetta giusta!". Non vi piacciono le pastiglie? Il miracoloso preparato Magistro si può prendere anche in fiale, a volontà, prima o dopo i pasti: ma va consumato assolutamente entro il 4 aprile 2005.


Formigoni fa il D Day, Fitto veste Nichi
Alessandro Trocino sul
Corriere della Sera

MILANO — Arrivi sul sito di Forza Italia e ti trovi un manifesto con Giuseppe Verdi e la scritta: " Voterò Forza Italia perché è per le Grandi Opere " .
Qualche hacker comunista, immagini, " la solita abile campagna orchestrata dalle sinistre " . Poi vai sul sito di Fitto e trovi " i manifesti tarocchi " , con un sorridente giovane governatore pugliese ritratto insieme a Pamela Anderson, che annuncia, raggiante: " Una sanità che funziona: tette al silicone prima di tutto " . Un " attacco alla sanità privata " di qualche pirata statalista, pensi. Poi finisci sul sito di Nichi Vendola e lo trovi definito " sovversivo " , " estremista " e " pericoloso " e poi eccolo ancora a sparare missili contro gli invasori in " Apulia invader " . Eppure questa volta gli hacker sono innocenti.
Nessuna incursione nelle password nemiche, è solo che i politici in rete hanno scoperto l'ironia e l'autoironia, antidoto ai rischi che si corrono quando si corre sulle strade libere, e un po' perigliose, di Internet.
AUTOIRONIA PREVENTIVA — Nelle presidenziali americane, Bush e Kerry si sono sfidati a lungo sulla rete con le armi della satira e il duello politico è diventato di volta in volta una sfida di boxe o una gara di hip hop. Soprattutto i democratici si sono spinti più in là nelle prese in giro e nella satira. Ora in Italia si ribalta la situazione, con un centrodestra aggressivo che sfodera battute e cerca di accreditare un'immagine popolare e " impolitica " e un centrosinistra misurato e un po' serioso, che punta a illustrare i programmi, tutt'al più con qualche puntata nella modernità della rete ( vedi il blog di Bassolino e quello, appena " sospeso " , di Prodi).
Qualche mese fa è scoppiata la moda delle mail con i manifesti truccati di Berlusconi, efficacissimi nel ridicolizzare l'avversario e sarà forse anche per questo che la Casa delle Libertà si è attrezzata per tempo. E così ora il " presidente di tutti " Roberto Formigoni, nel suo sito ufficiale compare come " Il presidente di Totti " , con tanto di capelli lunghi. E nel manifesto ( vero) nel quale fa il podista in calzoncini, la vignetta spiega: " Sono proprio una sagoma! " .
Fotomontaggi e autoparodie anche per Raffaele Fitto, giovane presidente della Puglia, che dal suo sito rimanda ai " manifesti tarocco " , opera di un suo estimatore, il consigliere regionale di An Sergio Silvestris. E così ecco storpiato il suo slogan " prima di tutto " : " La scaramanzia prima di tutto " ( riquadro del Cavaliere che fa le corna), " Lasciatemi riposare primo di tutto " ( " Scon... fitto " ) , " La gnocca prima di tutto " ( sguardo trasognato verso un fondoschiena femminile seminudo).
Autoironico, probabilmente in modo involontario, anche Cosimo Latronico, candidato per la Basilicata, che, non pago di apparire in home page con il Presidente, rimanda al " Puzzlatronico " , un puzzle nel quale i " presidenti " sono " a pezzi " e si devono ricomporre a colpi di mouse.
SATIRA — L'autosatira, peraltro molto misurata e a volte incensatoria, è l'altra faccia delle ironie, spesso feroci, che vengono lanciate sull'avversario.
Nello sberleffo allo sfidante è la Puglia la regione più all'avanguardia. Il sito di Nichi Vendola si apre con un filmato nel quale un giovane governatore ripreso in piano americano si vanta di avere costruito una " Puglia perfetta " . Poi però il quadro si allarga e il governatore si ritrova un po' spaesato e, letteralmente, in mutande. Se Vendola attacca con una parodia di Space Invaders, dove gli invasori da combattere a colpi di razzi sono Fitto e Berlusconi, il governatore pugliese risponde con un videogioco nel quale si " menano martellate " sulla testa dello sfidante comunista. E a ogni colpo, compaiono gli aggettivi " estremista " , " sovversivo " , in un controrovesciamento semantico rispetto allo scopo della campagna di Vendola, che puntava a trasformare i suoi " talloni d'achille " in punti di forza. Altro giochino, sempre proposto dal sito di Fitto: il " Vestendola " , con Nichi coperto solo da una foglia di fico, da rivestire a piacere, come donna o militare.
Altra regione, altro umorismo. Questa volta è Francesco Storace, che si propone in veste da supereroe: un " Superstorax " con pugno guantato che prende per i capelli la Mussolini e vola verso " la revenge " . Ce n'è anche per lo sfidante dell'Unione Piero Marrazzo, che viene proposto in un filmato blob dove ripete in continuazione " non ho ricette, non ho ricette " . C'è anche una foto ( " marrazzate " ) nella quale saluta un gruppo di cittadini, di cui si " vedono " i pensieri: " Ma che sta'a di'? " ; " Fammene annà prima che me vede quarcuno " ; " Nu jaa fà, nu jaa fà " .



   29 marzo 2005