
sulla stampa
a cura di G.C. - 25 marzo 2005
Lo scudo in pezzi
Giorgio Bocca su la Repubblica
Nella revisione della Costituzione approvata dalla maggioranza di destra è stampata la faccia di Silvio Berlusconi, sono stampati i segni indelebili del suo carattere, la protervia, la vendetta contro chi lo ha ostacolato, la furbizia, la voglia inesausta di onnipotenza e di potere. Quanti in anni recenti hanno ironizzato, su chi parlava di regime in formazione sono serviti.
Il piccolo Cesare è tenace nei suoi metodi e nei suoi rancori, nessuno di quanti gli hanno resistito ne esce indenne. Il capo dello Stato presidente della Repubblica si ritrova a un livello decorativo. Il presidente del Consiglio padre e padrone si riserva tutti i diritti costituzionali, può sciogliere le Camere o benignamente chiedere al presidente della Repubblica di scioglierle.
Non sono più il capo dello Stato e la fiducia delle Camere a insediarlo come capo del governo, a legittimarlo ma l´elezione diretta da parte del popolo. Ritorna il bonapartismo, una delle forme tipiche della dittatura. Il primo ministro di stampo imprenditoriale pensa: nella mia azienda faccio tutto io, comando tutto io, tocca a me nominare e revocare i ministri, determinare la politica dell´esecutivo, dirigere le forze armate.
Quando l´uomo appare remissivo sta preparando un nuovo gesto di forza.
Stupivano e ingannavano nei mesi passati certe dichiarazioni sul suo disinteresse per il Quirinale. Era disinteressato perché nella sua costituzione il capo del governo è tutto e il capo dello Stato un mero spettatore di ciò che il capo del governo ha deciso. Andrea Manzella ha scritto su questo giornale: "Da quattro anni si è predicato e praticato ogni giorno un bipolarismo feroce: nelle leggi, nelle nomine, nella informazione, nell´immagine esterna del Paese. Il clima di divisione nazionale si è cristallizzato nel disegno governativo".
Chi conosceva il Berlusconi imprenditore non ha avuto in questi anni motivi di stupore, egli ha condotto la sua scalata politica esattamente come aveva condotto quella industriale, come uno che concepisce la concorrenza come conquista e distruzione dei concorrenti, come uno che mentre offre una tregua commerciale scatena la sua offensiva. E se ne compiace e gode che il suo seguito se ne compiaccia. Il carattere di cui egli va maggiormente fiero è la tenacia: i suoi collaboratori lo hanno sentito mille volte raccontare di come sia giunto al successo inseguendolo senza soste, senza mai mollare la presa. Una frase sacrale che circola nella sua corte è "Silvio ha una marcia in più". Quando decise di annullare la concorrenza televisiva della Rusconi e della Mondadori partì come una macchina movimento terra, le rase al suolo, le inghiottì come uno tsunami.
Allora come oggi i suoi avversari sono sempre fiduciosi nella sua clemenza e nel futuro. Ci sarà il referendum, la modificazione costituzionale sarà bocciata. Ma che dice Berlusconi? Ha già fatto sapere che il referendum verrà rinviato almeno di due anni che per lui è un tempo infinito per trovare i modi di renderlo innocuo se non di annullarlo. E sta già pensando, come gli è naturale, di sfruttarne il successo, di passare all´altra riforma che gli sta a cuore, quella giudiziaria.
Per ora ha fatto cambiare la Corte costituzionale, i giudici che la compongono sono sempre quindici ma quelli di nomina parlamentare salgono da cinque a sette, quattro sono scelti dal presidente della Repubblica, uno in meno di oggi, e gli ultimi quattro dai magistrati. I costituzionalisti dicono che si vuol creare un palese squilibrio a vantaggio degli interessi della maggioranza.
Questa volta dovrebbe aver capito dalla risposta forte e univoca della stampa che questa pretesa di voler cambiare una carta costituzionale che dal 1946 è, si può dire, l´unica legge funzionante e popolare della Repubblica non è bene accetta. Se non fosse persona piuttosto priva del senso dello Stato, dei diritti e dei rapporti democratici dovrebbe ben sapere che la Costituzione è stata per più di mezzo secolo non soltanto un documento utopico e qua e là anche retorico che prometteva a tutti libertà e lavoro, ma uno scudo efficace che proteggeva una democrazia fragile, difendeva un´unione e una conquista di diritti democratici avvenuta nelle ore drammatiche della guerra di liberazione. E a vedere che per interessi personali un uomo di grandi ambizioni e grandi appetiti minaccia di mandarlo in pezzi, questo scudo, la delusione è grande, l´amarezza profonda.
L'ingenua illusione
Giuseppe D´Avanzo su la Repubblica
Ancora oggi c´è chi pensa che della riforma della Costituzione, alla fine, non se ne farà nulla. Il referendum la cancellerà, si dice con avventatezza. Nel mondo politico, della cultura e dell´informazione, per non parlare dell´opinione pubblica, c´è chi è - ancora oggi - fiducioso che "il limite" non sarà oltrepassato. L´ingenua illusione può provocare disastri imponenti se non si affronta con realismo quel che è accaduto al Senato con l´approvazione della "Riforma dell´ordinamento della Repubblica" (primo firmatario Silvio Berlusconi). Ha vinto una cultura politica che crede sia la forza il reale fondamento della convivenza umana. L´idea è antica.
Fu di Machiavelli, è stata aggiornata nel ventesimo secolo da Max Weber e Carl Schmitt. Nella sua naiveté Berlusconi ne è, nel mondo occidentale, l´interprete più nitido. Egli si riconosce un´eccezionale autorità personale che può illuminare soltanto chi ha, per la politica, una vocazione. Vive per essa e non di essa (come, al contrario, quei "funzionari di partito" che gli sono avversari). Egli vuole esercitare il potere per realizzare, a vantaggio della comunità, la propria capacità di dare valori, significato e indirizzo alla vita secondo una "concezione del mondo" maturata con successo "in azienda" e in ogni altra "impresa" affrontata. È naturale, è coerente - a pensarci - che questa volontà e questo potere carismatico abbiano voluto consolidarsi in una Costituzione. Nell´humus istituzionale di un sistema democratico pluralista e pluripartitico, Berlusconi è a disagio. Incontra ostacoli, lungaggini, barriere, balances che gli fanno venire (ammette) "l´orticaria". Burocrazie, partiti, governo, Parlamento, organi di garanzia, magistrature, calcoli elettorali, lo condizionano, lo appesantiscono. Avviliscono i suoi poteri a "mediazione dei conflitti". Li riducono soltanto alla snervante direzione dell´agenda di governo.
Se questo è vero, pare un errore pensare che la nuova Costituzione sia il frutto di una congiuntura politica che ha voluto (dovuto) concedere a ognuno dei partiti di governo una bandierina da sventolare in questa, e nella prossima, campagna elettorale. Berlusconi ha bisogno di questa Costituzione per "cambiare passo", dopo la prima stagione legislativa. Si prepara ad esercitare più concretamente la forza che rimane, nella sua cultura politica naif ma quanto consapevole, lo strumento essenziale per l´organizzazione della società e l´esercizio del potere politico.
È quel che annuncia la "Riforma dell´ordinamento della Repubblica" che frantuma il sistema costituzionale come sistema di equilibri e di reciproche garanzie. Semplificato e irrigidito, il sistema "riformato" concentra e personalizza il potere politico. Nasce un vertice monocratico del potere, eletto plebiscitariamente. È dotato di strumenti che gli consentono di governare senza mediazione e di controllare la maggioranza condizionando con voti bloccati la volontà parlamentare perché dispone liberamente della "vita" della legislatura.
Conviene, come sollecita Mario Pirani, "svegliarsi", rimboccarsi le maniche, riflettere, cercare di capire, al di là dello sconcerto e dell´indignazione. Nessuno deve pensare che sia facile, capire. Ancora ieri, era complicato venire a capo di quanti articoli della Carta siano stati riscritti dal Polo.
È proprio vero che bisogna "svegliarsi". Quel che attende il Paese con il referendum è un confronto tra culture politiche. Della cultura "cesaristica" di Berlusconi si sa e si è detto, ma quella che ha ispirato la Costituzione del 1947 dov´è? È ancora viva? Se è viva, perché tace, perché non si mostra?
La Patria perduta
Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera del 24 marzo
È impossibile nascondersi la gravità di quanto è accaduto ieri al Senato. Dopo la Camera, infatti, l' assemblea di Palazzo Madama ha approvato definitivamente in prima lettura una riforma della Costituzione italiana che distrugge alcuni aspetti caratterizzanti dell' organizzazione dello Stato repubblicano e modifica in profondità il funzionamento dei massimi organi del suo potere politico nonché lo schema dei loro rapporti. Il panorama delle rovine è presto descritto. Viene estesa a dismisura, anche a campi delicatissimi come quello dell' istruzione e della sicurezza pubblica, la capacità legiferatrice delle Regioni: lo Stato centrale mantiene sì formalmente l' esercizio di un potere d' interdizione, ma in misura attenuata e così ambigua che l' unico risultato prevedibile è una crescita esponenziale del contenzioso Stato-Regioni, già oggi ben oltre il limite di guardia. Nell' ambito del potere centrale, poi, la fine dell' attuale bicameralismo perfetto serve ad installare un Senato di nuovo tipo - presentato come "federale" ma in realtà non eletto in rappresentanza delle Regioni in quanto tali, e con competenze ridotte rispetto ad una vera camera politica - e una Camera dei deputati sovrastata da un primo ministro eletto dal popolo ma che, in barba ad ogni logica costituzionale, potrà a certe condizioni essere sfiduciato dalla stessa ed avrà, insieme, il potere di scioglierla quando gli piacerà. Ciò che in conclusione la riforma costituzionale realizza - per giunta non subito ma, tanto per accrescere la confusione, in varie tappe scaglionate nel tempo - sarà un incrocio contraddittorio e micidiale di accentramento e decentramento, all' insegna dell' istituzionalizzazione della paralisi e dell' apoteosi del ricatto. Del resto è solo per il ricatto continuo e minaccioso della Lega che l' onorevole Berlusconi e la destra hanno dato il via a un progetto simile. È esclusivamente, cioè, per il proprio immediato tornaconto politico che il presidente del Consiglio e altre forze della sua maggioranza, che al pari di lui non hanno mai manifestato alcun interesse per il federalismo, e anzi sono ideologicamente ai suoi antipodi come Alleanza nazionale, lo hanno improvvisamente abbracciato, accettando così cinicamente di mettere mano al disfacimento del Paese. Perché di questo si tratta: la riforma della Costituzione voluta dal governo e dalla sua maggioranza costituisce forse il più grave pericolo che l' unità italiana si trova a correre dopo quello terribile corso sessant' anni orsono nel periodo seguito all' armistizio dell' 8 settembre. Mentre in misura altrettanto forte sono in pericolo la funzionalità e l' efficienza della direzione politica dello Stato da un lato, e dall' altro alcuni valori di fondo della nostra convivenza, non più garantiti da una tutela pubblica affidabile. Di fronte a questa prospettiva inquietante, non ci sembra che abbia molto senso unire la nostra voce al coro di quelli che, sia pure con qualche ragione, mettono sotto accusa le responsabilità anche della sinistra per aver aperto la porta al disastro attuale approvando, con una ristrettissima maggioranza, le modifiche del Titolo V della Costituzione nella scorsa legislatura. Anche nelle responsabilità c' è una gerarchia, e oggi quello che appare in modo indiscutibile è il primo posto guadagnato dalla destra e dal suo capo nella corsa a fare il male del Paese. Per realizzare il misfatto hanno bisogno però del consenso dei cittadini nel referendum confermativo da qui ad un anno o quando sarà: vedremo allora se gli italiani sono davvero stanchi di avere una Costituzione e una patria.
Riforme, la Destra attacca il Corriere
Simone Collini su l'Unità
ROMA. Asciugata la lacrima di Bossi, digerita la torta padana, nella Casa delle libertà il clima di festa è già un ricordo. Il giorno dopo l'approvazione al Senato delle modifiche alla Costituzione, Berlusconi sorride e si mostra soddisfatto: "Mi fa piacere avere ascoltato tutte queste manifestazioni di protesta della sinistra sulle riforme: vuol dire che sono sicuri di perdere, per cui si dispiacciono che il premier abbia in futuro più possibilità operative". Ma l'umore del premier non è poi così buono. A rovinarglielo non è tanto Prodi e la sua richiesta di far svolgere il referendum confermativo prima delle politiche del 2006, perché il presidente del Consiglio una decisione al riguardo sembra averla già presa: benché per il capo del governo questa riforma istituzionale rappresenti "un salto in avanti verso la modernità", il referendum può benissimo attendere, e anzi si dovrà necessariamente fare dopo le politiche perché, dice in una conferenza stampa a Palazzo Chigi, rischia di confondere gli elettori. A creare nervosismo nel centrodestra è soprattutto la lettura dei quotidiani, e il fatto che tra gli stessi partiti di maggioranza c'è chi già inizia a prendere le distanze dal testo approvato in prima lettura mercoledì a Palazzo Madama.
Non se l'aspettavano nella Cdl di trovare sulla prima pagina del Corriere della Sera un editoriale che bocciasse in modo così netto la riforma costituzionale, fino al punto di definirla "forse il più grave pericolo che l'unità italiana si trova a correre dopo quello terribile corso sessant'anni orsono nel periodo seguito all'armistizio dell'8 settembre". Queste parole di Ernesto Galli della Loggia hanno mandato su tutte le furie gli stati maggiori di Forza Italia e Lega. Berlusconi ha mandato avanti il coordinatore del partito Sandro Bondi, che ha accusato "l'illustre editorialista" di "ignorare totalmente ciò che scrive con tanta apodittica enfasi" e il Corsera di essersi "schierato politicamente senza alcun riferimento ai contenuti reali di una riforma votata dal Parlamento". Per la Lega è invece intervenuto il ministro Calderoli, secondo il quale le valutazioni di Galli della Loggia "possono essere giustificate o da un atteggiamento ideologico sinistrorso o dal semplice fatto che non ha letto il testo".
Non tutti però nella maggioranza la pensano in questo modo. Nel giorno in cui Andreotti ha annunciato che si impegnerà per non far approvare definitivamente la riforma della Costituzione, e giusto qualche ora dopo che il ministro Giovanardi dicesse che il senatore a vita "è legato al suo tempo", il segretario nazionale dei giovani Udc Domenico Barbuto ha diffuso una nota per dire che "il senatore Andreotti è tutt'altro che superato". Così come non dev'essere casuale l'annuncio fatto dal ministro Alemanno dopo aver letto l'editoriale del Corriere della Sera, e cioè che dopo le regionali ci dovrà essere "un confronto a tutto campo per fare in modo che nell'applicazione di questa riforma si rafforzi la tutela dell'interesse nazionale e il carattere solidale e sussidiario del nostro federalismo", perché An "non è indifferente" alle preoccupazioni espresse dall'editorialista. Un annuncio che non è piaciuto al Carroccio: Calderoli ha accusato il ministro delle Politiche agricole di parlare così soltanto "perché deve prendere i voti del sud", mentre il capogruppo della Lega al Senato Ettore Pirovano ha invitato Alemanno a fare il politico senza improvvisarsi politologo.
Di fronte a questo scenario, l'opposizione ha gioco facile ad accusare il centrodestra di voler rimandare il referendum a dopo le politiche per paura dell'esito della consultazione popolare. La riforma costituzionale "stravolge veramente l'equilibrio generale della nostra democrazia", accusa Prodi, e quindi non si può rinviare il voto.
Se cade il Lazio tutti a casa
La grande paura della destra
Massimo Giannini su la Repubblica
Forse esagera Rutelli, quando dice: "Berlusconi fa il comizio conclusivo con Storace? Allora Marrazzo ha già vinto". Ma è vero che la mossa del Cavaliere, a 10 giorni dalle regionali, tradisce una duplice debolezza. Quella di Berlusconi, che aveva annunciato l´intenzione di tenersi fuori dalla campagna elettorale. E quella di Storace, che macchiato dal fango di "Firmopoli" rischia seriamente di uscire sconfitto dal voto del 4 aprile. L´una e l´altra, sono le due facce di una stessa, consapevole paura: se perde il Lazio, il centrodestra perde le regionali. E se cade il Lazio, può cadere anche il governo. In queste ore, tra gli stati maggiori della Casa delle Libertà si respira un clima pesante. La previsione ricorrente, sull´esito delle prossime elezioni, è preoccupante. "Potrebbe finire 11 a 3 per il centrosinistra", si sente ripetere. Il Polo, cioè, vincerebbe solo in Lombardia, in Veneto e in Puglia. Si infrangerebbe così quella "linea Maginot" sulla quale si erano attestati, fino a qualche giorno fa, il Cavaliere e i suoi alleati. Il ragionamento era il seguente: "Possiamo anche invertire gli attuali rapporti di forza nelle regioni italiane, che oggi ci vedono prevalere in 8 regioni contro le 6 guidate dall´opposizione. Ma se anche al prossimo voto perdiamo 9 a 5, noi conserviamo la guida delle "macro-regioni", più importanti sul piano geo-politico: Lombardia, Veneto, Piemonte, Lazio e Puglia". Era questo il senso della sortita di Berlusconi, quando un paio di settimane fa aveva detto: "Quello che conta, alla fine, è il numero complessivo di elettori che avranno votato per noi". Oggi, sondaggi alla mano, il premier e gli altri leader della coalizione hanno perduto anche questa certezza. Dalle 5 "macro-regioni" che consideravano sicure, ormai, pare si sia sfilato sicuramente il Piemonte, dove Mercedes Bresso sembra stabilmente in vantaggio rispetto a Enzo Ghigo. E già questa sarebbe una batosta per il Polo. Perdendo il Piemonte, il centrodestra vedrebbe cedere quel "fronte del Nord" in cui, grazie anche alla Lega, dal 2001 ad oggi è stato più profondo il suo radicamento sociale. Il centrosinistra, conquistando la regione della Fiat e del San Paolo, avrebbe infilato un cuneo importante, in un´area comunque nevralgica del Paese. Ma adesso a questo spauracchio se ne aggiunge un altro. Il Polo non è più così certo di vincere nel Lazio. L´effetto dello scandalo Mussolini si è rivelato più pericoloso del previsto. Gianfranco Fini e i suoi ostentano ottimismo: "Restiamo in testa, per molti nostri elettori, alla fine, questa vicenda avrà un effetto mobilitante". Ma più che una previsione, rischia di essere una superstizione. Il messaggio che Storace ha affidato l´altro ieri al Riformista parla da solo: "Il valore nazionale di queste elezioni dipende dal fatto che il Lazio è diventata la regione più importante del Paese... E se si perde il Lazio, il successore di Berlusconi non può che essere Prodi". L´avvertimento sembra proiettato sulle elezioni del 2006. Ma può valere anche per l´immediato: "Sostenetemi in questi ultimi giorni, perché se io perdo qui il giorno dopo voi ve ne andate da Palazzo Chigi". Questo sembra il senso vero, e neanche troppo nascosto, delle parole che il governatore uscente indirizza a Berlusconi e a Fini. Una sommessa richiesta d´aiuto, che politicamente deve essere costata molto a "Epurator", il duro e puro che ha scolpito il suo profilo politico, da destra sociale e popolare, su una forte autonomizzazione rispetto a Forza Italia e ad An. Se l´ha fatto, è perché riconosce implicitamente la sua difficoltà. E questo spiega anche il perché premier e vicepremier, a stretto giro e contravvenendo a una promessa che avevano formulato nelle settimane scorse, hanno raccolto subito l´appello di Storace, assicurandogli il sostegno all´ultimo appuntamento di piazza della campagna elettorale. Nel Lazio si gioca ormai la posta più alta. Riguarda il governo della Regione, ma ancora di più il governo del Paese. Se Storace perde, An si sfascia, e Fini totalmente assorbito dalla Farnesina non può far nulla per impedirlo. Se An si sfascia, va in frantumi l´asse moderato che, insieme all´Udc, tenta timidamente di resistere alla ritrovata tenaglia Berlusconi-Bossi. Se cede questo già precario equilibrio, viene giù la Casa delle Libertà. Per dissolvere questo spettro, il premier ha avuto anche la tentazione di far rinviare il voto laziale, usando l´argomento delle firme false. Il vertice di ieri pomeriggio con lo stesso Storace e con il ministro degli Interni Pisanu è servito anche per ragionare di questo. Alla fine l´ipotesi è stata accantonata, di fronte alla volontà del governatore di andare avanti fino in fondo e per evitare nuove tensioni con l´opposizione. Si è preferito far virare il vertice intorno a un improbabile e inverificabile "allarme ordine pubblico" sul voto laziale, basato su "intimidazioni e messaggi minacciosi" rinvenuti su un sito Internet. È giusto che il Viminale indaghi, e che vigili con la massima attenzione. Ma qualche dubbio che si tratti di un diversivo c´è. Anche questo può essere un modo per distogliere l´attenzione dell´opinione pubblica dalle difficoltà oggettive della centrodestra. Ad acuirle, in queste ultime ore, contribusce il via libera del Senato alle riforme istituzionali, imposto alla maggioranza dal ricatto della Lega. An e Udc hanno subìto ancora una volta il saldo di questa cambiale, che Berlusconi ha onorato con Bossi sotto il peso delle dimissioni false e strumentali del ministro padano Calderoli. Hanno subìto ancora una volta un testo di legge, stavolta addirittura di revisione costituzionale, che non volevano e che considerano "un pasticcio", solo per consentire al Senatur di sventolare il vessillo della devolution prima del 4 aprile. Ora Fini e Follini, difensori dell´identità e dell´unità nazionale, si trovano a fare campagna elettorale, soprattutto nel Mezzogiorno, contro un´opposizione che ha buon gioco a gridare "questa riforma spacca il Paese", e mentre persino un commentatore moderato come Galli Della Loggia parla dalle colonne del Corriere della Sera di "Patria perduta".
Quei forestieri nel paese in camicia nera
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
Una macchina con le gomme buone, una pastiglia per il mal d'auto e una suocera che non soffra le curve a gomito: se siete a posto con tutto, non perdetevi una visita a Magasa, il paese del delirio elettorale. L'unico al mondo, potete scommetterci, ad avere un candidato sindaco ogni ventinove abitanti e un candidato consigliere comunale ogni due e mezzo. Ma più ancora l'unico al mondo ad avere affisse ai muri tre liste di camicie nere e una addirittura di nazisti, passata chissà come sotto il naso di ogni autorità preposta al controllo.
Le liste nere, anzi, avrebbero potuto essere addirittura cinque. Solo che altri naziskin saliti rombando con le motociclette su per queste montagne bresciane avevano sbagliato paese, finendo a chiedere informazioni nel municipio di un borgo vicino quando già erano le undici e mezzo della mattina di sabato 5 marzo e mancava mezz'ora alla scadenza dei termini. Messo a fuoco l'equivoco, mancava ormai un quarto d'ora a mezzogiorno. Così che al loro arrivo l'impiegata aveva allargato le braccia: "Troppo tardi".
Eppure, se cercate sui muri le tracce di questa sfida impossibile, perderete inutilmente del tempo. Un paio di faccioni di Viviana Beccalossi, un paio di Rifondazione Comunista. Fine. E la campagna elettorale? Boh
Il fatto è che a Magasa, 174 residenti iscritti all'anagrafe ma non più di 120 che vivono davvero in paese, hanno altro per la testa. Spersa tra le balze delle montagne che calano a picco sul versante bresciano del lago di Garda, la contrada era arrivata ad avere un tempo anche più di 500 abitanti. Ma è ormai un ricordo che si annebbia nella memoria al pari delle leggende locali, piene di streghe e di vestali, di diavoli e porcari e creature dei boschi.
Era durissimo, vivere quassù. E se ne andarono a decine e decine. Prima in giro per l'impero austriaco, quando dalle vicine valli trentine e venete partivano recitando "andiamo i n Transilvania / a menar la carioleta / ché l'Italia povareta / no l'ha bezzi da pagar". Poi nelle Meriche, soprattutto nelle miniere americane. Chi è rimasto, però, non ha una vita molto più facile. Tolta l'osteria "Le Lanterne" appena aperta, un negozio di generi alimentari e la posta dove l'unico impiegato fa il postino, Magasa non ha niente. Le scuole hanno chiuso per mancanza di bambini. Il parroco se n'è andato per mancanza di pecorelle e il nuovo prete vien su a dir messa solo il sabato e la domenica. Il medico condotto ha dato forfait e la dottoressa di oggi, che si è laureata a Milano ma arriva dal Bangladesh, fa ambulatorio due volte le settimana.
Che ci fanno, in un posto così, sei liste di aspiranti sindaci per un totale di 68 aspiranti consiglieri comunali? "Va a saperlo", risponde ridendo Luigi Venturini, "Se non fossi vecchio mi sarei candidato anch'io. Uno più, uno meno
". Il fatto è che per candidarsi, spiega il sindaco uscente Gildo Venturini (subentrato 5 anni fa a Giorgio Venturini il quale era subentrato a se stesso dopo aver preso il posto di Ernesto Venturini che a sua volta aveva fatto due mandati così che per trovare un sindaco che non si chiamasse Venturini occorre tornare indietro trent'anni), non occorre mica raccogliere le firme. Basta presentare una lista. Fine. Cinque anni fa, battendo a tappeto le montagne in cerca di comuni dove piantar una bandierina per far vedere che esistevano, i rautiani della Fiamma di Salò avevano dunque presentato a Magasa l'unica alternativa alla lista civica.
E si erano ritrovati, automaticamente, con tre consiglieri e un posto alla comunità montana. Un piccolo, microscopico successo. La cui eco, con tutto ciò che significava quel rimando a Salò, deve aver girato nei mondi dell'estrema destra: c'è un paese, sulle montagne del Garda, dove i fascisti
E così, quest'anno, sono arrivati a frotte: prima i mussoliniani di Alternativa Sociale, poi i rautiani del Mis, poi i nostalgici di Pisanò con "Fascismo e libertà", poi addirittura il Movimento Nazionalsocialista dei lavoratori, che nel simbolo sventola la sigla Nsab (Nationalsozialistische Arbeiter Bewegung) che si rifà, in barba a tutti i divieti, al nazismo. E il bello è che non uno dei 44 candidati neri che stanno appiccicando a Magasa l'etichetta di paese in camicia nera, vive qui. Neppure uno. Mettetevi al posto della gente di qua: non ci sarà qualcosa da cambiare, anche in questa legge?
Terri, la Corte suprema non accetta i ricorsi
Ennio Caretto sul Corriere della Sera
WASHINGTON - Un'altra tragica giornata per Mary e Bob Schindler, i genitori di Terri Schiavo, la cerebrolesa a cui venerdì è stata staccata la sonda dell'alimentazione da cui dipende la sua vita. La Corte suprema degli Stati Uniti ieri ha rifiutato di esaminare il loro estremo ricorso, mentre un giudice della Florida, George Greer, ha respinto quello del governatore dello stato Jeb Bush, fratello del presidente.
Per Terri potrebbe essere la fine. Ma il governatore e i genitori non si sono arresi e i ricorsi continuano. Bush ha detto di voler ripresentare quello respinto da Greer al giudice federale James Whittemore, che ha la supervisione del tribunale ordinario. Citando il neurologo William Cheshire, secondo cui la Schiavo è in "stato di coscienza minima" e non in "stato vegetativo permanente", Jeb Bush ha accusato il marito Michael, suo custode legale (sotto scorta per proteggerlo da eventuali aggressioni), di "abuso, negligenza e sfruttamento" e ha chiesto la custodia la donna. E' difficile che il magistrato, che martedì si era pronunciato contro la ripresa dell'alimentazione artificiale, accolga la richiesta. Molti gruppi conservatori, e un'alleanza di evangelici e cattolici, sollecitano il governatore a emettere un decreto d'urgenza per salvare Terri.
La prima battuta d'arresto nella disperata corsa di Mary e Bob Schindler è avvenuta alle 10,30 (le 16,30 italiane), quando a Washington la Corte suprema non ha accolto la loro istanza per il riallacciamento della sonda della figlia "ora in pericolo di morte". Il giudice competente del caso, Anthony Kennedy, non ha voluto motivare la sua decisione, limitandosi a dire di essersi consultato con l'intera Corte. Dal Texas, dove si trova in vacanza, il presidente George Bush ha accusato il colpo. Si è detto "deluso e addolorato", ha ribadito che "in casi come questo è meglio errare dalla parte della vita", ma ha confermato di non voler più intervenire. Alle 14 (le 20 italiane), la seconda sconfitta per Mary e Bob Schindler. Il giudice della Florida Greer ha respinto il nuovo ricorso di Jeb Bush, che invocava "la custodia preventiva di Terri presso il Dipartimento della famiglia e dei minori per un esame appropriato delle sue condizioni", adducendo circa 30 episodi di mancata assistenza della Schiavo da parte del marito. Greer è stato bruciante: "E' un tentativo di aggirare la giustizia, violando la separazione dei poteri", dice la breve sentenza.
I rovesci hanno lasciato il segno sui genitori della donna che nel ricorso alla Corte suprema avevano parlato di "un evento miracoloso": la figlia avrebbe indicato di volere vivere. A nome loro, il fratello della Schiavo ne ha paragonato la condizione a quella "dei lager in Germania", lamentandosi: "E' spaventoso e incredibile vedere mia sorella morire". George Felos, legale di Michael Schiavo, il marito, ha elogiato la magistratura americana, esprimendo la speranza "che Terri possa adesso spirare in pace, come desiderava", e invitando l'intera famiglia a unirsi al suo capezzale.
Davanti alla Clinica di Pinellas parks, dove la donna è ricoverata, sono esplose le proteste dei gruppi per il diritto alla vita. Il pastore protestante Randall Terry ha invitato il governatore a ricorrere alla forza "se sarà necessario". Più divisa che mai, l'America segue la vicenda minuto per minuto da radio e tv.
Bush e il governo di Dio
Furio Colombo su l'Unità
Due eventi, uno elettorale, uno di questi giorni, fanno luce sul libro di Lucia Annunziata La sinistra, l'America, la guerra (Mondadori). È un libro ricco di dati con un linguaggio tutto fattuale che merita di essere considerato con attenzione.
Il tema sono le elezioni americane del 2004, il ritorno di George W. Bush alla Casa Bianca con un notevole margine di voti, le diverse interpretazioni della sua vittoria. Hanno trionfato i valori o la guerra , cioè la ricerca di sicurezza?
Lucia Annunziata nega i valori. Nega che una maggioranza di americani abbia votato Bush come incarnazione della lore fede, come atto di condivisione del fondamentalismo cristiano. Sostiene che è stata la guerra a guidare, nelle cabine elettorali americane, la mano dei votanti. Sostiene che i cittadini americani hanno scelto, in maggioranza, George Bush non come predicatore del grande vento di fede che sta spazzando le praterie americane, ma come il comandante che non si cambia in tempo di combattimento perché dà più garanzia e più affidamento del candidato sfidante.
"Senza la guerra l'America non ci sarebbe" afferma a pagina 23 Lucia Annunziata, ricordando George Washington che in una notte di tempesta attraversò il fiume Delaware per dare impulso decisivo alla rivolta indipendentista contro gli inglesi che stava per spegnersi.
È una illustrazione efficace di un originale spirito guerriero americano che, però, è contraddetto dalle Carte Federaliste, di Alexander Hamilton, James Madison, e John Jay. Essi - Padri fondatori della Costituzione americana - sconsigliano o denigrano la guerra in ogni loro scritto, riducendola alla stretta necessità della difesa. Indicano, anzi, il prolungarsi di uno stato di guerra come un grave pericolo per la democrazia, perché comporta il rischio di eccessivo potere per il Presidente-comandante che risponde sempre meno al Parlamento.
Dunque l'America nasce bipolare e oscillante sui due temi antitetici pace e guerra, come tutte le democrazie moderne.
Ma i due fatti che chiedono di riflettere sulla tesi di Lucia Annunziata (espressa con una metodologia americana, fortemente opinionata e fortemente documentata) hanno un certo rilievo. Il primo, come abbiamo detto, si riferisce alla analisi del voto. Quella analisi suggerisce che gli ebrei americani, nella misura rilevante del 74 per cento hanno votato contro Bush (il Dio della sicurezza) per preferire Kerry definito dallo stesso Bush comandante inaffidabile. Quel 74 per cento è un po' meno del compatto voto ebreo-americano che tradizionalmente toccava, nelle precedenti elezioni, al candidato democratico. Ma è comunque una percentuale imponente. La comunità più sensibile alla sicurezza (cominciando dalla sicurezza di Israele) più esposta alle minacce, respinge George Bush. Forse è la controprova del fatto che Bush è diventato simbolo di una parte religiosa del Paese e punto di congiunzione per una divisione che non esiste più fra religione e politica. Può un ebreo votare per un iper-cristiano? Il secondo fatto, diverso, successivo, eppure illuminante è la decisione di questi giorni del Senato e della Camera degli Stati Uniti (ovvero le rispettive maggioranze elette con e a causa di Bush) di interferire con le decisioni mediche e con quelle giudiziarie nel caso di eutanasia noto con il nome di una donna in coma, Terri Schiavo. Il Congresso americano ha votato d'urgenza, il sabato e la domenica, una legge speciale per smentire il giudice che autorizzava l'eutanasia di una paziente terminale in coma irreversibile da quindici anni. È una legge che rispecchia in modo immediato una osservanza religiosa che va molto al di là delle funzioni di Camera e Senato. Rivela una diffusa timidezza della politica verso la religione nell'epoca di George Bush.
Se deputati e senatori americani, credenti e non credenti, partecipi o no del movimento fondamentalista cristiano di cui George Bush è il più alto rappresentante, provano tanta soggezione per i valori è possibile che ne siano stati esenti gli elettori?
Ma il caso Terri Schiavo, che spinge al credo religioso la maggior parte del Congresso fa luce sull'America contemporanea. Infatti gli occhi del Paese levano verso il Presidente. E il Presidente - nella sua veste congiunta di condottiero della guerra e di rappresentante della fede - interrompe le vacanze (le vacanze sono un evento frequente nella vita di questo presidente) per firmare la legge che vieta di staccare la spina alla povera morta.
Ma sul tema del governo di Dio, questa storia dice molto ma non dice tutto. I senatori repubblicani stanno preparandosi (racconta una accurata inchiesta del settimanale Newyorker del 7 marzo) a bloccare ogni possibilità di opposizione democratica sulla nomina di un numero sempre più alto di giudici di Corte di Appello, di Tribunali federali, e - fra poco - anche della Corte Suprema, vigorosamente contrari all'aborto, fedeli all'embrione, ostili alla libertà accademica e sostenitori del creazionismo (osservanza letterale della Bibbia che porta alla negazione della scienza).
Come è noto, negli Stati Uniti il Senato ha il compito storico di approvare i giudici di nomina presidenziale. Gli oppositori democratici sono riusciti finora a bloccare una ventina di nomine, almeno di quei giudici che pur avendo pieno titolo religioso per la nomina non avevano adeguati titoli giuridici. Ora la riforma del regolamento del Senato, attuata esclusivamente, come dimostra il Newyorker, per rendere possibili anche le più spregiudicate nomine presidenziali, prevede che non saranno più necessari i due terzi dei voti per sanzionare una nomina, dunque non saranno più necessari i voti degli oppositori. Proibisce, inoltre, ogni forma di ostruzionismo parlamentare, il cosidetto filibuster che è stato l'orgoglio della democrazia americana.
Il governo di Dio afferma la sua volontà e incassa la sua vittoria.
Questa argomentazione, però, non punta a ribaltare le tesi di Lucia Annunziata. Piuttosto ci riporta alla strategia esemplare adottata da Karl Rowe per sostenere la campagna elettorale di George Bush. È una strategia che ha molto a che fare anche con ciò che si prepara in Italia.
Rowe ha lanciato contemporaneamente nella pista elettorale la intimidazione dei valori religiosi (che chiede a te, singolo e solitario elettore di accettarli o di respingerli); la minaccia della guerra, che Bush ha diritto di invocare in quanto autore di essa; e la denigrazione sistematica, attraverso la calunnia organizzata, del candidato avverso. È una miscela esplosiva. Ed è esplosa. Gli attacchi personali all'ex combattente, medaglia d'oro e leader pacifista John Kerry, sono stati così violenti e volgari che avrebbero potuto recare danno al calunniatore. Kerry ha perduto perché non ha spinto indietro le offese incredibili e inventate alla sua vita e al suo onore. Ha creduto che fosse da statista continuare a comportarsi con signorile indifferenza. Non ha raccolto la miscela esplosiva, non l'ha rigettata nel campo avversario e quella miscela ha distrutto lui. Il comportamento di John Kerry rappresenta - ormai lo dicono tutti gli esperti di elezioni in America - un gravissimo ma prevedibile errore politico che contiene un'amara verità: fingere che non vi sia pericolo o stato di emergenza, in certi momenti della Storia è un atteggiamento che si paga caro. Anche perché, in seguito, il pericoloso vincitore rincara e raddoppia. Ecco perché non ci sembra più necessario stabilire se, a favore di Bush, abbiano contato di più i valori o la ricerca di sicurezza diffusa in uno stato di guerra. È Bush a dare la risposta e a risolvere il quesito, ha vinto, e basta. E continuerà a farlo lui e la sua destra e le sue dependance nei governi del mondo fino a quando una appassionata opposizione democratica non intercetterà i suoi messaggi apparentemente profetici. Fino ad allora funzionerà l'intimidazione religiosa per spingere a decisioni militari o politiche che di religioso non hanno nulla. Come si vede non stiamo raccontando una storia soltanto americana e ciò spiega perché tanti americani, nella vita culturale e in quella di tutti i giorni guardino con tanta attenzione all'Europa sperando che tenga vivo un dialogo che sia davvero di democrazia e non di sottomissione. È una buona parte dell'America a chiederlo.
25 marzo 2005