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sulla stampa
a cura di G.C. - 23 marzo 2005


Costituzione sfasciata
Mario Pirani su
la Repubblica

Oggi è una giornata tra le più nere per la nostra Patria da quando essa è risorta a vita democratica. Il Senato approverà, infatti, in queste ore, così come ha già fatto la Camera, una riforma costituzionale devastante. Entro tre mesi, quindi, il Parlamento potrà procedere alla seconda lettura, poco più di una formalità, poiché non saranno ammessi emendamenti e un rapido voto a maggioranza sancirà un esito scontato in partenza. Resterà, come ultima speranza, il referendum popolare che, peraltro, Berlusconi vorrebbe far slittare a una data posteriore alle elezioni politiche.
Quando in un discorso ai capi gruppo dell´Unione (11 marzo us) Romano Prodi mise in guardia gli astanti, ma altresì l´opinione pubblica, contro l´incombente pericolo di un testo che conteneva le premesse di una dittatura della maggioranza e, ancor più, di una dittatura del premier, non mancò chi considerò il suo intervento eccessivo e allarmista.
Purtroppo Prodi aveva perfettamente ragione non solo per l´impianto dirompente di una riforma alla cui discussione e approvazione sono state imposte poche ore contingentate di dibattito parlamentare ma per la sostanziale timidezza e disattenzione con cui il centro sinistra ha affrontato un passaggio istituzionale di una gravità senza precedenti. È pur vero che a palazzo Madama i senatori del centro sinistra avevano durante tutto l´iter della legge esercitato una tenace azione di contrasto, ma questa non aveva trovato alcun riscontro esterno. In questo contesto persino i cartelli di protesta e la bagarre di ieri a palazzo Madama danno ormai solo l´impressione di un tardivo risveglio all´ultima ora dell´opposizione.
Esaminerò più avanti quelle che a me appaiono le colpevoli motivazioni di un simile comportamento. Ora vorrei partire dalla via d´uscita suggerita in extremis da Michele Salvati (Corriere del 19 us), a mio avviso del tutto improponibile. Il prestigioso economista (ormai anche politologo di valore) reputando fondato lo "sconcerto di fronte a un altra Costituzione, né più né meno... radicalmente riscritta... che modifica in profondità le funzioni e i poteri di tutti gli organi dello Stato... attraverso tempi strettamente contingentati, tanto che il maggior partito di opposizione si è visto assegnare un´ora e mezza per discutere i 57 articoli del testo", suggerisce all´Ulivo di giocare una carta: approvare con voto bi-partisan gli articoli sulla devoluzione e mettere così al riparo la Lega dal pericolo di un referendum abrogativo, chiedendo, in cambio, il rinvio del resto della riforma a una futura assemblea costituente, in concomitanza con la prossima Legislatura. Se questa idea, peraltro tecnicamente del tutto problematica, dovesse trovare uno sbocco, magari alla vigilia delle riletture al Senato e alla Camera, l´Ulivo non giocherebbe una carta "illuministica", come crede Salvati, ma si giocherebbe la faccia, per usare un eufemismo gentile.
La devoluzione, nella nuova formulazione, approfondisce le crepe all´unità d´Italia già inferte in una stagione di pulsione suicida dal centro sinistra al termine della passata Legislatura, allorquando modificò unilateralmente il Titolo V della Costituzione. Ora il nuovo testo non solo assegna la competenza legislativa esclusiva alle Regioni in settori decisivi quali la scuola, la sanità, l´assistenza (con la disarticolazione della scuola pubblica e del servizio sanitario nazionale), con allegata la costituenda polizia regionale, ma vi aggiunge tutte quelle materie non comprese fra quelle riservate esplicitamente allo Stato, e, cioè, commercio, agricoltura, artigianato, turismo, industria (con eccezione per l´energia). Or bene, nei grandi e piccoli Stati federali, dalla Germania alla Spagna, dal Belgio al Canada la competenza non è mai esclusiva delle regioni ma è sempre mitigata da qualche clausola che legittima la potestà d´intervento federale anche nelle materie attribuite alla legislazione decentrata.

Comunque non vi è una costituzione federale paragonabile a quella che l´Italia si appresta a darsi e che ci trasformerà, se le cose andranno nel senso voluto da Berlusconi e Bossi, con l´acquiescenza imperdonabile dei loro alleati, in una specie di confederazione di regioni indipendenti. Basta riflettere ai contenuti della devoluzione per respingere, quindi, ogni idea di scambio che, oltretutto, determinerebbe un affievolimento del deterrente referendario, privato del potente anelito a salvare e ricomporre l´unità d´Italia.
Quanto al resto della cinquantina di articoli riscritti essi sconvolgono e in buona parte annullano la Costituzione repubblicana del 1947: definiscono una nuova forma di governo, cambiano la struttura del Parlamento, modificano i caratteri dello Stato, rivedono al ribasso i poteri degli organi di garanzia (Presidenza della Repubblica, Magistratura, Corte costituzionale, ecc.), rendono quasi ingestibile la formazione delle leggi. Non è poi vero che la riforma lasci integra la prima parte della vecchia Costituzione che riguarda i diritti fondamentali del cittadino. Questi diritti, formulati in linea di principio nella prima parte, formalmente non toccata, della Carta costituzionale, trovano concreta applicazione nella legislazione corrente che è regolata attraverso la cosiddetta riserva di legge. Il suo depotenziamento mette ora a rischio il diritto di famiglia, compresa la disciplina del divorzio e dell´aborto, il diritto del lavoro, compreso lo sciopero, le libertà sindacali, ecc, il diritto penale e quello civile, l´ordinamento giudiziario e la giustizia amministrativa. D´ora in avanti, se la riforma non verrà affossata dai cittadini, le leggi in moltissimi casi saranno il prodotto della volontà della sola Camera dei deputati, nella quale il premier, in forza del sistema maggioritario (costituzionalizzato dal nuovo art. 92) avrà, comunque, una maggioranza sicura (anche nel caso non abbia ottenuto la maggioranza dei voti). Le disposizioni del nuovo art. 94 forniscono al premier uno strumento fortissimo di ricatto sulla sua stessa maggioranza. Egli, infatti, è in grado di esigere l´approvazione in blocco di una legge da lui proposta, abbinandola alla questione di fiducia che, se negata, condannerebbe la Camera all´automatico scioglimento anticipato. Neppure una eventuale maggioranza sostitutiva, con l´apporto dell´opposizione, eviterebbe il decreto di scioglimento, anche se è pur vero che questa spada puntata contro eventuali dissenzienti ha due lame: in una coalizione con ali estreme riottose (ad esempio la Lega, ma analogo discorso può farsi per un governo dell´Ulivo con Rifondazione) se una di queste vuol far saltare il banco, le basta votare anche da sola la sfiducia per ottenere lo scioglimento del Parlamento. Come si vede ad occhio nudo è un testo che trasuda prepotenza e diffidenza, accompagnate da uno scambio improprio tra speculari poteri di ricatto.
Il tutto in un quadro che assomma il massimo della destrutturazione dello Stato unitario al massimo del centralismo autoritario. Berlusconi, se i suoi piani avranno successo, godrà dei poteri congiunti di Bush e di Blair senza le garanzie e i contrappesi che condizionano l´operato del presidente americano e del premier inglese.
Il primo, infatti, non dipende dalla fiducia del Congresso, può opporre il suo veto alle leggi, nomina i giudici della Corte suprema, ma, in cambio, non può sciogliere le Camere, mettere la fiducia sulle leggi, emanare decreti, far passare le sue nomine senza il severo vaglio del Senato; il secondo è sottoposto alla sua maggioranza che può mandarlo a casa e sostituirlo, come è accaduto alla Thatcher ed anche impedirgli di sciogliere i Comuni senza il suo consenso.
Si potrebbe continuare a lungo nell´analisi di questo osceno rifacimento costituzionale. Resta da chiedersi perché il centro sinistra sia rimasto tanto inerte e perché l´opinione pubblica sia stata lasciata praticamente all´oscuro (si è arrivati al cambio della Costituzione senza neppure chiedere un dibattito a Porta a porta, a Ballarò o a l´Infedele). Le spiegazioni potrebbero essere più di una: in primo luogo il complesso di colpa, senza il coraggio di una salutare autocritica, per aver, con la modifica del Titolo V, aperto il varco allo sfascio successivo, nel vacuo proposito di agganciare la Lega o di tagliarle l´erba sotto i piedi: in secondo luogo la speranza balorda che la CdL non avrebbe portato fino in fondo il disegno, una sottovalutazione che dimostra come non si sia pienamente afferrato quanto congeniale ad ambedue i soggetti sia l´alleanza tra Berlusconi e Bossi; in terzo luogo uno scadimento culturale che ha condotto, sia durante la Bicamerale che dopo, ad affrontare i temi del necessario aggiornamento della Carta senza un forte e coerente impianto costituzionale in testa, concependo i punti fondamentali come oggetto di possibile e fortuito scambio politico (così si è arrivati, ad esempio, da parte di autorevoli esponenti del centrosinistra ad abbracciare l´idea del premierato); qualche inespresso pensiero sui vantaggi, comunque, di una Costituzione "forte" nel caso di un futuro cambio di governo; infine l´idea sbagliata che della questione poco importi alla gente (i successi di pubblico delle iniziative volontarie dei Comitati per la Costituzione animati dalla Fondazione Astrid, da "Libertà e Giustizia", dai Gruppi Dossetti con l´adesione convinta delle tre Confederazioni sindacali provano come, viceversa, siano sensibili i cittadini non appena messi in condizione di percepire quale nefandezza si stia compiendo quasi all´insaputa).
Se fino a oggi le battaglie costituzionali sono state tutte perdute dal centro sinistra, è ancora possibile rovesciare le sorti finali del confronto. A condizione di svegliarsi e di cambiare linea.


Un giorno nero della Repubblica
Antonio Padellaro su
l'Unità

Non è con la via giudiziaria ma con le libere elezioni che si conquista il governo del Paese e dunque la notizia di Silvio Berlusconi indagato per corruzione di testimone dalla Procura di Milano è solo un nuovo capitolo di quella storia imbarazzante che ha come protagonista il premier più imputato che si ricordi. Tuttavia, non si può non osservare che il Berlusconi che da anni è chiamato a difendersi davanti ai tribunali della Repubblica per accuse infamanti, con grande dispiegamento di avvocati e prescrizioni, è lo stesso Berlusconi capo della maggioranza di governo che stravolge la Costituzione a suo uso e consumo.
Accade al Senato nella violazione delle più elementari regole parlamentari. Sotto ricatto leghista e prona agli ordini del capo, la maggioranza soffoca il dibattito e impone lo stravolgimento di 43 articoli del testo che per quasi sessanta anni ha garantito la libertà di tutti. Una prepotenza inaccettabile, ha detto Romano Prodi, mentre i leader dell'Unione chiedono il referendum contro un mostro legislativo spacciato dalle televisioni del presidente-padrone come una grande riforma che farà bene all'Italia e agli Italiani. È l'esatto contrario. Con la sua devoluzione Bossi può adesso procedere alla disarticolazione dell'Italia, non più una e indivisibile come l'avevano voluto i padri costituenti. Quanto agli Italiani, solo qualche testardo giornale dell'opposizione ha tentato di spiegare loro che con la nuova costituzione avranno meno democrazia, e dunque meno libertà e meno giustizia.
Grazie ai manipolatori di regime, e alla grande stampa cautelosa e terzista quando si accorgeranno dell'imbroglio sarà troppo tardi. Perché una democrazia dove si tolgono poteri essenziali di garanzia al capo dello Stato e al Parlamento, per concentrarli sul premier (che può sciogliere le Camere e nominare e revocare ministri quando e come vuole) è, in realtà, una democrazia dimezzata. E in una democrazia timorosa e incerta anche il potere giudiziario è destinato, fatalmente, a finire sotto il tallone del più forte. Cosicché l'imputato Berlusconi potrà finalmente dormire sonni tranquilli. Non così i suoi giudici.


Mussolini riammessa, accolto il ricorso
Sommario sul
Corriere della Sera

ROMA - Tutto capovolto: la lista di Alessandra Mussolini è stata riammessa. Il Consiglio di Stato ribalta la sentenza del Tar del Lazio: ha accolto il ricorso con cui la leader di Alternativa sociale Alessandra Mussolini aveva chiesto che la sua lista esclusa dalla commissione elettorale per la presenza di presunte firme false, venisse riammessa alle elezioni regionali nel Lazio.
Nelle motivazioni del provvedimento, tra l'altro si legge che "tutte le firme depositate presso l'Uffico elettorale centrale regionale sono state autenticate da pubblici ufficiali a ciò abilitati", e che "l'autenticazione deve essere redatta in seguito alla sottoscrizione e consiste nell'attestazione da parte del pubblico ufficiale che la sottoscrizione stessa è stata apposta in sua presenza previo accertamento dell'identitá della persona che sottoscrive".
"FINALMENTE C'E' GIUSTIZIA" - "Finalmente il Consiglio di Stato ha dimostrato che c'è una giustizia e un'amministrazione trasparente. Non ci speravo più: sono distrutta ma felice". È il primo commento a caldo di Alessandra Mussolini dopo la riammissione del Consiglio di Stato.


La guerra dei furbi
Curzio Maltese su
la Repubblica

L'unico augurio possibile alla fine della farsa di Alessandra Mussolini ammessa, esclusa e riammessa alle regionali del Lazio, è che la vicenda non varchi i sacri confini della patria, come avrebbe detto il nonno della signora. Purtroppo il combinato disposto fra l'ingombrante cognome della protagonista, la parentela Loren e la dirompente vis comica della storia, rischia di essere fatale per la già misera immagine della politica italiana all'estero. Del resto, è un soggetto perfetto da commedia all'italiana, se ancora ci fosse. Il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso di Alternativa Sociale, la lista della nipote, senza neppure entrare nel cuore della vicenda, senza stabilire se le firme erano o no false ma contestando una specie di vizio di forma.

La Mussolini esulta e festeggia, magari davanti a un piatto di bucatini. La sinistra plaude con moderazione, frenata da un giustificato imbarazzo. La destra, che ha abrogato da tempo i freni inibitori, strepita al complotto rosso e prepara un dopo elezioni rovente di battaglie legali.

È il trionfo della via avvocatesca alla politica, che ha sostituito da anni la temutissima via giudiziaria, qualunque cosa volesse dire. Nel furibondo corpo a corpo fra azzeccagarbugli dei due o tre schieramenti avversi, il comune cittadino, in questo caso l'elettore del Lazio, fa la figura di Renzo. Disorientato da grida incomprensibili e latinorum burocratico, capisce soltanto che forse il suo voto sarà inutile, semplice pretesto per altre guerre legali. L'ideale insomma per riavvicinare la famosa "gente" alla politica.

Si assiste increduli all'ultimo esempio dell'eterna competizione nazionale fra furbi e più furbi. Sembravano furbissimi, soprattutto a sé stessi, i funzionari del centrosinistra che hanno autenticato le firme della lista Mussolini in funzione anti Storace. Poi è parso più astuto uno che in una mossa sola aveva svergognato gli avversari ed eliminato una pericolosa rivale interna alla destra, la camerata Mussolini, diventata nemica numero uno di An che pure per tanti anni l'aveva vezzeggiata e usata senza ritegno per colpire l'immaginario nostalgico della base. Infine la più furba, almeno oggi, è risultata a sorpresa la camerata Alessandra, che si è fatta gratis una faraonica campagna elettorale alle spese dell'ufficio legale del suo ex partito.

È significativo notare come i campioni di cinismo riscoprano soltanto nel momento della sconfitta, magari temporanea, i valori profondi di democrazia, giustizia, legalità, rispetto dei cittadini. Per lamentarne, si capisce, il tradimento, con toni amari e definitivi. Poi basta un attimo, un grado d'appello, e si torna vincenti e ottimisti sulle sorti del Paese.
Nell'intero percorso dello scandalo casareccio nessuno naturalmente si è posto la questione di sostanza. Se in definitiva abbia ancora un senso questa legge sulla raccolta delle firme che, applicata con serietà, avrebbe escluso dalla competizione elettorale oltre la metà dei nuovi partiti nati dopo Tangentopoli.


Il risultato complessivo è un livello bassissimo di etica politica, anche inferiore a quello in cui è naufragata la prima repubblica. La cosa farà sorridere i furbissimi consiglieri del nuovo potere ma la nuova ondata di furore antipolitico alle porte può produrre pericoli seri. È una fortuna, almeno, che oggi in circolazione ci sia soltanto la nipote e non il nonno.


Corruzione di teste: indagato Berlusconi
Luigi Ferrarella sul
Corriere della Sera

MILANO - Un errore della Procura, nell'apporre un nugolo di omissis su un verbale del 7 novembre 2004 depositato il 19 febbraio ai 14 indagati dell'inchiesta sulla compravendita di diritti tv Mediaset, aveva consentito il 26 febbraio al Corriere di afferrare l'esistenza di un'indagine segreta sull'eventualità che l'avvocato ideatore della "tesoreria occulta" del gruppo Fininvest negli anni '80-'90, l'inglese David Mills, fosse stato "comprato" come teste in una delle sue due deposizioni davanti a Tribunali italiani: "Mi auguro - diceva infatti la frase di Mills sopravvissuta ai "tagli" dei pm - che sarà chiaro che i miei rapporti con il gruppo Fininvest erano strettamente professionali, che ogni somma da me ricevuta è pienamente giustificata, e che non si può certo dire che io sia mai stato addomesticato o "comperato"". Ora quest'inchiesta segreta emerge formalmente a causa delle scadenze dettate dalla procedura, che dopo i primi 6 mesi di indagini impone alla Procura di chiedere al gip l'autorizzazione a proseguirle.

Il difensore del premier, Niccolò Ghedini, interpellato dall'agenzia di stampa Apcom sull'esistenza di una richiesta di proroga allo scadere dei primi 6 mesi domani, lamenta di non averla ancora ricevuta: "Per me è una non notizia. Non so il titolo di reato, aspetto la notifica dell'atto, poi vedremo". E da Bruxelles, Berlusconi denuncia la "giustizia a orologeria: ho parlato con Roma, sono tutte fantasie".
Neanche in questo frangente procedurale, peraltro, emerge quale sia il pagamento sospetto, né in virtù di quali elementi la Procura ritenga di poterlo ricondurre (seppure come ipotesi d'indagine) all'interesse di Berlusconi, e nemmeno quale delle testimonianze di Mills sia nel mirino. Tuttavia, si possono già escludere tutti gli interrogatori di Mills (marito di Tessa Jowel, ministro del governo Blair) da quando è stato indagato, come ad esempio l'interrogatorio al processo Sme in trasferta a Londra nel 2003. Restano, così, solo due testimonianze rese da Mills in dibattimenti a Berlusconi imputato: nel processo per le tangenti Fininvest alla Guardia di Finanza nel novembre 1997, e nel processo All Iberian nel gennaio 1998.
Neppure si conosce ancora in cosa consista la "falsità" che sarebbe stata comprata nella testimonianza di Mills. E non è detto che coincida con uno dei due ribaltamenti di realtà sinora emersi.
Mills, infatti, oltre alle offshore della tesoreria occulta Fininvest ruotanti attorno alla All Iberian, ideò le società, "che si voleva rimanessero riservate", per "destinare una parte del patrimonio privato di Berlusconi ai figli del suo primo matrimonio": Accent e Timor, poi divenute Century One e Universal One. "Queste società non hanno mai fatto parte del gruppo Fininvest", era nel 2001 la posizione ufficiale della Fininvest. Ma nei mesi scorsi Mills ha spiegato quanto nel frattempo confermato dalle rogatorie alle Bahamas: "I beneficiari economici erano rispettivamente Marina e Pier Silvio Berlusconi" (agli atti ci sono le loro firme sull'apertura delle società), pur se con operatività subordinata al "consenso di Gironi, Foscale e Confalonieri, che rappresentavano la volontà di Berlusconi".
Qualcosa di analogo era successo proprio con All Iberian, della quale Berlusconi nel 2000 giurava di nulla sapere sino a ironizzare: "Con il mio senso estetico, non avrei mai accettato una società con quel nome". Per parte sua, anche Mills assicurava: "Non ho mai parlato con Berlusconi di All Iberian". Ma il 18 luglio scorso, messo di fronte a un documento del 1995 facente riferimento a una "telefonata dell'altra notte con Berlusconi", Mills si corregge: "Francamente non ricordavo, ma ora dichiaro che questo documento l'ho scritto io: era un'informativa ai miei partners dello studio Withers, preoccupati per le prime notizie su All Iberian. Ora ricordo una telefonata con Gironi: a un certo punto lui mi passò al telefono Silvio Berlusconi, che mi disse le cose che ho riportato". Un Berlusconi "molto preoccupato", ricorda Mills di quella notte: solo anni dopo si sarebbe saputo che da All Iberian erano partiti i 434.404 dollari andati a Previti e finiti al giudice romano Squillante (costati a entrambi la condanna in primo grado per corruzione, che Berlusconi ha evitato grazie alle attenuanti che ne hanno prescritto il reato), così come i 21 miliardi di illecito finanziamento al Psi di Bettino Craxi (2 anni e 4 mesi in primo grado, anch'essi poi prescritti al Cavaliere in Appello).


Nel nome della legge
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

Terri Schiavo continua a morire affinché la Costituzione continui a vivere. Mai dura come appare oggi, la lex sta inesorabilmente spegnendo, e forse è ormai troppo tardi anche per riprendere l´alimentazione artificiale, quel che rimane d´una donna travolta senza saperlo nel duello fra due opposte sacralità, la santità della vita e la sacralità della legge.
Apparentemente crudele, e incomprensibile per noi che assistiamo ogni giorni allo spettacolo grottesco di leggi dello stato e addirittura Costituzioni stravolte per interessi privati e per calcoli elettorali, il principio costituivo della democrazia americana, la pietra d´angolo sul quale questa "nazione di nazioni" si regge da 230 anni, è stato riaffermato dal giudice federale che doveva essere l´ultima dea: nessun cittadino, neppure questa signora che ci sta strappando il cuore con la propria morte a rate, è più importante del rispetto della legge, delle procedure, dei principi federali, dell´autonomia della magistratura dalle invasioni di campo della politica. In chiave umana infinitamente più toccante, è la riaffermazione di quella superiorità delle legge sugli uomini, che portò un presidente alla morte civile (Nixon) e un altro alla vergogna e alla incriminazione (Clinton).
Neppure la grande e cinica sceneggiata della legge salva-Terri, scritta, approvata e firmata da Bush con teatralità mediatica e politica alla mezzanotte e un minuto di lunedì scorso, ha convinto il giudice federale, colui che ha giurisdizione costituzionale sopra le autonome magistrature dei singoli stati, a cassare le decisioni prese dai tribunali della Florida, che avevano ordinato la sospensione dell´alimentazione. E se i genitori di Terri Schindler Schiavo, sospinti dalle preghiere e dagli auspici di quella comunità cattolica americana della quale loro – come il marito Michael – fanno parte, hanno già fatto ricorso alla corte d´appello federale di Atlanta (la stessa, per coincidenza, che cinque anni or sono dovette rivedere il caso della elezione di George Bush in Florida) le parole del giudice James Whittemore non lasciano molte speranze di un intervento miracoloso all´undicesima ora, o meglio alla centesima delle duecento ore massime che Terri aveva ancora da vivere, quando le furono tolte le sonde, venerdì alle 13.
"Questo tribunale – ha scritto James Whittemore che fu nominato giudice da Clinton e, come tutti i giudici federali, ha l´incarico a vita quindi non dipende più dai favori della politica o dal voto del pubblico – è conscio della gravità delle conseguenze di questa decisione (...) ma ha giudicato che la vita, i diritti e gli interessi di Teresa Schindler Schiavo siano stati adeguatamente e pienamente rappresentati e difesi dall´approfondito processo di giudizio nei tribunali locali". E dunque "non esistano ipotesi ragionevoli che possano far pensare a un rovesciamento dell´esito processuale in caso di riapertura del caso".
Come tutti i giuristi e i costituzionalisti non di parte avevano osservato immediatamente, quando la legge "ad personam" fu votata nella notte dalla maggioranza repubblicana e da una parte dell´opposizione democratica, intervenire sulla giurisdizione di uno Stato per salvare la vita di una sola persona, avrebbe creato questioni gravissime di incostituzionalità, avrebbe scosso le fondamenta del federalismo e avrebbe creato precedenti squassanti per il principio del "governo di leggi" e "non di uomini". Soltanto nel caso il magistrato federale avesse notato una violazione dei diritti legali e civili di Terri allora egli sarebbe potuto intervenire, perché quei diritti sono appunto garantiti, con forza superiore, dalla carta costituzionale.

Ma mentre giuristi e commentatori possono compiacersi delle proprie opinioni, le lancette dell´orologio continuano a muovere verso una morte che le conseguenze della disidratazione, l´aumento di elettroliti nel sangue non più eliminati dalla funzione renale, i danni irreversibili al cuore, rendono, ogni ora, più inevitabile. In una nazione di trecento milioni di abitanti, nella quale la tecnologia medica mantiene in vita migliaia di pazienti senza speranze di riabilitazione e il "diritto alla vita" si incrocia con lo spaventoso problema umano e finanziario di costi che la mano pubblica rifiuta di pagare (come nel Texas secondo la legge del ´99 firmata da Bush), la difesa della Costituzione e della legalità appaiono a molti come esercitazioni astratte davanti a un´agonia concreta e insopportabile perché trascinata in tempi tormentosi.
La lunghezza atroce della fine evoca sincere pietà come pelosi attivismi politici, promette voti o minaccia diserzioni di elettori sconvolti, graffia i cuori toccati da quel video di lei ripetuto all´infinito. Apre tempi e spazi a rivelazioni e colpi di scena sensazionali, come le dichiarazioni shock di un´infermiera che ebbe in cura Terri tra il ´95 e ´96 e ora fa il giro degli studi televisivi per raccontare di avere "dialogato" con lei, di averla sentita invocare naturalmente "la mamma" e di avere espresso "dolore fisico", fino a dire di avere visto il marito Michael, ormai divenuto il "boia" nell´horror film della sventurata signora, iniettarle di nascosto insulina per provocare lo stato vegetativo persistente nel quale lei ora versa.
Si intravedono ripugnanti serial televisivi, filmetti, best sellers, squallori da "talk show", diritti d´autore e percentuali di agenti, secondo la legge non scritta che vuole spremere un dollaro da qualunque situazione e attira stormi di avvoltoi ingordi attorno a casi celebri. Si assiste soprattutto allo spettacolo desolante della politica che corre a cercare rifugio dall´onda di indignazione che si alzerà quando – se anche la Corte d´appello respingerà il ricorso degli Schindler – Terri Schiavo sarà dichiarata morta. "Non é la sentenza che avremmo voluto", ha detto apertamente ieri la Casa Bianca che sta cavalcando il calvario di Teresa, dopo il "no" del giudice federale. E se tutti, anche coloro che nei sondaggi sono sorprendentemente in maggioranza contro il pietismo elettorale del Congresso, vorrebbero assistere al miracolo di una vita strappata allo stato vegetativo nella quale è prigioniera, salvare l´America dai venti della demagogia è la rotta che la magistratura di ogni ordine, statale e federale, sembra decisa a imboccare, smentendo, ironicamente, proprio una delle accuse più banali e ripetute dalla destra, l´accusa di "attivismo legislativo" da parte dei giudici. La povera Terri è dunque l´ignaro agnello sacrificale sull´altare di una realtà più grande di lei, il conflitto storico tra gli uomini e le loro leggi e la sopravvivenza di un esperimento politico che prospera nella dura certezza che il sacrificio di uno possa proteggere i molti.


Il dolore e l'ipocrisia
Claudio Magris sul
Corriere della Sera

I casi estremi, come quello di Terri Schiavo, rendono più difficile ogni discorso sui princìpi morali e sui valori cui si ispirano le diverse prese di posizione, perché, oltre un certo limite, ogni comandamento o divieto, ogni imperativo categorico rischia di apparire grottesco e assurdo, quasi la caricatura di se stesso. D'altronde, se si comincia a transigere su una norma etica, non si sa dove si va a finire o meglio lo si sa benissimo: si approda a un supermarket morale in cui ogni comportamento è "optional" e ciascuno sceglie quello che gli pare o gli fa comodo. Decidere la sorte di Terri Schiavo implica l'accettazione o il rifiuto dell'eutanasia, spesso scorrettamente abbinata all'aborto, che costituisce un problema radicalmente diverso.

In primo luogo c'è un momento preciso in cui inizia la vita di un individuo, mentre è spesso difficilissimo o impossibile tracciare la frontiera tra doverosa lotta alla malattia e inutile o crudele accanimento terapeutico. Ma soprattutto nell'eutanasia ci si propone di porre fine all'esistenza di un individuo nel suo interesse, per risparmiargli sofferenze o condizioni giudicate incurabili, irreversibili e intollerabili, mentre nell'aborto - almeno in quello non terapeutico - si sopprime un individuo nell'interesse di altri. Proposta in nome della pietà e della dignità umana, l'eutanasia può divenire facilmente obbrobriosa anche se inconscia igiene sociale, l'arbitrio di chi, in nome della qualità della vita, afferma che al di sotto di una certa qualità la vita non è degna di essere vissuta e si arroga il diritto di stabilire quale sia tale livello che autorizzi ad eliminare chi non lo possiede o non lo raggiunge. I milioni di bambini spaventosamente denutriti che ci sono nel mondo non hanno certo tale qualità di vita - nemmeno intellettuale e spirituale, perché se si è sfiniti dalla fame, dalla sete e dalla malattia si è lesi pure nel pensiero e nella affettività - ma non è una buona ragione per eliminarli.

Il disaccordo fra genitori e marito dimostra quanto sia discutibile affidare la sorte di qualcuno ad altri, solo perché legati da rapporti familiari; non si può disporre della vita di un altro perché lo si è messo al mondo o si è fatto l'amore con lui o con lei. Inoltre è oltraggioso per la vita che a presentarsi quale suo difensore sia il presidente Bush, il quale vorrebbe la pena di morte per i minorenni. Comunque, se è difficile staccare quella spina, è altrettanto difficile non farlo ed è falso e ipocrita credere che basti lasciarla attaccata per risolvere il problema e tornarsene a casa soddisfatti, abbandonando Terri Schiavo al suo destino e dimenticandola subito, come succede. Su questa vicenda le parole più giuste, acute ed umane le ha dette Ferdinando Camon, in un suo articolo che non si può far altro che riportare e parafrasare, come sto facendo io in queste righe. Camon esprime un profondo e ragionato rispetto per chi ritiene la vita umana inviolabile in ogni sua fase, pure la più spenta, anche perché non si può mai sapere cosa accada nel profondo di quell'esistenza; egli esprime un rispetto, altrettanto logicamente e umanamente motivato, anche per chi sente il dovere di porre fine alla condizione disperata di un altro. Ma in questo caso, egli dice, non basta staccare la spina ossia lasciar morire Terri Schiavo infliggendole alcuni giorni di vita in cui, egli scrive, l'organismo prova comunque delle sofferenze, pur senza averne presumibilmente coscienza, patisce in qualche modo la disidratazione e così via, tanto è vero, egli aggiunge, che in questi casi vengono spesso somministrati dei sedativi. È una pura ipocrisia e viltà, egli conclude, non praticare una iniezione che ponga subito fine a quelle probabili residue sofferenze e comunque ad una condizione che si giudica intollerabile. Non c'è differenza morale fra un'iniezione letale o una spina staccata, perché entrambe danno con certezza la morte; se, in un caso estremo, è giusto - o meno ingiusto - darla, è doveroso farlo nel modo più alleviante per il morituro e senza imbrogliare se stessi dandosi ad intendere di non aver fatto nulla e di aver lasciato fare alla cosiddetta natura.


  23 marzo 2005