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sulla stampa
a cura di G.C. - 22 marzo 2005


Costi quel che Costi
Pasquale Cascella su
l'Unità

Tutto stracciato. Disponibilità, appelli, richiami, ricorsi, anche dell'ultima ora, non sono valsi a niente. Si va avanti con il testo blindato, i tempi contingentanti, l'inversione dell'ordine del giorno, il prolungamento delle sedute pur di approvare la manomissione della Costituzione così come vogliono Umberto Bossi e Silvio Berlusconi. E come piace ad An.
"Ci piace", proprio così dice Ignazio La Russa, per occultare la resa al diktat leghista di non concedere nulla, non cambiare niente e puntare diritto al muro contro muro. La revisione costituzionale deve essere approvata entro domani, prima che le festività pasquali sottraggano l'imperio all'"unto" per restituirlo al Signore del Sacrificio e della Resurrezione. Costi quel che costi, pur di non rinunciare - come guarda caso ha annunciato Giulio Tremonti a "Porta a porta" - alla "media festa", si deve sbaraccare l'intera seconda parte della Costituzione. All'insegna del pirandelliano "così è se vi pare".
Per dire, ai banchi del governo il ministro per le riforme non c'è. Già, apparentemente Roberto Calderoli è dimissionario. In compenso, l'interessato è presente al suo banco di senatore, per il piacere del suo capogruppo che lo considera un "turista". Come Berlusconi nell'indimenticato duetto al Parlamento europeo sui "turisti della democrazia". Avrà pensato, con quest'altra sceneggiata, di riscattare il "nervosismo" imputatogli addirittura da Bossi. A conferma della doppiezza di questo centrodestra. Da una parte si fa beffe sia del dettato costituzionale sia del richiamo del presidente della Repubblica alla priorità del confronto sulle grandi questioni di libertà e di democrazia. Dall'altra, con la sua visione assolutistica precostituisce (dando di fatto ragione al Romano Prodi che paventa una "dittatura della maggioranza") la prevaricazione non solo sull'opposizione ma sugli stessi parlamentari del centrodestra. Dopo il ricatto, infatti, scatta il baratto: tra la rinuncia al mandato di "rappresentanti della nazione" e la conferma della candidatura alle prossime elezioni. E se è Berlusconi a esporsi nel richiamare all'ordine i "sabotatori", che la scorsa settimana hanno fatto saltare ripetutamente il numero legale, vuol dire che il dazio imposto da Umberto Bossi (ben più cogente della farsa delle dimissioni del suo successore al ministero delle Riforme) ha cominciato ad alterare, insieme alle regole istituzionali, anche quelle politiche del mercato interno alla Casa delle libertà.

Tutto si tiene. Tutti alla stanga. Compreso il presidente facente funzione del Senato. Di regola è a lui che tocca proporre il calendario dei lavori. Ieri, invece, ha rimesso l'incombenza direttamente al capogruppo di Forza Italia. Sarà il maggioritario assoluto, ma resta pur sempre roba da Schifani.


Il nuovo patto di stabilità
Roberto Mania su
la Repubblica

ROMA - Meno vincoli numerici più valutazioni di politica economica. L´Ecofin cambia così la filosofia del Patto di stabilità e crescita. Le proposte dei ministri economici saranno da oggi all´esame dei capi di governo dei 25 Paesi dell´Unione. Per l´Europa economica comincia una nuova stagione. Il Patto da rigido e "stupido", come disse Romano Prodi, diventa "à la carte", nel quale ciascuno degli Stati membri potrà scegliere la sua strada per rispettare quelli che restano ancora i parametri fondamentali: il tetto del 3 per cento al rapporto tra deficit e Pil e quello del 60 per cento al debito/Pil. Ma gli sforamenti, ora, saranno ammessi per quanto in via eccezionale e temporaneamente.
Il tetto del 3 per cento. Il limite alla crescita del deficit rispetto al Pil continua ad essere quello noto del 3 per cento. L´eventuale sfondamento, però, verrà valutato in maniera diversa, meno severa rispetto al passato. Così le procedure per sanzionare il deficit eccessivo non saranno più automatiche. I Paesi della Ue potranno superare il 3 per cento (il 3,4, per esempio) e non saranno per forza puniti. Dipenderà dai motivi economici alla base dell´andamento negativo dei conti. Insomma le battaglie sui decimali non ci saranno più.
Le procedure, le riforme, i "fattori rilevanti". Quando un Paese andrà oltre la soglia del 3 per cento, la Commissione preparerà un dossier e in questa fase dovrà tenere conto delle riforme strutturali, in particolare quella delle pensioni soprattutto se, accanto al pilastro pubblico è prevista la previdenza complementare. La Commissione sarà tenuta ad esaminare tutte le riforme realizzate in attuazione dell´Agenda di Lisbona capaci di correggere nel tempo la dinamica della spesa pubblica, anche se nel breve tempo potranno produrre disavanzi. Ma il "guardiano" di Bruxelles (così la Commissione viene definita nel documento dell´Ecofin) dovrà considerare anche "altri fattori rilevanti". Una formula molto ampia che consente di inserire i costi "per l´unificazione europea, se ha avuto un effetto negativo sulla crescita e l´andamento dei conti pubblici di un Paese". Una norma ad hoc per la Germania e che ha permesso di trovare il compromesso di domenica sera. Tra i "fattori rilevanti" le spese destinate alla ricerca e all´innovazione.

Complessivamente la procedura avviata dall´esecutivo europeo potrà durare anche cinque anni.
Il peso del debito. Continua ad essere importante il controllo della dinamica del debito pubblico. Il tetto del 60 per cento rispetto al Pil non è stato toccato, ma non è stato introdotto nessun criterio quantitativo per rafforzarne il vincolo. Il ritmo di riduzione dovrà essere soddisfacente in "termini qualitativi". Una formula chiesta in particolare dall´Italia, che insieme alla Grecia ha il record del debito. In ogni caso i Paesi con un basso debito avranno più spazio di manovra. I Paesi virtuosi, e in una fase di crescita sostenuta, saranno premiati con la possibilità di sforare, nel medio termine, fino all´1 per cento del Pil (contro lo 0,5 per cento precedente). Per gli altri rimarrà la regola del "close to balance", ma con la flessibilità che permette la nuova versione del Patto.


Terri, un giudice potrà riattaccare la spina
Roberto Rezzo su
l'Unità

La battaglia per Terri Schiavo continua. Sono passati 42 minuti dopo la mezzanotte quando la Camera dei deputati, convocata nel bel mezzo delle vacanze pasquali per una seduta straordinaria notturna nella Domenica delle palme, approva - con la schiacciante maggioranza di 203 voti contro 58 - una legge che estende i poteri della magistratura federale su quella dei singoli Stati.
Un provvedimento che di fatto spalanca le porte a tre gradi di appello, sino alla Corte suprema degli Stati Uniti, contro la decisione dei giudici della Florida, che venerdì scorso hanno ordinato venisse staccato il tubo dell'alimentazione forzata a una donna in stato vegetativo da 15 anni.
Alla Casa Bianca le luci sono ancora accese. Il presidente George W. Bush attende impaziente con la penna in mano il testo già licenziato al Senato. All'una e undici minuti esatti mette la firma che rende il provvedimento esecutivo e dichiara: "Starò sempre dalla parte di coloro che difendono la vita di tutti gli americani, compresi quelli che sono disabili". Il padre di Terri, emozionato, racconta (anche se la scienza sostiene che la donna non è in grado di percepire alcun tipo di stimolo, né di comunicare): "Quando gliel'ho detto lei mi ha risposto con un grande sorriso. Che Dio ci aiuti".
Seguendo un implacabile meccanismo a orologeria, all'alba di lunedì a Tampa in Florida gli avvocati dei genitori di Terri Schiavo hanno presentato con procedura d'urgenza la richiesta di un'ingiunzione per l'immediato ripristino dell'alimentazione forzata e un supplemento d'indagini sulle condizioni mediche della donna.

Il caso tiene con il fiato sospeso l'opinione pubblica americana e la maggioranza repubblicana al Congresso lo sta cavalcando con il vento in poppa. "Non ci vuole un miracolo per mantenere Terri Schiavo in vita. Bastano le cure mediche e le terapie cui ha diritto ogni paziente", ha assicurato il capogruppo repubblicano alla Camera, il texano Tom DeLay. Lo speaker J. Dennis Hastert, nelle tre ore in cui ha presieduto il dibattito, ha disquisito sulle tecniche di rianimazione citando i Vangeli e Giovanni Paolo II. La destra religiosa s'è mobilitata con tutto il peso delle organizzazioni che lottano per mettere fuori legge l'aborto.
"Questo è un giorno molto triste per Terri - ha dichiarato Michael Schiavo, il marito della donna - Ma non solo per Terri, è un brutto giorno per tutti in questo Paese. Ora il governo degli Stati Uniti si prende il diritto di intromettersi nella nostra vita personale, nelle questioni che riguardano le nostre famiglie". È stato Michael Schiavo a chiedere che si smettesse di mantenere in vita artificialmente la moglie dopo che le migliori autorità mediche hanno pronunciato lo stato vegetativo irreversibile. La donna non è in grado di percepire alcun tipo di stimolo, né di comunicare. Il suo cervello, lesionato per mancanza di irrorazione sanguigna in seguito a un colasso cardiaco, assolve solo alcune funzioni involontarie, come quella del respiro. Michael Schiavo sostiene che la moglie non avrebbe mai voluto essere tenuta in vita in queste condizioni e da quattro anni ha ingaggiato un duro braccio di ferro con i suoceri perché le sue volontà fossero rispettate. Ha rifiutato un milione di dollari da un miliardario repubblicano per cambiare idea. Ieri ha commentato le dichiarazioni di Tom Delay definendolo "un viscido serpentello" che si muove per sfruttare un vantaggio politico.
Un sondaggio condotto per conto della rete televisiva Abc indica che il 70 per cento degli americani ritiene sbagliato l'intervento del Congresso mentre il 67 per cento pensa che deputati e senatori abbiano agito per calcolo politico e non perché realmente interessati ai principi etici che ruotano attorno al caso di Terri Schiavo.



Il valore della vita e il diritto di morire
Stefano Rodotà su
la Repubblica

Dieci anni fa venne pubblicato in Inghilterra un libro dal titolo “The Revival of Death”, traducibile come “il ritorno della morte”. La morte non era scomparsa, ma era stata socialmente rifiutata, era divenuta la “morte negata” di cui ci ha parlato Philippe Ariés: espulsa dai discorsi, esclusa dagli ambienti familiari, medicalizzata, trasferita negli ospedali. Lontana il più possibile dagli sguardi, avvolta nel silenzio, consegnata con misura al compianto.
Ma non è stato uno spontaneo mutamento della sensibilità collettiva a riconsegnarci la morte come momento ineludibile dalla riflessione pubblica. È stato il lento stratificarsi dei trattamenti tecnologici dei morenti a mostrarci una morte diversa da quella alla quale eravamo abituati, e ad obbligarci a riaprire gli occhi. Sono state le immagini terribili delle ultime ore di Franco e Tito, ormai ridotti ad appendice disumanizzata di apparecchiature per la sopravvivenza, a dirci che allontanare il momento della morte non era una forma di rispetto della persona, ma un oltraggio alla sua dignità, per una ragion di Stato che esigeva qualche ora ancora per regolare le partite politiche aperte dalla scomparsa di un dittatore.
Da allora la morte è ritornata tra noi, in forme sempre più esigenti. La vicenda di Terri Schiavo sta appassionando e dividendo il mondo, ed obbliga anche a guardare ad un caso simile di casa nostra, dove da anni il padre di Eluana Englaro lotta per sottrarre la figlia ad una sopravvivenza senza speranza, assicurata solo dalla alimentazione e dalla idratazione forzata. E il mutamento del clima sociale e culturale è testimoniato dai molti film che negli ultimi tempi ci hanno parlato della dignità del morire, delle decisioni difficili intorno alla morte – "Le invasioni barbariche", "Mare dentro", "Million dollar baby".
Sono, questi, i segni di una deriva culturale che sta perdendo il valore della vita o, al contrario, di una progressiva presa di coscienza di che cosa significhi oggi il morire, non più l´attimo in cui ci si congeda dalla vita, ma un tragitto sempre più lungo, drammatico, dolorosissimo? Poteva essere così anche prima del radicarsi e del diffondersi di tecnologie della sopravvivenza. Ma non siamo più nella condizione descritta da Karen Blixen narrando degli africani che portavano i morenti sull´altra riva del fiume e, da lontano, assistevano serenamente al loro lento spegnersi. Oggi la tecnologia può chiudere i corpi in una prigione per un tempo senza speranza, che può divenire intollerabile. Per questo, da decenni ormai si rifiuta l´"accanimento terapeutico", anche nei codici di deontologia medica, e si è giunti ad attribuire a ciascuno di noi il diritto di rifiutare le cure, che è appunto il diritto di lasciarsi consapevolmente morire, come ha fatto poco tempo fa una persona che, ritenendo intollerabile il vivere con una gamba amputata, ha rifiutato l´intervento ed è morta poco tempo dopo.
Non è vero, dunque, che stiamo abbandonando il rispetto per la vita. Vogliamo rifiutare il sostegno tecnico o farmacologico quando può rendere la vita intollerabile.
Ci siamo riappropriati delle decisioni sul morire, ma siamo ancora esitanti di fronte al modo in cui si esercita questo nuovissimo potere. Se Terri Schiavo e Eluana Englaro avessero lasciato scritto che rifiutavano ogni terapia di sopravvivenza, di questa loro volontà si sarebbe dovuto tener conto. Ma, in assenza di una dichiarazione esplicita, possono altri, marito o padre, decidere della vita di chi si trova in uno stato vegetativo permanente?

Il quadro giuridico è in rapido mutamento in tutti i paesi, e la tendenza è chiaramente nel senso di ammettere sempre più largamente la possibilità di "morire bene". Alla fine della passata legislatura, ad esempio, una commissione nominata dal ministro Veronesi aveva concluso nel senso di ritenere legittima l´interruzione dell´alimentazione e della idratazione di chi si trovi in stato vegetativo permanente: ora proprio su questo dovrà esprimersi la Corte di Cassazione, alla quale spetta l´ultima parola sul caso di Eluana Englaro. E la Corte d´appello di Milano, che aveva respinto la richiesta del padre di Eluana sostenendo che alimentazione e idratazione non sono trattamenti terapeutici, aveva tuttavia affermato che spettava a lui il diritto di "esprimere o rifiutare il consenso al trattamento terapeutico", riconoscendo così che, in casi come questo, può esservi un "tutore" che decide al posto di chi è ormai del tutto incapace.
Siamo di fronte a casi estremi che, tuttavia, devono essere valutati tenendo conto che ci muoviamo in un contesto in cui ormai il principio di base non è quello della sopravvivenza ad ogni costo. Il potere di decisione è nelle mani di ciascuno di noi: abbiamo il diritto di rifiutare le cure, di lasciarci morire, di rinunciare per il futuro alle terapie di sopravvivenza (è il cosiddetto "testamento di vita", di cui sta tornando ad occuparsi il Parlamento). Così stando le cose, casi come quelli di Terri Schiavo e Eluana Englaro si collocano già nell´area in cui è legittima la decisione di porre fine alla vita. E questo è confermato dal fatto che, per superare la legittima decisione di un giudice, negli Usa è stata necessaria una specifica legge.
Ma così si va nella direzione sbagliata, con una rinnovata pretesa dello Stato di prendere decisioni che riguardano la sorte di singole persone. Quando si è sottratto al potere del medico, e affidato al consenso dell´interessato, il potere delle decisioni sulla propria esistenza, si è detto che nasceva un nuovo "soggetto morale": l´individuo non più oggetto del potere del terapeuta, ma libero nelle proprie determinazioni. Abbiamo così stabilito che la sopravvivenza non è una finalità da perseguire ad ogni costo. Le regole giuridiche, allora, possono essere opportune per fissare procedure grazie alle quali giungere alle decisioni con adeguata informazione e riflessione. Non possono, invece, impadronirsi esse stesse della vita, imporre il dolore al morente che invoca aiuto, negare al morente la dignità nel morire.
Alla cerimonia dell´addio non si addice un clamore mediatico mascherato da rispetto per la vita.


Il centrosinistra sulla rotta di Blair
Angelo Panebianco sul
Corriere della Sera

Il segretario dei Ds Piero Fassino appare impegnato in un serio tentativo di modificare gli orientamenti di politica internazionale del suo partito e del centrosinistra. Le sue recenti parole sulla politica di George Bush, e l'auspicio di un inedito attivismo della sinistra sul tema dell'esportazione della libertà, segnano, come ha osservato Paolo Franchi sul Corriere di ieri, un salto di qualità. Se pure Fassino mantiene il giudizio negativo sulla guerra in Iraq, il riconoscimento del ruolo positivo che ha assunto in Medio Oriente l'impegno di Bush a favore della democrazia ( talché i neoconservatori, ispiratori di quella politica, risultano oggi, per Fassino, preferibili ai vecchi realisti alla Kissinger, difensori dello status quo e pertanto contrari a destabilizzare le dittature) e l'autocritica sul passato disinteresse della sinistra per il tema della lotta alle tirannìe, aprono la strada, potenzialmente, a un cambiamento di prospettiva.
Se la sinistra italiana seguisse la rotta indicata da Fassino, finirebbe per avvicinarsi ai laburisti di Tony Blair ( da cui è stata ferocemente divisa nel recente passato a causa della guerra in Iraq) che quelle idee hanno sempre propugnato. Si imporrebbe anche un ripensamento sul ruolo dell'Europa franco tedesca propugnatrice, in tema di democrazia, proprio del realismo di stampo kissingeriano criticato da Fassino. Per dire che le conseguenze potrebbero essere notevoli.
Ma c'è un ma. La politica italiana è un cimitero di buone intenzioni: tante volte abbiamo sentito in passato parole che suonavano innovative e alle quali però non seguivano i fatti. Perché alle parole di Fassino corrispondano cambiamenti negli atteggiamenti della sinistra italiana occorre che esse diventino il primo passo di un lungo percorso politico.
La possibilità, sulla carta, c'è. La posizione maturata da Fassino non è distante da quella del leader della Margherita Francesco Rutelli.
Fassino e Rutelli guidano due forze che, insieme, rappresentano oltre i due terzi della sinistra italiana. Essi hanno la possibilità di impegnarsi in una battaglia, culturale e politica, per rendere le loro posizioni maggioritarie fra i quadri, i militanti e gli elettori dei loro partiti. Oggi maggioritarie non sono. Come potrebbero esserlo dopo tante feroci polemiche e tante manifestazioni di piazza contro Bush e la politica di esportazione della democrazia? Non si possono cambiare di colpo atteggiamenti che vengono da lontano, radicati in tanti militanti di sinistra. Per farlo occorre dare battaglia: suscitare dibattiti nel Paese, organizzare manifestazioni, convogliare in modo sistematico e continuo gli sforzi dei sostenitori contro i tiranni e a favore della libertà in Medio Oriente e altrove. Occorre un'opera pedagogica sistematica per sconfiggere atteggiamenti diffusi come l'antiamericanismo e il relativismo culturale ( l'idea che democrazia e libertà non possano riguardare i popoli extraoccidentali). Occorre fare, ma con le grandi forze a disposizione della sinistra, ciò che su questo terreno fanno solo i Radicali di Pannella.



Ue a Fazio: su banche decide Commissione
Redazione del
Corriere della Sera

BRUXELLES (BELGIO) - La Commissione europea deciderà sull'eventuale opa lanciata dagli spagnoli del Banco di Bilbao (Bbva) su Bnl e dagli olandesi dell'Abn ambro su Antonveneta. E il governatore della Banca d'Italia anche se volesse mantenere le due banche sotto il controllo italiano non potrà opporsi. E' questo il messaggio lanciato dalla Commissione Ue a Bankitalia.
Anche se Bankitalia dovesse bloccare un'opa su una banca italiana invocando "motivi prudenziali", spetterebbe comunque alla Commissione europea giudicare se queste motivazioni sono fondate o meno ha spiegato oggi un portavoce dell'esecutivo Ue ricordando che il regolamento fusioni prevede che gli Stati membri possano "intervenire" adducendo "norme prudenziali" :"Se le autorità italiane dovessero ritenere che vi siano motivi prudenziali per cui una certa banca non debba acquistare una banca italiana - perchè per esempio ritengono che ciò porterebbe alla destabilizzazione del settore finanziario - potrebbero invocare tali motivi". Ma, ha detto Jonathan Todd, portavoce del commissario europeo alla concorrenza, la olandese Neelie Kroes,"in quel caso spetterebbe alla Commissione valutare se questi motivi prudenziali sussistono o meno".

La Banca d'Italia, ha ricordato ancora Todd, può comunque chiedere alla Commissione europea di esaminare opa come quelle che Bbva e Abn potrebbero lanciare rispettivamente su Bnl e Antonveneta in Italia, anche se queste hanno "dimensione europea" e il loro esame antitrust spetta quindi in prima battuta a Bruxelles. "La Banca d'Italia è l'autorità di concorrenza per il settore bancario in Italia", ha spiegato il portavoce, "e ai sensi del regolamento fusioni ha il diritto di chiedere alla Commissione di trattare il caso al posto della Commissione stessa, se ci fossero ragioni particolari per farlo. La Commissione - ha aggiunto - valuterebbe la richiesta nel merito". "Se ci dovessero essere fusioni bancarie e se avessero dimensione europea - ha detto il portavoce - la procedura standard prevede che sia la commissione ad occuparsene sulla base delle regole della concorrenza". Il "Regolamento comunitario sulle concentrazioni" (anche nella nuova versione numero 139/2004) prevede che un'opa ha "dimensione comunitaria" quando "il fatturato totale realizzato a livello mondiale dall'insieme delle imprese interessate è superiore a 5 miliardi di euro, e il fatturato totale realizzato individualmente nella Comunità da almeno due delle imprese interessate è superiore a 250 milioni di euro".
Perplessità. E' quella espressa dal cosidetto "contropatto" degli azionisti della Banca Nazionale del lavoro (Bnl) sull'acquisizione della banca da parte degli spagnoli del Banco di Bilbao (Bbva) che conferma in una nota la volontà di perseguire gli obiettivi fissati con la sua costituzione.
In una nota firmata dal presidente Giampiero Tasco il contropatto ricorda che "nei giorni scorsi sono circolate notizie sugli organi di stampa circa un possibile prossimo lancio di un'offerta pubblica di acquisto da parte del Banco di Bilbao avente ad oggetto le azioni ordinarie della Bnl". Con riferimento a tali notizie, "gli aderenti al Patto parasociale della Bnl, che presiedo e che da ultimo è stato pubblicato nel dicembre 2004, ribadiscono il loro interesse a perseguire gli obiettivi prefissatisi con la stipula del Patto stesso e manifestano perplessità in merito all'eventuale acquisizione del controllo individuale della Bnl da parte proprio dal soggetto industriale che ha partecipato alla gestione nel recente periodo, nel corso del quale i risultati della Banca non hanno brillato e non hanno dato agli azionisti le soddisfazioni che si sarebbero attesi". Naturalmente, conclude la nota, "una posizione formale sarà assunta soltanto una volta che la detta offerta sia autorizzata dagli organi competenti e quindi i termini definitivi della stessa resi noti al mercato".


  22 marzo 2005