
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 19 marzo 2005
La lezione del Colle al telepopulista
Sommari de la Repubblica
http://www.repubblica.it
La base della democrazia è il Parlamento, non la tv. Solo in una nazione duramente provata da tre anni di demagogia telecratica può accadere che il Capo dello Stato sia costretto a impartire al Capo del governo una «lezione» così elementare di pedagogia repubblicana. Eppure succede anche questo, in un´Italia irrisolta che il Cavaliere sta trasformando nel Paese dell´irrealtà. Il presidente della Repubblica, da Londra, pronuncia una sconfessione pubblica che non ha precedenti nei confronti del presidente del Consiglio.
La sceneggiata al potere
Curzio Maltese su la Repubblica del 18 marzo
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Il governo ha perso forse un altro pezzo e di sicuro un po´ di faccia. Le notizie sono che il ministro leghista Calderoli minaccia le dimissioni per il ritardo nell´iter delle riforme e che il premier Berlusconi s´è rimangiato la storia del ritiro delle truppe dall´Iraq, dopo aver messo a soqquadro le cancellerie di mezzo mondo. Entrambe presentano un considerevole tratto comico ma la seconda merita la precedenza per il carattere di bufala planetaria, un vero record anche per i generosi standard governativi.
Non era dunque vero, come molti sospettavano, che l´Italia «comincerà il ritiro delle truppe dall´Iraq a partire da settembre». Il premier ha chiarito che non vi saranno novità su questo fronte e di conseguenza non c´è nulla da riferire in Parlamento
«Si è trattato di un clamoroso caso di disinformazione» ha precisato Berlusconi, non a torto.
Soltanto che la disinformazione è sua.
Dopo aver mandato in tilt i governi di qua e di là dell´Atlantico, il premier ammette di fatto d´aver mentito l´altra sera nel sottostante salotto di Vespa quando ha promesso un graduale ritiro. La formula è consueta: il pensiero è stato frainteso, manipolato, eccetera. Ma la lettura del labiale e l´ascolto della cassetta della trasmissione recita alla lettera: «Credo che cominceremo a ridurre il nostro contingente anche prima della fine dell´anno, a partire da settembre, d´accordo con gli alleati e con il governo iracheno». E poi: «Ne ho già parlato con Blair». Forse il segreto interpretativo risiede nel verbo «credere», come sempre nel caso Berlusconi. Il premier sottolinea infatti che si trattava di un puro auspicio.
La novità è che le parole del premier stavolta hanno fatto il giro del mondo, dove non lo conoscono bene e tutti l´hanno preso sul serio, da Zapatero che si è subito complimentato ad Al Quaida che ha emesso regolare comunicato su Internet. Gli alleati Bush e Blair, considerando Berlusconi uno statista o quantomeno un normale capo di governo, hanno scambiato l´auspicio nel tinello di casa per un annuncio ufficiale e si sono precipitati a chiedere chiarimenti all´interessato.
Berlusconi deve aver negato tutto, anche di aver già parlato di ritiro con Blair, il quale in effetti non ricordava.
La seconda notizia, non meno interessante, è invece rimasta nei confini nazionali o anche padani. Il ministro Calderoli, all´ultimo anno di legislatura, si è accorto di colpo che l´oggetto del suo dicastero, le riforme, non esiste. Di conseguenza ha annunciato dimissioni. La Lega sostiene l´erede di Bossi con la minaccia di lasciare la maggioranza, ricatto che ha scadenza semestrale e fa leva sullo sbiadito ricordo del ribaltone. La vicenda ha tutta l´aria di una sceneggiata, come ammette volentieri larga parte della maggioranza stessa, con l´aggravante di essere una sceneggiata bergamasca, priva della grande tradizione musicale partenopea. È probabile che in brevissimo tempo anche Calderoli passi dall´annuncio ufficiale al semplice auspicio. La storia è comunque sgradevole per il governo perché riflette il clima da mercato delle vacche nel quale sta spegnendosi la legislatura. Tanto che il servizievole direttore del Tg1, Mimun, per non sbagliare ha pensato bene di nasconderla nei titoli di testa dell´edizione serale, provocando l´ennesima, estenuata, commovente protesta dei suoi redattori.
Dubbi Ue sui conti, Berlusconi protesta
« Cifre non convincenti » . Eurostat non dà il via libera ai bilanci 2003 e 2004, rapporto deficit Pil a rischio.
sommari del Corriere della Sera
BRUXELLES Eurostat, l'Istituto statistico della Commissione europea, non convalida i bilanci pubblici dell'Italia per il 2003 e il 2004, e informa che « il chiarimento » dei dati « potrebbe condurre a una revisione al rialzo del deficit pubblico » . Negli ultimi due esercizi il rapporto deficit pil, parametro chiave del Trattato di Maastricht, era arrivato al limite: 2,9% nel 2003 e 3% l'anno dopo. Adesso, sostiene Eurostat, i numeri potrebbero salire almeno al 3,1% per entrambi gli esercizi. Ciò significherebbe l'avvio della procedura per deficit eccessivo a carico dell'Italia. Berlusconi protesta: « Siamo stanchi della burocrazia Ue, darò battaglia » . I controlli sono partiti dopo i dubbi sollevati da Prodi, citato nella lettera dal Lussemburgo del 4 dicembre scorso con la quale Eurostat chiedeva al governo chiarimenti sul deficit.
Il rispetto delle regole
Andrea Bonanni su la Repubblica
BRUXELLES - L´Ufficio europeo di statistica si rifiuta di convalidare il consuntivo dei conti pubblici italiani per il 2003 (Tremonti) e 2004 (Tremonti e Siniscalco). E annuncia che, dopo aver controllato i criteri con cui l´Istat li ha certificati, il nostro deficit «potrebbe essere rivisto al rialzo». In questo caso, per due anni consecutivi, l´Italia potrebbe aver sfondato il tetto del 3 per cento e si troverebbe dunque in una situazione di deficit eccessivo insieme con Francia, Germania e Grecia. Il capo del governo italiano reagisce alla notizia senza rispondere nel merito, ma dicendosi «stanco di queste burocratizzazioni assurde». «L´Europa dichiara Berlusconi non deve creare difficoltà ai governi, ma esattamente il contrario».
Ora non c´è dubbio che le verifiche contabili dei bilanci abbiano più attinenza con la burocrazia che con la lirica, l´epica o la propaganda. Ma è anche evidente che uno stato moderno si fonda sul rispetto delle regole di bilancio e sulla trasparenza dei suoi conti pubblici. Il richiamo di un paese all´osservanza di queste regole non è fatto per «creare difficoltà al governo», ma al contrario per tutelare gli interessi dei cittadini, e il loro diritto fondamentale a sapere con esattezza come vengono spesi i loro soldi.
Dopo averci lungamente e inutilmente messi in guardia contro i rischi della «finanza creativa», l´Europa ci accusa in modo neppure tanto velato di falso in bilancio. Una impresa privata che incorresse in una simile sanzione da parte di una società di revisione dei conti subirebbe un danno gravissimo al suo prestigio e chiamerebbe immediatamente i propri dirigenti a renderne conto. Ma l´amministratore delegato dell´azienda Italia si limita ad inveire contro la burocrazia europea.
Il terzo segnale di allarme riguarda il rischio, a questo punto ormai quasi una certezza, di trovarsi in violazione del limite del tre per cento fissato dal Patto di Stabilità. Secondo le stime dell´Istat, l´Italia ha chiuso il 2004 con un deficit del 3%. Basta anche uno sforamento minimo per sfondare il tetto. Né è credibile che la revisione dei criteri contabili possa condurre ad una stima del deficit più favorevole. Il comunicato dell´Ufficio statistico delle Comunità europee è esplicito. Mentre le verifiche ancora in corso per Lettonia e Lituania potrebbero risultare in una revisione al ribasso del loro fabbisogno, quelle per Grecia e Italia possono risolversi solo con un aggravamento della fotografia dei nostri conti pubblici.
In sé e per sé uno sfondamento del limite del 3%, che si spera comunque contenuto, non è una tragedia. Molto più grave è indubbiamente il danno di immagine che ci deriva dal fatto che la violazione sia stata surrettiziamente occultata. Ma la eventuale apertura di una procedura per deficit eccessivo dovrebbe costringere il governo ad una manovra correttiva e renderebbe comunque più difficile reperire una reale copertura finanziaria per i nuovi tagli di tasse annunciati in televisione dal capo del governo.
Ma il segnale forse più preoccupante in questo brutto pasticcio di conti che non tornano, non viene da Bruxelles ma da Roma. Ed è costituito dalle parole sprezzanti con cui il capo del governo ha cercato ieri di girare la frittata accusando la burocrazia europea di mettergli i bastoni tra le ruote.
Come in una riedizione moderna della favola del lupo e dell´agnello, Berlusconi accusa l´Europa di far valere regole che l´Italia ha accettato, ma che ha poi nei fatti trasgredito. Più di ogni altro pasticcio, più degli artifici contabili utilizzati furbescamente per far tornare conti che non tornano, è questo tipo di atteggiamento insofferente di qualsiasi regola che non sia ad personam che dimostra la condizione penosa in cui versa oggi l´Italia in Europa. Una condizione che spiega il suo ritardo culturale, il suo isolamento politico, la sua decadenza economica, il suo drastico ridimensionamento di ruolo a favore di paesi come la Spagna.
Le regole del gioco europeo possono essere contestate, anche duramente. Francia e Germania sul Patto di stabilità ne hanno dato una dimostrazione impressionante. Quello che non si può fare è ignorarle, o cercare di aggirarle in modo furbesco. Abbiamo approvato il mandato di arresto europeo voluto, è bene ricordarlo, soprattutto per lottare contro fenomeni criminali di tipo mafioso e terroristico, ma siamo l´unico Paese a non averlo ancora ratificato.
Chiediamo di poter affrontare un fenomeno epocale come l´esplosione dell´economia cinese imponendo dazi che non abbiamo il diritto di imporre. Contestiamo l´euro per un´inflazione che abbiamo solo noi, dimenticando che ci garantisce bassi tassi di interesse su un debito esorbitante senza i quali dovremmo moltiplicare le tasse. E poi, naturalmente, accusiamo l´Europa di un pregiudizio anti-italiano quando ci chiama a rendere conto delle nostre inconsistenze.
Spionaggio informatico, la Procura indaga,
si dimette il direttore di Laziomatica
sommari de l'Unità
I dati prelevati illegalmente dall'anagrafe romana venivano subito trasferiti da Laziomatica all'ufficio stampa di Storace. A dimostrarlo è un fax, mostrato ai giornalisti dai capigruppo della maggioranza in Campidoglio. La Procura di Roma, intanto sottolinea,:«I terminali di Laziomatica sono stati resettati subito dopo l'annuncio alla stampa della violazione informatica ai danni del Campidoglio». Storace: «Tutto regolare». Ma il direttore di Laziomatica Maceri intanto si dimette.
Il paese dei brogli
Giorgio Bocca su la Repubblica
Una storia di comune sguaiatezza. Il Tar del Lazio respinge il ricorso di Alessandra Mussolini contro l´esclusione dalle elezioni regionali per flagrante reato di firme false e la battagliera nipote del Duce risponde attaccando il presidente del Tar, l´eccellente dottor Corrado Calabrò che, nel frattempo, con eccellente scelta, di tempo, il governo ha designato alla presidenza dell´Authority delle Telecomunicazioni.
Ma la Mussolini non si fa impressionare dalle carriere ministeriali e dagli onori letterari, lei va giù pesante: «Non hanno neanche aspettato un giorno, ormai sono An: Arroganza nazionale. La nomina di Calabrò a presidente dell´Authority delle Telecomunicazioni? Un premio dopo la sentenza». Calabrò smentisce: «Con la sentenza della Mussolini non c´entro nulla».
Ma qui conviene fermarsi, il gioco del dire e disdire è ormai dominante nella politica italiana. E questi intrighi alla corte berlusconiana non si fermano di fronte a nessuna bassezza. C´è chi sostiene che la promozione di Calabrò sia un atto di «cafoneria costituzionale» e chi ci vede addirittura una mossa dei suoi nemici per arrestarne la irresistibile carriera. C´è chi ci vede un attacco alla libertà di informazione. «Non stiamo parlando di una vicenda privata» dice il diessino Beppe Giulietti «ma degli arbitri che dovranno gestire quel poco che resta della libertà di mercato e della par condicio. Le premesse non sono bene auguranti». Sullo scandalo delle firme false presentate dalla Mussolini si potrebbe dire come dice il nostro presidente del Consiglio «ma che devo smentire se non c´è nulla da smentire?». Le firme false sono come le tangenti di tangentopoli, ci sono ma non fanno scandalo, e neppure sentenza, ci sono ma «così fan tutti» come diceva Craxi, ci sono ma decine di deputati presi con le mani nel sacco siedono tranquillamente in Parlamento e legiferano in tema di pubblica onestà. Daniele Capezzone il segretario dei radicali italiani ha commentato la decisione del Tar: «Se la Mussolini ha sbagliato è giusto che paghi, ma ora si aprano tutti gli armadi perché gli scheletri da dentro premono: sia quelli del Polo che quelli dell´Ulivo.
Così fan tutti, le accuse vanno provate, il legale svolgimento delle elezioni, l´interesse della corretta amministrazione: il vaniloquio in televisione e nei giornali continua e intanto mastodontici cadaveri come quello dell´oil for food passano senza che si riesca a fare un nome di chi ci si è ingrassato per decenni.
Lo scandalo elettorale di Alessandra Mussolini è una storia di comune sguaiatezza. C´è entrata anche la zia Loren Scicolone. I soliti brogli, il solito colore napoletano, la solita Italia.
La nuova Russia e la spina ucraina
Alberto Ronchey sul Corriere della Sera
Prima le contestazioni elettorali nella Georgia, poi nell'Ucraina, ora il nazionalismo confusionale in Moldova. Ma le maggiori tensioni restano in Ucraina, come ricorda in questi giorni la missione di Putin a Kiev.
Viktor Yushenko, insediato alla presidenza della Repubblica dopo la finale sconfitta del candidato russofilo Yanukovic, aveva subito affrontato la distensiva missione a Mosca, seguita nei giorni successivi dal tour de charme fra Strasburgo e Bruxelles, con replica in occasione della visita di Bush. A Putin prometteva di mantenere con la Russia un « rapporto strategico » , anche se aveva più volte manifestato l'aspirazione all'ingresso nell'Ue. Ma i russi possono usare notevoli mezzi di pressione su Kiev, come le forniture di petrolio e gas o l'influenza politica diffusa in vaste regioni ucraine. A loro volta, i 25 dell'Ue già superestesa possono accogliere con ogni onore Yushenko, ma non garantire all'Ucraina molto più che un buon vicinato, almeno per ora.
Equilibri non facili, per il temerario sopravvissuto all'attentato con la diossina, un episodio sul quale tuttora indaga la Procura generale di Kiev. Yushenko, fra l'altro, dovrà operare con potestà costituzionali molto limitate rispetto a quelle del suo predecessore, Leonid Kuchma. E i nuovi governanti dovranno reggersi fra persistenti contese, che dividono gli ucraini russofili dai gelosi custodi dell'indipendenza proclamata nel 1991. Yanukovic avverte che « devono aspettarsi un'opposizione durissima quanto nemmeno possono immaginare » , a maggior motivo dopo la scelta della nazionalista radicale Yulia Timoshenko per la guida del governo. Le ultime notizie segnalano anche tensioni dovute alle indagini sulla corruzione, oltreché sugli omicidi rimasti oscuri e impuniti negli ultimi anni. Suicida o ucciso, di recente, anche il generale Yurij Kravcenko, già ministro dell'Interno.
Oggi, dopo i rivolgimenti politici di Kiev, si assiste alla riscoperta dell'Ucraina. Un terzo della sua popolazione è d'origine russa, retaggio di secoli, poiché risale al 1654 l'unione prima volontaria poi coatta con la Moscovia.
Superata la frontiera, si confrontano due lingue diverse nell'ambito dell'alfabeto cirillico.
Anche la moneta è differente, la grivna sostituisce il rublo. Nelle regioni orientali e in Crimea, come hanno confermato le recenti elezioni, prevalgono russi e russofili, mentre l'Ucraina occidentale si rivolge all' Unione europea.
Le discordie interne sembrano temerarie o temibili, perché tornano a investire un terreno storicamente infiammabile dalle più esasperate conflittualità. L'Ucraina fu teatro privilegiato della guerra civile 1918' 21, che seguì la rivoluzione di Lenin, fra guardie rosse del krasnyj kavalerist Budennyj , guardie bianche del generale Denikin, semibanditi o semipartigiani anarchici.
Ora, davvero le oscure previsioni suscitate dalla bellicosità di Yanukovic potranno sfumare presto, come spera Yushenko? E' augurabile che la memoria nazionale costituisca un sufficiente antidoto all'esasperazione delle contese, anche se le recenti tragedie dei Balcani hanno dimostrato che ai margini dell' Europa gruppi etnici e nazioni sono ancora capaci di non risparmiarsi disastrosi conflitti.
Pantano italiano
Andrea Colombo su il Manifesto del 17 marzo
Annuncia, smentisce, conferma, corregge. Si arrampica su una parete oltre misura scivolosa. Sul tema più delicato che ci sia al mondo in questo momento, l'occupazione dell'Iraq, Silvio Berlusconi ha detto in 24 ore tutto e il contrario di tutto. L'ultima versione (per ora) è che l'avvio di ritiro solennemente annunciato in tv altro non era che un auspicio corroborato da presentimento, una previsione basata non si sa su cosa. Certo non sugli insanguinati bollettini di guerra che ogni giorno arrivano dall'Iraq. Nelle stesse 24 ore il capo del governo italiano, potenza numero tre tra le poche ancora impegnate sul fronte iracheno, è riuscito a irritare tutti: gli alleati, in Italia e all'estero, non meno che i rivali. Ha coinvolto Blair in un annuncio certamente non concordato, probabilmente non condiviso. Si è fatto pubblicamente correggere dal capo dello stato americano, fatto inusuale e imbarazzante, degno più del vassallaggio che dell'alleanza tra stati sovrani. Ha costretto il suo vicepremier e ministro degli esteri a una raffica di precisazioni e smentite, come si usa con i parenti in odore di interdizione.
Sul fronte opposto ha provocato le ire della Fed che aveva appena offerto, e gratuitamente, un incomprensibile segnale di concordia ritirando gli emendamenti sul finanziamento della missione Antica Babilonia. Tocco finale, ha offeso le istituzioni e chi le incarna disertando con palese disprezzo il parlamento per annunciare il ritiro direttamente ai telespettatori.
Il comportamento del premier è proprio di chi sa di stare affondando e si dibatte per trarsi fuori dalla palude che lo risucchia. Quella palude si chiama Iraq, il paese che forse diventerà un Vietnam per il petroliere texano che governa l'America ma lo è già per il miliardario lombardo che guida l'Italia. Berlusconi non può lasciare l'Iraq: nel mondo e in Europa è troppo isolato per fare a meno dell'appoggio americano. Ma la sua guerra è troppo impopolare in patria, e ancor di più lo è diventata dopo il drammatico sequestro di Giuliana Sgrena e l'oscura uccisione di Nicola Calipari, per affrontare le elezioni senza aver tirato fuori almeno un dito dal pantano.
Gli alleati anglosassoni possono in compenso offrire alle loro inquiete opinioni pubbliche qualche successo in politica economica. Il capo della destra italiana no. Non ha nulla di cui gloriarsi sugli altri fronti e anzi, per poter vantare almeno il taglio delle tasse, avrebbe bisogno di lasciarsi alle spalle un'avventura armata che costa miliardi di euro oltre che migliaia e migliaia di voti.
Chiuso in un vicolo cieco, il cavaliere cabarettista reagisce come può e come sa. Recita, mente, gioca una carta a effetto, poi la sostituisce con destrezza sperando che nella confusione se ne accorgano in pochi. Bisogna impedirglielo.
19 marzo 2005