
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 17 marzo 2005
Il tavolo con Putin senza l´Italia
scacco dell´Europa a Berlusconi
Andrea Bonanni su la Repubblica
L´incontro che relega definitivamente l´Italia nella serie B d´Europa è fissato per domani pomeriggio, quando a Parigi il presidente russo Vladimir Putin sarà ricevuto da Jacques Chirac, Gerhard Schroeder e José Luis Rodriguez Zapatero. Programma: colloqui su «questioni di carattere europeo e internazionale», conferenza stampa, cena dei quattro all´Eliseo.
Berlusconi non ci sarà. Non è stato invitato. Dopo la «troika» composta dai ministri degli esteri inglese, francese e tedesco, che insieme con lo spagnolo Solana responsabile per la politica estera dell´Unione negoziano con Teheran sul nucleare iraniano, questo è il secondo tavolo strategico da cui l´Italia viene esclusa. Il primo tavolo gestisce l´unico dossier diplomatico da cui l´America è assente e che sta realmente a cuore a Bush. Il secondo vedrà come interlocutore privilegiato l´altro «grande amico» di Berlusconi: Vladimir Putin.
L´esclusione da entrambi questi negoziati deve risultare particolarmente dolorosa per il presidente del Consiglio italiano.
Ormai è chiaro il disegno generale attorno a cui comincia ad articolarsi la nuova politica estera europea. Sulle questioni che hanno attinenza alla sicurezza e alla difesa, Francia e Germania, che agiscono ormai a tutti gli effetti come una singola superpotenza, si consultano su base regolare e sistematica con i britannici. Sulle questioni invece più strettamente «politiche», e su quelle che riguardano la gestione degli affari europei, francesi e tedeschi hanno cooptato gli spagnoli, dopo che Zapatero ha sconfitto Aznar e ha promesso di riportare Madrid nel cuore dell´Europa.
L´Italia, che non ha una rilevanza in materia di difesa paragonabile a quella dei britannici, e non ha una linea politica europea compatibile con quella franco-tedesca, resta fuori da tutti i giochi.
Che in questa fase l´Italia appaia in affanno a tutti i tavoli della vita comunitaria è divenuto evidente in occasione della visita di Bush in Europa e del vertice dei leader europei che hanno accolto a Bruxelles il capo della Casa Bianca. Per evitare una sequela di 25 interventi identici, il presidente di turno dell´Unione, il lussemburghese Jean-Claude Juncker, aveva proposto che solo pochi primi ministri prendessero la parola illustrando a nome di tutti gli altri la posizione dell´Ue su questo o quel dossier. Nel novero degli interventi non era previsto quello di Berlusconi. L´Italia, esclusa, aveva protestato vivacemente ottenendo alla fine di parlare della competitività e innescando una rincorsa all´intervento che aveva provocato l´irritato commento di Juncker: «Se il ridicolo potesse uccidere, le strade di Bruxelles si impilerebbero di cadaveri».
La visita di Bush, d´altra parte, è stata dominata da questioni come il riarmo nucleare iraniano, la levata dell´embargo sulle armi alla Cina, il Medio Oriente e i rapporti con la Russia: temi cruciali per le relazioni euro-americane ma sui quali l´Italia non ha né un ruolo proprio né una posizione marcata. Inglesi, francesi e tedeschi da tempo gestiscono il dossier con Teheran insieme con Solana, nonostante l´Italia sia uno dei paesi economicamente più impegnati in Iran. Londra, Berlino e Parigi inoltre, sia pure in modo informale, sono il motore di tutte le decisioni con rilevanza militare, come appunto la revoca dell´embargo alla Cina. Ora Francia, Germania e Spagna sembrano volersi impadronire dell´altro dossier in cui l´Ue gioca un ruolo determinante: le relazioni con la Russia. E lo fanno proponendosi come i migliori alleati di Putin dopo che l´ingresso degli ex satelliti sovietici ha reso particolarmente difficili le relazioni di Bruxelles con Mosca. Era un ruolo, quello dell´«avvocato difensore» di Putin, che Berlusconi aveva reclamato durante la presidenza italiana e che gli era valso una censura dal Parlamento europeo per aver ridicolizzato i misfatti russi in Cecenia. Ma evidentemente, quando il presidente russo ha davvero bisogno di interlocutori in Europa, è benissimo capace di sceglierseli da solo.
Gioco d'anticipo
Boris Biancheri su La Stampa
E' legittimo chiedersi cosa abbia indotto il presidente del Consiglio ad annunciare che il ritiro del nostro contingente militare in Iraq «potrebbe cominciare a settembre», dando così per la prima volta un'indicazione di calendario che finora era sempre stata evitata, avendo preferito dire che le truppe italiane sarebbero restate fin tanto che se ne fosse ravvisata la necessità o che il governo iracheno ne richiedesse la presenza.
Bush ha telefonato a Berlusconi e il presidente del Consiglio gli ha spiegato che il suo era solo un auspicio.
Non sembra infatti che le condizioni generali dell'Iraq, per lo meno nelle province dove la confessione sunnita è maggioritaria, siano migliorate nelle ultime settimane al punto da far pensare a una stabilizzazione in tempi brevi. Neppure si può dire che le elezioni del 30 gennaio, pur così significative nell'avvio di un processo democratico in Iraq e in tutto il Medio Oriente, diano per ora chiare indicazioni su quale sarà il futuro politico e costituzionale del Paese. I curdi infatti continuano a insistere su talune loro richieste prioritarie, quali quelle di mantenere proprie autonome forze di sicurezza, o di rimpatriare a Kirkuk i rifugiati di origine curda che l'avevano abbandonata (facendone così di nuovo una provincia a maggioranza curda), o di limitare nella costituzione il riferimento alla religione come fonte normativa. Gli sciiti a tutt'oggi le respingono, come respingono ogni tentativo di accentuare il carattere federale del futuro Stato, pur sapendo che senza l'appoggio della componente curda il Parlamento uscito dalle recenti elezioni non potrà nominare il nuovo primo ministro. Il cruciverba iracheno è dunque lontano dall'essere sciolto.
Cosa ha spinto allora il presidente Berlusconi ad usare di fronte a milioni di telespettatori un linguaggio possibilista e a introdurre la novità di una data?
L'interpretazione corrente a sinistra è che si sia trattato di una mossa calibrata sulla prossima scadenza elettorale di aprile.
Muti nei veleni della Scala
I sindacati arrivano a chiedere le dimissioni del maestro, oggi un Cda decisivo
Leonetta Bentivoglio su la Repubblica
«Aggrappatevi alle note», incitava perentorio il direttore di Prova d´orchestra nel finale del film di Fellini, dopo una scena di terrore e sanguinosi scontri giunta a sconvolgere senza ritegno la sala-prove, in una progressione rovinosa di violenze e abusi. Solo dopo aver sperimentato la catastrofe l´orchestra ribelle accoglieva l´invito del maestro, ricominciando a fare la cosa più importante che possa fare un gruppo di musicisti: suonare insieme.
Aggrappiamoci alle note: l´invocazione suona più che mai opportuna di fronte al cupo marasma che sta travolgendo la Scala. La richiesta delle dimissioni di Riccardo Muti, rivolta ieri dall´assemblea dei lavoratori scaligeri, è solo l´ultimo, gravissimo episodio della crisi che sembra inghiottire il teatro milanese. È chiaro che la questione ha oltrepassato le problematiche legate ai fatti teatrali, per diventare una guerra di potere e di fazioni, che disperde il senso di ogni discorso artistico e anche gestionale nel labirinto pretestuoso degli schemi di lotta di classe.
Ormai neppure gli specialisti di cose musicali riescono a seguire i vari aspetti del collasso.
Figuriamoci cosa può capirci un lettore di giornali, bombardato da convulse cronache quotidiane su sovrintendenti rimossi e altri promossi, dossier accusatori e querele, scioperi che paralizzano ogni attività musicale, sindaci imbizzarriti e inadeguati, imprenditori e politici che s´intromettono nelle risse sindacali. Il tutto sullo sfondo di un bilancio in passivo vertiginoso, di un consiglio d´amministrazione formato dai più bei nomi dell´economia italiana inerme di fronte al disastro, e di un teatro, quello storico del Piermarini, ancora non operativo dopo il restauro e a dispetto dell´apertura di dicembre. Con l´esito di un naufragio che sta facendo affondare, in un requiem senza neppure gli onori di un accompagnamento musicale, l´immagine e le sorti della più gloriosa istituzione musicale italiana e forse del mondo.
E allora aggrappiamoci alle note. Per una volta parliamo di musica. Consideriamo, ad esempio, la statura artistica di Riccardo Muti, un musicista che con i suoi orchestrali ha lavorato sempre con un accanimento anche artigianale impressionante, che non si è mai servito di un assistente per le prove, e che da vent´anni dedica alla Scala, contraddicendo le abitudini delle star del jet set, la quasi totalità del suo impegno. Guardiamo la fisionomia di un´orchestra condotta dal suo direttore musicale a livelli di eccellenza in molti repertori, primo fra tutti quello verdiano. Muti, si sa, è un magnifico direttore, uno dei più stimati al mondo. Ora, nell´assurdo pasticcio scaligero, emerge l´impressione che del suo nome, del suo prestigio, del suo carisma internazionale, si sia servita di recente, e continui a servirsi, una classe politica pronta a fomentare il disagio che sta vivendo il teatro (finanziario, gestionale, di programmazione
E finendo per impadronirsi di un artista che è sempre stato estraneo ai giochi della politica, restando fedele solo alle ragioni della musica, che non è mai democratica, perché ha bisogno della selezione dei talenti per esprimersi al meglio.
Vale la pena di ricordare che nessun musicista italiano, come Muti, ha rilasciato in questi ultimi mesi dichiarazioni tanto violente e radicali contro il governo per i tagli inferti alla cultura, e alla musica in particolare. È il motivo per cui Muti ha meritato, in un paio di occasioni, la prima pagina dell´Unità. Eppure, nella sfida di squadre contrapposte provocata dal penoso stato attuale della Scala, di Muti si è fatto, e si sta continuando a fare, un campione della destra, alimentando le tensioni di lavoratori e orchestrali contro la sua leadership. Ai politici e ai sindacalisti bisognerebbe urlare: giù le mani da Muti, che non appartiene a voi, ma alla musica e alla cultura. Intanto aggrappiamoci alle note. Tornando a parlare di musica: delle sue priorità, dei suoi bisogni, delle sue delicatissime esigenze gestionali. Della particolarità, e delle complesse implicazioni, che definiscono il rapporto tra un direttore e la sua orchestra. Magari rammentando che negli anni '80 Claudio Abbado, il cui cuore, si sa, batte da sempre a sinistra, lasciò Milano e la Scala per una rivolta degli stessi orchestrali che oggi chiedono la testa di Muti.
BANCA D'ITALIA / IL BOLLETTINO ECONOMICO
La diagnosi di via Nazionale: risanare e competere
Crescita ancora debole per l'economia italiana nel 2005, in un contesto di perdurante incertezza congiunturale e instabilità politica. I conti pubblici restano in affanno e il risanamento finanziario diventa una scelta prioritaria, così come il recupero di competitività del sistema produttivo.
su Il Sole 24 Ore
Il 2005 è iniziato per l'economia mondiale sullo slancio di uno dei periodi (il 2004) di crescita più elevata degli ultimi trent'anni: il Pil globale è aumentato di quasi il 5%, mentre l'espansione del commercio internazionale ha raggiunto il 9%, superando ogni aspettativa. La ripresa è stata trainata dagli Stati Uniti e dall'Asia (Cina in testa, senza trascurare il Giappone), a cui si è agganciata l'America latina attraverso il canale della domanda estera. L'economia americana in particolare, anche se un po' in rallentamento, continua a svilupparsi a ritmi sostenuti, spinta soprattutto dalla domanda interna del settore privato.
La vivacità della congiuntura internazionale ha contribuito a far uscire l'Europa dalla stagnazione; ma il recupero dell'area euro si è mantenuto su ritmi moderati (il Pil è aumentato del 2%, dopo il magro 0,5% dell'anno precedente), sempre inferiori alle potenzialità di crescita dell'intera eurozona. Questa evoluzione è comune a tutti i paesi dell'area, ma con risultati più deludenti per Germania, Italia e Olanda.
...
Dopo un'evoluzione nei primi tre quarti del 2004 sostanzialmente in linea con le aspettative (+0,4% il Pil trimestrale), l'economia italiana è bruscamente arretrata negli ultimi tre mesi dello scorso anno (-0,3%), a riflesso soprattutto del nuovo calo della già debole attività industriale. La crescita media si è, dunque, attestata all'1,2%, che si riduce all'1,1% a parità di giorni lavorativi, un risultato sensibilmente inferiore a quello dell'area euro nel suo insieme. Sulla frenata del quarto trimestre ha influito la perdita di slancio delle vendite all'estero, a cui si è accompagnata una contenuta evoluzione della domanda interna, a cominciare dalla componente investimenti. Gli indici anticipatori, che delineano l'andamento dell'economia nei successivi 4-6 mesi, hanno messo in evidenza un indebolimento nell'ultimo scorcio del 2004, prefigurando così uno scenario di crescita ridotta per la prima parte del 2005.
A rendere ancora più arduo l'obiettivo di un rapporto deficit/Pil al 2,7% per quest'anno, ci sono innanzitutto i consuntivi del 2004 peggiori delle attese, diffusi dall'Istat lo scorso 1° marzo (3,0% contro il 2,9% già stimato). E' quindi probabile un superamento nel 2005 dell'obiettivo ufficiale di disavanzo e anche del "tetto" del 3%, senza una nuova manovra correttiva sui conti pubblici. Le difficoltà aumentano, poi, a causa della crescita economica sempre debole, degli insufficienti tagli di spesa e degli sgravi fiscali.
L'avvocato Ue boccia l'Irap: «Imposta vietata»
sommari de l'Unità
L'Avvocato generale della Corte europea di giustizia Francis Jacobs ha chiesto di dichiarare l'imposta regionale sulle attività produttive (Irap) adottata dall'Italia «incompatibile» con il diritto comunitario, perché troppo simile all'Iva. Solo in un caso su dieci, in passato, il giudizio finale della Corte ha smentito le conclusioni dell'avvocato. Domenico Siniscalco, ministro dell'economia, risponde: «Forse anticiperemo la sentenza Ue, sostituendo dal 2006 l'Irap anche non con una imposta sola». Ma a quali costi
Liste, computer violati a Roma
Incursione notturna nel sistema dell´anagrafe per verificare le firme raccolte dalla Mussolini. Il Comune accusa società della Regione. Bufera su Storace
Brevissime su la Repubblica
ROMA - Una società che fa capo alla Regione Lazio governata da Francesco Storace, la Laziomatica, ha violato i computer dell´anagrafe del Comune di Roma. Centinaia di nomi della lista di Alternativa sociale sono stati così controllati, in parte di notte, attraverso collegamenti pirata. La denuncia è del Campidoglio, la Procura di Roma ha aperto un´inchiesta. È l´ultimo atto della guerra per le elezioni regionali del Lazio dopo la scoperta delle firme false e la conseguente esclusione di Alessandra Mussolini dalla corsa elettorale. Storace nella bufera, il centrosinistra chiede al ministro Pisanu di prendere immediati provvedimenti.
Il "falco" Wolfowitz alla Banca Mondiale
Organizzazioni umanitarie in allarme per l´arrivo del teorico della guerra preventiva
Vittorio Zucconi su la Repubblica
WASHINGTON - Figlio di un grande matematico importato da Varsavia e padre della "dottrina della guerra preventiva" esportata in Afghanistan e Iraq, Paul Dundes Wolfowitz, segretamente soprannominato dai colleghi il "velociraptor" come il piccolo e micidiale dinosauro di Jurassic Park, sarà, dal prossimo primo luglio 2005, presidente della Banca Mondiale, il braccio finanziario delle potenze industriali per stimolare, per strangolare secondo gli ormai molti critici, lo sviluppo delle nazioni più povere.
Forse promosso per essere rimosso, dalla seconda poltrona del Pentagono alla presidenza della World Bank, o forse spedito da Bush in quell´ufficio per imporre la visione americocentrica dei neo conservatori come già il nuovo ambasciatore all´Onu, John Bolton, Wolfowitz segue curiosamente il cursus di un suo celebre predecessore, Robert McNamara, che dal Pentagono squassato dal disastro vietnamita passò allo stesso incarico, 40 anni or sono.
Anche McNamara, come Wolfowitz, incaricato di aiutare, in teoria e con i fondi della World Bank, quelle nazioni sottosviluppate che con le loro armi avevano ampiamente contribuito a devastare.
Ormai da settimane, nei salotti della Washington che sa, l´allontanamento dal Pentagono del massimo architetto teorico della guerra per esportare la democrazia era dato per certo. Soltanto i malumori e l´opposizione degli altri Paesi membri della Banca, e soprattutto delle nazioni beneficiarie dei finanziamenti internazionali che temono, come ha detto un diplomatico africano ovviamente anonimo, «di fare la fine degli ospiti nel castello di Dracula», aveva ritardato l´annuncio che ieri Bush ha formalizzato, chiedendo per telefono l´assenso puramente pro forma di Blair, Berlusconi, Chirac e altri satelliti minori.
Come un´altra celebre intelligenza della strategia americana, l´ebreo tedesco Henry Kissinger, anche il sessantunenne Paul Wolfowitz è figlio di quell´Europa di fede israelita che le persecuzioni, il razzismo, i pogrom hanno spinto sulla via dell´America, impoverendo il vecchio continente. Ma mentre Kissinger fuggì dalla Germania nazificata, la famiglia di "Wolfie", come lo chiamano gli amici, viene da orrori ancora più lontani, dalla Varsavia di inizio 900, schiacciata dall´Impero Russo, meno diligente, ma non meno accanito, nella persecuzione degli ebrei. Parte della famiglia, come la sorella, vive in Israele e molti Wolfowitz lasciarono la vita ad Auschwitz.
Il padre, Jacob, emigrato quando aveva dieci anni, divenne uno dei più rispettati matematici nella nuova patria e Paul tentò di emularlo fino a quando scoprì che era la politica internazionale, e non la matematica, la propria passione.
Wolfowitz sarebbe rimasto un autorevole, ma relativamente oscuro teorico, senza quella mattina fatale dell´11 settembre 2001.
Fu allora, nel panico della Casa Bianca, che il velociraptor sfoderò quei teoremi sulla «guerra preventiva» e sul «rifiuto del contenimento diplomatico» che da tempo aveva esposto, insieme con un gruppetto di discepoli poi etichettati un po´ confusamente come "neocon", una dottrina che aveva trovato il proprio manifesto nel famoso e famigerato «Progetto per un nuovo secolo americano», il Pnac, che Wolfie aveva scritto nel 1997, sotto la presidenza Clinton, ed era stato licenziato come un altro dei mille e mille pezzi di carta che i think tank washingtoniani sfornano in continuazione.
Ma la formula dell´attacco preventivo, dell´impiego della forza come braccio violento per esportare «l´idealismo americano», calzò come una mano nel guanto vuoto di un Bush impreparato in materia di politica estera. La dottrina della guerra preventiva fu, nonostante le inutili proteste del principale avversario di Wolfowitz a Washington, il generale Colin Powell che la guerra aveva fatto davvero e ne diffidava, la soluzione precotta, il «pret-à-porter» perfetto che Bush cercava per rispondere alla domanda di azione e di reazione che l´America gli chiedeva.
Ma la Banca Mondiale per la Ricostruzione e lo Sviluppo, come si chiama nella dizione completa, sorella gemella del Fondo Monetario Internazionale partorita anch´essa dalla conferenza di Bretton Woods nel 1944 e voluta da Usa e Gran Bretagna, è animale assai diverso da quella burocrazia accademica e politica che ruota nella eterna porta girevole del potere washingtoniano. Con diecimila dipendenti, rivaleggia con il Pentagono nel numero di impiegati ed esperti e la sua nobile missione, finanziarie quei progetti di infrastrutture in nazioni povere che il capitale privato evita, da anni viene attaccata da economisti ed esperti come una semplice estensione ideologica del capitalismo americano in Paesi che devono accettare violente terapie monetariste e diktat finanziari per ottenere la carità di qualche aiuto.
Con gli Stati Uniti nel ruolo di azionista di maggioranza, la World Bank deve accettare chiunque la Casa Bianca decida di scaricare o di inviare come presidente e anche Wolfowitz come il predecessore Wolfenshon (curiosa coincidenza di successione fra uomini con la parola «lupo» nel cognome) sarà ratificato. E il principe dei "neocon" porterà l´avversione ideologica della propria setta per quel multilateralismo che essi detestano, proprio alla guida di una delle massime istituzioni internazionali prodotte dalla esecrata cultura del multilateralismo.
«Libertà di stampa sul web in pericolo»
Ex funzionario Onu denuncia per diffamazione il Washington Post. «I reporter potrebbero chiedere di togliere dai siti i loro pezzi»
sul Corriere della Sera
TORONTO - Libertà di stampa su Internet in pericolo a causa di un processo in Canada che vede sul banco degli accusati, imputato per diffamazione, il Washington Post, uno dei più importanti quotidiani statunitensi. Il processo riguarda una serie di articoli pubblicati su Internet, che secondo la tesi dell'accusa, sporcherebbero la reputazione di un cittadino canadese, l'ex funzionario delle Nazioni Uniti, Cheickh Bangoura. Accanto al Washington Post, vista l'importanza della sentenza, sono schierate 50 grandi aziende editoriali.
Il Post ha chiesto alla Corte d'appello dell'Ontario di annullare una decisione che autorizzava Bangoura à intentare un'azione giuridica contro la testata per due articoli che lo accusavano di crimini finanziari e anche a sfondo sessuale. Il quotidiano della capitale Usa e gli altri associati nella difesa, fra i quali Cnn, London Times e Yomiuri Shimbun, sostengono che se questa decisione fosse mantenuta, tutte le aziende editoriali potrebbero andare incontro a cause nei tribunali di tutto il mondo per articoli pubblicati sui loro siti. «Una sentenza di questo tipo - dice l'organizzazione Reporters sans frontières, che si batte per la libertà di stampa -, se confermata in appello, potrebbe dissuadere la maggior parte dei giornalisti dal pubblicare i loro pezzi online».
Internet e i suoi immensi archivi sono l'equivalente moderno delle «grandi biblioteche di Babilonia» che a tutti costi vanno preservate dalla censura, ha detto uno degli avvocati del consorzio di media. Ma il web, ha ribattuto il giudice Robert Armstrong, uno dei tre che hanno accolto la richiesta di Bangoura, può anche «costituire una forza in grado di distruggere la reputazione di una persona». Secondo un avvocato di Toronto, Bruce McWilliam, esperto di nuovi media, questa battaglia non è che il preludio a molte altre dello stesso tipo, in ragione della portata di Internet «che permette l'accesso istantaneo al mondo intero».
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17 marzo 2005