
sulla stampa
a cura di Fr.I. - 16 marzo 2005
Il processo a Jacko: il trash e i pregiudizi
Le accuse a Michael Jackson fanno discutere e pensare
Maria Laura Rodotà sul Corriere della Sera
Il processo a Michael Jackson bruttissime accuse, attenzione trash globale - fa discutere e fa pensare. Per molti motivi, alcuni legati direttamente al suo caso, altri più generali. C'entrano col culto della celebrità, la percezione che si ha delle persone famose, il modo di giudicarle in base alla propria condizione, razza, cultura, e pregiudizi.
Tra questi ci sono:
1) Gli interrogatori. Agghiaccianti per le persone sensibili e i genitori di bambini amanti del pop. Lo sono le risposte dei due ragazzini al procuratore distrettuale: «Io e Michael bevevamo molto, poi tornavamo in camera
Mi diceva che bisogna masturbarsi
sotto le coperte non lo vedevo ma sentivo che si stava muovendo ed ebbe un'eiaculazione». E lo sono i dialoghi col difensore di Jackson Thomas Mesereau: «I tuoi genitori approvavano che tu e tuo fratello dormiste nella stanza da letto di Jackson?» «Sì». Beati i genitori che non sono stati così cretini da mandare i figli ospiti di Michael Jackson; va da sé.
2) L'atteggiamento del pubblico verso l'imputato. Che è morboso, grazie anche al bombardamento mediatico: da E! Channel che ogni sera (anche in Italia) trasmette una docu-fiction sul processo, basato sulle trascrizioni (è a porte chiuse), con un sosia che fa la parte dell'imputato. Che è a volte ambivalente: c'è chi, magari inconsapevolmente, spera nell'impunità del divo (nel senso di divinità contemporanea, di celebrità mondiale, di cantante amato). Come se lo stranissimo Jackson capace di arrivare in tribunale in pigiama- fosse al di sopra delle leggi per i normali.
Come nel caso di O.J. Simpson (assolto dall'accusa di aver trucidato l'ex moglie Nicole e il suo amante; nonostante molte evidenze).
3) Un nuovo spiazzante concetto di paternità. «Per me Michael Jackson era come un padre, ha dichiarato il ragazzino». Un padre pop, un idolo idealizzato che sostituisce i padri veri, magari assenti, magari abulici, magari poco attraenti come modello.
4) Una surreale percezione della realtà; da parte di tutti. Prima di tutto dei piccoli fans che accusano di molestie. Che dicono di non essere voluti scappare dal ranch Neverland e dalle stranezze di Jackson «perché era come stare a Disneyland».
5) L'incertezza sul verdetto. Riuscirà Michael Jackson a sfangarla come Simpson? Questa volta, notano gli analisti, la giuria californiana è composta di bianchi anzianotti con passato militare, poco favorevole a un nero accusato di pedofilia. Anche se per il momento accuse e interrogatori sono disgustosi, ma i momenti stupidi ci sono sempre- i giurati sono furibondi col giudice che non li fa mangiare. Sono stati nutriti dalla troupe Cnn che gli ha portato delle pizze. Anche di questo si parla, nel nuovo processo-show.
Zelig, «No alla talebana, offende islamiche»
Il giovane Chaouki protesta contro lo sketch. L'Associazione donne musulmane italiane: «Non siamo offese, non è satira religiosa, solo presa in giro di paradossi e aspetti estremi»
Claudia Voltattorni su Corriere della Sera
Va bene la satira, le battute, le freddure. Ma prendere in giro le musulmane «non è per niente divertente», anzi, «è proprio di cattivo gusto» perché «offende la dignità di tante persone, in primis le migliaia di donne musulmane che vivono in Italia da tanti anni e si sentono pienamente emancipate». Ce l'ha con «Zelig» Khalid Chaouki, ventiduenne direttore del sito www.musulmaniditalia.com. Anzi, più precisamente con Rosalia Porcaro e il suo personaggio, l'afghana Assundham, definita una «piccola ma pericolosa gaffe» commessa dal «bellissimo programma» con Claudio Bisio e Vanessa Incontrada il venerdì su Canale 5. «Zelig Circus e i suoi protagonisti ci stanno molto simpatici», scrive Chaouki in un editoriale, ma «nel caso della "talebana" la Porcaro non fa altro che ripetere lo stereotipo della musulmana schiavizzata dal marito o dall'uomo di turno, offendendo la dignità di tante persone»: e solo per «guadagnare ascolti e popolarità».
Rosalia Porcaro interpreta il personaggio dell'afghana Assundham (Omega)
Ma i musulmani, e soprattutto le musulmane, non la pensano così. «Sia come donne che come musulmane non ci sentiamo affatto offese» risponde Dachan Asmae, portavoce dell'Associazione donne musulmane italiane, perché quella della Porcaro «non è satira religiosa, ma un commento sulla condizione di vita delle donne sotto un certo regime politico e la satira è una presa in giro dei paradossi e degli aspetti estremi della società moderna, di cui fa parte di diritto anche la nostra cultura». E Roberto Hamza Piccardo dell'Ucoi (Unione Comunità Islamiche in Italia) aggiunge: «Oggi ci sono problemi più seri che affliggono la nostra comunità, e non credo che le trasmissioni satiriche possano influire sulla nostra condizione». C'è però anche l'Imam di Torino Bouriqui Bouchta che dice di non aver mai visto lo sketch della Porcaro. Ma si è offeso lo stesso: «Chi si protrae in una critica sugli usi e costumi dei musulmani è come se bestemmiasse: il velo, il cibo, il digiuno o le ore in moschea a pregare sono il frutto della volontà di Allah, chi offende i musulmani, offende Allah».
In tutto ciò, la banda di «Zelig» non commenta, «attendiamo gli eventi». Mentre Rosalia Porcaro raccoglie la solidarietà della collega comica Maria Pia Timo: «Ma lei è dalla parte delle musulmane! Non scimmiotta né prende in giro nessuno, ha scelto perfino il napoletano come dialetto e non l'arabo...». Certo, riconosce la Timo che in questi giorni sta preparando un personaggio «a rischio», «per fare quel tipo di satira devi essere molto scrupolosa e attenta a non offendere la sensibilità di nessuno, per questo Rosalia, denunciando la situazione delle afghane, ha fatto una scelta molto coraggiosa».
Fazio: Italia fanalino di coda nell'Ue. Il paese cresce poco, a rischio i conti pubblici
sommari de l'Unità
È allarme crescita per l'economia italiana. Nel 2005 il prodotto interno lordo italiano continuerà ad essere il fanalino di coda europeo, segnando un aumento compreso fra l'1,1% e l'1,3%, molto meno dunque, del 2,1% strombazzato dal governo. Sono dati che non soltanto smentiscono le previsoni dell'esecutivo ma mettono in pericolo i conti pubblici e il rispetto dei vincoli europei di bilancio. L'avvertimento giunge dalla Banca d'Italia che mercoledì ha diffuso il suo periodico Bollettino Economico.
L'Unità, passaggio di consegne tra Colombo e Padellaro
sommari de l'Unità
Da mercoledì 16, Antonio Padellaro è il direttore de L'Unità. Dopo quasi quattro anni di direzione (la nuova Unità nacque il 28 marzo 2001, dopo molti mesi di chiusura), Furio Colombo passa il testimone. Colombo resterà tuttavia al giornale come editorialista, e continuerà dunque a dare il proprio contributo a quello che Maria Lina Marcucci, presidente del consiglio di amministrazione della Nuova Iniziativa Editoriale, definisce nella lettera che ha indirizzato a Furio Colombo un successo «incontestabile anche agli occhi più prevenuti».
Protesta su due sponde
Doppia manifestazione, a Reggio e Messina, contro il Ponte sullo Stretto.
In piazza contro la mafia e contro una «grande opera» che nessuno sembra ormai volere, sono scesi studenti, ambientalisti, sindaci ed esponenti politici della maggioranza e dell'opposizione.
Angelo Mastrandrea su il Manifesto del 13.03
Sarà per quella infelice frase del ministro Lunardi che guarda caso è anche il più strenue sostenitore del Ponte: «Con la mafia bisogna convivere». Sarà per quelle due inchieste, datate rispettivamente 11 e 28 febbraio, che hanno svelato gli appetiti attorno ad una «grande opera» ancora nemmeno in progettazione. Sarà per quel sistema che vedrà un «general conctractor» vincitore della gara e poi tanti subappalti a trattativa privata che si prestano ad ogni tentativo di infiltrazione. Fatto sta che dopo «Ponte», ieri, alle due manifestazioni di Reggio Calabria e Messina la parola più pronunciata era mafia. Lo hanno fatto gli studenti che sul versante calabrese agitavano uno striscione e dicevano: «Noi giovani siamo contro la mafia». E lo ha fatto il presidente nazionale di Lega Ambiente Roberto Della Seta, quando dal palco di Villa Quasimodo a Messina ha denunciato proprio il «rischio di una miriade di subappalti senza nessun controllo, sia dal punto di vista delle garanzie per lavoratori, che della trasparenza delle imprese». E' per questo che il simbolo delle manifestazioni di questi giorni - che hanno toccato anche posti come Gioia Tauro - è una enorme «gallina dalle uova d'oro». Simbolo di un'opera che, spiega il professor Alberto Ziparo, «tutti, anche i più strenui sostenitori, sanno bene che non si farà». Ma che nel frattempo continua a far sborsare fior di milioni di euro per studi di fattibilità e consulenze, «senza che sia stato nominato un general conctractor o che siano pronti i progetti».
Nel frattempo la mobilitazione non si ferma. Non erano mai state unite come ieri, le due sponde dello Stretto, nel difendere insieme i laghetti di Ganzirri e la spiaggia di Cannitello che i mega-piloni spazzeranno via. E senza pensare ognuna alla propria metà del Ponte. E mai come ieri si è avuta la sensazione che la «grande opera» comincia a non esser più tale nella testa della gente e non solo in quella di un pugno di volonterosi attivisti.
Ora contro il Ponte sono davvero in tanti. C'è l'intero centro sinistra anche se in piazza a Messina si è visto solo il diessino Claudio Fava mentre il candidato alla presidenza della regione Agazio Loiero ha detto sì ma senza strombazzare troppo in giro la sua adesione. C'è Fabio Granata, che è di An e soprattutto è assessore regionale ai trasporti, ma anche lui preferisce non farsi vedere. Ma il vero motore, oltre alle associazioni ambientaliste, sono i tanti comitati locali sorti su questioni ambientali, da quello contro le trivellazioni petrolifere autorizzate dalla regione nella Val di Noto a quelli del «triangolo della morte» Augusta-Melilli-Priolo, o ancora i cittadini del quartiere Gallico, Reggio Calabria, che da un anno bloccano la costruzione di una discarica. Accade anche che a Reggio Calabria ci sia un coordinamento Scilla-Cariddi e sull'altra sponda un suo alter ego Cariddi-Scilla. La palma dei più agguerriti va invece ai 38 sindaci della costa siciliana che ancora ieri erano in piazza dopo aver bloccato - solo il giorno precedente - i binari della stazione di Rometta Marea. Stazione che - tre anni fa - fu scenario di un incidente nel quale persero la vita otto persone. «Il governo - denunciano Lega Ambiente, Wwf e Italia Nostra - ci disse che il raddoppio della linea Palerno-Messina rappresentava una priorità». E invece? «I cittadini siciliani sono costretti a viaggiare su treni con una velocità commerciale di 24 km/oraria, con solo metà delle tratte elettrificate e solo 105 km su 1400 a doppio binario». Con il risultato che per andare da Palermo a Siracusa, 260 Km, si impiegano quasi sei ore, e da Trapani a Siracusa, 360 Km, ben nove ore e mezza. Da qui la denuncia degli ambientalisti contro quella che chiamano «tassa sulla ferrovia», 100miliardi di euro dalle Ferrovie dello stato alla società Stretto di Messina.
Delitto Moro: così iniziò la crisi dell'antifascismo
I tragici giorni del rapimento ricostruiti dallo storico Agostino Giovagnoli
Sergio Luzzatto sul Corriere della Sera
Lo scontro fra le linee della fermezza e della trattativa con le Br avviò la rottura tra le forze costituzionali della Prima Repubblica
« I popoli felici non hanno storia » , ammoniva Raymond Queneau con il solito suo gusto per il paradosso. Ma forse un popolo può dirsi felice anche quando riesce a capire davvero l'infelicità di certe sue storie. E ogni tanto di rado escono libri che permettono appunto di capire, che fanno luce sul buio. Come quello che lo storico Agostino Giovagnoli pubblica in coincidenza con il ventisettesimo anniversario della strage di via Fani, la notte più nera della Repubblica.
Il caso Moro. Una tragedia repubblicana si differenzia completamente da tutti gli altri volumi che sono stati scritti sull'argomento. Oltre un quarto di secolo dopo l'azione terroristica delle Brigate rosse, Giovagnoli rinuncia infatti a ricostruirne la storia almanaccando intorno ai « misteri » del delitto Moro, o denunciando il « doppio Stato » cui avrebbe obbedito l'uno o l'altro « grande vecchio » brigatista. Diversamente dagli studiosi precedenti, l'autore di questo libro non nomina neppure i luoghi comuni della storiografia dietrologica sull'affaire: le sedute spiritiche, gli informatori o i millantatori, le intercapedini dietro i termosifoni, i postini e i direttori d'orchestra
Fin dal titolo del suo volume, Giovagnoli compie un'operazione di igiene storiografica, perché restituisce il delitto Moro alla dimensione che gli fu propria: quella di una tragedia dove i ruoli furono sin troppo chiari, i protagonisti sin troppo riconoscibili, e la cui trama fu coerente con la logica intrinseca della lotta politica italiana durante gli anni Settanta. Nella tragedia, i terroristi delle Brigate rosse interpretarono la parte dei carnefici; al presidente della Democrazia cristiana ( oltreché agli uomini della sua scorta) toccò la parte della vittima; mentre il resto del Paese, dai vertici istituzionali ai comuni cittadini, si trovò ad assumere il ruolo che nella tragedia greca competeva al coro.
Il libro di Giovagnoli rappresenta un tentativo assolutamente riuscito di ricostruire la storia politica del caso Moro. Senza ossessioni complottistiche, l'autore rende conto delle diverse ragioni ( lo smantellamento recente dei servizi segreti, le denunce da sinistra contro le misure di ordine pubblico, l'impreparazione complessiva dello Stato a fronte del fenomeno terroristico) che spiegano sia l'inefficienza delle forze dell'ordine durante il sequestro, sia l'inazione del governo di solidarietà nazionale. Inoltre Giovagnoli dimostra come tutti i maggiori partiti cercarono di trarre dalla vicenda una qualche rendita politica. Tenendo duro sulla linea cosiddetta della « fermezza » , la Dc di Zaccagnini intese sfuggire all'immagine deteriore di un partito antidemocratico o addirittura golpista. Il Pci di Berlinguer non volle essere da meno, per illustrare sulla scena italiana e internazionale la propria affidabilità di partito democratico. Quanto al Psi di Craxi, finì col muoversi lungo la linea della « trattativa » non soltanto in omaggio alla componente umanitaria delle proprie tradizioni, ma per guadagnarsi spazio fra i democristiani e i comunisti.
Di questa suprema tragedia nazionale, Giovagnoli rinuncia a descrivere e ad analizzare una quantità di risvolti.
A cominciare dal profilo dei carnefici, i brigatisti rossi, che nel volume figurano come un magma indistinto: senza alcun approfondimento sui caratteri del discorso terrorista, sulle dinamiche interne al microcosmo delle Brigate rosse durante i cinquantacinque giorni del rapimento, sullo psicodramma consumatosi dentro il covo di via Montalcini. Così pure, Giovagnoli rinuncia ad approfondire la figura politica e umana di Moro prigioniero. In particolare, trascura quasi del tutto quell'autentico monumento morale del nostro Novecento, che bisognerà prima o poi riconoscere nelle lettere dello statista dalla cosiddetta « prigione del popolo » .
Fra quanti nella tragedia fecero parte del coro, Giovagnoli non si interessa che alle figure istituzionali. I protagonisti del suo libro sono i massimi dirigenti della Dc, del Pci e del Psi, e inoltre i giornalisti dei maggiori quotidiani. Mancano all'appello tutti gli altri, comprimari o comparse, che fecero del delitto Moro un evento nazionale, un trauma collettivo tale da segnare un prima e un dopo nella storia della Repubblica.
Sequestrando il leader democristiano e poi uccidendolo, i terroristi delle Brigate rosse contavano di scatenare all'interno della sinistra italiana un travaglio così lacerante da creare le condizioni per lo scoppio di una guerra civile. Ma i brigatisti sbagliarono il calcolo e fallirono l'obiettivo: alla loro piena vittoria militare corrispose una totale sconfitta politica. Proprio il delitto Moro valse a convincere la stragrande maggioranza degli italiani che quella degli anni Settanta non era affatto una guerra civile, cioè un conflitto fra segmenti ampi di società, fra idee articolate di nazione, fra progetti compiuti di città futura. Quella delle Brigate rosse era la lotta senza quartiere di un gruppo criminale numericamente striminzito, ideologicamente povero e moralmente abietto, cui occorreva rispondere attraverso i normali strumenti della politica, con le armi della repressione e con la bilancia della giustizia.
Nella primavera del 1978, la linea della « fermezza » valse indubbiamente a garantire le istituzioni repubblicane e a precipitare la fine politica delle Brigate rosse; ma la linea della « trattativa » anticipò forme di sensibilità che, oggi, noi diamo virtualmente per scontate. Quel che è più grave, la tutela del nostro santuario democratico fu pagata al prezzo della vita di chi fin dai tempi lontani della Costituente della democrazia italiana incarnava un simbolo; mentre i valori della morale, universale prima ancora che cristiana, vennero riconosciuti prioritari da dirigenti e da mestatori politici i quali nel seguito della loro carriera di moralità non avrebbero dato prova.
In nome della Resistenza, i fautori della « fermezza » sacrificarono, con Moro, l'incarnazione stessa della Prima Repubblica; in nome dell'umanità, i fautori della trattativa inaugurarono un'opera sistematica di delegittimazione della « repubblica dei partiti » . Così, in cinquantacinque giorni di ferro e di sangue, la difesa dell'antifascismo contribuì a preparare la crisi dell'antifascismo. Il saggio di Agostino Giovagnoli « Il caso Moro. Una tragedia repubblicana » ( Il Mulino, pagg. 350, e 22) sarà in libreria dal 24 marzo.
Sondaggi ed « effetto Blair » dietro la scelta del premier
Intervento all'insaputa di Fini. Come in Inghilterra crescono i consensi sul rientro. Molti a favore anche nel Polo.
Marco Galluzzo sul Corriere della Sera
ROMA La pubblica opinione e Tony Blair. E' lo stesso capo del governo, davanti a Bruno Vespa, a fornire due indizi sull'improvvisa accelerazione.
Di exit strategy dall'Iraq si è discusso finora in termini generici. Non più di un mese fa fu proprio Berlusconi, a Bruxelles, a dire che si sarebbe fatto « un bilancio » a fine anno. Ieri pomeriggio la svolta, un timing ben preciso e, appunto, due indizi.
La pubblica opinione citata dal premier è ovviamente quella italiana, ma il messaggio che Berlusconi vuole far arrivare ai cittadini è il medesimo che sta a cuore a Blair. In Inghilterra si vota fra non molto, probabilmente il 5 maggio, e proprio ieri un sondaggio pubblicato da « The Independent » ha reso noto che si è dimezzato il vantaggio del partito laburista sull'opposizione. Anche i sondaggi di casa nostra danno in sofferenza la maggioranza. Alla vigilia delle Regionali e, soprattutto, di un anno intero di campagna elettorale in cui, come ripete Berlusconi in questi giorni, « dovremo di nuovo far scoppiare la scintilla con gli italiani » .
Non c'è maggiore scintilla, probabilmente, di un ritorno a casa dei soldati. Lo sa bene Blair, il cui indice di popolarità è sceso notevolmente a causa della guerra. E lo sa benissimo Berlusconi.
Raccontano che il Presidente del Consiglio sia rimasto colpito dalle rilevazioni effettuate subito dopo la tragica liberazione di Giuliana Sgrena. Sondaggi che chiedono il ritorno delle truppe, per conto del 70% degli italiani. E per i quali persino metà degli elettori di centrodestra ritiene che il popolo iracheno vuole il ritiro delle truppe occidentali.
Si spiega anche così, dicono in Forza Italia, l'accelerazione di Berlusconi. Un annuncio che mira a produrre i suoi effetti da subito, in vista delle Regionali e sulla cui interpretazione ieri sera è insorta una certa fibrillazione persino dentro il governo.
Così la stampa di sinistra adotta la nipote del Duce
"Un ingiustizia": Unità, manifesto e Liberazione con Alessandra
Alessandra Longo su la Repubblica
ROMA - Un «trappolone», «un´ingiustizia di serie A», «una manovra oscura segnale di una corruzione profonda», frutto avvelenato di «un sistema elettorale perverso». Mai e poi mai Alessandra Mussolini, nipote del Duce, leader di una formazione di stampo lepenista, si sarebbe aspettata di ricevere udienza così calda e attenta da parte della stampa di sinistra. «Liberazione», «il manifesto», «L´Unità», nelle edizioni di ieri, affrontano la vicenda delle firme irregolari e/o false, dandole un respiro alto, più politico, pochissimo giudiziario.
«Sdoganata» da Massimo D´Alema, che ha suggerito di andare in cerca dei suoi killer, la Mussolini diventa un simbolo, l´esempio vivente, sia pur all´estrema destra, di un nuovo sistema per far fuori l´avversario scomodo «con poche mosse azzeccate». «Chi l´ha incastrata?», si chiede «L´Unità», dando per scontato che «qualcuno, quelle firme false, ce le ha messe apposta». Il trappolone, appunto: metodo spiccio «per cambiare la geografia politica di questo Paese», per togliere il terzo incomodo.
Quel camper posteggiato davanti alla sede del Tar del Lazio, in una strada piena di manifesti elettorali con le facce di chi, al contrario della Mussolini, ancora è rimasto in gara, turba «Liberazione» che affida a Rina Gagliardi un commento sul «sistema elettorale perverso», un sistema «che sembra fatto apposta per incoraggiare imbrogli e agguati». Messa così, il discorso si allarga, o meglio Rina Gagliardi lo allarga, sino a toccare il nodo più inquietante di queste ore: la «controriforma costituzionale varata dal centrodestra», ormai prossima alla fase decisiva. Il caso Mussolini si materializza dunque in una cornice di progressivo stravolgimento. Andrea Colombo registra sul «manifesto» ciò che ha visto frequentando il luogo, «un po´ surreale», della protesta: «E´ impossibile evitare la sensazione che Alessandra Mussolini abbia subito un´ingiustizia di serie A e che in discussione non ci siano solo le sorti di un partitino di estrema destra ma quelle della correttezza e del rispetto delle regole... ».
A destra, invece, in discussione c´è ben altro. Niente inquietudini per la sorte della democrazia, nessun turbamento per lo sciopero della fame della Mussolini (anzi battutacce sui benefici che ne trarrà la sua linea), ironie pesanti sui «Ds che fanno scudo» alla nipote del Duce. Ma un dubbio serpeggia e se ne fa interprete su «Il Secolo» Carmelo Briguglio: una volta «depurata» dei soggetti «impresentabili» si potrà recuperare Alternativa Sociale «al gioco democratico e alla logica bipolare»? Cioè, insomma: non è che a noi di An ci toccherà comunque venire a patti, per le politiche, con un mondo che ci siamo lasciati alle spalle per sempre? Mussolini scomoda, appunto.
La sinistra e i giornalisti embedded
Aldo Grasso sul Corriere della Sera
Rubando un'idea a Serena Dandini si potrebbe costituire un'Associazione Nazionale Vittime Illustri di Travaglio ( Anvit).
L'ultima è Giovanni Floris. Ospite di Planet 430 su Sky, Marco Travaglio ha dato il benservito anche al conduttore di Ballarò , che pure è l'unico a tenere in piedi un programma non schierato: « Floris fa una trasmissione a sovranità limitata: certi argomenti li tratta, altri no e non invita tutti quelli che sono fuori dal recinto » .
Da qualche anno Travaglio si è ritagliato il ruolo di Grande Vendicatore, convinto com'è che la nostra vita si corrompa all'ombra del Regime. Ha preso di mira i potenti della Repubblica, si è coperto di querele, è diventato il nemico pubblico numero 1 del Tiranno e l'ultimo erede del Giustizialismo.
Con lui, però, bisogna sempre misurare le parole perché è tignoso, ribatte colpo su colpo, non gira attorno alle cose, è sempre ben documentato. Un eroe per i « duri e puri » , un rompiballe per tutti gli altri.
Appena spente le polemiche con Ritanna Armeni, subito è partita un'altra bordata. La sua ossessione è che questa sinistra faccia troppo poco per liberarsi dal giogo mediatico di Berlusconi. Così i giornalisti o sono embedded o liberi ma disoccupati. In tv, però, Travaglio lo si vede abbastanza: magari non sulle reti nazionali, però sempre tv è.
Apre a Gerusalemme il nuovo Yad Vashem
Presenti capi di Stato e di governo di 40 paesi
brevissime de la Repubblica
GERUSALEMME - Alla presenza dei rappresentanti di 40 Paesi del mondo il presidente israeliano Moshe Katzav ha inaugurato ieri a Gerusalemme il nuovo Yad Vashem, il museo dell´Olocausto. Le note malinconiche di preghiere e di musiche, di canti in yiddish e in ebraico hanno accompagnato la cerimonia. Il nuovo museo, ha detto il direttore Shalev, è stato concepito per far capire la Shoah «alle generazioni che non l´hanno vissuta direttamente e che fra qualche anno non avranno più la possibilità di entrare in contatto diretto con i sopravvissuti». Il nuovo Yad Vashem sorge accanto al sito del vecchio museo ma su una superficie quattro volte più ampia: i visitatori procedono attraverso una serie di gallerie messe in ordine storico, ciascuna delle quali rappresenta una fase nella distruzione dell´ebraismo europeo. All´interno delle gallerie ci sono le liste degli ebrei deportati mescolate a fotografie di quelle vittime che sono state identificate.
16 marzo 2005