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a cura di Fr.I. - 14 marzo 2005


Nicola Calipari, morte di un agente segreto
“Un agguato forse no, ma un attacco ben pianificato si"        
Roberto di Nunzio su
Reporter Associati

Roma, 14 Marzo 2005. Domenico Leggero è il responsabile del comparto difesa dell'Osservatorio Militare, nato nel 1997. Domenico Leggero è un militare, esperto di questioni militari. e in particolare è uno degli uomini che cerca di affrontare e risolvere i problemi che attualmente pesano sulla nostre forze armate. Un esercito che si trova ad affrontare, spesso impreparato, crisi internazionali di origine politica e indecifrabile soluzione. Uomo prudente e preparato, Domenico Leggero era amico di Nicola Calipari, con il quale aveva a lungo collaborato. Nell'intervista che ha concesso in esclusiva a Reporter Associati rivela cosa è andato storto a Baghdad in quella drammatica notte della liberazione di Giuliana Sgrena…
Parliamo subito di Nicola Calipari, è la prima volta, forse, che un funzionario del SISMI viene descritto da ogni schieramento politico come una persona competente, prudente e che concepiva il suo lavoro in modo trasparente…
…mi permetta una considerazione iniziale: chi lavora nei servizi è obbligato a lavorare nell'ombra e proprio per questo spesso l'opinione pubblica è portata a credere che i nostri agenti siano specializzati solo in “lavori sporchi”. Ma non è così, almeno non sempre. E' frequente che i funzionari dei servizi fungano da parafulmine per riparare i danni causati da decisioni politiche sbagliate. Il modo di lavorare di Nicola Calipari era sempre “evidente”, rispettoso delle regole democratiche.
Lei conosceva Nicola Calipari?
Sì certo, lo avevo conosciuto alla Questura di Roma quando diregeva l'ufficio stranieri. In quel periodo è iniziata la nostra collaborazione.
Lei era presente all'aereoporto di Ciampino all'arrivo della salma di Nicola Calipari?
Sì, sono partito con la mia auto da Firenze e sono arrivato a Roma poco prima dell'arrivo del C-130 proveniente da Baghdad. Non sono andato però sulla pista insieme alle altre autorità, ho preferito aspettare Nicola nella sala stampa. Mi sembrava il posto più tranquillo, meno esposto. Ricordo tutta quella pressione…le telecamere delle Tv, le autorità, molti di loro non avevano neppure mai conosciuto Nicola…Sono comunque riuscito a salutare la moglie Rosa e i figli. Poi sono andato via.
Una domanda che non posso non farle: secondo lei, secondo la sua esperienza militare e conoscendo la prudenza e le capacità del funzionario del SISMI cosa potrebbe essere accaduto quella notte nella quale Calipari ha perso la vita?
Guardi, missioni come quella nella quale era impegnato Nicola Calipari vengono sempre pianificate con un unico compito irrinunciabile: “aprire una finestra”. Attivarsi attraverso l'unico referente presente sul campo dell'operazione, in questo caso il referente era un'ufficiale della CIA. Nicola Calipari non doveva rivolgersi ad altri che a quel referente e lo ha fatto certamente aprendo, appunto, una “finestra”.
Cosa intende per “aprire una finestra”?
Le faccio un esempio: quando un aereo “amico” deve sorvolare un territorio considerato ostile si indica un orario del sorvolo, e in quell'area, e nelle ore indicate la contraerea non spara. Al suolo nessuno deve essere a conoscenza del passaggio…solo così il veivolo passerà indenne.
Nicola Calipari avrà quindi comunicato con l'ufficiale della CIA suo referente, spiegando dettagliatamente il motivo della sua missione, a quell'ora, su quella strada, con un ex ostaggio appena liberato in macchina? O si sarà limitato a una comunicazione generica basata solo sul rapporto di fiducia che lo legava al referente?
Quello di Calipari è un tipo di lavoro dove non si è tenuti a dare nessun tipo di spiegazione, neppure a un referente tanto importante, come era l'ufficiale della CIA in quel teatro di operazione. Comunque avrà certamente comunicato con l'ufficiale della CIA. Su questo non ho dubbi.
Il fatto che Nicola Calipari si trovasse a bordo di un'auto civile con targa irachena, e per quanto se ne sa, senza neppure una vettura di appoggio potrebbe avere in qualche modo influenzato l'incidente con la pattuglia di soldati Usa che si è poi verificato?
No, non credo.Un'auto di appoggio poteva rivelarsi in realtà molto più pericolosa che non di sostegno all'operazione in corso. Per quanto riguarda il fatto che l'auto fosse civile e con targa irachena neppure questo è un dettaglio particolarmente significativo…
Scusi lei mi sta forse dicendo che sè Nicola Calipari ha comunque comunicato i suoi spostamenti (se pure in forma generica) e che sarebbe transitato quella sera sulla strada dell'aeroporto di Baghdad dobbiamo pensare che la mancanza di comunicazione successiva, quella diretta ai militari in presidio lungo la strada, la dobbiamo addebitare all'ufficiale di raccordo americano?
Guardi, dobbiamo sempre partire dalla scena del crimine, bisogna esaminare il quadro della situazione. Il gruppo di fuoco dei militari Usa impegnati in quel momento su quella strada ha compiuto un attacco contro l'auto dove si trovavano Nicola e Giuliana Sgrena che definirei come “goffo”. Probabilmente la causa è stata un'interruzione sulle comunicazioni che avrebbero dovuto mettere sull'avviso proprio quei militari. Questo mi fa ritenere che quel presidio di soldati americani non avesse ricevuto alcuna comunicazione sul transito di un auto che avrebbero dovuto seguire ma non impedire. I militari Usa hanno immediatamente aperto il fuoco contro quel veicolo, che deve esser apparso sospetto, mettendo in pratica gli ordini e le procedure di ingaggio ricevute dal loro comando.
Secondo lei è ipotizzabile che dietro l'incidente ci possa essere stata l'intenzione deliberata di voler colpire i servizi italiani perché rappresentanti di un governo che ha scelto la strada del pagamento dei riscatti per arrivare alla liberazione dei propri ostaggi in Iraq?
Io so solo che Nicola Calipari era un funzionario abilissimo, intelligente e scaltro. Quanto agli americani li ritengo sufficientemente pragmatici per comprendere – al di là delle questioni geo-politiche espresse ufficialmente – che il denaro, in alcune situazioni limite come quelle degli ostaggi occidentali in Iraq, è l'unica arma che può rivelarsi determinante.
Quindi secondo lei per la liberazione di Giuliana Sgrena, è stato pagato un riscatto?
No. E non credo neppure che sia stato pagato un riscatto per la liberazione di Simona Pari e Simona Torretta. Sono stati sequestri strani questi, atipici direi, quasi che una qualche regia occulta volesse comunicare al mondo intero come sono “sporchi brutti e cattivi” gli iracheni. Sono assolutamente convinto che si è trattato di sequestri politici…molto politici.
Come forse lei saprà gira insistente la voce, un rumor potremmo dire, che Nicola Calipari, così scrupoloso e attento nel suo lavoro avesse organizzato le fasi della liberazione di Giuliana Sgrena seguendo esattamente le regole e le procedure messe a punto con i suoi referenti e collaboratori, tanto a Baghdad quanto a Roma, ma improvvisamente, proprio nell'ultimissima fase, quella del “prelievo” di Giuliana lasciata bendata, ma libera, dentro l'auto dei suoi sequestratori, Calipari possa aver percepito un pericolo, una smagliatura nell'organizazione…come se improvvisamente non si fosse più fidato di qualcuno o qualcosa... E abbia deciso all'istante di cambiare il piano e dirigersi in tutta fretta verso l'aeroporto in compagnia del solo maggiore dei carabinieri che si trovava alla guida della loro auto…
E' normale che non ci si fidi di nessuno se non dell'amico in quelle circostanze tanto particolari e in qualche modo estreme. Comunque se pur era previsto di portare Giuliana Sgrena nella nostra ambasciata di Baghdad ben avrebbe fatto Nicola e il suo fidatissimo maggiore a cambiare programma. L'ambasciata, in quelle circostanze, era decisamente il luogo più pericoloso dove portare Giuliana. Calipari ha fatto la cosa corretta e giusta. Questi sono casi dove non sempre si possono seguire burocraticamente le procedure.
Se può mi risponda con franchezza: considera la morte di Nicola Calipari l'effetto di un incidente, un agguato o è avvenuto qualcosa che è ancora da decifrare?
Questo è un punto davvero inquietante, io sono portato a escludere l'incidente così come ci è stato presentato fin dai minuti immediatamente successivi alla sparatoria, non so neppure se sia corretto parlare di un agguato nel senso letterale del termine, ma certo è che la dinamica dei fatti fa pensare quanto meno ad un attacco pianificatoben pianificato. Servirà molto lavoro e molta trasparenza per arrivare alla verità.
Che opinione si è fatto della Commisione mista italo-americana voluta dal governo italiano e accettata in linea di principio dalla Casa Bianca?
Mi riesce molto difficile pensare e credere che gli americani metteranno a disposizione e condivideranno tutti gli elementi in loro possesso.
C'è il rischio che la responsabilità dell'incidente venga addossata a un qualsiasi caporale Smith, una giovane recluta che avrebbe perso la testa?
Sì questa eventualità è da mettere in conto.
Secondo la sua esperienza cambierà qualcosa nella nostra presenza militare in Iraq dopo questo tragico episodio?
Stia pur tranquillo che non cambierà nulla. Deve capire che c'è una grande differenza tra noi e gli inglesi nel gestire l'alleanza con gli Stati Uniti. La differenza sostanziale è che Londra è un alleato alla pari degli Usa, mentre l'amministrazione Bush considera noi italiani poco più di “personale di servizio”. Ubbidienti…
Come definirebbe la presenza delle truppe straniere in Iraq? Una situazione di occupazione o di presenza di militari in missione di pace come sostiene il governo italiano?
Missione esclusivamente di pace direi proprio di no…forse un'inedita via di mezzo tra guerra e pace. Ma certamente anche di guerra, questo è chiaro. Di occupazione e di controllo manu militari del territorio. In Iraq, non dimentichiamolo mai, c'è il petrolio e questo è l'oro del mondo. A Nassirya, dove sono le nostre truppe, c'è la più grande raffineria di petrolio dell'intero territorio iracheno. E questa è la contro partita che ci chiedono gli americani: se il petrolio vi piace e lo volete anche per voi allora proteggetelo insieme a noi…
Quindi la presenza italiana in Iraq, in pratica, non potrà avere termine senza il consenso della Casa Bianca e del Pentagono? Siamo totalmente subordinati…
Si, sì..siamo subordinati... Ad esempio leggerei la recente vendita degli elicotteri Augusta all'amministrazione Usa proprio in questo senso: un premio di fedeltà concesso al governo per l'industria italiana.
Secondo lei di fronte ai rapimenti avvenuti in Iraq, e non dimentichiamo quello ancora non risolto della giornalista francese di "Liberation" Florence Aubenas, le mobilitazioni dell'opinione publica italiana e europea in favore della pace e contro l'occupazione dell'Iraq possono avere un qualche effetto sui sequestratori o sulle “centrali” che li ispirano?
Direi di no. Né sui sequestratori né sui loro ispiratori.
Per concludere possiamo dire che Nicola Calipari prima di rimanere vittima del fuoco amico, abbia concluso con successo la sua ultima missione?
Sì, certamente si. 
Roberto di Nunzio

direttore@reporterassociati.org
(con la collaborazione di Barbara Galeazzi-Lisi)


Quel pasticciaccio brutto con sorpresa finale
Mario Ajello su
Il Messaggero del 13.03

Trama. Ale la ribelle voleva farla pagare a quei «maledetti badogliani» di Fini e compagnia. I quali, dopo aver rinnegato il Nonno, volevano oscurare la Nipote in tivù e nelle urne. «Vi farò a pezzi!», gridava lei agli ex camerati. «Vi farò a pezzi!», grida di nuovo la Mussolini, dopo l'esclusione. E a proposito di pezzi: «L'Armata Rossa ha perso un pezzo», così Storace commenta l'epilogo della vicenda. Lui, nella storia, è quello che prima impersonava la parte del governatore preoccupato per il possibile tradimento, a favore della Mussolini, delle masse della destra di pancia. Ma ora ritrova uno sprint e una baldanza da trionfatore, che i Ds, convinti fino a ieri di avere la vittoria a portata di mano, osservano malinconicamente: «La gioia di Storace è uno spettacolo indecoroso». Indecoroso? «E nun ce vonno sta'!», esclama il governatore ringalluzzito. Rovesciando su Marrazzo il «nun ce vonno sta'» con cui il candidato di centrosinistra aveva bollato la paura del Polo davanti alla furia di Ale.
La ribelle, il governatore, il debuttante... Quest'ultimo, il bel Piero, incurante dei poster che pendono dai muri di Roma con su scritto «www.rimandiamomarrazzoaraitre», gradiva assai il matrimonio di fatto in chiave anti-Storace. Prima che il giudice inflessibile, si chiama Santoro, emettesse il suo verdetto su quelle firme che c'erano ma non dovevano esserci, e appartenevano a chi non dovevano appartenere: a comunisti, ad “anime morte”, a falsari, a mister X, a diavoli, a goliardi... Ma ora il giudice ha preso in mano la loro lista civetta e ha fatto a tutti quanti: cucù!
Almeno però diranno gli ottimisti così il bipolarismo è salvo. La fecondazione eterologa fra l'Armata Rossa di Piero e il manipolo nero di Ale aveva infatti scompaginato il copione delle alleanze classiche. Trasformandole in doppie porte girevoli, piene di spifferi e di strani aiutini. Ora invece Ale è stata sbattuta fuori dalla porta e accusa («Contro di me, c'è un regime alla Ceausescu!»). E nella casa elettorale, in una stanza c'è il governatore e nell'altra il debuttante. L'uno fa il gallo: «Se qualcuno firma un assegno a vuoto e lo beccano, va a finire così». E pure l'altro fa il duro: «Vinceremo anche senza la Mussolini». Il governatore: «Salutateme Marrazzo!». Il debuttante: «Hanno una fifa blu».



Trucchi per tutti (con prescrizione)
Non c'è partito in Italia che non sia stato beccato in passato con le mani sporcate dall'inchiostro delle firme false
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

ROMA - Hanno del fegato, gli indignati che ieri hanno sdiluviato dall'una e dall'altra parte in focosi commenti sull'esclusione dalle Regionali laziali di Alessandra Mussolini. Ha del fegato chi da sinistra sbraca come Mario Di Carlo che «l'eliminazione è l'ultimo trucco del prestigiatore Storace» e tuona «basta con la politica dei trucchi e dei guardaspalle!». E ha del fegato chi da destra gongola come lo stesso governatore uscente: «Salutateme Marrazzo!». Per non dire della nipote del Duce che strilla: «È un regime alla Ceausescu!». Tutti sfoghi che grondano ipocrisia quanto trabocca d'acqua la cascata dell'Iguassù.
Non c'è partito infatti, in tutta l'Italia, che non sia stato beccato in passato con le mani sporcate dall'inchiostro delle firme false. Perfino i radicali, cui va riconosciuto il merito di avere condotto per anni una battaglia praticamente solitaria di puntuale, sistematica, documentata denuncia di un'infinità di brogli, finirono qualche anno fa per essere sfiorati da una delle tante inchieste della magistratura su questo fenomeno che infetta la nostra vita democratica. Quella condotta dai giudici di Udine sulle provinciali e le comunali del '95 che vide l'arresto di 11 persone e il rinvio a giudizio di 71. Col coinvolgimento più o meno grave di Alleanza Nazionale, Forza Italia, Ccd, Lista Pannella, Lega Friuli, Pds, Verdi colomba, civica «Per Udine», Patto Democratici e Ppi. Insomma: tutti o quasi tutti. Se per i radicali si trattò di un peccato isolato, almeno stando alle indagini precedenti e successive, non così si può dire degli altri. Che in materia sono diventati nel tempo dei fuorilegge incalliti.
Hanno imbrogliato spessissimo sulle liste gli eredi della Dc, la quale aveva una lunga tradizione anche di congressi decisi grazie alla delega di iscritti morti e defunti, i cui nomi erano stati recuperati tra le scartoffie di sezioni sbarrate da tempo immemorabile o addirittura dalle lapidi dei cimiteri. Per fare solo alcuni casi, basterà ricordare l'inchiesta sulle firme false raccolte in Trentino alle ultime politiche per Sergio Mattarella, quelle alle comunali di Monza per l'Udc di Marco Follini o ancora quelle tirate su a Genova per le comunali del 1997, dove risultarono false 428 su un totale di 1.270 sottoscrizioni presentate dal Ccd di Pier Ferdinando Casini e dal Cdu di Rocco Buttiglione. Diceva già tutto quella inchiesta genovese di otto anni fa, nella quale si inguaiarono 49 esponenti delle varie forze politiche. Erano false 310 firme su 1.148 del Msi-Fiamma tricolore, 314 su 1.261 delle Liste civiche associate, 187 su 1.183 dell'asse Pri-Socialisti, 153 su 1.133 del Ppi e 161 su 1.141 dei Verdi, 388 su 1.351 del Rinnovamento italiano di Lamberto Dini...

E la Lega Nord, nata per cambiare finalmente i «vecchi sistemi della politica romana»? Beccata. Più volte. Come per esempio in Toscana, alle ultime politiche del 2001. Nella cui scia sono stati condannati con rito abbreviato l'allora presidente regionale Vincenzo Soldati e tre suoi assistenti: per tirar su le firme avevano loro pure, come i vecchi e disprezzati satrapi socialisti e socialdemocratici della prima repubblica, resuscitato un po' di morti.

Insomma: un andazzo vergognoso. Chiuso all'italiana: con l'abolizione del reato. Avvenuta a metà luglio del 2003. Quando la maggioranza di centro-destra varò (270 sì, 154 no, 5 astenuti) la depenalizzazione. Niente più arresti e condanne a uno o due anni di carcere: d'ora in avanti, al massimo un'ammenda da 500 a 2.000 euro.
Tanto che sia gli imputati di destra per gli imbrogli di Bologna sia quelli di sinistra per gli imbrogli di Trento, sono stati subito prosciolti: prescrizione. All'estero, almeno nei Paesi seri, direbbero forse che non c'è vera democrazia là dove si può imbrogliare impunemente sulle liste elettorali pagando un obolo inferiore a certe contravvenzioni stradali. Qui da noi, davanti alle «critiche di tipo giustizialista» (testuale), il relatore Michele Saponara spiegò che, in fondo, questi imbrogli sulle firme «non sono reati pericolosi socialmente». Peggio, aggiunse: «Molti Tribunali avevano i processi sospesi per conoscere l'esito di questa legge e non potevamo indugiare oltre». Per capirci: gli imbroglioni andavano tirati fuori dai guai. Almeno lui, ieri, ha avuto il buon gusto di non avventurarsi nei commenti.


Sfidare la Cina esportando diritti
Luciano Gallino su
la Repubblica del 11.03

Se dovessimo dar retta a Ricardo per regolare l´economia italiana e quella mondiale, come propongono alcuni economisti e le maggiori organizzazioni internazionali, non dovremmo esitare un istante: constatato che i cinesi ormai producono merci nel settore del tessile e abbigliamento a un costo assai più basso dell´Italia, questa dovrebbe uscire di corsa da tale settore, e cercare di occupare i lavoratori che così perdono il posto nella produzione di merci che alla Cina convenga comprare. In questo modo sia l´Italia che la Cina ne trarrebbero vantaggio.
Mentre cercare di fermare alla dogana di Gioia Tauro, o di Genova, le merci cinesi nuocerebbe ad ambedue le economie.
Ricardo aveva forse ragione quando suggeriva - nel 1817 - ai portoghesi di comprare panno in Inghilterra, dove lo producevano a minor prezzo, ed agli inglesi di acquistare vino in Portogallo invece che farselo in casa. Purtroppo, trasferita ai giorni nostri, e applicata alle relazioni commerciali Italia-Cina, la sua teoria dei "costi comparati" presenta vari inconvenienti. Il costo del lavoro in Cina è 20-25 volte inferiore a quello italiano. Nelle manifatture delle principali zone industriali il salario medio cinese è di circa 1.200 euro l´anno, e gli orari molto lunghi; quello italiano si aggira sui 1.200 euro al mese, guadagnato con orari più umani. Inoltre i prelievi obbligatori per l´assistenza e la previdenza raddoppiano il costo del lavoro in Italia, mentre poco aggiungono in Cina, dove il comunismo capitalista ha soppresso quel che esisteva del vecchio stato sociale, e si è ben guardato dallo svilupparne uno nuovo. Dal che deriva la disuguaglianza indicata. Quanto basta per dire, tra l´altro, che i cinesi non stanno affatto facendo del dumping, che significa vendere in massa prodotti sottocosto; vendono a prezzi bassi perché i loro costi sono bassissimi.

Allora, dazi italiani sulle merci cinesi? Prima di soffermarsi su questa domanda, bisognerebbe formulare altre risposte. Cominciando dal notare che alle migliaia di imprese europee e americane operanti in Cina i bassi salari e le cattive condizioni di lavoro delle zone industriali, che diventano pessime nelle zone franche di lavorazione ed esportazione dove lavorano per loro trenta milioni di persone, in fondo vanno benissimo. Infatti permettono di fare grandi profitti. E vanno bene anche a noi come consumatori, perché senza il lavoro di giovani donne pagato due dollari al giorno, nelle zone franche, noi non avremmo il piacere di comprarci, ad esempio, un PC superdotato per meno di mille euro. Bisognerebbe quindi chiedere alle imprese in questione se non sarebbero disposte a pagare salari un po´ più elevati nelle tante fabbriche cinesi che a loro, in una forma o nell´altra, fanno capo, come sussidiarie o fornitrici; e magari a permettere addirittura l´ingresso nelle fabbriche di rappresentanze sindacali.

Nel caso che le imprese europee fossero disposte a concedere qualcosa in merito ai salari che pagano e alle condizioni di lavoro che offrono in Cina, l´Italia, o meglio la Ue, sarebbero in una posizione migliore per discutere con i cinesi dei tanti aspetti dei rapporti commerciali che non si esauriscono nel rapporto prezzo/qualità delle merci. Oggi si parla molto di investitori socialmente responsabili, quelli che acquistano azioni di un´impresa soltanto se essa soddisfa determinati parametri sotto il profilo economico, sociale e ambientale. Sembra difficile negare che i paesi Ue, non in ordine sparso ma con un disegno collettivo, peserebbero di più nella regolazione del commercio mondiale se cominciassero ad agire come partners commerciali socialmente responsabili. Capaci di chiedere alla Cina - o all´India, o ad altri - il rispetto di diritti umani, sociali, sindacali nell´industria dei loro paesi. E capaci di chiederlo in modo non ipocrita perché le loro imprese per prime si sono adoperate a rispettare quei diritti non solo in patria, ma anche nelle zone dell´Asia sud-orientale da cui importano fiumi di materie prime, semilavorati, componenti e prodotti finiti.
E i dazi sui tessili, e perché no sulle mele o i giocattoli provenienti dalla Cina? Per avanzare una simile proposta bisogna veramente non avere alcuna idea di come è organizzata oggi la produzione nel mondo di qualsiasi manufatto, tramite infinite catene transnazionali di creazione del valore. Le merci che, colpite da pesanti oneri doganali, non sbarcherebbero più a Gioia Tauro o a Genova, arriverebbero da Tarvisio o dal Sempione. Senza pagare dazio, perché porterebbero un´etichetta europea o magari americana. Al confronto, per quanto al momento possa apparire utopistica, è molto più concreta l´idea di discutere con i cinesi, a livello Ue, di salari, diritti dei lavoratori e condizioni di lavoro. Senza però pretendere di chiedere a loro di introdurre quei mutamenti che tante imprese europee operanti in Cina finora si sono ben guardate dall´attuare.


La pubblicità del male
Michele Serra su
la Repubblica

Già Simenon, in epoca largamente pre-televisiva, scrisse di un uomo qualunque mosso al crimine per provare l´esaltazione di essere famoso, e nominato dai giornali, che collezionava ritaglio per ritaglio, titolo per titolo, avidamente. Ora il procuratore di Venezia che indaga sul misterioso Unabomber avanza il dubbio che la recente fiction televisiva dedicata al suddetto figuro sia tra i possibili inneschi dell´ultimo attentato: nella finzione come nella realtà c´è un cero che esplode in una chiesa, una bambina ferita gravemente, a tradimento.
Certo il gioco dei rimandi tra realtà e televisione è, in questo caso, impressionante.
L´idea del cero votivo che esplode è sua, di Unabomber, che la mette in pratica nel novembre del 2001. Viene ripresa da una recente fiction, a qualche anno di distanza dal fatto. E subito replicata, ieri, poco tempo dopo la messa in onda, dal criminale vero, quasi a rivendicare la paternità del gesto micidiale, come per dire che il solo vero sceneggiatore autorizzato è lui.
È molto difficile orientarsi, nel dedalo morboso dei crimini commessi con il preciso obiettivo di ottenere il massimo della pubblicità possibile. Il terrorismo è il più evidente: si uccide e si sfigura perché l´eco dell´esplosione arrivi il più lontano possibile, renda sinistramente popolari sigle e proclami, diffonda il terrore e lo radichi come elemento permanente di minaccia all´odiata normalità, al silenzio anonimo della vita quotidiana. I media hanno il diritto-dovere di informare, ma sanno (o dovrebbero sapere) di essere l´oggettivo strumento di moltiplicazione degli obiettivi terroristici: già ai tempi delle Brigate Rosse si discuteva se e come pubblicare i messaggi dei brigatisti, e la formuletta esorcistica "delirante proclama" non bastava comunque a cancellare il dubbio che lo spazio concesso ai gesti e alle parole degli assassini fosse rischiosamente contiguo a una pubblicità coatta.
In questo caso, per giunta, non sono titoli o articoli di giornale, è una fiction (cioè uno spettacolo di intrattenimento) a essere chiamata in causa. E se è impossibile definire il grado di emulazione o eccitazione che questo sceneggiato possa avere indotto nella sceneggiatura reale del caso Unabomber, è però indubbio che qualcosa, in termini di spettacolarizzazione del crimine, stia pericolosamente lievitando. Il sangue e il delitto hanno nei palinsesti uno spazio crescente e probabilmente abnorme…

Nel caso in questione, un personaggio di nome Unabomber è davvero in azione, da dieci anni, nel Nord-Est dell´Italia, e nel mistero fitto la sola certezza è l´impulso malato a far parlare di sé, a esistere in quanto minaccia, in quanto fabbricatore di ordigni che decide la trama della propria storia criminale. Poiché la pubblicità è oggettivamente il suo primo movente, è ovvio che gli inquirenti si chiedano quanto conti il silenzio, e quanto il rumore, attorno alle sue gesta. Senza entrare nel merito di scelte (editoriali e culturali) altrui, va detto che la domanda è lecita, e non solo in questo caso. La generale tendenza a trattare il crimine e il delitto come forme particolarmente appetite di cronaca e di spettacolo è dilagante e inquietante, e per calmierarsi o almeno regolarsi dovrebbe tenere conto dell´impatto psicologico, culturale, comportamentale che il "nero" genera, non necessariamente per emulazione, anche solo per assuefazione. Niente censure, mai: ma quella sanissima autocensura (chiamiamola sensibilità) che tiene in alta considerazione gli effetti di ciò che si mostra, si dice, si produce, quella scarseggia da troppo tempo.


Lo scisma dei "neo con" l´Iraq divide la destra Usa
Clamorosa rottura dei politologi Fukuyama e Huntington con una delle riviste chiave del movimento
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

WASHINGTON - Un piccolo scisma dentro la destra americana, tra «paleo con» e «neo con», tradisce il grande dibattito in corso sul futuro dell´America nel mondo e delle sue guerre.
Forse ricordandosi delle loro antiche radici trotskyste, i nuovi radicali della destra americana «neo conservatrice» hanno cominciato a bisticciare fra di loro. Nella perenne ricerca di essere più puri dei puri, un gruppo di teorici e pensatori raccolti nella rivista madre del movimento, National Interest, se ne sono andati sbattendo la porta, guidati da quel Francis Fukuyama che acquisì fama mondiale annunciando in un suo saggio scritto dopo il collasso dell´Urss che «la storia era finita». La storia, naturalmente, non finì affatto, e si vendica di chi ne aveva proclamato la fine prendendosi la ironica rivincita del frazionismo, con il consueto corollario di accuse reciproche di tradimento.
La fuga dal periodico National Interest di dieci sui dodici membri del consiglio editoriale, sarebbe stato soltanto un episodio delle «beghe tra frati» che caratterizzano ogni confraternita intellettuale, giornalistica o accademica, se i «neo con» non fossero stati ispiratori e motore delle azioni politiche e militari della Presidenza Bush.

E´ stata proprio la guerra in Iraq, che aveva segnato l´apoteosi e l´affermazione del potere indiretto dei neo con sui vertici della democrazia americana post 9/11, a provocare lo scisma. Nel momento in cui le elezioni in Iraq e i sintomi di movimento nel ghiacciaio arabo sembrano vendicare dottrina e prassi, Fukuyama e i suoi apostoli della purezza ideologica si sono scandalizzati per la vendita della rivista madre al «Nixon Center», un gruppo paleo conservatore, ispirato a quel Richard Nixon che, partito come fiero ideologo anti comunista, passò alla storia come colui che riconobbe la Cina comunista e mise in moto il processo di distensione con il Cremlino. Un caso classico dell´incendiario che muore pompiere, o di un «idealista» che finisce per dimostrarsi un «realista». E il «realismo», cioè il riconoscere i limiti e i rischi dell´interventismo americani, è, per i «duri e puri» del neoconservatorismo, eresia.
Sotto la gestione del «Nixon Center» che ha rilevato il periodico assumendosene i debiti, il vice presidente del Centro, Robert Ellsworth, aveva annunciato in un editoriale la nuova linea. Già il titolo aveva scandalizzato i cardinali e i chierici neo con elogiando la «Splendida moralità del realismo» e scrivendo che «l´eccesso di zelo nella causa della democrazia, accompagnato dalla sottovalutazione dei costi e dei pericoli, ci ha condotto a una pericolosa sovraesposizione in Iraq». Per giustificare i loro presunti successi, gli «idealisti» si sono spinti a «una bizzarra disconnessione dalla realtà», in sostanza scambiando la loro propaganda per i fatti. La strategia americana deve essere guidata, concludono Ellsworth e il coautore, Dimitri Simes, dissidente e profugo dall´Urss, «dal senso del possibile». Parole che Nixon, Bush padre, Kissinger e i vecchi conservatori avrebbero potuto sottoscrivere.
Ma anche una sconfessione della mistica della «democrazia da esportare» a ogni costo e ovunque, che è il Verbo del neo radicalismo e che, nel suo primo mandato, l´amministrazione Bush aveva fatto propria. I puristi dell´idealismo non potevano digerire una simile abiura e infatti Fukuyama, che pure aveva espresso in passato molti dubbi sull´avventura irachena prima di cambiare di nuovo posizione, Samuel Huntington, autore del fortunato slogan sullo «scontro di civiltà», Midge Decter, autrice di un saggio dal modesto titolo di «Always Right» (gioco di parole tra «sono sempre nel giusto» e «sono sempre a destra») con altri nove se ne sono andati, svuotando il cervello della rivista dai custodi della ortodossia neo con.

Il mini-scisma dentro l´organo storico dei neo-con è quindi il paradigma di una battaglia già in atto tra le componenti della destra americana, quella tradizionale e realista, e quella radicale e interventista. Una battaglia che, nella previsione di un lungo regno repubblicano, guarda già al dopo Bush per decidere quale direzione dovrà imboccare il colosso americano nella propria quotidiana tentazione di iperpotenza solitaria.


Un milione e mezzo di libanesi in piazza contro la Siria
sommari de
l'Unità

Ad un mese dall'assassinio di Rafik Hariri, l'ex premier libanese ucciso in un attentato che lo scorso 14 febbraio ha ucciso in tutto 17 persone, l'opposizione libanese è tornata in piazza per chiedere la verità sugli autori della strage ed il ritiro delle truppe siriane. Lunedì mattina decine e decine di cortei si sono messi in marcia per convergere a Beirut. I manifestanti sono arrivati in automobile, in autobus e anche via mare tra una sventolio di bandiere rosse, bianche e verdi, i colori nazionali. Si prevede la partecipazione di un milione e mezzo di persone, il più grande raduno organizzato dall'opposizione in questi trenta giorni.


Gli italiani non sanno il prezzo giusto
Messi alla prova su 21 prodotti, in 17 casi danno indicazioni sbagliate: la confusione deriva da euro e troppe promozioni
Fabio Grattagliano su
Il Sole 24 Ore

«The price is right» . Era il 1956 e negli Stati Uniti debuttava il format televisivo sbarcato poi in Italia nel 1983 con il nome di «Ok il prezzo è giusto» . La base del prezzo da indovinare è cambiata da quattro anni. Così come ha cambiato nome un altro programma tv « Chi vuol essere miliardario » che ha dovuto ridimensionarsi in « Chi vuol essere milionario » . Effetti marginali dell'euro, si dirà. Più d'impatto appaiono, invece, i risultati di un'indagine che Ricerche Valdani Vicari ha condotto sui consumatori. Quanto costa un chilo di pasta? Quanto un detersivo o un dentifricio? Domande dalle cui risposte è possibile capire se gli italiani abbiano una percezione corretta dei prezzi di alcuni prodotti di largo consumo con alta frequenza d'acquisto.
La risposta è secca: no.
Il prezzo che hanno in testa gli italiani corrisponde alla realtà solo in quattro categorie di prodotti su 21: pasta, latte, acqua e biscotti. Gli altri sono tutti sbagliati. In maggioranza ( 12) i prodotti ai quali viene associato un prezzo più alto, anche del 50%, mentre in cinque casi il prezzo percepito è più basso di quello reale ( si veda la tabella).

Tra le altre cause che alimentano questa errata percezione, Grassi individua soprattutto «il massiccio ricorso alla leva promozionale, che confonde il panorama dei prezzi e spinge il consumatore a esercitarsi nel confronto orizzontale dei prezzi a scaffale e nella scelta dell'insegna più conveniente in quel momento » .

Crolla l'inflazione percepita.
Il 73,8% degli italiani — secondo il sentiment rilevato periodicamente da Valdani Vicari Associati — è convinto che nei primi due mesi dell'anno i prezzi siano rimasti invariati. È la percentuale più alta mai registrata. Per avere un'idea, nello stesso periodo dell'anno scorso erano appena il 50 per cento. In ogni caso, tra le categorie di prodotto che gli italiani avvertono con prezzi in crescita più degli altri, in testa compare la voce «farmaci e servizi sanitari » , in particolar modo le visite mediche specialistiche. A seguire la frutta e i prodotti per la casa.

Gli acquisti rimandati e le rinunce. Le spese per divertimenti, spettacoli e cultura ( 55%), per la bellezza e il benessere ( 52,6%), per abbigliamento, calzature e accessori ( 47,2%) e per hobby e sport ( 42,5%) sono quelle che gli italiani sostengono di aver temporaneamente diminuito o rimandato. Più drastica, invece, la decisione su elettrodomestici, computer e accessori ( 24,3%), cinema, teatro, libri e mostre ( 12,1%) o articoli sportivi ( 10,4%): sono le categorie in cui gli italiani hanno sopportato i maggiori sacrifici a febbraio 2005.



Patto di stabilita' e convivenza europea
La perdita di credibilità delle regole
Mario Monti sul Corriere della Sera

Questa settimana Jean Claude Juncker, primo ministro lussemburghese e presidente del Consiglio europeo, lavorerà per un accordo sulla riforma del Patto di stabilità e di crescita, in vista delle riunioni straordinarie dell'Eurogruppo e del Consiglio Ecofin di domenica, che prepareranno il Consiglio europeo del 22 23 marzo.
Nelle riunioni di martedì e mercoledì scorsi erano infatti emerse grandi divergenze.
Importante per la politica economica, la questione del Patto sta assumendo una portata ancora maggiore: è ormai in gioco la credibilità delle regole sulle quali è fondata la convivenza tra gli Stati membri dell'Unione europea.
Se la vicenda del Patto creasse nei cittadini dei piccoli Stati membri l'impressione che non è rispettata la parità di trattamento, si incrinerebbe il pilastro portante della costruzione comunitaria. In un'Unione a 25, che deve affrontare enormi sfide per avere un ruolo nell'economia e nella politica globali, la posta in palio è meno visibile, ma alla lunga più rilevante, che un punto in più o in meno di Pil.
Quando si varò il Patto, vi era nella Commissione europea una corrente a favore di una formulazione che vietasse i disavanzi correnti ma lasciasse più spazio a quelli dovuti a investimenti, chiaramente definiti e verificati in sede comunitaria. Ciò anche a evitare che, in caso di stagnazione, le pressioni politiche finissero per travolgere il Patto, portando di fatto a minore disciplina di quella che si sarebbe ottenuta con tale « regola aurea » .
Quella corrente non prevalse, soprattutto per l'opposizione di Germania e Francia, che la ritenevano troppo permissiva.
Per qualche tempo, il Patto fu applicato rigorosamente. Irlanda e Portogallo furono sanzionati. Ma quando furono Francia e Germania a superare il limite, nel novembre 2003 il Consiglio Ecofin, sotto presidenza italiana, decise di non seguire un'analoga proposta della Commissione. E presero corpo pressioni per rivedere il Patto, per renderne più flessibile l'applicazione.
Certo il Patto, che è stato comunque utile durante la gestazione e l'infanzia dell'euro, è alquanto rozzo, in particolare proprio perché non distingue tra consumo e investimento.
Ma sarebbe stato meglio mettere mano alla sua revisione una volta completato un ciclo catartico, dopo averne imposto il rispetto non solo a due piccoli Stati, ma anche a due grandi Stati, e proprio quelli che più avevano voluto il Patto e l'avevano voluto rozzo.

Uno Stato come l'Italia, grande ma meno forte di altri grandi, ha interesse quasi come i piccoli a che i meccanismi di applicazione delle regole comunitarie vengano rafforzati e siano pienamente credibili.
Se invece aiuta altri grandi Paesi a rendere più fragili quei meccanismi, avrà forse l'impressione di essere parte di grandi giochi e di ridimensionare la « tecnocrazia » comunitaria, ma non è facile per l'Italia — e non mi riferisco a questo o quel governo italiano — uscire vincente da negoziati intergovernativi con altri grandi Stati europei, quando vi siano importanti contrasti di interessi.
Auguriamoci che, con l'impegno di Juncker, si riesca a migliorare il Patto di stabilità e di crescita senza incrinare ulteriormente il Patto della convivenza europea.


Siamo depressi
Una lezione di economia
Marco Vitale sul
Corriere Economia

La fase socio-economica che il nostro Paese sta vivendo è veramente depressa e, con buona pace del generoso presidente Ciampi, non dobbiamo avere paura delle parole.

Siamo depressi:

  1. non perché nel 2004 abbiamo realizzato il primo passivo commerciale con l'estero dopo 12 anni;
  2. non solo perché la crisi Fiat è tale da porre in gioco la sopravvivenza del settore auto (ed i cinesi non c'entrano);
  3. non solo perché l'Alitalia è in pessime condizioni (ed i cinesi non c'entrano);
  4. non solo perché con Parmalat abbiamo realizzato la più grande frode aziendale della storia umana (ed i cinesi non c'entrano);
  5. non solo perché paghiamo l'energia più alta del mondo (ed i cinesi non c'entrano);
  6. non solo perché abbiamo realizzato la più massiccia concentrazione bancaria del mondo (in nessun Paese le dieci maggiori banche controllano il 70 per cento degli attivi bancari pur senza far nascere un singolo istituto dotato di una dimensione e respiro europea - ed i cinesi non c'entrano);
  7. non solo perché abbiamo distrutto aziende e marchi prestigiosi come l'Olivetti (ed i cinesi non c'entrano);
  8. non solo perché da primo Paese al mondo nel turismo negli anni '70 siamo scivolati al quinto posto (ed i cinesi non c'entrano);
  9. non solo perché ci sarebbe un segmento in cui potremmo ricuperare una sicura leadership, favorita da rendite di posizione, ed è il segmento crescente del turismo culturale e su questo non investiamo (ed i cinesi non c'entrano);
  10. non solo perché neanche settori come il tessile, dove da tempo si sa che le aggregazioni sono indispensabili, riescono a superare gli egoismi personali e a dar corso ad aggregazioni che porterebbero, in certi segmenti, a ricuperi di capacità competitive enormi (ed i cinesi non c'entrano);
  11. non solo perché la nostra giustizia, il nostro fisco, l'amministrazione della nostra sanità scivola agli ultimi posti della graduatoria di competitività mondiale (ed i cinesi non c'entrano),
  12. non solo perché il nostro Parlamento invece di affrontare la crisi del risparmio conseguente alla più grande truffa aziendale di tutti i tempi con una serie di misure ficcanti, veloci, incisive, si è impantanato in questioni di potere, che ci hanno ridicolizzato agli occhi del mondo (ed i cinesi non c'entrano);
  13. non solo perché pensiamo di affrontare la crisi strutturale del Paese con robaccia come il provvedimento denominato della “competitività” che, tra l'altro non procede, stretto com'è da una logica irresponsabile di ricatti incrociati (ed i cinesi non c'entrano).
E potrei così continuare per seimila pagine, elencando piaghe, per altro, a tutti note.

depressi perché siamo depressi nel cervello, nella cultura, nella morale, nella volontà, nello spirito imprenditoriale.

depressi perché somigliamo sempre più al senato veneziano, formato da ricchi e tremebondi vecchietti, quando arrivò un giovanissimo capitano francese a dire che era giunto il momento di chiudere, mandato dal ventisettenne generale Napoleone Bonaparte.

depressi perché non abbiamo più coraggio imprenditoriale, non abbiamo più the will to manage i problemi e quindi cadiamo così in basso da puntare su misure protezionistiche, tradendo cinquant'anni di integrazione dell'economia europea e mondiale, processo del quale siamo stati più che dignitosi protagonisti, che hanno fatto la nostra fortuna, che hanno trasformato il piccolo, umiliato, povero, rurale, asfittico, autarchico, protezionistico, patriottico Paese della nostra infanzia in uno dei più vivi, aperti, coraggiosi, spregiudicati e ricchi Paesi del mondo.

Quando vedo invocare misure protezionistiche di ogni sorta da imprenditori tessili che hanno recentemente creato impianti colossali nel Sud, assolutamente fuori tempo e sovradimensionati, coprendo l'investimento con denaro dello Stato per oltre il 70% (contributi che in uno Stato con un minimo di cervello mai avrebbero dovuto essere elargiti) e che si accingono a scaricare sul mercato interno quantità di produzione sovvenzionate in misura tale da scardinare il mercato interno del loro segmento ben più di quello che possono fare i cinesi, allora vuol dire che siamo messi molto male.

depressi perché diciamo montagne e montagne di falsità e montagne di stupidaggini.
quindi non sappiamo affrontare i problemi veri, nella loro realtà concreta e profonda con il metodo della ragione e della verità.
stiamo vivendo una mutazione profonda del nostro modello.

Abbiamo coscientemente rinunciato a due strumenti con i quali eravamo usi ad affrontare le crisi congiunturali e le grandi crisi industriali: la svalutazione monetaria e la crescita senza limite del debito pubblico.
ci siamo trovati a gestire questa impegnativa trasformazione nel corso di una delle peggiori fasi congiunturali degli ultimi decenni, con i due principali clienti dei quali l'uno (Usa) ci chiedeva uno sconto generale del 30% e l'altro (Germania) ci tagliava gli ordini per gestire la sua ristrutturazione, dalla quale emergerà più forte di prima (anche se certamente non nel tessile).
il nostro vero problema non è la Cina ma gli Usa, perché sono loro a gestire il valore della moneta che condiziona tutte le altre, sono loro che potrebbero imporre una, sia pur, nell'interesse di tutti, graduale indispensabile rivalutazione della moneta cinese, e sono loro a non imporla sino a quando converrà loro indebolire e deindustrializzare l'Europa, facendosi coprire i loro deficit dalle riserve cinesi e giapponesi riciclate negli Usa.
è un'alleanza non esplicita ma profonda tra Usa e Cina basata su una convergenza di interessi, almeno in questa fase.
partita è grossa, dunque, molto grossa e molto seria, molto più seria che correre dietro, per motivi elettoralistici, a quattro filatori o tessitori superati dai tempi e che si rifiutano di mettersi in linea con i tempi.
opportunità per l'Europa e per l'Italia sono, nonostante tutto, semplicemente immense, difficili ma esaltanti. Ma bisogna fare le cose giuste. E per fare le cose giuste bisogna pensare le cose giuste. E bisogna nutrire coraggio, volontà e onestà.
per pensare le cose giuste bisogna amare il nostro bellissimo e importante Paese, non per finto, retorico e letterario patriottismo, ma per quello che è realmente e per quello che è stato nei mille anni di civiltà italiana, civiltà per eccellenza universale e per tutto il nuovo che, sulla base delle sue grandi tradizioni, può esprimere.

Quello che può e deve fare l'Europa lo ha spiegato in un discorso fremente, di grande visione e di grande energia, la ex presidente della Commissione Europea, Loyola de Palacio, in un discorso a Milano nel recente gennaio.
forse siamo depressi anche proprio perché non abbiamo leader politici visionari, appassionati, sinceri e dal chiaro linguaggio come Loyola de Palacio.
attesa che ne nasca qualcuno, anzi qualcuna (forse solo le donne ci potranno salvare da questa fase di autentico obnubilamento e di totale depressione morale) accontentiamoci, se ci riusciamo, di seguire la raccomandazione formulata da Garibaldi appena dopo il suo arrivo a Napoli nel corso della spedizione dei Mille.

Affacciatosi al balcone dell'albergo alla folla che lo osannava Garibaldi disse solo queste parole: “Siate seri”, e si ritirò a riposare.


  14 marzo 2005