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a cura di G.C. - 31 gennaio 2005


Iraq, otto milioni scelgono la democrazia
L. Cr. sul
Corriere della Sera

BAGDAD - Gli iracheni ieri hanno scelto di partecipare in massa alle prime elezioni multipartitiche dai tempi della monarchia costituzionale mezzo secolo fa. Scontata la grande affluenza curda alle urne nel Nord. Confermate anche le previsioni sulla massiccia partecipazione sciita nel Centro-sud. Ma la novità è stata la scelta degli abitanti nei quartieri misti sciito-sunniti e cristiani a Bagdad e nelle zone limitrofe di sfidare apertamente la violenza terrorista e scendere in strada per andare ai seggi. Il risultato? Un successo per chi spera in un futuro di democrazia in Iraq e invece un duro colpo per i gruppi della guerriglia legati al vecchio regime e al nuovo fondamentalismo islamico.
I primi dati approssimativi dovrebbero arrivare entro 48 ore. Quelli ufficiali non prima di una decina di giorni. Ma già ieri sera, poco dopo la chiusura dei seggi alle 17.00, la Commissione Elettorale a Bagdad rivelava un tasso di partecipazione pari al 72 per cento dei circa 14 milioni di aventi diritto al voto. Poco dopo il dato scendeva al 60 per cento, con circa 8 milioni di elettori. "Non sappiamo ancora con precisione. In ogni caso una grande vittoria per il processo elettorale. Ritenevamo sarebbe andata bene qualsiasi cifra tra il 45 e 50 per cento. Ora appare che il dato sia molto più alto", sostengono i circoli dell'Onu impegnati nelle operazioni di preparazione delle elezioni. Lo stesso responsabile della commissione inviata a Bagdad da Kofi Annan, Carlos Valenzuelas, si è detto "assolutamente soddisfatto per l'esito della prima elezione democratica nella storia del Paese".
Non è dunque servita la campagna di attentati e violenze lanciata con determinazione dai gruppi della guerriglia in un crescendo impressionante a partire dall'agosto 2003. Sino a due giorni fa il rappresentante di Al Qaeda in Iraq, Abu Mussab Al Zarkawi, aveva minacciato di morte "tutti gli atei che votano come gli infedeli". E ieri mattina Bagdad si era svegliata con lo scoppio di una fitta serie di colpi di mortaio ancora prima dell'apertura delle stazioni di voto alle 7. Poi, in meno di tre ore, 9 kamikaze si lanciavano contro la folla in attesa davanti ai seggi. Obiettivi principali il quartiere sciita di Sadr City, le stazioni di polizia e comunque ogni assembramento di elettori. Più a sud, nella cittadina di Hilla, un attentatore suicida di faceva saltare in aria su di un pulmino carico di persone decise ad andare ai seggi. Spari e violenze anche a Mosul e Kirkuk, nel Nord. Pare che i morti possano essere in tutto il Paese un numero compreso tra 35 e 44, i feriti quasi un centinaio. Nel pomeriggio i comandi britannici rivelavano che un loro aereo da trasporto militare modello C130 era precipitato 30 chilometri a ovest della capitale. Non è chiaro se si tratti di incidente o attentato, secondo le prime informazioni i morti sono quindici. E in serata una forte serie di esplosioni è tornata a scuotere Bagdad.
Eppure la campagna di dissuasione si è rivelata fallimentare. Sembra che un certo numero di persone abbia persino sfidato la guerriglia e si sia recata alle urne in alcune cittadine nel cuore del "triangolo sunnita". "Gli iracheni sono decisi a determinare il loro destino", ha ribadito il premier ad interim, Iyad Allawi. Confermata comunque la previsione per cui le zone sunnite come Falluja, Ramadi e Tikrit sarebbero state caratterizzate in gran parte dall'astensionismo.



Iraq, votano in massa gli sciiti. Il vincitore è Al Sistani
Toni Fontana su
l'Unità

Le urne sono state chiuse in fretta alle 17, quando molti erano ancora in fila. Poi tutti si sono affrettati a cantare vittoria. I capi sciiti l'hanno definita "schiacciante" facendo intendere che da ieri comandano loro, Allawi, sciita pure lui, ma laico e moderato, ha parlato di "momento storico", l'Onu, per bocca dei suoi inviati in Iraq, ha benedetto la giornata elettorale, e, immancabile, il tagliagole Al Zarqawi, come sempre "on line", si è mostrato soddisfatto per aver "rovinato la festa".
Ma ieri, anche se i morti sono stati almeno cinquanta, i feriti decine e almeno sette kamikaze si sono fatti saltare in aria a Baghdad e in altre parti dell'Iraq, milioni di iracheni, 8 su 14, hanno sfidato l'odioso ricatto del terrore e il minaccioso "servizio d'ordine" allestito dalle forze occupanti e dai nuovi apparati di sicurezza, e si sono recati alle urne. Il fatto che le gente abbia superato la paura, e che la giornata di ieri archivi per sempre l'"unanimità" obbligatoria nei lunghi decenni della dittatura, non vuol dire tuttavia che a Baghdad e dintorni sia arrivata la "democrazia" che Bush dice di aver importato a suon di cannonate.
I seggi sono stati trasformati in bunker, i nomi dei candidati sono rimasti in gran parte sconosciuti fino all'ultimo, ma soprattutto le elezioni di ieri non hanno avuto testimoni, non sono state "monitorate" da alcun osservatore internazionale, ed hanno sancito la definitiva e pericolosissima spaccatura del paese. Ansioso di mostrare al mondo il buon esito della giornata elettorale, il portavoce della commissione elettorale, Farid Ayar, ha dapprima diffuso la notizia che si era recato alle urne il 72% degli elettori; più tardi la percentuale è stata ridimensionata e si è appreso che solo il 60% degli iracheni che si erano registrati nelle liste elettorali aveva effettivamente votato.
Non solo: il portavoce ha spiegato che le percentuali diffuse rappresentavano "ipotesi" che potranno trovare conferma solo "dopo il conteggio delle schede" iniziato ieri sera, spesso al lume di candela.
Secondo dunque questi dati approssimativi e ancora privi di conferme dei 14.027.000 iracheni ammessi al voto, "circa otto milioni" hanno votato. Tra questi vi sono circa 250mila ex esuli che hanno raggiunto i seggi allestiti all'estero. Per conoscere il dato reale e la ripartizione dei voti e quindi dei seggi ci vorranno 6-10 giorni, ma, fin da quando sono state convocare le elezioni, era apparso chiaro che le avrebbero vinte gli sciiti. La vittoria della superlista sciita (Aui, Alleanza unitaria irachena) era stata già annunciata nel corso delle preghiere del venerdì scorso da tutti i capi religiosi nelle mosche sciite dell'Iraq. Lo Sciiri, capitanato dal tessitore dell'Alleanza, Abdul Aziz al-Hakim, ha definito "schiacciante" l'affermazione della lista come dimostrerebbero gli exit poll effettuati dagli scrutatori.
Da Baghdad la commissione elettorale ha indirettamente confermato questa indicazione affermando che, nelle province sciite, la percentuale degli elettori aveva raggiunto la percentuale del 92-92%. A Najaf, la città santa più vicina alla capitale, aveva votato l'80% degli elettori. Se si considera che ieri l'Islam sciita festeggiava la "giornata del ruscello", che ricorda l'investitura data da Maometto al cugino e cognato Alì, appare evidente che, ordinatamente, le masse del centro-sud dell'Iraq si sono recate alle urne per sancire la grande svolta.
Molti mesi fa il grande ayatollah al Sistani, vero vincitore e regista della vittoria, aveva proclamato una "fatwa", un editto religioso invitando o meglio ordinando ai fedeli sciiti di recarsi agli uffici elettorali per registrarsi nelle liste. Se il voto fotografa la spartizione del paese sancita dalla guerra e dall'occupazione, l'altra faccia di quest'immagine mostra quanto è accaduto nelle zone sunnite. A Falluja, dove gran parte della popolazione non è ancora rientrata dopo la battaglia di novembre, hanno votato pochissimi elettori, a Tikrit, Baquba e Ramadi, per scelta o perchè minacciati da terroristi e cecchini, i votanti sono stati pochissimi, come in alcune parti della capitale, come Haifa street, dove la guerriglia raccoglie appoggi e consensi diffusi.

Come era nelle aspettative è altissima (si parla dell'80%) l'affluenza alle urne nella zona curda. Qui gli elettori votavano anche per l'assemblea autonoma che da ieri, grazie all'investitura popolare, assume le caratteristiche di un parlamento di uno stato sovrano. Il voto, prima di tutto e al di là delle terribili violenze avvenute anche ieri, sancisce dunque la sparizione dell'Iraq in zone di influenza etnica, politica e religiosa. Da ieri di Iraq ve ne sono almeno tre: quello sciita, quello curdo e quello, in guerra, sunnita. Resta ora da vedere se tra gli ayatollah di Najaf e Karbala è maturato il proposito di modificare la costituzione che garantisce, per ora, la libertà religiosa e se, nel braccio di ferro tra le principali comunità vi sarà posto per quelle minori.



Ma i sunniti mancano all'appello
Marcella Emiliani su
il Messaggero

Elezioni-miracolo quelle di ieri in Iraq. Sono state infatti le elezioni del “nonostante tutto”: nonostante gli attacchi di ben 9 kamikaze ai seggi , nonostante i 50 morti e il centinaio di feriti, nonostante gli attacchi di artiglieria, nonostante il rapimento di 30 scrutatori, nonostante il ricatto costante del terrorismo, ben il 60% degli elettori si è recato alle urne. Nel clima reso surreale dalle misure di sicurezza, un paese martoriato dalla violenza ha mostrato al mondo con testardaggine e coraggio di voler tornare alla normalità e di voler essere soprattutto arbitro delle proprie sorti. E gli osservatori internazionali non hanno avuto remore a dichiarare che si è trattato di elezioni libere e corrette. Già questo, di per sé, è un grande risultato politico visto che gli iracheni di elezioni libere non ne hanno mai viste con Saddam, ma neanche prima con la monarchia o il mandato britannico. Da Washington il presidente Bush si è giustamente congratulato ed ha interpretato il voto come una vittoria sul terrorismo ed espressione della volontà di pace degli iracheni.
Purtroppo però le sole elezioni non bastano a riportare la pace. Anche se conferiscono una legittimità indiscutibile a tutti gli eletti all'Assemblea costituente che andrà a formarsi ed anche se la medesima Assemblea fin d'ora si presenta come uno schiaffo in faccia ad al-Zarqawi o ai burattinai del terrorismo sunnita, l'Iraq rimane un paese sull'orlo di una guerra civile. Per evitarla, molto dipenderà dalla composizione del nuovo governo e dalla direzione che prenderà il dibattito politico all'interno della Costituente. Il primo passo infatti è quello di isolare la guerriglia sunnita dal terrorismo di marca islamista sponsorizzato da al-Qaeda. Perché questo succeda i sunniti devono essere equamente rappresentati nel nuovo esecutivo, indipendentemente dal loro afflusso alle urne di ieri, e nell'ambito della nuova Costituzione devono ricevere precise garanzie sulla tutela dei diritti delle minoranze.
Detto in altre parole, fin dai primi passi il nuovo Iraq deve mandare un messaggio inequivocabile nella direzione della riconciliazione nazionale. Certo, anni di dittatura creano odi inveterati e anche ansia di vendetta, ma quella voglia di votare, di esserci, di andar oltre, dimostrata ieri, deve diventare capacità di convivenza pacifica all'interno di uno Stato unitario, quale l'Iraq è sempre stato, o all'interno di una federazione, come da molti viene auspicato. I sunniti peraltro, proprio perché sono sempre stati i padroni della politica del paese, sono un patrimonio professionale e culturale che il nuovo Iraq non può permettersi di perdere. Detto questo, sulle sorti della neonata democrazia irachena (che sarà pure disastrata, ma sempre democrazia è) pesano altre incognite. Innanzitutto la natura, secolare o religiosa, del nuovo governo e del futuro Stato. La minaccia in questo caso è rappresentata dalla maggioranza sciita che, assieme ad una voglia di riscatto storico, non fa mistero di voler rendere l'Islam centrale alla nuova politica. Questo non significa automaticamente instaurare in Iraq una teocrazia in stile iraniano, ma il problema esiste nonostante il Grande ayatollah al-Sistani fino ad oggi non abbia mai caldeggiato la “imitatio Iran”. Uno Stato teocratico metterebbe gli sciiti in rotta di collisione tanto coi curdi quanto con i sunniti, senza contare che rafforzerebbe oltre i limiti graditi in Occidente l'influenza di Teheran nella regione.
Un grosso peso sull'Iraq che verrà, infatti, lo avranno le reazioni che gli Stati mediorientali e la comunità internazionale manifesteranno nei confronti dell'evolversi della situazione a Bagdad. Detto brutalmente, le dittature dell'area dovranno fare i conti con la nuova realtà irachena e, preoccupate per la propria stabilità, potrebbero avere tutto l'interesse a giocare sporco nei confronti dell'Iraq.



Il fascio e lo sfascio
Furio Colombo su
l'Unità

Ecco il diario di una esemplare settimana italiana ai tempi di Berlusconi.
Lunedì 24 gennaio. L'ex deputato Domenico Gramazio sorprende anche i fascisti annunciando che il fascismo non ha colpe sulla persecuzione, le razzie, le denunce, gli arresti, le deportazioni, lo sterminio degli ebrei. Nella triste e imbarazzante occasione si scopre che Gramazio è in visita in Israele e ha detto le cose che ha detto sulla porta dello Yad Vashem, il memoriale della Shoah. Con un gesto che avrà stupito i suoi stessi camerati (e l'intero corpo del personale sanitario del Lazio che - se non lo sapevate - è diretto dallo stesso Domenico Gramazio) l'ex deputato si è tolto un peso che - dice - lo opprime dai tempi di Fiuggi. Sostiene che il fascismo è buono e che persino Fini si è sbagliato, la volta che lo ha definito "un male".
Martedì 25 gennaio. La Rai trasmette in diretta i funerali del maresciallo Simone Cola, colpito nel suo elicottero privo di protezioni nel corso di un combattimento a Nassiriya che il Parlamento ha votato come missione di pace. Le parole sono la causa della morte di Cola. Poiché la presenza italiana è definita "missione di pace", il governo ha rifiutato di inviare alle truppe italiane elicotteri da guerra (blindati). Ma i combattimenti dei soldati italiani a Nassiriya devono essere per forza dichiarati "missione di pace" per non violare la Costituzione italiana che, allo art. 11, “ripudia la guerra”. Le bugie, oltre ad avere le gambe corte, portano morte. Non resta che il triste compito della celebrazione. Ma il presidente del Consiglio, che preferisce mentire sullo sfondo dei cieli azzurri di Forza Italia, non vuole farsi trovare accanto alle vittime della sua politica. E non va al funerale.
Martedì 25 gennaio. Radio Radicale trasmette in diretta il dibattito parlamentare sulla morte di Cola e sul fatto che i soldati italiani, secondo una solida tradizione inaugurata dal fascismo, sono mandati in guerra senza equipaggiamenti adeguati. Il ministro della Difesa Martino, che ama passare in rassegna i soldati vivi, decide di non comparire al dibattito sul soldato morto.

Mercoledì 26 gennaio. Umiliazione italiana al Parlamento europeo. Un piccolo partito razzista detto “Lega Nord” (che però ha tre ministri nel governo Berlusconi) capitanato da un certo Borghezio, già condannato per avere guidato squadre notturne a bruciare i giacigli di immigrati, rifiuta di firmare la risoluzione del Parlamento Europeo nel sessantesimo anniversario di Auschwitz. Subito dopo lo stesso Borghezio - identificato purtroppo come cittadino italiano - ha inscenato una protesta teppistica, gridando “Soviet, Soviet” contro gli altri deputati d'Europa che - con il presidente Borrell - si stavano recando alla cerimonia commemorativa dello sterminio di Auschwitz.
Intanto - denuncia il capogruppo Ds al Parlamento Europeo, Zingaretti - in Italia Roberto Castelli, un tipo come Borghezio che però è ministro della Giustizia, continua a rifiutare la firma al provvedimento europeo detto "decisione quadro per la lotta contro il razzismo e la xenofobia". L'Italia è oggi l'unico Paese europeo ad opporsi a questa lotta e dunque alla firma del documento destinato a diventare guida per le leggi dei membri dell'Unione. Potete dire che a opporsi è uno come Castelli, che è uno come Borghezio, cioè il peggio degli istinti xenofobici italiani. Ma dove sono le altre voci della maggioranza in cui gli xenofobi hanno tre ministri? Qualcuno ha sentito le proteste di Follini, che non si indigna, di Fini, che non smentisce Gramazio sul fascismo buono, o del pio Bondi sempre impegnato contro l'impero del male?
Giovedì 27 gennaio.
Quello stesso giorno, per avere usato le stesse parole (del New York Times quando definisce, secondo i casi, i guerriglieri e i terroristi iracheni) nella motivazione di una sentenza che non trova prove sufficienti a carico di presunti terroristi, il giudice italiano Clementina Forleo viene aggredita da una violentissima campagna di accuse. Guida la rivolta il già indicato ministro della Giustizia Castelli che incita la piazza a manifestare contro il giudice. Il caso è unico al mondo per due ragioni. La prima è che la giudice, come è stato dimostrato da giuristi, avvocati, magistrati, si è attenuta scrupolosamente alle leggi vigenti in Italia. La seconda perché un ministro della Giustizia istiga i cittadini alla rivolta contro i giudici.

Per chiarezza il ministro aggiunge con sprezzo: "Il mondo della magistratura è assolutamente geloso della propria autonomia e indipendenza... che non sono beni in sé". E conclude, perentorio: "Va cambiata la Costituzione".
Venerdì 28 gennaio. Apprendiamo che il presidente del Consiglio italiano, presente ad Auschwitz insieme a tutti capi di Stato e di governo d'Europa, al presidente Putin, al vicepresidente americano Cheney, oltre ad avere pronunciato le parole più gelide, brevi e distratte sulla Shoah, dichiara, alla fine, di avere scoperto che cosa ha messo in moto quella tremenda macchina di sterminio. "Sono stati il nazismo e il comunismo". Fa finta di non sapere che le truppe sovietiche hanno abbattuto i cancelli di Auschwitz, rivelandone l'orrore al mondo. Fa finta di non sapere, come Gramazio, che donne, uomini e bambini italiani morti in quel campo a migliaia (ma anche greci, croati, sloveni, serbi) sono stati scrupolosamente arrestati e mandati a morire da diligenti militi fascisti italiani.
Sabato 29 gennaio. Giancarlo Caselli non deve essere in nessun caso il nuovo procuratore antimafia. Luciano Violante non deve diventare per nessuna ragione giudice costituzionale. È questo il bollettino di regime che ha fatto saltare, nel corso della settimana, ogni percorso democratico, bloccando iniziative, negando accordi già fatti, costruendo in fretta trappole e barricate. Per escludere Giancarlo Caselli non si è esitato a usare il decreto-legge che allunga i termini del procuratore Vigna in modo da escludere il procuratore Caselli, anche contro le decisioni del Csm. L'esecutivo di Berlusconi si impossessa delle carriere della magistratura, alterandole affinché non siano ammessi coloro che il regime intende mettere al bando. Quanto al giudice costituzionale, un governo ormai famoso per l'incostituzionalità delle proprie leggi, non può permettersi di lasciar passare uno competente e tempestivo come Luciano Violante, neppure in cambio della inclusione di un giurista caro al governo. Il rischio che la Corte Costituzionale continui a intercettare le leggi illegali di Berlusconi è troppo grande. La cosa più importante, per questo governo, è spingere indietro chi ha già dimostrato in passato di avere coraggio.
Il ministro Gasparri, intanto, manda in giro per l'Italia inviti alla "prima" di un film Rai sulle Foibe, inviti firmati, benché siano Rai, dallo stesso Gasparri che - dal ministero delle Comunicazioni - controlla la Rai. Le Foibe sono un atroce delitto jugoslavo contro ex occupanti e italiani innocenti. Ma l'importante è cambiare discorso e smettere di parlare del delitto fascista che sono le leggi antiebraiche. Se tutto appare uguale, perché avere un solo Giorno della Memoria? E con tanti Giorni della Memoria, chi ci fa più caso? In questo modo le affermazioni di Gramazio appaiono meno insensate.

Giustamente l'Eurispes ha notato: "Gli italiani sono sempre più pessimisti".


Centro-destra unito oltre le correnti
Gaetano Quagliariello su
il Messaggero

Per AN non c'è il tempo di contemplare, con giusta soddisfazione, i dieci anni trascorsi dalla sua rivoluzione interna di Fiuggi. La legittimazione democratica è stata conseguita ma deve essere considerata come un passaggio importante, non come un approdo definitivo. La transizione del sistema politico che allora, anche grazie alle scelte del partito di Fini, si mise in moto non si è, infatti, ancora definita. An, per questo, è chiamata a nuove ed impegnative prove. C'è da conseguire il definitivo consolidamento di quel bipolarismo che nel 1994 ha trasformato l'Italia in una moderna democrazia dell'alternanza. Ed in questo processo An, per più ragioni, si viene a trovare in posizione critica. E' tra i partiti più minacciati dalle tentazioni di ritorno al passato, ancora così presenti nella politica e ancor più nell'ambito del potere economico. Ma, d'altro canto, tra le principali forze politiche è forse quella che più conserva i tratti caratteristici dei partiti della Prima Repubblica.
Possiede un leader che può legittimamente concorrere, in un futuro non troppo lontano, alla conquista della guida del governo. Ma, d'altro canto, è ancora percorsa da divisioni correntizie e lotte intestine che la rendono più simile ad un vecchio partito d'integrazione sociale, che non ad un moderno partito carismatico. Si trova, insomma, sospesa tra vecchio e nuovo e tale collocazione, ancor più che una contraddizione, si presenta quasi come un suo tratto identitario.
Si sarebbe tentati, in questa situazione, di consigliare ad An di andare avanti bruciandosi i ponti alle spalle. Ma, se il senso di marcia è quello, la ricetta, d'altro canto, rischia di essere semplicistica. Le crisi di rigetto sono sempre in agguato e le loro conseguenze potrebbero investire sia il partito sia il sistema politico. An, infatti, nella Casa delle Libertà, occupa uno spazio di destra che, per ragioni storicamente e sociologicamente facili da comprendere, è percorso da rigurgiti nostalgici e pre-moderni.

Sottovalutare la dissidenza di Alessandra Mussolini è un errore politico compiuto con troppa sufficienza. L'eventuale nascita di una nuova, consistente formazione di destra estrema, infatti, non andrebbe certamente né nel senso di un rafforzamento del bipolarismo né conseguirebbe la semplificazione del sistema partitico. Fini, inoltre, per soddisfare le sue legittime ambizioni, ha certamente bisogno che la sua forza politica di riferimento si collochi in posizione più centrale. Ma, d'altro canto, non può credere di risolvere questo problema restando rinchiuso nei confini di An. Questo processo non può che passare attraverso una complessiva ristrutturazione e semplificazione della coalizione di centro-destra, nella prospettiva del partito unico. Solo in quest'ambito, infatti, possono diluirsi e marginalizzarsi i contraccolpi correntizi che certamente non mancherebbero. Anche in questo caso, però, tempo e pazienza vanno considerati ingredienti ineludibili per conseguire il cambiamento.
An, insomma, non può tornare indietro ma non può nemmeno spingersi troppo avanti. Le resta solo la scelta di aderire alla transizione complessiva del sistema politico, provando a governarne i processi e, in tal modo, a dettare il ritmo dei cambiamenti. Al di fuori di tale prospettiva c'è solo la scelta dell'immobilismo. Ma, in questo caso An, a soli dieci anni, si trasformerebbe in una giovane e promettente forza politica, con un grande futuro dietro le spalle.


Prodi: "L'Italia non è più divertente"
Francesco Alberti sul
Corriere della Sera

BOLOGNA - Romano Prodi assicura di non avere il pensiero sempre fisso su Silvio Berlusconi, "come il soldato Smith con il sesso", eppure è contro il premier e la sua azione di governo che piazza le due bordate più pesanti. La prima è sulle leggi da cancellare in caso di vittoria del centrosinistra nel 2006. Gli chiedono: quali abolirebbe tra Cirami, "salva-Previti" e pacchetto giustizia? "Di sicuro - risponde l'uomo dell'Ulivo - non vanno bene tutte quelle norme fatte ad hoc, come ad esempio la Cirami, volute semplicemente per favorire una persona. Per il resto, si prenderanno le cose buone e si cancelleranno quelle cattive". La seconda bordata investe in pieno uno dei settori trainanti dell'azienda Italia, il turismo, in particolare il mito del divertimentificio adriatico, assunto da Prodi come specchio di una crisi che tocca l'intero Paese. Afferma il leader del centrosinistra: "Ma non vedete che i ragazzi europei non vengono neanche più a divertirsi in Italia? Un tempo si andava a Rimini o, d'inverno, a Roma. Adesso vanno d'inverno a Berlino e d'estate nelle isole spagnole, a Formentera. C'è tensione. C'è un calo dell'Italia come attrazione dei divertimenti".

BOTTA E RISPOSTA - Romano Prodi di fronte a Serena Dandini. Un botta e risposta tra ironie, colpi d'artiglio, l'ottimistica certezza che il centrosinistra "gna fa" (ce la fa) a scalzare il Cavaliere. La scena è lo studio bolognese del Professore. Pile di libri, appunti, numeri di telefono, foto di quando il ciclismo era polvere e sudore. La trasmissione si chiama Parla con me (Raitre) e, manco a dirlo, è stata preceduta da una serie di polemiche sull'opportunità che un esponente politico partecipasse ad un programma da taluni ritenuto un varietà, da altri invece di natura giornalistica. La Dandini si toglie subito il rospo: "Possiamo fare questa chiacchierata perché siamo in uno dei rari momenti non di par condicio. La prossima puntata, per stare tranquilla, inviterò Berlusconi, anche se non so se verrà...". E Prodi, con un'ombra di ironia: "No, ma lui viene".
Si entra nel vivo. La prima domanda (qual è lo stato di salute del Paese?) è un assist per l'uomo dell'Ulivo. Che tratteggia "un'Italia impaurita". Riconosce, sì, che "non c'è ancora una caduta forte". Ma poi rincara: "Quando uno ha paura di cadere non riesce più a correre e questo Paese oggi ha smesso di correre". E' un Prodi che non nasconde nostalgia per il modo in cui ha lavorato a Bruxelles, "dove si è obbligati a pensare al futuro". Il rientro in patria non è stato affatto facile. "Qui impazzisco: è tutto una formula, un dosaggio, bisogna tornare ai contenuti": e il pensiero corre inevitabile alle mille alchimie del centrosinistra.

I RAPPORTI CON BERTINOTTI - A proposito: le primarie. La Dandini lo stuzzica: se vince Bertinotti, Professore, lei farà il vice? Lui ci pensa un attimo e ribalta la questione: "No, perché se vinco io, lui non fa mica il mio vice!". Poi, consapevole che la faccenda si sta attorcigliando, spiega: "La regola è semplice: vince uno solo con il suo programma". A questo punto, il capo del centrosinistra vorrebbe parlare della Fabbrica delle Idee, "capannone alle porte di Bologna affittato ad un prezzo modesto, prima c'era un artigiano, dove ci ritroveremo a discutere dei problemi delle categorie, della gente": qui prenderà forma il programma ulivista. E la Dandini, con finta aria snob: un po' operaista la fabbrica, forse il loft del programma sarebbe stato più moderno. Lui, un po' irritato: "Già, voi siete raffinati... Vada in Strada Maggiore (centro di Bologna, ndr) a parlare di loft e vedrà cosa le rispondono! ".

La Dandini lo riporta a terra: Gad, Fed, insomma, come si cambierà il suo centrosinistra? E lui pazientemente a spiegare che "il nome che dà il senso della nostra unità è Ulivo: così si chiamerà la Federazione dei partiti". Ma dato che l'alleanza arriva fino a Bertinotti e Mastella, che ulivisti non si sentono per nulla, "stiamo cercando un nome il più evocativo possibile".

MARATONA E 100 METRI - Prodi e le donne. In una lettera all' Unità , l'ex presidente Ue si è detto pronto a spendersi a favore di una maggiore rappresentanza femminile in politica. Come Zapatero, che ha riservato metà delle cariche alle donne? Il Professore assicura di volersi muovere "in maniera forte", cita l'esperienza del governatore Soru in Sardegna e conclude: "Non vorrei arrivare all'ultimo minuto con qualcuno che mi dice "qui ci vuole una donna", che sembra il grido di Fellini". Il tempo non manca: "La nostra è una maratona, mica come quegli altri (il centrodestra, ndr) che fanno tutti i giorni i cento metri". Si finisce con il referendum sulla fecondazione assistita ("Voterò, ma devo ancora riflettere sui quesiti") e sul metodo-choc con il quale il Professore ha affrontato le turbolenze della sua alleanza. "Ho voluto chiarire tutto subito, anche se questo ha turbato molta gente...". E la Dandini, scettica: così dopo non abbiamo problemi? E lui, granitico: "Così dopo non abbiamo problemi".


  31 gennaio 2005