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sulla stampa
a cura di P.C. - 29 gennaio 2005


Auschwitz
Rossana Rossanda su
il Manifesto

Quando Willy Brandt vi si recò, cadde in ginocchio senza parlare - lui che non c'entrava per nulla, ma era il leader della Germania e questa piegava le ginocchia nel gesto estremo di riconoscimento di colpa - più che di richiesta di perdono, perché ci sono colpe di cui non si può essere perdonati. Non so se lo farà anche Berlusconi, se gli verrà in mente che l'Italia ha partecipato della stessa responsabilità. Né so immaginare la sua lustra persona nei passaggi fra quelle baracche e i loro fantasmi. Che anche l'Italia debba chinare la testa non è venuto in mente neanche a Fini quando ha ammonito qualcun altro di non scordare la Shoah - sarebbe stato più convincente se fra coloro che la minimizzavano, fino a una decina di anni fa, avesse messo onestamente anche se stesso e il suo mentore Almirante. Oppure se avesse taciuto. Al dolore si addice il silenzio e la riflessione. A questo dovrebbe servire la giornata della memoria. Soprattutto per i più giovani che della seconda guerra mondiale hanno una vaga percezione, mentre sanno tutto dello sterminio degli ebrei ma banalizzato dall'essere diventato immagine corrente e oggetto di fiction in tanti e pur utili film. Certo, quella che corre è una percezione diversa da quella che ne ebbero quelli della mia età. C'è una generazione, di ebrei e non ebrei, che quella memoria non se la potrà mai togliere di dosso.

Perché la seconda guerra mondiale e questo suo orrore in essa non finirono il 25 aprile né alla firma della resa finale. Anche se di ogni guerra ciascuno che non abbia fatto parte d'uno stato maggiore conosce soltanto quel poco che gli sta nell'orizzonte (e in guerra l'orizzonte si restringe, poco ci si dice, al più si sussurra fra paura e speranza) della dimensione della seconda guerra mondiale ognuno seppe singolarmente poco. Apprese quando finì, quella guerra continuò a rivelare per anni la sua estensione e i suoi abissi. Sgocciolò sangue su di noi per tutta l'estate del 1945, nella quale sui giorni di sollievo o di festa caddero successivamente la notizia delle atomiche su Hiroshima e Nagasaki e le prime fotografie dei lager. L'atomica ci mettemmo un pezzo a concepirla in concreto. Quanto ai campi, io avevo veduto gli impiccati a Fondo Toce e i corpi dei fucilati ammucchiati a Milano, e credevo di sapere tutto, quando mi arrivarono le prime istantanee di Buchenwald, le fosse di corpi diventati strame, fradici come foglie marce confusi l'uno nell'altro, ossa pelle e orbite di volti senza più lineamenti. Neppure mi resi conto subito che la maggior parte di essi non erano combattenti che avevano messo in conto di finire sanguinanti sotto terra, non erano i miei compagni comunisti e resistenti, erano ebrei uccisi perché ebrei - non per quel che avevano tentato di fare ma per quel che erano o erano classificati. Perché gli ebrei e, seppi dopo, anche gli zingari vennero sterminati come una specie animale infetta. Il sogno che ossessiona il deportato, come scrive Primo Levi, è che torna a casa, racconta e nessuno gli crede. Perché quel che gli è successo è impensabile.

Nessuno di noi poté vedere per anni quei forni crematori simili a locomotive, quei cortili circondati dalle palizzate di ferro spinato ed elettricità, gli osceni becchi di doccia delle camere a gas, senza sentirsi messo in causa come essere umano. Si era andati oltre ogni limite immaginato. E non per caso, per decisione di molti e per un esercito di esecutori tranquilli. E sull'umanità questo si riversava, sua terribile proiezione.

Oggi qualcuno dice che prima non si sapeva e dopo la guerra non si volle sapere. Non credo, anche se certamente fu la messa in causa dell'esistenza di Israele in Palestina e la dura risposta della guerra dei sei giorni a riportare con una forza mai avuta la memoria degli ebrei sulla scena del presente, ad allargarla e approfondirla.

Non c'era stata censura, c'era l'insopportabilità di un passato così vicino, dell'aver visto qualcuno portato via in camion da casa, di notizie e timori che arrivavano - e questa è una percezione che neanche il processo di Norimberga, neanche quello ad Eichmann, neanche i fiumi di testimonianza che escono oggi possono rendere come la sentimmo allora. Non tutto quel che è stato vissuto si può riprodurre.

Ed è forse un bene che sia così. Che tutti sappiano della Shoah come di una delle tragedie più atroci che sono state possibili per trarne un insegnamento decisivo. Capisco che non può essere una pagina di storia per chi è uscito da quell'inferno. Ma penso che Hannah Arendt sbagli quando dice: "Quel che una volta è stato pensato e fatto, è destinato a ripetersi". Altre disumanità stiamo compiendo, perché l'inventività degli uomini nel distruggere è infinita. E potente la tentazione di uccidere chi non appartiene ai tuoi. Ma un massacro degli ebrei perché ebrei, di un popolo perché è un popolo, non potrà più avvenire nel silenzio del mondo. Qualche volta la storia fa anche una passo indietro e l'impensato torna a essere impensabile. Almeno nel giorno della memoria lasciamo le miserie in cui inciampiamo tutti i giorni e inginocchiamoci tutti perché sia così.


Grandi opere grandi disastri
Giulio Anselmi su
la Repubblica

Il titolo dell´Ansa delle 8.53 di ieri mattina sembra grondare involontario umorismo: "A3 bloccata, se non nevica situazione migliorerà".
Invece contiene una perfetta sintesi dell´ultima Caporetto della nostra pubblica amministrazione, riassumendo l´incapacità, l´improvvisazione e il fatalismo con cui governo, enti locali, Anas, polizia stradale hanno reagito a una nevicata, incapaci di gestire i problemi fino al punto di sapere soltanto levare le braccia e gli occhi al cielo.
Dopo un blocco durato due giorni, incredibili disagi per centinaia di cittadini senz´acqua, né cibo, né coperte, tragedie sfiorate da bambine appena operate, malati gravi in attesa di ricovero, novantenni semiassiderati è chiaro che nessuno si può nascondere dietro l´eccezionalità dell´evento.
Arriveranno, per cacciare altra carta negli archivi, le consuete inchieste giudiziarie e amministrative, ma già ora appare patetico lo scaricabarile abbozzato dal ministro delle Infrastrutture Lunardi per rovesciare ogni colpa sugli autisti indisciplinati che non hanno messo le catene.
Abbiamo assistito alla ripetizione, aggravata, del blocco di un anno fa sull´Autosole, nel tratto Firenze-Bologna paralizzato dal ghiaccio e dalla neve. Anche allora ci fu un ping pong di responsabilità, Protezione civile contro Autostrade. Anche allora ci si trincerò dietro la straordinarietà dell´evento e, per garantire che mai più l´inverno avrebbe colto impreparata la sesta potenza economica dell´Occidente, si inventò un Coordinamento nazionale incaricato di fronteggiare le emergenze legate al maltempo, alle dipendenze degli Interni e delle Infrastrutture. Oggi il capo della Protezione civile Bertolaso non ci sta a fare il capro espiatorio e parla chiaro: "Avevamo lanciato l´allerta meteo da 72 ore. Il 13 luglio la commissione Ambiente della Camera aveva approvato una risoluzione per cui a occuparsi di tutto, in caso di neve, doveva essere il centro di coordinamento. Noi abbiamo fatto un passo indietro".
Il problema è che nessuno sembra aver fatto passi avanti. Il viceministro competente Tassone ha pudicamente ammesso "è evidente che qualcosa non ha funzionato", per poi sentenziare "ora è necessario e non più procrastinabile un esame immediato e diretto delle cause dell´accaduto".

Quanto a Lunardi, l´uomo delle grandi opere che procede di disastro in disastro incurante delle piccole cose in cui dovrebbe consistere la buona amministrazione, crediamo che i fatti parlino da sé: come gli automobilisti dalla neve, anche la sua credibilità di ministro è stata definitivamente sepolta dall´"inferno bianco" caro alla retorica giornalistica. Cento prigionieri del maltempo, al terzo giorno, nella civile Italia, sono una pietra tombale.
Ciononostante crediamo che sia inutile chiederne le dimissioni, come fanno tanti esponenti del centro sinistra (mentre anche da destra fioccano le critiche), perché siamo certi che l´ingegnere berlusconiano non ha la sensibilità necessaria ad andarsene. Ci basterebbe che la smettesse di annunciare inchieste destinate a concludersi con un nulla di fatto. Ma se proprio vuole indagare, per sopire una punta di vergogna, faccia una cosa, magari in segreto: cominci dalla sua scrivania.


Il governo chiede scusa
L'Ulivo: via Lunardi
Virginia Piccolillo sul
Corriere della Sera

ROMA — " Lunardi è un incapace, si dimetta " . Il grido di protesta degli automobilisti imprigionati nel ghiaccio della Salerno- Reggio Calabria ora rimbomba nei palazzi della politica. E le polemiche ne fanno tremare i vetri.
Il governo chiede scusa. E il vicepremier Follini, parlando di " imprevedibilità " dell'evento, chiede di non strumentalizzare la neve. Ma il centrosinistra attacca e chiede a Lunardi di trarre le conseguenze dell' " odissea " degli automobilisti. Lui però allontana ogni responsabilità e la scarica sui camionisti senza catene.
LE SCUSE — " Rivolgo agli automobilisti intrappolati in autostrada le scuse del governo e ribadisco l'impegno a potenziare quei servizi che possono impedire disagi come questo " , dichiara Follini nel pomeriggio. In mattinata al Consiglio dei ministri, Lunardi aveva fatto una prima ricostruzione dell'accaduto sulla base di una relazione autoassolutoria dell'Anas che sostiene di aver tenuto conto delle direttive anti- neve del ministro e dell'allarme meteo: spargendo oltre 10.000 quintali di sale, utilizzando 250 uomini, 50 mezzi operativi e 8 autogrù. E soprattutto disponendo e sollecitando più volte alle autorità competenti l'obbligo di catene. " Ma decine di mezzi pesanti, senza catene, hanno occupato le carreggiate, impedendo la circolazione " , è scritto nella relazione che cita la collaborazione con vigili del fuoco, le prefetture e le forze di polizia, ma non accenna alla Protezione civile.
" VIA LUNARDI " — " Non bastano le scuse. Il governo deve indicare i responsabili e farli rispondere concretamente, con le dimissioni " , replica Rutelli ( Margherita). I Ds annunciano per lunedì una mozione di sfiducia individuale nei confronti del ministro firmata da tutta l'opposizione.
" Quanto è successo non è degno di un Paese civile — accusa il capogruppo Ds Violante — : gli automobilisti intrappolati nel gelo, i bambini lasciati senza cibo né acqua, i camionisti fermi a dormire nei loro mezzi " . Fin qui, aggiunge Violante, " il ministro ha dimostrato una totale incapacità di governo delle emergenze, ma anche dell'ordinario " . Il segretario Ds Fassino chiede le dimissioni anche del presidente dell'Anas.
" Da anni Lunardi promette le grandi opere, ma non è capace nemmeno di gestire le strade " , gridano Verdi e Pdci. E il candidato Gad alla regione Calabria Loiero fa notare: " Sulla A3 non è arrivato lo tsunami " .



Il continente euroislamico
Alberto Ronchey sul
Corriere della Sera

I decreti governativi sulle quote d'immigrazione legale in Italia per il 2005 promettono l'ingresso a 159 mila stranieri, metà extracomunitari. Troppi o pochi, secondo disparati pareri. Ma come valutare il sistema in sé? Dinanzi al fenomeno immigratorio, in Europa i governi si consultano sulla base di due chiari presupposti. Primo, chiudere le frontiere dell'Ue non si può. Secondo, accogliere un'immigrazione illimitata non si può. Dunque, non rimane che regolare i flussi, per quanto controversi e misurabili solo secondo le differenti condizioni nazionali.
Qualche voce, ricordando che l'Europa fu già terra di emigranti, insiste nel deplorare che l'Ue sia tanto meno aperta degli Usa. Ma quella società d'immigrati venne già fondata come rifugio multietnico, fino a generare l'ineguagliabile american melting pot . Il paragone con l'Europa è improprio anzitutto a causa del diverso carattere storico dei due mondi, poi a causa del divario di spazio, densità della popolazione, risorse. Inoltre, chi emigrava negli Usa volle sempre diventare americano, ma è dubbio che l'emigrante dall'Africa o dall'Asia nell'Ue voglia sentirsi europeo e tanto meno tedesco, inglese, olandese o italiano. È anche da considerare, peraltro, che a differenza degli Stati Uniti come " nazione semicontinentale " in Europa la sperata unione federativa potrà solo costituirsi come " federazione di nazioni " .
La differenza è anche riassumibile, a questo punto, in un semplice chiffrage . Gli Stati Uniti oggi comprendono 292 milioni di abitanti, dopo un considerevole aumento in gran parte dovuto negli ultimi decenni all'immigrazione dall'emisfero meridionale. Ma la densità sul territorio è tuttora limitata, 31 abitanti per chilometro quadrato. Nell'Ue- 25 raggiunge quota 174. In Italia supera i 190 abitanti per chilometro quadrato inclusa l'immigrazione regolare, ma non quella dei clandestini.
Eppure, malgrado questi dati, anche il crogiolo plurietnico degli Stati Uniti dopo le ultime ondate migratorie deve affrontare notevoli complicazioni. Come la residua eredità o identità anglo- protestant , scossa in particolare dall'entità e dall'influenza invasiva delle masse ispaniche, non più assimilabili e integrabili secondo l'esperienza del passato.
Un recente saggio di Sam Roberts ha per titolo Who we are now , ossia " Chi siamo ora " . È dedicato al tema dell'identità nazionale negli Stati Uniti anche l'ultimo lavoro di Samuel Huntington, Who are we? Ma in Europa si pongono ben tre complesse questioni, anzitutto l'identità comune, poi quella delle singole nazioni e insieme la moltiplicazione degli euroislamici non paragonabili per costumi e cultura agli ispanici Usa. Qui l'essenziale differenza è che l'Islam, più o meno militante, non distingue tra sfera politica e religiosa. La Sharia, secondo il Corano e la Sunna, è legge civile insindacabile per le masse dei fedeli africani o asiatici. E quando ispira proselitismi aggressivi, genera delittuosi episodi come quello che di recente ha sbalordito la tollerante società olandese. L'ultimo stadio del fanatismo religioso è poi, come tutti sanno, il terrorismo di Al Qaeda.
Quanti siano gli euroislamici, accolti legalmente o clandestini, per ora non è facile saperlo da stime ufficiali o sicure.
Secondo uno studio di Bassam Tibi, politologo nato a Damasco e docente in Germania, nell'Ue- 15 erano già 17 milioni dal 2003. Per i prossimi tempi, ogni pronostico su natalità e nuovi arrivi appare incerto.
Ma è ragionevole certamente il proposito di misurare con ogni attenzione, ogni anno, i flussi delle immigrazioni extraeuropee.


Ai seggi come in trincea
Lorenzo Cremonesi sul
Corriere della Sera

BAGDAD — Seggio numero 65, scuola secondaria di Karrada, in un quartiere centrale della capitale.
Uno dei tanti campi di battaglia tra terrorismo integralista e chi sostiene il tentativo di crescita della democrazia in Iraq. Per arrivarci si devono superare il filo spinato che blocca il traffico, tre file di barricate in cemento armato, il controllo degli agenti iracheni.
Qui domani si vota. " E' ancora tutto da preparare.
Ci hanno fatto accampare da 5 giorni, ma solo nelle prossime ore arriveranno le urne con le schede e il materiale elettorale " , dice Amer, un 19enne da poco reclutato nella polizia, sorridente, fiero della sua uniforme nuova e del kalashnikov oliato di fresco. Recluta in forza tra i circa 150 mila tra poliziotti e militari della nuova Guardia Nazionale chiamati in prima linea a difendere il voto.
" Ora siamo solo una decina di sentinelle qui nella scuola di Karrada. Ma da sabato sera ogni seggio avrà almeno 50 guardie, cui si aggiungeranno le pattuglie mobili irachene. Gli americani sono appostati sui tetti dei palazzi più alti del quartiere. E i loro elicotteri dovrebbero garantirci contro l'eventualità di cecchini " , osserva il suo comandante, sergente Achmed Abdul Latif. Andare sul tetto della scuola è limitato persino a loro. " Per i cambi della guardia ai piani alti parliamo via radiolina con gli americani " , spiegano.

" Ho servito nella polizia irachena per 26 anni. Amo questo lavoro. Dopo l'invasione americana, attesi 20 giorni, poi mi presentai in caserma e tornai al mio posto. E non lo lascio. Sebbene non sia mai stato tanto pericoloso " , racconta il colonnello Saeb al Rawi, 45 anni, 4 figli, responsabile del pattugliamento di sei seggi nel quartiere di Abbachane. Lo abbiamo incontrato per circa due ore ieri nella sua abitazione assieme a un collega più giovane, Ahmed Alì al Zubaidi, 32 anni, di pattuglia a sua volta ai seggi nel quartiere di Arthie. Entrambi negli ultimi mesi sono stati più volte sotto il fuoco della guerriglia e persino in pericolo di vita. Hanno visto morire e restare feriti tanti colleghi. Il loro stipendio non supera i 350 dollari mensili. A febbraio ne riceveranno 100 in più come indennizzo per il servizio elettorale. " Non lo facciamo per i soldi. Con i rischi che corriamo, se la motivazione fosse economica avremmo lasciato da un pezzo.
Ma questo è il nostro dovere. Il Paese ha bisogno di noi " , dicono senza retorica. Tanto che entrambi non andranno a votare. Il governo transitorio prevede un'affluenza alle urne del 72%. Loro non ci credono. " Mi sembra troppo ottimista. Comunque qui a Bagdad l'astensione per paura di attentati sarà molto alta. E poi la gente non ama questi candidati. Non li conosce o pensa che siano in larga parte stranieri, iracheni che non sanno nulla del loro Paese e ora balzano sul carro dei vincitori cercando di guadagnarci " , spiegano all'unisono. La loro preoccupazione maggiore però è per il futuro: " Siamo di fronte a una guerriglia ben armata, coraggiosa, equipaggiata con sistemi di comunicazione migliori dei nostri. Le loro azioni non cesseranno dopo il voto. Anzi, potrebbero farsi ancora più aggressive e micidiali, perché condotte da uomini che non hanno paura di morire. Noi abbiamo bisogno di auto blindate, migliore intelligence, giubbotti anti- proiettile più leggeri. La guerra sarà ancora lunga " .


Dal "bello guaglione" all´abbraccio
Il big talk è tra Rutelli e Romano
Antonello Caporale su
la Repubblica

TORINO - Nevica dappertutto, a Torino c´è il sole e fa caldo. E´ da insospettirsi. Infatti la giornata diviene particolare quando Francesco Rutelli e Romano Prodi iniziano a salutarsi. Una prima stretta, poi una seconda più vigorosa. Prodi va sul palco, applausi. Più forti del solito, più lunghi. La sala del Lingotto è stata ridotta a un set dalla Margherita. E´ una conferenza programmatica. L´hanno chiamata big talk. Grande chiacchierata.
Un´idea di Blair. In tribuna, al posto d´onore, ci sono i giovani.
I papaveri del partito stanno dove trovano la sedia: chi davanti, chi dietro. Non si vede la pipa di Franco Marini, arriva con il giusto ritardo. Invece Ciriaco De Mita resta a Nusco. In Campania c´è da dare battaglia alla lista unica dell´Ulivo. Il Professore prende coraggio e incatena le parole con una sicurezza nuova.
Poche pause, molte colpi ad effetto contro Berlusconi. Le tasse, il futuro, i nuovi lavori, i conti che non tornano, la busta paga che piange anche oggi, 28 gennaio. Le sorprese che verranno: "Vedrete tra un mese". Colpi ben assestati, rapidi, efficaci. La platea gradisce. C´è Arturo Parisi che lo accarezza con lo sguardo.
Da una parte il corpo di Giusy La Ganga, la sua faccia impegnativa. Con Bettino Craxi, Giusy ebbe anni ruggenti. Poi l´oblìo. "Come tutti i buoni riformisti non possiamo che essere interessati al lavoro della Margherita". Ma non tutti hanno gradito. Lui: "Ci sono molte scorie del passato, e non sono presenti solo in quelli cosiddetti della prima repubblica. Sono presenti anche nei nuovi che pretendono un monopolio che neanche loro hanno diritto di avere. Tutti oggi dobbiamo dare una mano per creare le condizioni per una svolta politica nel Paese di cui c´è molto bisogno". Tutti dobbiamo. Il cappotto del vecchio liberale Zanone è dall´altro lato, in un angolino. Col Pli fece il ministro: ha conosciuto la stagione più bella del pentapartito eppure Berlusconi non gli piace. "Mi pare che oggi Prodi abbia fatto un buon discorso". La giornata è particolare.
Prodi tiene i tempi e conclude con ritmo, in scioltezza. Va a sedersi vicino a Francesco. Lo chiamò "bello guaglione" in estate. Lo ritrova vicino al suo gomito. Da Prodi arriva una pacca sulla spalla. Rutelli gli offre un bicchiere di coca cola: "ne vuoi un sorso?". "Io e te dobbiamo parlare", dice il professore a Paolo Gentiloni, lo stratega di Rutelli. Prodi fa felice perfino Dario Franceschini, che solo qualche settimana fa mandava bestemmie al suo indirizzo: "Invece oggi ha colto perfettamente il senso di questa iniziativa che è un contributo di idee e di proposte che noi offriamo".
Ci sono i trailer dei film che chiudono gli applausi, le musiche e le luci che cambiano la scena. L´idea di cambiare abiti alla Margherita, ringiovanirla, con il copricapo togliere anche un po´ di muffa democristiana, è stata di Gentiloni. Ha preso sottobraccio il regista Roberto Malfatto, uomo a cui già sono stati affidati appuntamenti importanti, e gli ha pregato di fare una mezza rivoluzione. "I comizi non si reggono più. E noi, dico la coalizione di centrosinistra, abbiamo un´immagine pubblica da anni settanta. Qualche settimana fa in televisione Prodi era imbalsamato in una scena di trent´anni fa: bandiere rosse che gli coprivano le spalle, in un palco troppo piccolo, improvvisato, disordinato. Bisogna cambiare tutto. Qui abbiamo spostato il palco al centro della sala, imposto nuove facce, chiuso la porta a tanti dirigenti. Operazione non facile, che ci è costata molto sangue".
I comizi non si reggono più, conferma Enrico Letta. "Abbiamo idee, ma come fare a dirlo alla gente? Baby bond, fisco a premi. Sono progetti che devono essere comunicati bene. Vogliamno che i nostri dirigenti vedano come si può rendere curiosa una discussione pesante. Alleggerire le liturgie e parlare di persone, non di tavoli". Le persone. Viene intervistata una neomamma. Spiega di quando ha trovato un lavoro e come l´ha trovato. Dice a Tiziano Treu, ideatore di quel pacchetto che introdusse sotto il governo dell´Ulivo tutto il regime dei nuovi contratti: "Ho avuto un bambino e mi hanno licenziata".


Tutti in piazza San Giovanni a Roma
Simone Collini su
l'Unità

L'appuntamento è a Roma per sabato 26 febbraio. Ancora la macchina organizzativa non è stata messa in moto, ma a Santi Apostoli assicurano che sarà una grande manifestazione di massa, a cui parteciperanno ben più persone dei 10mila che a dicembre avevano animato il Palalido di Milano. Tutti i partiti dell'Alleanza, sindacati, associazioni scenderanno in piazza con un duplice obiettivo: presentare i 14 candidati presidenti per le regionali di aprile, ma anche dare visivamente il segnale che un'alternativa di governo è già in campo.
Molti aspetti sono ancora da decidere, a cominciare dalla scelta della piazza. In lista ci sono San Giovanni e piazza del Popolo. "Valuteremo tenendo conto anche del fatto che per quel giorno saranno fissate altre manifestazioni per la campagna delle regionali, che di fatto sarà già stata aperta", spiegano alla sede della Federazione dell'Ulivo. Nei prossimi giorni si deciderà anche se organizzare o meno un corteo e la scaletta degli interventi. Quel che è sicuro è che sul palco insieme ai candidati per le regionali ci saranno Romano Prodi e tutti i segretari dell'Alleanza democratica. Tutto il resto verrà deciso via via dal comitato organizzatore, che si riunirà per la prima volta lunedì a Santi Apostoli.
L'appello lanciato prima di Natale dall'Unità per una grande manifestazione unitaria inizia dunque a prendere corpo. Prodi ne aveva parlato in un'iniziativa alle porte di Bologna prima della fine dell'anno, ma passò in secondo piano di fronte allo "scorrerà il sangue" detto quella stessa sera dal Professore in riferimento alle primarie. L'argomento venne ripreso a inizio gennaio in uno dei vertici dell'Alleanza, senza che però venissero prese decisioni definitive. Alla fine, all'incontro della Federazione di giovedì è stata scelta la data, sabato 26 febbraio, e l'ora dell'appuntamento, il primo pomeriggio. Visti i tempi molto stretti per organizzare l'evento, si era anche pensato di rinviare al sabato successivo, ipotesi poi scartata in considerazione del fatto che il venerdì precedente è l'ultimo giorno per la presentazione delle liste per le regionali e che in quei giorni si svolge il congresso di Rifondazione comunista. Contatti per contributi di vario genere (organizzazione di pullman e altro) verranno presi nei prossimi giorni con tutte le associazioni vicine al centrosinistra.


"Il riformista Formigoni è solo un illusionista"
Intervista a Mino Martinazzoli
Rodolfo Sala su
la Repubblica

Avvocato Martinazzoli, anche lei affascinato dal riformismo di Formigoni?
"Affascinato da questo dialogo in cielo. Io sapevo che il riformismo una volta abitava a sinistra".
E adesso?
"Adesso tutti dicono di praticarlo. E così il riformismo diventa esangue. Lo si identifica con il pallore delle idee. Cosmesi, narcosi. E invece ci sarebbe bisogno di più radicalismo".
Detto dall´ultimo segretario della Dc...
"Senta, io ho conosciuto Antonio Greppi. E le assicuro che non assomiglia per nulla a questi suoi presunti eredi".
Facciamo dei nomi. Bassetti?
"Con lui ho condiviso una storia politica molto interessante. Ma non mi sono accorto che Formigoni è il continuatore dell´opera del Bassetti primo presidente della Regione Lombardia. Il suo regionalismo era basato sulla programmazione ed è esatto contrario dalla cultura politica espressa da Formigoni. Che pratica la politique d´abord, l´illusionismo, il colpo di teatro. Che grande equivoco".
Equivoco?
"Ma sì. A un certo punto si è cominciato a parlare del fastidio di Formigoni per la sua prigionia, ci sono stati fior di editoriali che raccontavano quanto gli andasse ormai stretta la Casa delle libertà. Io non l´ho mai creduto, ma adesso l´hanno capito tutti".
Capito che cosa?
"Che da quelle parti il padrone è uno solo. Che il fattore non potrà mai diventare padrone. Purtroppo qualcuno si è illuso, e adesso cerca grandi moventi ideali per spiegare scelte molto private. Incappando in grandi strafalcioni".
A chi allude?
"Leggo che Bassetti sogna un risultato elettorale impossibile: Formigoni presidente e una maggioranza di centrosinistra in Consiglio. Si informi, la legge elettorale lo impedisce, perché se Formigoni vince, il centrodestra avrà un premio di maggioranza e governerà comunque".
Bassetti dice che Sarfatti, il candidato del centrosinistra, deve imparare a guidare.
"Non lo conosco, ma a me Sarfatti va benissimo. Io dico una cosa sola: bisogna combattere l´idea malsana per cui sono i candidati presidenti, e non già anche i partiti, a vincere o perdere le elezioni. La personalizzazione è stupida: ricordo che Formigoni nel 2000 prese meno voti delle liste che lo sostenevano".
Quindi?
"Quindi i partiti che appoggiano Sarfatti si diano da fare. Non ne dubito: andrà meglio di quanto andò cinque anni fa, quando il candidato ero io".
Ma a lei hanno chiesto di ricandidarsi per il Consiglio?
"L´ho solo letto. Nessuno mi ha offerto niente e io niente ho rifiutato. Ma va bene così".
Se lo facessero?
"Il mio problema è imparare come si dimostra che nessuno è indispensabile e che, cito il Vangelo di Luca, siamo tutti servi inutili. La prima cosa è facile crederla, la seconda meno. Molto meno".


   29 gennaio 2005