
sulla stampa
a cura di P.C. - 28 gennaio 2005
Molti sapevano ma non agirono
L'Europa davanti ai suoi rimorsi
Andrea Bonanni su la Repubblica
Quando lo stridore di freni del treno piombato torna a risuonare per la spianata del campo rompendo il silenzio pieno di neve, sul volto rugoso dei tre sopravvissuti schierati a reggere le bandiere passa per un istante l´ombra di un´angoscia inesprimibile. È in quella frazione di secondo che la solenne liturgia della memoria, inscenata ieri nel campo di Auschwitz, perde ogni coreografia cerimoniale e diventa un momento di verità straziante. L´Olocausto è lì, nel terrore animale che dopo sessant´anni può ancora deformare un viso ormai scolpito dal tempo, molto più che in tutte le belle e nobili e terribili parole che verranno pronunciate ai piedi delle rovine dei forni crematori e delle camere a gas.
Birkenau è coperta di neve e di ghiaccio, proprio come quel 27 gennaio del ´45, quando i primi soldati dell´Armata Rossa arrivarono al campo e la coscienza del mondo perse per sempre la propria innocenza. Da quell´istante molte cose, nel linguaggio, nel pensiero e nell´anima degli uomini sono cambiate in maniera che si spera definitiva. Da quel momento sappiamo, o dovremmo sapere, che il male assoluto esiste, ed è una categoria dell´umano e non più del divino.
La cerimonia di ieri è la prima di una serie di commemorazioni che segneranno i sessant´anni dalla fine della guerra. Altre ne seguiranno, per ricordare la vittoria degli Alleati, o il lancio delle prime atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Ma il significato di quello che è avvenuto ieri tra i reticolati e le rotaie di Birkenau, il più terribile dei tre campi di sterminio di Auschwitz, va ben oltre il ricordo del più sanguinoso conflitto della storia dell´umanità. E´ stato il tentativo straziante di una generazione ormai giunta alla fine di consegnare ai posteri la memoria vivente di quell´orrore. Una memoria che deve continuare al di là della sopravvivenza fisica di chi la conserva tatuata sulla propria pelle.
Nel più grande cimitero del mondo, dove sono state disperse le ceneri di un milione e mezzo di ebrei, di polacchi, di russi, di zingari, di resistenti provenienti da tutta l´Europa, un manipolo di sopravvissuti ha cercato di consegnare i ricordi e gli incubi che li hanno accompagnati in questi sessant´anni, perché il mondo non smetta di riflettere anche dopo che gli ultimi scampati avranno raggiunto i loro morti.
Per raccogliere questa testimonianza tanto preziosa quanto straziante si è mobilitato ieri ad Auschwitz un autentico "parterre des rois": una trentina tra re, regine, presidenti e capi di governo sono rimasti per ore al gelo nella comune consapevolezza di una espiazione ancora e sempre necessaria.
Perché il male assoluto è indivisibile. E se è vero che ci sono vittime e carnefici e che non esistono colpe collettive ma precise responsabilità, come ha ricordato ieri con parole terribili Elie Wiesel, è anche vero che pochi, o nessuno, in Europa, possono davvero considerarsi innocenti. "Il mondo sapeva della distruzione degli ebrei europei, ma rimase zitto e questo resterà come un marchio di infamia sulla fronte dell´umanità", ha denunciato ieri il presidente israeliano, Moshé Katzav.
Ma di fronte alla presenza massiccia e doverosa dell´Europa ieri spiccava dolorosamente l´assenza, sulla spianata di Auschwitz, del resto del mondo. Non si sa se per scelta delle autorità polacche che hanno organizzato la cerimonia, o per quella stessa indifferenza che ha mandato semi-deserta la seduta commemorativa alle Nazioni Unite, non si sono visti ieri né asiatici, né africani, né arabi né sudamericani. Quasi che l´Olocausto fosse riducibile ad un affare europeo. Quasi che gli eccidi in Ruanda o in Cambogia che, come ha ricordato Simone Veil, hanno fatto rivivere lo stesso orrore sotto altri cieli e altre latitudini, non dimostrassero che il male assoluto è forse il precursore di ogni globalizzazione.
Ma l´Europa, almeno quella, c´era tutta. E se i polacchi hanno avuto l´insensibilità di non invitare il presidente di turno dell´Ue, il lussemburghese Jean Claude Juncker, si può dire che il vecchio continente ieri si è raccolto alle radici della tragedia da cui è nato il sogno europeo. Il superamento dei conflitti, il bando definitivo dell´odio come strumento politico, il riconoscimento e l´accettazione degli altri, la fine di ogni discriminazione e la diffidenza verso quesi "pensieri forti" che hanno alimentato gli assolutismi del XX secolo sono le strutture ideali della costruzione europea incise nel Dna dell´Unione dall´orrore di Auschwitz.
Anche per questo, ieri, sono suonate sgradevolmente fuori luogo le parole di chi, nonostante la solennità dell´occasione, ha cercato in modo più o meno velato, più o meno legittimo, di aggiustare secondo le proprie convenienze la coperta dell´Olocausto. Stonato Putin, quando con un occhio alla Cecenia ha voluto stabilire un parallelo assoluto tra i crimini del nazismo e quelli odierni del terrorismo. Stonato Berlusconi incapace proprio lì, tra il filo spinato di Auschwitz, di ricordare gli orrori di Auschwitz senza evocare in parallelo quelli "del comunismo", quasi che il Male debba essere diviso e catalogato secondo una "par condicio" da tribuna elettorale.
Sacrosante, invece, le preoccupazioni dei molti responsabili politici che, compresi Putin e Berlusconi, in occasione del giorno della memoria, hanno evocato il pericolo di dimenticare, la minaccia dell´intolleranza, il rischio di nuove vampate di antisemitismo. Perché, come ha ricordato ieri da Londra Tony Blair ricevendo con la regina i sopravvissuti della Shoa, "l´Olocausto non è cominciato ad Auschwitz, ma con la prima pietra lanciata nella vetrina di un negozio ebraico, con la prima profanazione di una Sinagoga, con il primo insulto razzista lanciato per strada".
E´ questa la lezione che si poteva e si doveva leggere ieri nel trasalimento dei vecchi sopravvissuti di fronte alla sirena del treno di Auschwitz.
Senza canone e senza spot
Giovanni Sartori sul Corriere della Sera
Tutti vogliono privatizzare in qualche misura la Rai. Paradossalmente chi la vuole privatizzare di più ( a metà) è oggi la sinistra. Chi invece fa soltanto finta di volerla privatizzare è la destra. Un po' buffo, a dire il vero. Dovrebbe essere il contrario.
La privatizzazione della Rai prevista dalla per me orrendissima legge Gasparri oramai in cantiere, prevede che un 20% della Rai sia ceduto ai privati con un limite dell' 1% a testa e un tetto del 2% per i patti di sindacato. Chi abboccherà? Se le banche si comporteranno come hanno fatto con Parmalat, abboccheranno in parecchi. E comunque qualche sprovveduto c'è sempre. Ma la mia disinteressata raccomandazione è di non abboccare. Un 20% polverizzato non conta nulla, è un insieme di fessi che si fidano di un ente infido.
Prodi fa invece suo un progetto di vera privatizzazione. Nella sua lettera al Corriere del 30 dicembre Prodi sottoscrive la proposta Tesauro, e cioè dell'Antitrust, di dividere la Rai in due, che a sua volta recepisce una direttiva più che altro contabile dell'Ue.
Per Prodi la Rai andrebbe dunque divisa in due società distinte, la prima " con obblighi di servizio pubblico generale finanziata esclusivamente dal canone " , la seconda " a carattere commerciale " che si sostiene con la " raccolta pubblicitaria " .
E la privatizzazione? " Va da sé continua Prodi che la prima società dovrebbe restare di proprietà pubblica, mentre la seconda potrebbe e dovrebbe essere messa in vendita ed offerta ad investitori privati " .
Ora, Prodi sta cercando un programma " forte " affidato a una officina di brainstorming , di bufera di cervelli. Pertanto mi permetto di osservare che il suo esordio programmatico su un tema cruciale mi sembra debole. Debole in sé, e debolissimo nella sua appetitosità elettorale.
La privatizzazione di metà della Rai dovrebbe servire a creare un terzo polo atto a spezzare il duopolio. Ma questo rimedio non è convincente ed elude il vero problema: che tutta ( quasi tutta) la tv commerciale italiana è di Berlusconi, e che Sua Emittenza controlla, con Publitalia, anche tutta la pubblicità del settore privato. Questo monopolio sarebbe stato impedito in qualsiasi democrazia funzionante da una efficace legislazione antitrust. Per citare i due Paesi a noi più vicini, in Spagna e in Francia la tv privata è suddivisa tra tre- quattro proprietari. E in Francia un servizio pubblico intelligentemente pluralizzato è sottratto alla pappatoia dei partiti da una autorità amministrativa indipendente, il Conseil Supérieur de l'Audiovisuel.
Dunque la divisione della Rai in due elude i problemi, non serve a nulla e semmai farà più danno che altro. Prodi è in cerca di proposte " forti " ? Eccone una: dichiari che il malcostume di confondere l'interesse generale con l'interesse dei partiti deve finire; e proponga una soluzione all'inglese ( vedi la Bbc), oppure alla francese ( vedi sopra).
Ne vuole un'altra, aggiuntiva? Eccola: niente Auditel, niente pubblicità, niente canone ( s'intende, per il servizio pubblico). La rendo stringatissima perché l'ho già illustrata più volte. E chi la paga? La dovrebbe pagare, visto che si prende tutta la pubblicità, la televisione commerciale versando metà dei suoi profitti netti a titolo di pagamento dell'etere.
Nessuno mi ha ancora dimostrato che questa proposta è intrinsecamente scema. E non si può dubitare del suo sex appeal elettorale. Berlusconi riduce le tasse, mentre a Prodi il compagno Fausto impone il ripristino dell'imposta patrimoniale. Se Prodi potesse dire: sì, ma in compenso vi libero dal canone e vi offro una tv migliore, sarebbe un buon colpo per lui e anche per tutti noi.
Lista unitaria in nove regioni
Il simbolo sarà l´Ulivo
Umberto Rosso su la Repubblica
ROMA - Ritornano "Uniti nell´Ulivo". Il Professore presenta il simbolo per le regionali, e si torna al classico ("un glorioso passato") dopo un mare di ipotesi: al ramoscello che ha già debuttato alle europee. Come previsto, listoni unitari in nove regioni. In più, dal vertice della Fed, arrivano altri due segnali unitari. Una decisa accelerazione alla Federazione: Prodi annuncia l´appuntamento costituente per il 27 febbraio prossimo a Roma (tre gli organismi della Fed: il presidente, nella persona del Professore; i 14 del comitato esecutivo, e il parlamentino con una cinquantina di personalità). Ufficializzata anche (in data da fissare) la convention per la presentazione degli aspiranti governatori dell´Ulivo, in attesa di sciogliere il nodo Toscana. L´altra novità, sia pure fra conferme e smentite, è l´apertura ai radicali per le regionali. Se ne sarebbe parlato in una coda del vertice, in un incontro a tre fra Prodi, Rutelli e Fassino. L´idea è quella di verificare regione per regione le chances di accordo con Pannella, "in sostanza sarebbe stato deciso di dare una copertura nazionale a possibili intese fra singoli candidati e il partito radicale". Pannella vorrebbe però un pieno accordo-quadro, nazionale, ma la mano tesa dell´Ulivo rappresenta un primo passo. Anche perché "con i voti radicali regioni come Lazio o Piemonte diventano a portata di mano". Prodi, uscendo dal vertice, ha però smentito di aver affrontato il nodo dei radicali, e anche nella Margherita si circoscrive e ridimensiona il peso del caso Pannella nella riunione. Via libera, invece, al tavolo che si occuperà della gestione della campagna elettorale con gli esperti dei partiti (Marini e Gentiloni per i dielle, Migliavacca e Cuperlo per i ds). Pomeriggio, e serata, densa comunque per la coalizione, con ulteriori code riservate che sarebbero seguite a tarda ora fra Rutelli e Fassino, ma a quanto pare sulla questione delle nomine all´Antitrust e per i giudici costituzionali.
Quanto a Prodi, il leader è uscito soddisfatto e sorridente dall´incontro con gli altri segretari. "Tutto a posto, finalmente una riunione piena di accordi e senza problemi". E mentre la Cdl si spacca sulle regionali, sottolinea con piacere il Professore, "i nostri candidati stanno già facendo campagna elettorale, gli altri non hanno ancora le liste ma solo le spaccature". Che è poi il concetto più volte enunciato in riunione da Rutelli, "abbiamo un forte vantaggio competitivo rispetto a Berlusconi. Possiamo infatti sommare alla nostra unità le loro divisioni. Quindi, dobbiamo sfruttare al massimo questo momento favorevole". Tutto fila liscio, nel racconto dei protagonisti, anche perché nel vertice tiene la moratoria sulle primarie. "Non ne abbiamo parlato", ripete Fassino. Che scherza anche, usando le stesse parole adoperate prima da Marini, sulla questione del ticket Prodi-Ds: "Il ticket il centrosinistra lo abolì... ". Il fatto è, ragionano nella Quercia, che non sarà certo un ticket a rappresentare la forza del partito. Le vere primarie per i ds, come ha ripetuto ieri Antonello Cabras, "saranno le regionali". Nelle urne i ds si peseranno, e a quel punto si riparlerà o meno di primarie. Anche perché Fassino si sente rafforzato da quest´ultimo vertice, e si può presentare al congresso con in tasca la federazione e le liste unitarie. E un D´Alema molto soddisfatto annuncia che "per il centrosinistra si tratta di un accordo di grande valore".
Riformisti terzisti opportunisti
Giulio Anselmi su la Repubblica
Il "presidente di tutti" è stato ricollocato nei vecchi limiti di capo del centrodestra lombardo: realisticamente ne ha preso atto, rilanciando verso un indeterminato futuro il suo progetto di sganciamento dal Polo. Ma i "riformisti" non ci stanno: i vari Tognoli, De Maio, Bassetti, che avrebbero dovuto rappresentare la ricopertura a sinistra del governatore e la dimostrazione dell´allargamento del suo spazio politico, non riescono a rassegnarsi a uno scenario che cancella il loro ruolo e si arrampicano pateticamente sui vetri per spiegare ciò che non è sostenibile.
Sono di sinistra, ma voto Formigoni che è di centrodestra, dice per esempio l´ex sindaco Tognoli, divenuto presidente del Policlinico in concomitanza con la nuova professione di fede. Potremmo parlare di opportunismo, ma abbandoniamo l´inelegante sospetto per immaginare che la caduta dell´illusione sia tanto dolorosa da fare perdere contemporaneamente senso politico e percezione della realtà ad anziani signori che credevano di aver trovato, dopo anni di panchina, un ruolo coerente col proprio passato.
Tutto si ridurrebbe a poche vicende personali, con qualche eco in circoli e associazioni, se la vicenda non si reggesse su un equivoco di fondo: che gli abbacinati da Formigoni siano i rappresentanti doc del riformismo lombardo. Chi ha dato loro investitura e rappresentanza politica? "Diciamola tutta", è stata la battuta dell´imprenditore Franco Morganti, uno dei coordinatori di Milano 06, circolo terzista, criticando per la il contradditoria posizione assunta il presidente De Maio, "di riformisti a Milano è un pezzo che non ne vedo, grosso modo dai tempi di Turati".
"Riformista" è la parola più usata nella politica italiana. Ma anche la più inflazionata e, spesso, la più vuota di contenuti. Come il liberalismo si è ridotto nel lessico corrente a sinonimo di democrazia, così al riformismo fanno riferimento indebito perfino intellettuali della destra conservatrice.
Stando alle nostre cronache politiche, possiamo allineare tre ipotesi di riformismo. La prima, molto larga, abbraccia l´intera sinistra (c´è qualcuno, anche tra i cosiddetti massimalisti, che si batte per la conquista rapida e violenta del potere?). La seconda, quella politicamente e mediaticamente più accreditata, riguarda i riformisti in senso stretto.
Rivendica un percorso di innovazione e modernizzazione fatto di gradualità, buonsenso, concretezza, ma ha finito col definirsi per sottrazione e per contrapposizione, con grandi dibattiti sulla leadership e sui destinatari del messaggio, senza riuscire sempre a fare emergere i valori su cui puntare e il progetto da offrire. Questi riformisti si interrogano spesso sulla loro incapacità di scaldare i cuori. La risposta affonda nella debolezza della loro identità e del loro programma: appaiono dei frenatori, incarnano l´espressione intelligente e flebile di una politica stanca in un paese stanco. A Roma come a Milano.
E poi ci sono i sedicenti riformisti alla milanese, autoinvestitisi della grande tradizione laica e socialista che affonda nei due secoli passati, in forza della quale dovevano consentire a Formigoni di uscire dai confini del centrodestra, superando gli angusti limiti del bipolarismo. Poco importa che Forza Italia ed An riducessero questo disegno a una pura copertura delle ambizioni personali del governatore verso il proscenio nazionale. Il disegno schiacciato dal pragmatismo e dal sospetto berlusconiano era comunque attraente, nel quadro di una partita-Milano tutta da giocare: segno di un´attenzione alla società civile non schierata che il centrosinistra dovrebbe saper mostrare di avere. Ma, almeno per ora, è finito. E dimostra che in Lombardia il terzismo può essere, come l´ha definito il presidente della Provincia milanese Penati, "una categoria dello spirito", ma non una posizione politica.
Potremmo trarre dalla vicenda qualche conclusione sul radicamento del bipolarismo. Ma crediamo che sarebbe troppo. Neppure vogliamo moraleggiare.
Solo, Tognoli & C. rinuncino alla solfa del riformismo. La loro posizione ha ben più profonde radici nella storia nazionale, scavalca il vecchio trasformismo, adatta ai nostri tempi difficili il magnificato terzismo. Loro non stanno "né di qua né di là", in opportunistica attesa di tempi migliori. Sanno fare di meglio: stanno di qua e di là. Ovunque sia il potere.
Neve sull'A3, mille in trappola da due notti
Fulvio Bufi sul Corriere della Sera
Un'ondata di maltempo al Sud. Un fenomeno atmosferico annunciato che qui è diventato una calamità naturale. Capace di spezzare in due il Paese e di lasciare nel solco qualche centinaio di automobilisti e camionisti.
Il solco è l'autostrada A3, la Salerno- Reggio Calabria. Ora è chiusa per neve da Sibari a Sicignano, ma in quei centosessanta chilometri impraticabili sono rimasti prigionieri i tanti che hanno avuto la sventura di mettersi in viaggio nella giornata di mercoledì. Ci sono ingorghi e blocchi a Campotenese, Lauria, Lagonegro, Padula. Ovunque ci sia stato un Tir che è sbandato sull'asfalto di ghiaccio.
Il camion si è messo di traverso e chi stava dietro è rimasto lì. Ma non per un'ora o due. Per due giorni e due notti.
Due giorni e due notti in cui si sono mossi Protezione civile, Anas, polizia, carabinieri e vigili del fuoco. Il prefetto di Potenza ha chiesto l'intervento dell'esercito. E da ore circa 200 soldati della brigata bersaglieri " Garibaldi " sono al lavoro per soccorrere gli automobilisti intrappolati nella neve. Gli ospedali della zona hanno dovuto ricoverare almeno 11 persone assiderate. Sono stati requisiti alberghi o scuole trasformate in centri d'accoglienza e dormitori. Sono stati inviati coperte, pasti caldi e bottiglie d'acqua. Come quando c'è un terremoto, oppure un'alluvione. Stavolta è nevicato, ed era pure previsto dai bollettini meteo.
Ma non è servito ad evitare che l'A3 si trasformasse in una trappola.
La mattina dopo abbiamo chiesto alla polizia municipale com'era possibile raggiungere Sapri, a una trentina di chilometri, dove c'è la stazione e avremmo potuto quindi prendere un treno. Ci hanno indicato alcune persone del paese che mettevano a disposizione le loro auto, chiedendo però un contributo di dieci euro a persona. In quella situazione abbiamo pagato, pur di venire fuori da quell'incubo. Ma ora mi sento di essere stata vittima di uno sciacallaggio. Eravamo persone in difficoltà, la polizia municipale avrebbe dovuto aiutarci e invece ci ha messo nelle mani di speculatori " .
Bloccate da veti incrociati le liste in Lombardia
Marco Cremonesi sul Corriere della Sera
Casa delle Libertà: salta la riunione sui nomi. Centrosinistra in stallo Troppi veti incrociati, la campagna elettorale non riesce a entrare nel vivo. Il summit nazionale del centrodestra ha grippato ben prima di arrivare a una delle sue mete: l'indicazione dei nomi inclusi nel cosiddetto " listino " bloccato. E cioè, gli uomini d'oro che dovrebbero incarnare il progetto politico della coalizione nella prossima legislatura. Dopo un paio d'ore di discussione, i leader nazionali del centrodestra hanno lasciato la riunione per manifesto stallo. Dovrà occuparsene Silvio Berlusconi di ritorno da Auschwitz.
Non ride neppure il centrosinistra: a livello nazionale è stato sì deciso il simbolo e il nome del " listone " ( sempre " Uniti nell'Ulivo " ) ma ancora non si viene a capo del rebus sulla lista per la circoscrizione milanese. A partire da chi la guiderà: il diessino Franco Mirabelli, Maria Grazia Fabrizio della Margherita o magari qualche outsider. Mentre il candidato Riccardo Sarfatti, che pure deve risalire il gap di popolarità con il governatore lombardo, ha annunciato alla coalizione che si prenderà qualche giorno di pausa, evitando le uscite pubbliche: per mettere a punto il programma, ha spiegato, con qualche stupore da parte degli alleati che lo preferirebbero in servizio permanente effettivo fino al 2 aprile sera. Nulla ancora di fatto per quanto riguarda le decisioni sulla cosiddetta lista- vetrina, quella per la circoscrizione di Milano e Provincia. In campo ci sono l'ex segretario della Cisl milanese Maria Grazia Fabrizio ( che a partire dall' 8 febbraio sarà sostituita alla guida del sindacato cittadino da Fulvio Giacomassi, oggi segretario nazionale Fistel- Cisl) e Franco Mirabelli, il numero uno della Quercia milanese. Ma potrebbero anche spuntare i nomi di Paolo Danuvola, oppure anche quello di un outsider capace di rappresentare l'apertura dei partiti alla società. " Ma nessunissima decisione ancora è stata presa spiega il segretario regionale ds Luciano Pizzetti, fresco di riconferma congressuale sia la possibilità del candidato di partito che quello di società hanno vantaggi e svantaggi. Che però non abbiamo ancora discusso " .
Intanto, Rifondazione comunista con il segretario Ezio Locatelli avvisa: " Siamo nettamente contrari alle nuove autostrade progettate da Formigoni " . E dunque, il partito non sottoscriverà " mai un programma che dica l'esatto contrario " . Un riferimento ad alcuni degli argomenti di cui si è discusso durante la recente visita di Riccardo Sarfatti a Brescia.
Ma, appunto, le cose nel centrodestra non vanno meglio. La mancanza del " listino " bloccato, se la questione non sarà risolta oggi, toglie qualche appeal alla presentazione della campagna elettorale dei comitati pro Formigoni che si riuniranno domattina all'hotel Marriott. Ieri, il " borsino " del Pirellone attribuiva ai partiti i seguenti " pesi " : dei quindici posti disponibili, quattro andrebbero alla Lega, tre ad Alleanza nazionale, uno all'Udc. Sette sarebbero i posti di Forza Italia, ma tre saranno non di partito ma riconducibili direttamente a Formigoni. L'ipotesi più probabile è quella di Piero Borghini nel listino, insieme a Romano Colozzi e Raffaele Cattaneo. Adriano De Maio, l'altro riformista in squadra, dovrebbe invece essere nominato assessore. Tra gli strasicuri per il " listino " , c'è anche il medico di Umberto Bossi Luciano Bresciani. Secondo diversi leghisti, " nessunissimo dubbio " : il futuro assessore alla Sanità è lui.
Fischi per Lula che vola a Davos
Beatrice Montini su l'Unità
"Samba si, Davos no" cantava qualcuno nella manifestazione che ha aperto il quinto Social Forum Mondiale. Un po' di ironia per attaccare la decisione del Presidente del Brasile di partecipare prima al meeting di Porto Alegre e poi a quello contrapposto, con i grandi del mondo, a Davos.
Dopo l'oceanica manifestazione di mercoledì (200mila persone, uno dei maggiori cortei di apertura del Wsf), a Porto Alegre è stata la giornata di Lula e il tema di Davos e delle contestazioni al presidente del Brasile è diventato ancora più attuale. Luiz Inácio Lula da Silva è intervenuto infatti al Gigantinho per lanciare ufficialmente la campagna mondiale contro la povertà e fin da subito si è capito che le cose non sarebbero andate del tutto lisce.
I primi ad arrivare nell'immenso palazzetto dello sport, fin dalle 7 del mattino, sono stati i supporter del presidente operaio. Un migliaio di simpatizzanti vestiti con la maglietta rossa e il motto Lula 100 per cento. Insieme a loro sono arrivati anche giornalisti e fotografi che hanno occupato un intero settore degli spalti. Solo verso le 9,40 il Gigantinho, che può contenere circa 15mila posti, iniziava a dare l'impressione di pienezza.
Alle 11 e 30 circa il presidente Lula ha iniziato a parlare e la sua voce tuonante da lavoratore è riuscita in qualche modo se non a zittire per lo meno a far abbassare le grida di contestazione. "Prima di essere un presidente sono un'attivista di questo movimento" ha spiegato "e anche questi che oggi mi contestano sono figli del partito che ho fondato: il partito dei lavoratori". E poi ancora: "Solo tutti insieme, giorno per giorno possiamo costruire un altro mondo possibile".
Lula ha quindi continuato elencando gli obiettivi raggiunti nei due anni di governo, come l'aumento dell'occupazione (2 milioni di posti di lavoro in più) e il programma fame zero. Ma soprattutto ha insistito sull'importanza dell'unione di tutta l'America Latina, sottolineando il profondo legame con Venezuela ed Argentina, e della solidarietà con l'Africa:"Noi abbiamo una grande responsabilità verso questo paese - ha concluso - anche perché con circa 70milioni di discendenti africani siamo il secondo paese nero del mondo".
Verso le 12,30, salutato da un fragoroso applauso Lula ha lasciato il palazzetto dello sport. E assieme a lui se ne sono andati anche le migliaia di supporter che nel corso della mattinata avevano tifato per lui dagli spalti del Gigantinho. Nel pomeriggio il presidente è poi partito per Davos.
Chiesa e preservativo, s'ha da fare
Mario Vargas Llosa su La Stampa
Quello che, da parte della Chiesa cattolica, sembrava un passo con gli stivali delle sette leghe per uscire dalla caverna e adeguarsi alla modernità, è finito in nulla: la dichiarazione della conferenza episcopale spagnola, fatta il 18 gennaio dal suo portavoce e segretario generale, padre Juan Antonio Martinez Camino, secondo la quale l'uso del preservativo sarebbe stato autorizzato per i credenti nel "contesto d'una prevenzione integrale e globale dell'Aids", è stata rettificata il giorno dopo dall'autorità pontificia. Il vescovo José Luis Retrado Marchite, segretario del Consiglio per la salute del Vaticano, ha ricordato, a Roma, che il condom "è un mezzo condannato dalla Chiesa cattolica" e, poco dopo aver ricevuto questa tirata d'orecchi, lo stesso monsignor Martinez Camino ha fatto marcia indietro affermando in un comunicato che l'uso del condom continua a essere, nel giudizio della Chiesa, "immorale".
Sembrava quantomeno difficile, per non dire impossibile, che la gerarchia cattolica della Spagna, la più ortodossa e leale a Roma, potesse aver osato prendere una posizione di questo tipo senza l'assenso o, almeno, la previa conoscenza, delle alte istanze vaticane. Fedele alla sua proverbiale astuzia, la Chiesa ha lanciato un "ballon d'essai" partendo dalla Spagna dei giorni nostri dagli atteggiamenti così controversi nei confronti del cattolicesimo - dove un governo socialista, con ampio appoggio della pubblica opinione, approva i matrimoni fra gay, riduce o annulla le ore di religione nella scuola e promuove campagne per il sesso sicuro - a favore d'un aggiornamento in una materia nella quale la sua intransigenza le causa grandi critiche e l'allontana ancor più dalla relatà dei tempi, solo per fare un passo indietro dopo aver constatato il turbamento che l'annuncio ha provocato nei suoi strati più granitici?
Conviene che la Chiesa cattolica si adatti al proprio tempo perché non sarebbe certo positivo per l'umanità se, debole e restia al progresso, finisse per diventare un guscio vuoto, senza capacità di farsi ascoltare. La religione è importante per arginare l'ansia e l'inquietudine causate nell'uomo dalla sua condizione mortale, l'incertezza, la paura di fronte all'aldilà, e per imbrigliare quegli istinti che, lasciati liberi, provocherebbero ecatombi e potrebbero farci tornare alle più primitive forme di barbarie, come ha scritto Georges Bataille. Solo una minoranza di esseri umani può vivere senza religione, surrogandola con la cultura. Per il comune mortale, poi, la morale è comprensibile, ammissibile e praticabile esclusivamente se incarnata nei precetti della religione. Ma, per poter continuare a esistere come la forza che in tanti momenti del passato è stata viva e operante - quando rappresentò un progresso intellettuale, politico, scientifico e morale rispetto ai culti e alle religione dell'antichità, o nel Medioevo, quando fu, praticamente, l'unica istituzione capace di riunire e dare un senso e un ordine a una comunità tremante per la paura, per la confusione e per le guerre - la religione deve adattarsi alle realtà della vita e non esigere l'impossibile dai propri fedeli. Forse la sopravvivenza della Chiesa cattolica non vale un profilattico?
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28 gennaio 2005