
sulla stampa
a cura di P.C. - 27 gennaio 2005
Quel bambino di nome David
Enzo Biagi sul Corriere della Sera
Non si cancella il passato: su un muro di Auschwitz lessi: " Chi non conosce la storia sarà costretto a riviverla " .
C'è un giorno per ricordare: prima, però, raccontiamo che cosa accadde, di quante infamie sono capaci gli uomini, perché i nostri figli sappiano.
Una volta, tanti anni fa, andai nel ghetto di Varsavia. Gli uccelli e il vento avevano lasciato cadere qualche seme tra le macerie, e da una finestra spuntavano le foglie di un susino. C'era, e credo ci sia ancora, un monumento con nastri, corone e una lapide. Annotava: " Il popolo ebraico ricorda il sangue dei suoi martiri " .
Allora non pensavo che avrei avuto una tenera nipotina che di nome si chiama Rachele, e una notte ho sognato, io che non ricordo mai le avventure notturne, che la tenevo per mano e non la lasciavo mai, e scappavamo nei boschi dove sono stato partigiano. Ho quattro nipoti: per lei, quando vado a certe funzioni della sua fede, metto il cappello, per gli altri lo tolgo.
Anch'io, nel Giorno della Memoria, ho il pensiero e il rimpianto per un bambino polacco, un cappelluccio di pezza in testa ( così, in una fotografia ingiallita), un sorriso mite, quasi rassegnato.
Della sua famiglia non è rimasto nessuno, solo io un vecchio italiano se lo porta dentro, anche se di lui conosce solo le pagine del suo diario e quello che gli raccontarono quando andò a cercare di narrare la sua breve vita.
Si chiamava David Rubinowicz, e la sua maestra, la grassa e dolce signora Florentyna Krogolec, mi disse: " David, se voleva, poteva salvarsi. Era biondo come un tedesco " .
Morì soltanto perché il suo nome era David. Aveva dodici anni, era figlio di un lattaio, scomparve nell'autunno del 1942: un treno partì dalla stazione di Suchedniowo, forse si fermò a Belsen o a Dachau o a Auschwitz o a Buchenwald. C'erano quasi duecento stazioni di transito prima di arrivare a Dio.
Di lui sono rimasti una pagella, alcuni quaderni, la fotografia di una gita scolastica: il volto di David, nell'immagine un po' confusa, si perde tra quegli altri bambini di campagna che portano la borsa di tela legata con le cinghie alla schiena.
Andai a cercare il ricordo del piccolo polacco anche sulle colline del suo villaggio e nel bosco dove trovò rifugio durante un rastrellamento e là vide la volpe che gli faceva paura. Ho visto la vecchia scuola dove aveva imparato a leggere, sono entrato nella soffitta dove si nascondeva, ho incontrato il compagno di banco: aveva la faccia segnata e i capelli grigi. Di tutti i Rubinowicz era rimasta solo una cugina, fuggita poi in Israele.
Per due anni, ogni giorno, egli ha annotato i suoi " strani pensieri " e le vicende di quel paese sotto l'occupazione tedesca.
David non è Anna Frank, è un contadino, forse non ha mai visto un cinematografo o ascoltato un pianoforte. Il giorno che uccidono una ragazza " che era un fiore " è sgomento.
" Ormai scrive verrà la fine del mondo " . Va a cercare nella severità della Bibbia una qualche ragione: " La colpa è tutta di Abramo " .
L'ultima data del diario è il primo giugno 1942; la pagina comincia con questa frase: " Giorno di felicità " . Felicità è una parola troppo difficile per David. Poi arrivano " le guardie " . È il 21 settembre e di David Rubinowicz si perdono le tracce.
Noi ricordiamo
Furio Colombo su l'Unità
Oggi, Giorno della Memoria, i lettori dell'Unità trovano compiegate con questo quotidiano le pagine di due giornali italiani dell'estate del 1938, ovvero alcuni mesi prima della promulgazione delle leggi anti ebraiche e della espulsione degli italiani ebrei da tutte le attività e la vita del Paese. Abbiamo riprodotto la prima pagina del giornale fondato da Mussolini, che ha questo titolo, che è anche una rivendicazione e un vanto: "Il razzismo italiano data dall'anno 1919 ed è base fondamentale dello stato fascista. Assoluta continuità della concezione mussoliniana" (6 agosto 1938).
Ci è sembrato importante anche riprodurre la prima pagina (31 luglio 1938) in cui il titolo a prima pagina è "Anche nella questione della razza noi tireremo diritto". Si legge nel breve testo che segue intitolato "Testuali parole": "Dire che il fascismo ha imitato qualcuno o qualcosa è semplicemente assurdo".
In queste due pagine il regime fascista, nella sua peggiore incarnazione di persecutore di cittadini italiani, smentisce con decenni di anticipo coloro che penosamente sostengono, ai nostri giorni, che il fascismo non è stato uno dei due grandi protagonisti della Shoah, insieme alla Germania nazista. La Shoah - come si può vedere e capire in una grande mostra aperta in questi giorni a Roma, presso il Vittoriano (e da cui abbiamo tratto "La Stampa" e "Il Popolo d'Italia" del 1938) - non avrebbe mai potuto cominciare se leggi razziali ossessive, totali e durissime, come quelle approvate all'unanimità da Camera e Senato italiani, non si fossero saldate con quelle tedesche, diventando orrendo modello di persecuzione in tutta l'Europa occupata. Con questo numero de "l'Unità" c'è anche il volume "Voci della memoria", una antologia di documenti e testimonianze che potrà essere utile agli insegnanti costretti ad affrontare da soli, senza sostegni della scuola e senza sussidi, i ricordi di questa giornata.
Le pagine così crudelmente esplicite di due giornali fascisti, in pieno dominio del regime, e il volume ci servono per ripetere qui, a coloro che fingono di non sapere o di non sentire che, quando si parla di Shoah, richiamare altri crimini e orrori esecrabili accaduti altrove nella Storia (le Foibe, i Gulag) è solo un espediente per allontanare il discorso dal fascismo. La Shoah infatti è un delitto italiano, un delitto che, senza la fervida collaborazione fascista, non avrebbe potuto raggiungere un tale livello di sterminio in Europa. È questo delitto italiano - acclamato all'unanimità nel Parlamento e dai cosiddetti grandi statisti di allora - che oggi si ricorda con dolore inguaribile nelle scuole e nelle istituzioni italiane. Lo si ricorda insieme al delitto di perseguitare ed eliminare gli avversari politici, nel periodo più buio della Storia contemporanea italiana. Per questo, e per impedire che malattie mortali come il fascismo possano riprodursi, anche attraverso lo stravolgimento della verità e la negazione dei fatti, che esiste il Giorno della Memoria, 27 gennaio, il giorno in cui sono stati abbattuti i cancelli di Auschwitz e il mondo ha cominciato a scoprire l'orrore della persecuzione nazista e fascista, tedesca e italiana.
Iraq, il giorno nero dell´America
Daniele Mastrogiacomo su la Repubblica
BAGDAD - L´America piange altri 37 soldati morti e sigilla con il sangue questo mercoledì 26 gennaio: il giorno più nero da quando si è lanciata nell´avventura irachena. Una catastrofe. Mai era accaduto, dal 20 marzo del 2003, che le truppe di Bush dovessero fare i conti con un numero così alto di perdite. Neanche durante la furiosa battaglia di Fao, a sud di Bassora, tre giorni dopo l´avanzata dal Kuwait, quando 28 Gi restarono sul campo trafitti da un fuoco di resistenza inaspettato. Ieri è accaduto di peggio. Con la complicità di un incidente ad un elicottero da trasporto, sul quale il Pentagono non ha fornito una versione ufficiale, ma che fa pensare ad un chiaro abbattimento, gli insorti incassano un risultato che lascia stordite le forze della Coalizione. Cinque autobombe a Tikrit, a Kirkuk e a Bagdad; un camion bomba contro la sede del Partito democratico del Kurdistan a Sinjar, 400 chilometri a ovest dalla Capitale; sette assalti ai centri elettorali nel nord del paese; una violentissima sparatoria a Dhuluija, sessanta chilometri dalla capitale; quattro ore di battaglia nella provincia di al Anbar, a cavallo tra Falluja e Ramadi. Infine, un nuovo video con tre scrutatori, prelevati dentro un seggio e mostrati seduti dentro una stanza spoglia con le canne dei kalashnikov puntate alla tempia. Giornata terribile anche per gli iracheni: 33 morti e quasi sessanta feriti.
L´Iraq si prepara al grande appuntamento in un clima di fortissima tensione. C´è anche un ostaggio americano ancora in mano ai guerriglieri: è Roy Hallums, un civile sequestrato il 1 novembre, e per il quel ieri è intervenuto persino Muammar Gheddafi. Ma nel paese la gente pensa alle elezioni con sentimenti di angoscia misti a speranza. Vuole votare, ma ha paura. Sa bene che il paese non è affatto sotto controllo. Così, sono molti quelli che aspettano il grande giorno come si attende una resa dei conti finale. La gente si tappa in casa e si prepara al peggio. Da venerdì, per tre giorni, scatta un coprifuoco ininterrotto.
Al Qaeda, con il suo nuovo alfiere al Zarqawi e gli emuli di Ansar al Sunna, punta sull´orgoglio e minaccia di trasformare l´appuntamento elettorale in un bagno di sangue. I 140 mila soldati del terrore sono stati mobilitati. Su ogni sito web, volantino, manifesto, si invita all´insurrezione. Mentre Bagdad è scossa da boati che si perdono in lontananza e punteggiata da sparatorie che echeggiano nel buio, il terrore apre la giornata con sei autobombe fatte esplodere quasi simultaneamente. Tre squarciano il silenzio del mattino a Tikrit, vecchio feudo di Saddam. Davanti ad una stazione di polizia, al passaggio di un convoglio Usa lungo la strada che porta a Hawija. Mezz´ora dopo una quarta autobomba esplode a Kirkuk, davanti ad un centro di arruolamento della guardia civile. Come orologi, altre due auto imbottite di esplosivo saltano in aria sulla strada che da Bagdad porta all´aeroporto. Esplodono subito dopo l´arrivo dei due voli da Amman: alle 10 e 35 e alle 14 e 30. Le due esplosioni investono una colonna di militari statunitensi: sette soldati restano feriti.
Ma è a Dhuluiya, 40 chilometri a nord della capitale, che l´America apre la sua più grave giornata di sangue. Un soldato muore sotto i colpi di mortaio di un gruppo di insorti. Altri 4 marines restano uccisi durante una battaglia tra Ramadi e Falluja, un altro, a Bagdad, perde la vita investito dallo scoppio di un ordigno. Nessuno lo sa ancora ufficialmente, ma la notizia più grave ha già raggiunto Washington e il Pentagono. In piena notte un Ch-53 Sea Stallion, grosso elicottero da trasporto, si è schiantato nel cosiddetto "deserto nero" a ovest di Bagdad, ad Ar Rutbah, a due passi dal confine giordano. Era in missione antiguerriglia. A bordo c´erano 31 soldati, tutti morti. Nessuna versione ufficiale. Un testimone assicura di aver visto il velivolo in fiamme prima di precipitare. Si parla di un razzo terra-aria. I marines non escludono l´abbattimento. Il Pentagono tace.
Bruxelles è lontana
Tito Boeri su La Stampa
La distanza fra Bruxelles e i leader europei forse non è mai stata così grande. Non si tratta solo di animosità. E' una questione di linguaggio: si parlano due lingue diverse, fra le venti praticate nell'Unione. Oggi la Commissione presenterà un rapporto per rivitalizzare la stagnante economia europea in cui si mette al primo posto la riduzione del debito pubblico e la conduzione di politiche di bilancio rigorose mentre il neo-Commissario alla Concorrenza, Neelie Kroes, appare intenzionata a tollerare aiuti di Stato solo alle piccole imprese. Messaggi che suonano in stridente contrasto con le conclusioni del vertice italo-francese e, ancora prima, con le dichiarazioni di Chirac e Schroeder alla presentazione dell'Airbus, tutte improntate alla richiesta di un Patto di Stabilità e Crescita più flessibile e al sostegno pubblico ai grandi "campioni nazionali" o europei.
Facile ironizzare sui "campioni", sugli "incredibles", su questo struggente rimpianto dei super-eroi, presentati sotto nuove vesti per non ricordarci dei debiti lasciatici in eredità da Iri, Efim e Gepi, il cui pagamento oggi impone i vincoli più stringenti alle nostre politiche di bilancio. Più produttivo sforzarsi di capire le ragioni dei grandi governi del Continente. Si sono trovati dapprima a rinunciare alla possibilità di manovrare il tasso di cambio, poi si sono visti ridurre i gradi di libertà nella conduzione della politica di bilancio. Vedono oggi una Commissione che esercita solo un potere negativo, di divieto, peraltro sempre più intrusivo perché oggi la politica della concorrenza entra sempre più nel vivo di interessi, di imprese (come nel caso di molti servizi e delle libere professioni) che operano solo ed esclusivamente su scala nazionale.
Non è piacevole stare in mezzo al guado e la tentazione di tornare indietro è sempre molto forte. Meglio sarebbe completare l'attraversamento mettendo in condizione le autorità soprannazionali europee di fare e non solo disfare e proibire, governando su quei terreni su cui si può meglio operare su scala europea. Si tratta delle politiche dei trasporti (a partire dal settore aereo) e dell'energia in cui le economie di scala sono tali che frammentando l'offerta si perde moltissimo in efficienza. Ma vi sono anche le politiche a sostegno della ricerca, che, gestite a livello europeo, possono meglio sfuggire alle forbici di governi e contemplare interventi concentrati su pochi centri di eccellenza, in grado di far avanzare tutta l'industria europea, anziché essere dispersi in mille rivoli per far fronte a pressioni locali. Per non parlare delle politiche a sostegno della mobilità dei capitali e delle persone, che richiedono un coordinamento su scala europea anche perché spesso si è disposti a liberalizzare solo se gli altri fanno altrettanto. Ricordiamoci quanto successo con l'allargamento a Est: uno dopo l'altro i governi hanno chiuso le frontiere ai lavoratori dei Nuovi Stati Membri perché temevano che orde di immigrati, respinti ad altre frontiere, venissero da loro.
Ma da un punto di vista strettamente nazionale è difficile vedere questi vantaggi che derivano da una gestione comune delle risorse. Si pensa solo a cercare di riportare a casa ciò che si è dato. Escludendo a priori la possibilità di allargare la torta per portare a casa di più di quanto si è dato. Non è solo la cultura del mercato che manca oggi a molti leader europei. Forse lo è ancor di più la cultura del bene pubblico.
La rincorsa all'indietro
Ilvo Diamanti su la Repubblica
La stagione grigia della politica italiana prosegue. Nessun soggetto politico che riesca a suscitare passione. Nessun cambiamento apprezzabile, nel clima d´opinione. Tanto che il confronto elettorale oggi rammenta un inseguimento all´indietro. Il centrosinistra, per la verità, mantiene un vantaggio significativo, nel maggioritario, ma anche nel proporzionale. Ma la distanza fra i due poli si è ridotta, rispetto a quanto indicavano alcuni sondaggi condotti dopo le europee. Sei punti nel proporzionale, ma solo 3 nel maggioritario. Tuttavia, secondo le previsioni degli elettori, se oggi si votasse, le due coalizioni sarebbero alla pari. Anzi: il centrodestra vincerebbe, seppure di poco.
D´altronde, gli italiani giudicano il comportamento dell´opposizione, in questa fase, peggiore di quello del governo. I principali tratti delineati dall´Atlante politico, pubblicato da Repubblica, contribuiscono a chiarire i motivi - alcuni, almeno - che hanno indotto il premier a cambiare strategia. Berlusconi: ha smesso di decantare le virtù del governo, di promettere agli italiani un futuro felice. E ha spostato l´attenzione sulla (in) credibilità dell´opposizione. Senza nome e senza valori. D´altronde, i dati proposti dall´Atlante suggeriscono che il governo abbia fatto poco per restituire slancio e fiducia agli elettori. I meriti - o le colpe - di questa ripresa, dal punto di vista delle previsioni piuttosto che delle intenzioni elettorali, vanno attribuiti quasi per intero all´opposizione. La percentuale di quanti pensano che, se oggi si dovesse andare a elezioni politiche, vincerebbe il centrosinistra è, infatti, calata di oltre il 10% negli ultimi quattro mesi. Mentre la quota di quanti prevedono il successo del centrodestra, nel frattempo, è rimasta pressoché uguale. In altri termini: non è il centrodestra ad aver "rimontato". Semmai, è il centrosinistra che è "ricaduto". Il centrodestra ha fatto poco. Ha sfruttato le mille incertezze, i mille litigi, le mille polemiche dell´opposizione. Senza che, peraltro, la fiducia nei confronti della sua azione migliorasse. Non ha ragione di rallegrarsi troppo, il centrodestra, perché le condizioni che hanno generato e, successivamente, allargato la disaffezione degli elettori non sono cambiate. L´insoddisfazione nei confronti della situazione socioeconomica, la distanza fra le promesse e la realtà. I fattori che avevano eroso, in modo profondo, il consenso (sociale ed elettorale) verso il governo e la fiducia nel premier, persistono, evidenti. Le riforme approvate negli ultimi mesi, in particolar modo la riduzione delle aliquote Irpef, hanno frenato questa deriva. Ma non l´hanno arrestata. E, soprattutto, non hanno invertito il segno del sentimento sociale.
Demonizzare l´avversario. Riaprire il capitolo, mai chiuso, della lotta al comunismo. Può bastare a contrastare l´indifferenza di tante persone che in passato avevano votato per la CdL e oggi appaiono, semplicemente, disamorate e disancorate? E´ il problema sotteso al risultato delle elezioni suppletive dei giorni scorsi, vinte nettamente dal centrosinistra, al pari di quelle di qualche mese fa. Non fanno testo, hanno decretato a centrodestra. Troppo bassa la partecipazione al voto. Si sono mobilitati solo gli elettori mossi da impegno e risentimento. I più appassionati. Che si posizionano prevalentemente a centrosinistra. Alle prossime regionali e, ancor più, alle politiche del 2006, le cose cambieranno. La partecipazione, favorita dalla campagna elettorale, crescerà certamente, rendendo competitiva la CdL. Considerazione ragionevole. Che, tuttavia, dà per scontata una questione per nulla scontata. Come può, il centrodestra, "mobilitare" tanti elettori delusi? Convincere gli indifferenti a uscire di casa? A recarsi ai seggi? E a votare per lui? Non in nome degli interessi, pare di capire. Ma in nome dei valori. Della "lotta contro il Male". Della "guerra di civiltà". Se nel 2001 Berlusconi, per vincere le elezioni, aveva proposto agli italiani un sogno, ora regala loro un incubo. Da cui promette di "salvarli".
Speriamo di risvegliarci prima.
Segreto di stato per Villa Certosa
Il Comitato sui servizi si blocca
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
Eppure, a vedere la legge del 7 novembre 1977 sui servizi segreti, tutto pare chiaro. Articolo 16: nel caso decida d'opporre il segreto di Stato, " il Presidente del Consiglio dei Ministri è tenuto a dare comunicazione, indicandone con sintetica motivazione le ragioni essenziali, al Comitato parlamentare " . Il quale, se ritiene " a maggioranza assoluta dei suoi componenti infondata la opposizione del segreto, ne riferisce a ciascuna delle Camere per le conseguenti valutazioni politiche " . E così, infatti, era sempre andata. Prima. Al punto che più volte erano stati gli stessi capi di governo, ad esempio Francesco Cossiga, a riferire personalmente al Comitato le ragioni che li avevano spinti a prendere la decisione sotto esame.
Una decisione rara. Molto rara.
Presa, in tanti anni, soltanto una decina di volte e in casi spinosissimi quali l'affare Eni- Petromin, le intercettazioni telefoniche che riguardavano i terroristi baschi dell'Eta o i contatti nei giorni del sequestro Moro tra il colonnello Stefano Giovannone, l'Olp e le Brigate Rosse. Tutte vicende molto complesse su cui il governo, dato anche il coinvolgimento quasi sempre di altri stati o leader stranieri, era riuscito comunque a trovare sempre una intesa col Comitato che tenesse innanzitutto conto degli interessi del Paese.
Così rara è, storicamente, la scelta di opporre un segreto di Stato, che neppure una volta il governo, in questi quattro anni, s'era posto il problema. Nonostante siano stati anni difficili: l'attacco dell' 11 settembre con tracce lasciate da Al Qaeda anche qua e là per la penisola, la guerra in Afghanistan, l'intervento in Iraq, il rapimento prima di Maurizio Quattrocchi e dei suoi compagni, poi di Enzo Baldoni e delle due Simone, la strage di Beslan, le inchieste rognosissime sui legami tra gli integralisti islamici presenti in Italia e il terrorismo internazionale...
Insomma, che l'opposizione abbia qualche ragione per sospettare che il decreto vada a coprire col " top secret " qualche marachella edilizia, è difficile negarlo. Diciamolo: mostrare il documento ai membri del Comitato sui servizi, ritenuti da questo stesso governo così affidabili da esser stati informati via via di cose assai delicate ( quali le indagini riservatissime sulla preparazione dell'attentato alla nostra ambasciata a Beirut o le operazioni delicatissime predisposte per liberare i nostri ostaggi in Iraq) avrebbe spazzato via un po' delle tossine che avvelenano i rapporti tra destra e sinistra.
Letta ha spiegato invece che in situazioni di rischio Villa Certosa è stata " individuata come sede alternativa del governo " per assicurare " l' incolumità " del premier e la " continuità dell'azione di governo " .
Quanto bastava perché i membri della Casa delle Libertà dicessero: bene così, allora non è necessario vedere il decreto. Anzi: hanno diffidato Bianco dal tornare a chiederlo. Il bello è che la pianta della tenuta, altimetrie comprese, è pubblicata nel libro dell'architetto Gianni Gamondi.
Curioso, come modo di proteggere una " sede alternativa di governo "
Formigoni e i ritardi della borghesia
Giorgio Bocca su la Repubblica
La lista Formigoni non si farà e non ci sarà neppure il ritorno della buona borghesia del centrosinistra dei Borghini, Bassetti, Tognoli, Falck. Per una ragione molto semplice raccontata una decina di anni fa proprio da Piero Bassetti: a Milano e in Italia si gioca da anni una strana partita: da una parte del campo c´è la squadra dei milanesi bene, quelli che stanno nei consigli di amministrazione, vanno ai concerti, hanno i palchi alla Scala, vincono gli ambrogini d´oro, dall´altra la squadra dei politici corrotti, dei tuttofare, dei violenti; dei mafiosi. La partita si svolge tutta nel centro del campo dove le due squadre fingono di affrontarsi, ma dove si intrecciano i loro interessi leciti e illeciti, legali e illegali, e in questa area di mezzo si può arrivare alla contiguità e alla complicità con la mafia.
Quanto c´era a Milano di morale cattolica, giansenista, comunista, weberiana, diciamo le morali sociali per una società migliore è scomparso. Non è rimasta traccia neppure dell´alta ipocrisia borghese per cui uno poteva fare cose turpi nei suoi affari ma non bancarotta, non derubare i suoi pari. Oggi gran parte delle nuove professioni come i mercatini televisivi, le truffe allo stato e agli azionisti, la politica per interessi privati sono fuori da ogni norma. Gli interessi sono importanti ma lo sono anche le regole del gioco. E aggiungeva il giudice Gherardo Colombo: oggi forse la gente ha incominciato a pensare che il furto non è la stessa cosa di un affare e che un fondo di investimento non è una rapina ma intanto si sono mangiati lo Stato; la borghesia delle imprese e della finanza non ha saputo tenere in vita una cultura del capitale.
Alla buona borghesia del centrosinistra che è stata colta dalla tentazione di saltare sul carro del governatore si potrebbe dire: troppo tardi cari signori, i buoi sono scappati dalle stalle, le grandi aziende non hanno saputo fare il salto di qualità, le medie e piccole non hanno avuto né il tempo né i soldi per farlo, vi siete ritrovati tutti assieme a Parma ad ascoltare il Cavaliere Silvio Berlusconi che vi diceva "sono uno dei vostri, lasciate fare a me, ci penserò io a rivoltare a modernizzare questo vecchio paese, questo vecchio sistema Italia". Lo avete lasciato fare, avete lasciato che in questi anni demolisse il vecchio stato per sostituire il bene comune con gli interessi di un gruppo di affaristi, avete lasciato che facesse promesse a vuoto mentre il sud affondava nel suo caos e il resto del paese perdeva tempo e occasioni nelle grandi opere immaginarie.
Troppo tardi cari amici del centrosinistra. I funzionari dei partiti che dirigevate prima si sono dedicati ai furti per i partiti e poi anche per se stessi. I miliardi rubati dai craxiani e dai democristiani erano furti anche se ora i sopravvissuti e gli eredi cercano di sorvolare, di dimenticare. Ma non ha dimenticato la gente, le bandiere della politica e del governo sono passate in altre mani, magari peggiori delle vostre, ma che non sono le vostre. Anche gli onesti castori del partito comunista si erano convinti che la modernizzazione consistesse in un cinismo disciplinato, nel badare al concreto nel produrre soldi più che idee. E oggi risalire la china con gli affaristi entrati nelle stanze del potere è dura. Può farlo solo la gente comune se si è veramente stancata di questa avida critica. Almeno è quello che speriamo.
L'esercito che non vota
Claudio Schirinzi sul Corriere della Sera
Forse ha ragione Piero Borghini quando dice che " oggi essere riformisti significa anche riconoscere quando l'avversario dice qualcosa di intelligente " . Ma se è così bisogna concludere che di riformisti oggi ce ne sono davvero pochi. Trionfa invece quel " bipolarismo di guerra, fatto di sospetti e di esclusioni " che Formigoni ha cercato di disarticolare. Non glielo hanno consentito.
E basta leggere qualche passaggio della strategia elettorale dettata da Berlusconi per capire perché: " loro " , cioè l'opposizione tutta, " hanno nel Dna il comunismo " , sono " persone complici di ideologie di morte " , perciò noi " dobbiamo andare giù duro " . Toni analoghi si possono registrare nel fronte avverso che considera Berlusconi il " male assoluto " e dove personalità come Borghini, Tognoli o Bassetti, colpevoli di aver condiviso il progetto di Formigoni, sono diventati improvvisamente " falsi riformisti " o " rottami della Prima Repubblica " .
Sarà che il clima elettorale non favorisce il confronto delle idee e privilegia invece la propaganda, ma si ha la sensazione che, almeno in questa fase, il " bipolarismo di guerra " faccia comodo all'uno e all'altro schieramento. Meglio avere un nemico contro il quale combattere che non un avversario con il quale discutere. Inventarsi un nemico, infatti, è sempre la soluzione migliore per ricompattare le truppe e mettere da parte le proprie contraddizioni. In questa logica era prevedibile e " giusto " che l'iniziativa di Formigoni venisse bloccata.
Perché sia pure timido e parzialissimo, il suo era comunque un tentativo di disaggregare i poli per poi, chissà, magari riaggregarli in una diversa geometria. In questo quadro, il dibattito sul riformismo che ne è nato con l' " Ulivone " impegnato a difendere la natura " di sinistra " del " vero " riformismo e la Lega determinata nel marcare i confini della Casa delle Libertà per impedire infiltrazioni e contaminazioni quel dibattito, dicevamo, appare se non pretestuoso certamente marginale. Il dato politico reale che Formigoni ha cercato di affrontare è il diffuso malcontento di chi non si riconosce né nell'uno, né nell'altro schieramento.
E ha cercato di arruolare, anche a fini elettorali, personalità che fanno parte di quest'area enfatizzando il valore simbolico dell'operazione. La manovra è fallita, ma il problema resta e le elezioni suppletive di Bari e di Rovigo dimostrano come il non riconoscersi nell'uno o nell'altro polo si traduca in un astensionismo di massa.
Dicevamo che il clima elettorale favorisce la scontro a discapito del confronto, ma l'uno e l'altro schieramento dovrebbero tenere conto fin d'ora che, passate le elezioni e qualunque sarà il risultato, il problema dell'inadeguatezza del " bipolarismo di guerra " si riproporrà, così come si riproporrà l'esigenza di dare rappresentanza a chi oggi non si sente rappresentato. Insomma, distruggere i ponti e avvelenare i pozzi può rendere più difficile una soluzione domani.
Per chi vince e per chi perde.
27 gennaio 2005