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sulla stampa
a cura di P.C. - 26 gennaio 2005


Nelle mani dell'ayatollah
Franco Venturini sul
Corriere della Sera

In Iraq domenica si voterà come previsto. Ogni autobomba che prova a cancellare l'appuntamento con le urne finisce in realtà per renderlo irrinunciabile, nessuno vuole dare soddisfazione ai terroristi e tutti, compresi gli europei che alla guerra irachena si opposero, sostengono oggi un esercizio di democrazia mai visto in quei paraggi. Se l'affluenza degli elettori non sarà davvero disastrosa ( e non lo sarà, grazie ai curdi al Nord e agli sciiti al Sud), prepariamoci a un diluvio di compiacimenti in nome della democratizzazione avanzante nel dopo- Saddam.
Ma vedono giusto, i portavoce di tanta esultanza? Senza nulla togliere a quanto di promettente ogni voto comporta, lo scenario di un Iraq ancorato alla retta via da elezioni non rinviabili rischia di rivelarsi gravemente semplicistico.
Sappiamo tutti che gli stragisti, figli della micidiale miscela creata dalla guerra tra insorti nazionalisti e terroristi d'importazione, continuano a colpire in un crescendo che pare inarrestabile. Sappiamo che i candidati possono fare campagna soltanto dai teleschermi per non rischiare la vita. Sappiamo che in quattro province il livello di insicurezza minaccia di rendere impraticabili le operazioni di voto. Sappiamo che la maggioranza dei sunniti non si recherà alle urne perché timorosa di ratificare la sicura vittoria sciita. E inoltre apprendiamo da qualificati osservatori, oltre che dal buonsenso politico, che la violenza non cesserà dopo le elezioni, che l'Iraq continuerà a essere diviso tra zone pericolose e zone infrequentabili, che le rivalità post- elettorali potrebbero persino innescare forme di guerra civile.
Ebbene, se le Cassandre avessero ragione anche soltanto in parte e l'Iraq del dopo- elezioni somigliasse troppo a quello di oggi, non avremmo sprecato una occasione storica sull'altare della puntualità? Non avrem mo screditato insieme la politica e lo strumento del voto, invece di farne le stelle polari del futuro iracheno? Per evitare il più classico degli autogol possiamo ancora sperare che i sunniti smentiscano le previsioni e si rechino in massa a votare. Possiamo credere che le elezioni siano destinate a legittimare davvero un governo iracheno non più seduto sulle baionette straniere, tanto più che il 30 gennaio è la prima tappa di un processo che punta al progressivo disimpegno delle forze multinazionali nel 2006 ( italiani compresi).
Possiamo. Ma sarebbe più realistico capire sin d'ora che il giudizio storico su queste elezioni dipenderà, più che dai nostri auspici, dalle scelte che compirà l'unico leader iracheno in grado di pesare davvero sulla bilancia. Se l'Iraq di oggi non somiglia al Vietnam del 1967 e le elezioni non sono la copia di quelle sponsorizzate da Washington che dettero un effimero successo a Nguyen Van Thieu, è soltanto perché a Najaf esiste ancora un vero potere locale incarnato dal Grande Ayatollah Alì al- Sistani. Nei limiti di quanto può accadere in un Paese percorso da truppe straniere sarà lui, che non è candidato, a guidare i giochi post- elettorali. Sarà lui, massimo capo sciita, a decidere se e in quale misura i sunniti verranno coinvolti nella elaborazione della nuova Costituzione. E sarà ancora lui a indicare — dall'ombra, e non necessariamente d'accordo con Bush — quando la coalizione internazionale dovrà prepararsi a levare le tende.
Il premier Allawi usa dire che " una scheda elettorale è più potente di un proiettile " . Alì al- Sistani potrebbe dargli ragione, con gran sollievo di tutti.
Ma se così non sarà, in Iraq i proiettili continueranno a contare più delle schede elettorali. E la corsa alle urne si confermerà quel che è già oggi: una lama pericolosamente a doppio taglio.


Margherita: avanti con le primarie
Goffredo De Marchis su
la Repubblica

ROMA - La Margherita conferma il suo sostegno alle primarie. Primarie con più nomi ("Non si può impedire a nessuno di candidarsi") ma legate ai punti programmatici. E alla fine perde la persona e perde il suo programma. È questo l´unico cavillo anti-Bertinotti che Dl è disposta a concedere, ma più che una concessione alla Quercia è una clausola di garanzia per tutelare le proprie idee su economia, politica estera, lavoro, welfare. "Capiamo i problemi dei Ds, ma le primarie si devono fare", è la posizione dell´esecutivo della Margherita riunito ieri.
Si è parlato molto della sfida per la leadership, nelle stanze di Dl, anche se Francesco Rutelli non ha voluto alimentare il dibattito: "C´è la moratoria su questo argomento, la rispettiamo. Comunque non ci sono novità". Detto questo, la Margherita accelera, considera il congresso diessino (3-5 febbraio) il termine ultimo per evitare l´argomento-primarie. Da quel momento in poi ogni momento è buono per decidere regole, date e chi sarà in campo. Per approvare, cioè, il regolamento definitivo. E la Margherita non è convinta della proposta di un´assemblea programmatica della Gad. Un parlamentino eletto sulla base dei partiti, dicono, indebolirebbe Prodi.

Ma adesso la Quercia si concentra sul congresso del Palalottomatica a Roma, tra dieci giorni. Sono ufficiali i dati sulla mozione del segretario Fassino: 79,1 per cento. Significa che la riconferma alla segreteria viene da una vittoria molto più larga di quella di Pesaro. Su questo risultato Fassino ha sempre detto di voler costruire una gestione unitaria dei Ds. C´era una disponibilità, ma adesso il correntone boccia la bozza di statuto della maggioranza.


“Silvio, troppi elettori demotivati”
L'allarme degli alleati
Francesco Verderami sul
Corriere della Sera

ROMA — Da tempo ormai Silvio Berlusconi è proiettato verso le Politiche del 2006, da quando ha chiuso la verifica di governo e varato la Finanziaria con il taglio delle tasse.
Inutilmente gli alleati l'hanno invitato a valutare con attenzione la strettoia delle Regionali e i segnali poco incoraggianti che giungono dalle ripetute sconfitte alle suppletive. Il fatto è che il Cavaliere vive con fastidio l'estenuante trattativa sui governatori e ancora ieri ha derubricato come " ininfluente " il risultato di domenica, che pure ha consegnato i collegi di Rovigo e Bari al centrosinistra. Non è solo un atteggiamento pubblico, quello del premier, visto che durante il vertice di Forza Italia ha distribuito sbrigativamente gli incarichi per le prossime Amministrative ai dirigenti forzisti, dilungandosi invece sulle prospettive future. Sul 2006, appunto.
" Per superare lo stallo in cui versa il bipolarismo italiano — ha detto il premier — penso ci sia un solo modo, quello di costruire un grande partito liberaldemocratico " , trasformando così " l'attuale assetto bipolare " in un " sistema bipartitico " . Non è mancata la solita battuta contro gli avversari, " perchè, dopo aver scelto il nostro nome, potremmo aiutarli a trovarsene uno, visto che non riescono a mettersi d'accordo " . Ma è stato il ragionamento del Cavaliere a colpire i presenti, e a pochi è sfuggita la contraddizione tra l'orizzonte bipartitico, a cui vorrebbe tendere, e il suo desiderio di cambiare la legge elettorale con il " Nespolum " , un meccanismo di voto che valorizza le singole forze politiche: " Berlusconi — secondo l'interpretazione di un maggiorente azzurro — sa che in un anno e mezzo sarebbe impossibile costruire un partito unico vincente, perciò pospone il progetto e pragmaticamente si adegua " .

Eppure c'è qualcosa che non torna nei ragionamenti di Palazzo e nei desideri di Berlusconi, perchè questa sua proiezione verso il 2006 non tiene in debito conto il passaggio delle Regionali e quanto forti potrebbero essere le ripercussioni sul centrodestra se il voto di aprile dovesse consegnargli una sconfitta.
Tutti nella Casa delle Libertà confidano di riconquistare quelle che considerano " le cinque Regioni chiave " : Lombardia, Piemonte, Veneto, Lazio e Puglia. Non sarà facile, come non sarà facile per i partiti della Cdl raggiungere gli obiettivi che si sono prefissi.
Perchè Forza Italia stavolta non potrà contare sull'effetto trascinamento di Berlusconi, " visto che le Regionali — ammette un esponente azzurro — sono le uniche elezioni in cui il premier non potrà mettere la faccia " . Perchè per An sarà dura ripetere il già insoddisfacente voto delle Europee " dove — racconta un ministro — si candidò tutto lo stato maggiore del partito, Fini in testa " . Perchè l'Udc è attraversato da forti conflitti interni.
Perchè la Lega sconta la lunga assenza di Umberto Bossi.
" Alle Regionali la vedo nera " preannuncia il centrista Bruno Tabacci. Vuoi vedere allora che Berlusconi pensa solo alle Politiche per mettere le mani avanti in caso di una disfatta in aprile?


"Non mi ritiro"
E Bertinotti parla con Prodi
Matteo Bartocci su
il Manifesto

ROMA "Stramberie non ne ho fatte, semmai l'unica che conosco è pensare a primarie con un solo candidato". Fausto Bertinotti non arretra di un millimetro di fronte al forcing concentrico messo in atto soprattutto dalla Quercia. Il segretario di Rifondazione tiene il punto anche dopo la richiesta parigina di Romano Prodi: "La democrazia inizia da due e non da uno - risponde - e io mi presento per una ragione di coerenza". Al di là delle dichiarazioni più o meno piccate però l'asse Romano-Fausto è più solido che mai. Ieri pomeriggio i due si sono sentiti per telefono. E se trapelano pochi particolari sul contenuto del colloquio il clima viene definito comunque "sereno". Anche per questo Bertinotti da un lato spinge sull'acceleratore e dall'altro lancia appena può segnali di pace a tutti gli alleati, tanto a Prodi quanto alla Fed: "Inauguriamo un altro corso e costruiamo insieme un programma comune, così tutti saremo leali con quel programma". La rottura del `98 non si ripeterà ("perché il mondo è cambiato") e l'incubo del Professore non tornerà, giurano i bertinottiani. Il segretario non ci sta nemmeno a farsi impiccare sul programma, un fardello da evitare in dribbling, giura infatti che sarà "diverso" da quello di Prodi ma non "alternativo", perché "l'unica alternativa vera è rispetto a Berlusconi". Pace e democrazia i due punti di bandiera che lo caratterizzeranno: "L'articolo 11 della Costituzione che ripudia la guerra e la costruzione di democrazia nel paese", spiega Bertinotti senza sbilanciarsi in dettagli.

Teoricamente la "grande alleanza democratica" potrebbe passare un paio d'ore di tranquillità: la vittoria di Nichi Vendola non ha lasciato cicatrici, anzi, rinverdisce la "primavera pugliese" e il due a zero nelle suppletive non provoca mal di pancia indesiderati. Tanta fibrillazione quindi sembra tutta interna al "timone" riformista, come testimoniano i continui smarcamenti di Rutelli (ultimo quello sull'Iraq) e i prolungati mal di pancia diessini a un passo dal loro congresso. E' soprattutto dalla segreteria della Quercia che continua il pressing su Bertinotti. Gavino Angius, capogruppo al senato, sbotta: "Non ne posso più delle primarie, non capisco perché si sia utilizzato questo termine americano per definire l'investitura dal basso che il centrosinistra intende dare al suo leader Romano Prodi".

Aprire le urne per infilarci una scheda con un nome solo? Il tentativo di ridimensionamento a un bagno di folla tutto per Prodi per ora è fallito, anche perché il Professore "cerca" a suo modo uno scontro democratico con la sua ala sinistra, anche per "controllarla" e rendere visibile il suo insostituibile ruolo di garanzia. I fastidi però restano, tanto che il consueto vertice del lunedì è stato rinviato. E con ogni probabilità i malumorti torneranno oggi nell'ultima riunione del tavolo della Gad sulle primarie prima delle regionali. L'organo presieduto da Arturo Parisi dovrà ultimare il regolamento e consegnarlo ai leader. I Ds vogliono l'elezione contestuale di un'assemblea di delegati dei partiti che si esprima sul programma dell'alleanza ma Rifondazione e altri remano decisamente contro.



“Ho fatto solo il mio dovere”
Clementina Forleo, il giudice nella bufera
Ferruccio Sansa su
la Repubblica

MILANO - "Sono serena": Clementina Forleo apre la porta del suo ufficio come ogni mattina. Sembra non accorgersi della schiera di giornalisti che la aspetta: "Niente interviste. Un giudice non deve commentare le sentenze". Nervosa? "No, no", agita la mano per scacciare la domanda come un insetto. L´unica differenza con gli altri giorni è un tamburellare leggero delle dita sulla scrivania. E la fotocopia di un fondo di La Stampa che Clementina ha appeso alle spalle della sua sedia in finta pelle: "Clementina go home", il titolo.
"È stata una decisione sofferta, ma ho osservato la legge e ho seguito la mia coscienza, come in tutte le decisioni e per qualsiasi imputato", assicura. Già, osservare la legge. A cercare di sapere da che parte batte il cuore di Clementina Forleo, 42 anni, pugliese di Francavilla Fontana, si ottiene sempre la stessa risposta: "Non è di nessun partito o schieramento. È una persona libera, una che crede nella legge. Ha cominciato come poliziotto, poi, nel 1991 è diventata giudice". Se lo chiedi a lei, ti guarda in tralice con gli occhi neri, e butta lì: "Sono un magistrato senza padroni e senza guinzaglio".
Non ignora il trambusto che la sua sentenza ha provocato. Ma cerca di non darlo a vedere: in ufficio alla solita ora, quindi. Gonna lunga, maglione e dolcevita neri. Sportiva, come sempre. Un filo di maskara intorno agli occhi, i capelli rossi, lisci sulle spalle. Come sempre.
Ma non è un giorno come gli altri. A ricordarglielo è stata la prima telefonata. Anonima. Una sola parola, un insulto. Possibile che Clementina Forleo non sia un po´ tesa? "Ieri sera non ho nemmeno guardato la televisione", racconta ai colleghi che bussano ogni minuto alla porta. E i giornali, il suo nome è su tutte le prime pagine? "Vabbe´, sì, li ho letti". I colleghi entrano nel suo ufficio per capire se devono consolarla, ma non ce n´è bisogno. Si affacciano anche avvocati, solidali con il giudice, e di questi tempi è una rarità. Poi sms sul cellulare: "Sei un giudice libero". Chiamano amici e parenti dalla Puglia, un po´ preoccupati e un po´ orgogliosi per Clementina in prima pagina. Ma hai visto Fini? E Pisanu? E Casini? "Me lo aspettavo. Sapevo che sarebbe stato il finimondo. Lo avevo messo in conto", taglia corto.
Sa che non deve replicare. Sa che deve tenersi le accuse, gli insulti e non può rispondere, una parola di troppo le costerebbe carissima. E poi sembra convinta: "Io quello che avevo da dire l´ho scritto nella sentenza. Un giudice deve osservare la legge e parlare attraverso gli atti". Una sola considerazione tecnica nel dibattito con gli amici d´ufficio: "Forse il nostro diritto non è attrezzato adeguatamente per casi come questo".

Chissà se nella stanza al settimo piano arrivano gli urli dei dimostranti leghisti che si sono raccolti davanti al Palazzo per protestare (in tutto sono 43). Proprio dove negli anni Novanta si incontravano i sostenitori di Mani Pulite. Ma i toni sono cambiati: "Magistrati infami", urla una signora di settant´anni con i capelli tinti di azzurro. "Forleo vieni fuori se hai coraggio", sfida Marco, 40 anni e fazzoletto verde. Alla fine arriva anche lui, l´europarlamentare padano Mario Borghezio: "È comodo scrivere stronzate stando dietro a una scrivania del Tribunale. A morire sono gli altri". Applausi. Borghezio riparte: "Provo vergogna per la decisione insensata e vile di questi scribacchini". Coro: "Vergogna, vergogna". La voce dell´onorevole sale di tono: "Vogliamo magistrati eletti dal popolo, giudici che siano della nostra gente". E non della Puglia, forse intende dire. Ma onorevole, scusi, lei ha letto la sentenza? "No, non ne avevo bisogno".


Embrioni: non esiste l'ora X
Edoardo Boncinelli sul
Corriere della Sera

Non avrei mai immaginato che qualcuno si potesse interessare tanto al dettaglio cronologico delle prime fasi della formazione dell'embrione. Ma sento e leggo di continue dispute sull'argomento, tanto più accese quanto più confuse.
Ci si chiede quando inizia la vita umana; se due giorni dopo la fecondazione si può già parlare di essere umano oppure no; oppure se occorre per questo aspettare la fine della seconda settimana; se l'embrione è un individuo in potenza o in atto e via discorrendo.
Antonio Socci, in un'intervista pubblicata dal Corriere lunedì scorso, vuole sapere in quale momento preciso l'embrione diventa essere umano ( " Da anni — dice Socci — noi cattolici poniamo una domanda: se l'embrione al primo stadio non è un essere umano, qualcuno dovrebbe dire in quale momento preciso lo diventa e non così, per convenzione, ma con un certo appiglio scientifico " ) . Si mischiano e si confondono in queste polemiche concetti molto diversi come quello di vita, di essere umano, di concepito, di embrione, di individuo e di persona, umana o giuridica.

Quando comincia l'embrione? Se per embrione intendiamo l'insieme delle parti che formeranno il suo corpo, queste non compaiono prima del quarto- quinto giorno. Prima non ci sono e fino al dodicesimo giorno sono assolutamente informi. Quando è che l'embrione è un essere senziente? Non lo sappiamo con certezza, ma è difficile pensare che ciò possa accadere, anche solo potenzialmente, prima della comparsa di una minima traccia di sistema nervoso, comparsa che si registra il quattordicesimo giorno. Quando è che un embrione diventa persona e come tale gode dei diritti scritti e non scritti spettanti ad una persona? Questa è una domanda che esula dalla biologia e dalla scienza in generale e qui mi fermo. Ma non senza aver notato che alla fin fine è questa l'unica domanda rilevante, alla quale tutti siamo chiamati a dare una risposta, anche provvisoria e rivedibile. Per noi e per i nostri figli.
Dal punto di vista biologico non c'è in sostanza nessuna discontinuità dal concepimento alla nascita e oltre. Questo non significa che non si possano porre degli spartiacque, come quando si è deciso che a 18 anni una persona è maggiorenne. Non succede niente di particolare a 18 anni, ma la convenzione umana ha fissato questo limite e a volte lo ha anche cambiato. Una convenzione, appunto.
Non possiamo chiedere alla natura o alla scienza di cavare le castagne dal fuoco al posto nostro. Occorre prenderci le nostre responsabilità e fissare dei limiti, che non potranno che avere una componente di convenzionalità. D'altra parte è una scelta che spetta all'uomo in una autentica prospettiva umanistica.


L'idea fissa del filosofo Buttiglione
Oreste Pivetta su
l'Unità

Al pari di certi medici che ti vogliono salvare a tutti i costi, anche quando di te non restano che quattro ossa in croce, Rocco Buttiglione si rivela ogni giorno di più un perfetto interprete di ciò che si definisce “accanimento terapeutico”. Solo che lui non pensa al corpo, ma all'anima e si esercita esclusivamente nei confronti di alcuni malati e basta. Tra una cannonata e l'altra sull'aborto o sulla clonazione, vorrebbe guarire i gay, quelli che con respiro politico il ministro degli italiani all'estero Tremaglia aveva chiamato "culattoni" e che un vescovo di Madrid, monsignor Jesus Català, con dottrina, aveva battezzato "anormali psicologici", cioè "invertiti". Diciamo le cose come stanno, era sbottato il vescovo, orecchiando Tremaglia.
Bocciato in Europa, arricchendo con i suoi detti il panorama di una piccola Italia sempre più fuori dall'orbita, l'onorevole Buttiglione sembra non rassegnarsi mai alle battaglie perse. E ne ha perse tante, nella Dc, nel Ppi, tra gli amici di Cl, tra i nemici della cosiddetta Casa delle libertà, sbeffeggiato da Bossi ("sento puzza d'incenso"), sopportato da An. Buttiglione insiste. Chissà chi gliela dà tanta forza. Ma è sempre stato così, incorreggibile nel suo immobile sorriso da fototessera e la pupilla calata da sonnolenza post prandiale. Forse, semplicemente, non capisce.

A Firenze Buttiglione s'è consolato affermando che ventidue paesi su venticinque la pensano come lui.
Malgrado questo, ha voluto sostenere che il matrimonio deve restare questione nazionale, non sia mai che l'esempio di Zapatero dilaghi a Bruxelles o che il matrimonio diventi "unione di individui" (come indica il trattato europeo), per rintuzzare le potenti lobby gay che promuoverebbero, secondo il nostro Buttiglione, "non politiche di non discriminazione, sulle quali siamo tutti d'accordo, ma politiche di privilegio, sulle quali potrebbe essere bene rassicurare tutti spiegando che queste sono e devono rimanere materie di esclusiva competenza nazionale". Sulle competenze nazionali vi sarebbe un gran discutere in ambito Unione Europea e nuova Costituzione. Colpisce questa idea ripetuta di Buttiglione, l'idea delle potenti lobby e del privilegio. Una fissazione inquietante, che nella sintesi di Tremaglia sarebbe: "culattoni culattoni". L'idea di una influenza e di poteri, sotterranei, misteriosi, fortunati e tanti. Basterebbero due chiacchiere con Tremaglia stesso, che ha la sua memoria storica, per capire quanto l'idea sia falsa. Senza contare una qualsiasi esperienza del mondo. Invece Buttiglione il suo potere ce l'ha e l'usa. Ad esempio nel 2003 si era distinto, in sede di Consiglio dei ministri, per intiepidire la direttiva europea contro la discriminazione delle persone omosessuali sul posto di lavoro o nelle forze armate.
"I criteri - ci illumina Buttiglione - sono quelli indicati dai vescovi". Peccato che ci sia "un totalitarismo strisciante che avanza da sinistra e che minaccia la libertà di coscienza". Anche lui insomma come il suo superiore sembra vedere comunisti che strisciano ovunque. Non conforta sapere che siamo tutti peccatori, come insegna Buttiglione. Perché, seguendo l'insegnamento, ci sono peccatori peggiori degli altri e non ci sono dubbi sul posto nel quale piazzerà comunisti e gay, quando finalmente, trionfando il Bene, gli consegneranno, laicamente, il ministero del peccato.


Il breviario della parolaccia in TV
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

Gentili telespettatori, chiudete le orecchie ai bambini, alle persone sensibili, a chi ha orrore del turpiloquio. Sotto l´altro patronato della Federal Communications Commission, l´autorità governativa americana che sorveglia le radio e le telecomunicazioni, esce il breviario della parolaccia, il prontuario ufficiale del turpiloquio accettabile in televisione.
In risposta alle 36 denunce di una sdegnata associazione di genitori, la Fcc ha informato le reti Tv che usare le seguenti parole, purché una sola volta nel corso di una trasmissione e in modo rapido, é ammissibile: "cazzo, testa di cazzo, coglione, sedere, testicoli, puttana, tette, bastardo (anche "grasso bastardo"), merda, piscia e che Dio ti stramaledica". Deve essere la prima volta nella storia americana che un documento governativo si legge come un papiro universitario.
Cominciò tutto nel febbraio del 2004, quando alla sorella di Michael Jackson, Janet, che gorgheggiava in diretta nell´intervallo della finale nazionale di football, il Superbowl, fu strappato un lembo del corpetto che le copriva il torace, e per una frazione di squisito secondo brilló, davanti agli occhi fintamente sdegnati di 90 milioni di papá, un seno nudo. La scusa ufficiale - trattasi di "guasto al guardaroba", spiegarono gli organizzatori del numero come fosse stato un difetto al motore - non parve credibile. Il network colpevole fu multata dal presidente della Fcc, il figlio del segretario di stato Powell, e l´associazione dei parenti (leggi: madri) furiosi colse l´occasione per lanciare 36 denunce per turpiloquio, doppi sensi, allusioni sessuali e/o scatologiche contro gli show piú famosi trasmessi dalle reti non via cavo, dunque gratuite e non per abbonamento. Furono presi di mira programmi favolosamente popolari come i Simpsons, Friends, NYPD blue, i film comici e scollacciati della serie Austin Powers ma non il mitico Sex and the City, probabilmente protetto dal titolo, che neppure la famiglia più sprovveduta avrebbe potuto scambiare per un´ora di devozioni e di "family entertainment".
La sentenza della authority di controllo è arrivata ieri e ha gettato nella disperazione i genitori spaventati dal pensiero che i loro bambini possano ascoltare in tv quelle parole che ascoltano regolarmente dai compagni a scuola, come sa chiunque le abbia frequentate, fingendo poi di dimenticare.
Nessuna delle 36 denunce è stata accolta, nessuna, e nel respingerle tutte l´autrice del dispositivo è ovviamente costretta a citare le frasi e le scene incriminate, producendo un documento di deliziosa lettura, nel cocktail di burocratese e di turpiloquio, una sorta di stele di Rosetta della buropornocrazia per futuri paleolinguisti. Una buona parte delle denunce hanno citato il "dick", il cazzo, o variazioni del medesimo sopraddetto.
"Tuttavia l´uso di "cazzo" non è stato giudicato sufficientemente vistoso, esplicito o insistito, né utilizzato per colpire od offendere un soggetto, tale da giustificare un intervento. Parimenti, non è stato valutato sfacciatamente offensivo per il comune sentire l´impiego occasionale e sfuggente di pene, testicoli, vagine, culi, sacco dei marroni ("nutsack"), bastardo, figlio di puttana".
Ergo, dire in televisione "dick", membro virile, non è proibito. Ripeterlo varie volte nel corso di una trasmissione, sì. Per gli amanti del sesso un po´ fuori dalla norma, anche parlare di "ammucchiata" è permesso, purché non la si faccia vedere.
E le scenette intime, appunto? Dipende. Qui, valutando una dozzina di proteste ufficiali su inquadrature di coppie a letto, maschi e femmine, maschi con maschi, femmine con femmine, la Magna Charta della parolaccia deve addentrarsi in delicate argomentazioni di enterologia e urologia. Legge il dispositivo numero 04-279, datato 8 dicembre, nell´imminenza del Natale per farlo passare inosservato: "Nelle scene indicate dai querelanti, non sono riprese attivitá erettive, orgasmiche o escretive", né manifestazioni uditive o visive di entusiasmo da parte delle coppie, insomma niente grugniti o mugolii o latrati di piacere. Tollerabili anche sequenze pasticciere come quella della famosa seria Friends, nella quale viene recapitata per errore a una festa di compleanno di un bambino una torta di marzapane a forma di pene (parola ammessa) che i convitati trovano straordinariamente appetitosa. Dunque è lecito mostrare riproduzioni glassate o pasticcere di organi sessuali, tutto dipendendo sempre dal contesto. Contesto che giustifica anche la pesantissima battuta di un poliziotto nel molto realistico serial NYPD blue sulla polizia di New York, dove un attore dà a un altro della "testa di cazzo su sedia a rotelle", prodigioso esempio di doppia scorrettezza politica e semantica.

Una vittoria completa, dunque, per chi temeva che il rigurgito moralista espresso dall´amministrazione Bush potesse arrivare a colpire anche pericolosi sovversivi come Homer Simpson e gli autori di Friends. E una sconfitta per il presidente della Federal Communications Commission, Michal Powell, il figlio di Colin, nominato appunto dal presidente Bush, che aveva fatto della moralizzazione della tv via antenna (quelle via cavo o satellite sono escluse perché presuppongono un abbonamento non obbligatorio come la Rai, dunque una scelta volontaria dell´utente) il proprio manifesto. Sarà una coincidenza, ma pochi giorni dopo il completamento di questo tollerantissimo breviario della parolaccia, quando ancora non era stato pubblicato, Michael Powell ha dato le dimissioni, "very pissed", come dice chi lo conosce. Parecchio incazzato, come diremmo in italiano (parola lecita secondo il dispositivo 04-279 dell´8/12/2004).


   26 gennaio 2005