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sulla stampa
a cura di P.C. - 24 gennaio 2005


Ricordare senza distinguere
Gian Enrico Rusconi su
La Stampa

Di fronte alla Shoah e al suo ricordo, la politica ufficiale nelle nazioni democratiche ha un atteggiamento deferente. E' il risultato di un faticoso e controverso apprendimento. La solenne cerimonia del ricordo della Shoah all'Onu ne è il punto d'arrivo. Tanto più significativo in quanto la cerimonia è stata approvata da una maggioranza di Stati di tutto il mondo e di tutte le culture, compresi Paesi di tradizione islamica. E' un grande risultato per lo Stato di Israele. Anche se il punto più delicato nella cerimonia sarà il sottile equilibrio tra il ricordo del genocidio degli ebrei europei, che ferisce l'umanità intera, e il richiamo ad esso nella legittimazione dello Stato d'Israele che da quell'evento trae la sua identità. Comunque nella politica pratica, cioè delle definizioni, dei simboli, dei comportamenti, dei fatti - a livello dell'Organizzazione delle Nazioni Unite e delle singole comunità politiche - il ricordo della Shoah trova tutti d'accordo su un punto: "Non deve accadere più".

Non è un problema nominalistico definire esattamente i massacri di massa che sono inaccettabili per la comunità internazionale. Anche per evitare che la forte specificità della Shoah possa essere usata come alibi. Non è un caso che per definire l'eliminazione di milioni di famiglie di kulaki nella Russia staliniana negli Anni Trenta, motivata soprattutto da ragioni sociali e politiche, anziché "genocidio" si sia suggerito il concetto di "democidio". Sulla rilevanza del linguaggio in tutta questa problematica, è sintomatico un episodio di questi giorni in Germania. Nel Parlamento regionale di un Land ex comunista, i rappresentanti del partito neo-nazionalista si sono rifiutati di onorare le vittime del nazionalsocialismo, contrapponendo il ricordo delle vittime dei bombardamenti "terroristici" degli Alleati sulla Germania. Hanno rivendicato "l'Olocausto" di Dresda. E' un penoso esempio di come la pur giusta esigenza di ricordare tutte le vittime della guerra stravolga il senso della storia e manipoli il linguaggio della memoria.


Se il consenso e' solo personale
Giuseppe De Rita sul
Corriere della Sera

Le turbolenze sulle candidature alle prossime elezioni regionali hanno portato alla luce la crisi profonda dei processi attraverso cui storicamente si formava il consenso politico. Sembra lontano il tempo del consenso garantito dall'appartenenza ( a un partito, a un'ideologia, ad una fede); così come è lontano quello garantito dalla rappresentanza degli interessi ( di classe, di ceto, di corporazione); inaspettatamente in calo di potenza anche il consenso da persuasione mediatica, quello che ha trionfato negli ultimi dodici anni. E si va affermando, in forme e modi fra il volpino ed il pasticciato, un consenso ricercato chiamando all'identificazione con una persona ed il suo più o meno consistente " progetto " .
Per averne conferma basta rileggersi le tante pagine dedicate alla convinzione di Formigoni di avere centinaia di migliaia di lombardi decisi ad identificarsi con lui e con la sua esperienza di governo regionale; alla affermazione di Storace di avere ricevuto lettere da decine di migliaia di persone che si identificano con il suo progetto politico; alla affermazione di Vendola di aver innescato una piccola rivoluzione attraverso l'identificazione con il suo non usuale personaggio; alla convinzione di altri presidenti regionali ( in Liguria e in Puglia, ma non solo) di poter lanciare liste civiche incardinate sul proprio rilievo personale. E, a livello nazionale, gli stessi Berlusconi e Prodi sembrano progressivamente orientati a chiedere identificazione con la loro persona e con il loro progetto più che con il loro sistema di alleanze.

Forse non dovremo aspettare tanto, specialmente se la moda porterà alla proliferazione dei potenziali protagonisti, con la conseguente frammentazione delle identità e delle proposte politiche, e l'altrettanto conseguente sfarinamento delle coesioni di schieramento. Certo aiuterebbe il processo di smaltimento se qualcuno avesse la pazienza e il coraggio di promuovere un piccolo cambiamento di identificazione: non in me e nel mio progetto, ma in noi e nel nostro progetto.


Prodi frena Bertinotti
" Dice strampalerie "
Francesco Alberti sul
Corriere della Sera

PARIGI — " Ma voi l'avete capito Bertinotti? Io no. Questa storia delle primarie senza un programma alternativo, mi sembra una strampaleria... " .
Finisce bruscamente alle 4 del pomeriggio, davanti all'imbarco D55 dell'aeroporto " Charles De Gaulle " , la domenica parigina di Romano Prodi. In un attimo, al solo sentire il nome Bertinotti, l'uomo dell'Ulivo dimentica gli applausi ricevuti in mattinata al congresso dell'Udf, che è una sorta di Udc folliniana in salsa francese alla quale l'ex presidente Ue ha portato il suo contributo. " Non so cosa intendeva dire Fausto, certo sarebbero singolari primarie con programmi uguali... " afferma il Professore. Che forse non ha gradito il modo in cui il leader di Rifondazione ha rispedito al mittente l'invito di Fassino, e dei Ds tutti, a rinunciare alle primarie. E ancor meno che Bertinotti non abbia nemmeno fatto l'atto di prendere in considerazione il suggerimento di Parisi: di presentarsi cioè alle primarie, se proprio non ne può fare a meno, ma con un programma alternativo a quello di Prodi. Idea condivisa pure da Rutelli, anche lui in prima fila e applauditissimo al congresso dell'Udf.
" La questione delle primarie la affronteremo dopo le Regionali... " mormora il Professore, d'accordo con Fassino che la cosa migliore è rinviare la decisione. Anche perché provare a convincere Bertinotti a fare un passo indietro, non sembra facile. Così come resta forte il rischio che il leader di Rifondazione, con un 15- 20 per cento di consensi alle primarie, possa offrire della coalizione un'immagine troppo sbilanciata a sinistra. Qui il Professore però scatta: " Questa è propaganda, lasciamola al centrodestra... Se anche avvenisse, non ci sarebbe alcun problema perché la regola è: conta solo chi vince " . Lo incalzano: ma intanto la Quercia rischia di pagare dazio. Il Professore: " Eh già — sibila con sorriso beffardo — , Fassino è davvero molto debole: può contare soltanto sull' 80 per cento dei consensi congressuali! Ma sù, hanno le spalle larghe " .
Il volo per Bologna ritarda. Ancora Bertinotti.
Bertinotti e l'Europa. Prodi sa bene che Fausto il Rosso voterà contro la nuova Costituzione Ue.
Eppure, parlando in mattinata alla platea dell'Udf — che fa parte del Partito Democratico Europeo di cui il Professore è presidente onorario — , il capo del centrosinistra sfodera toni solenni sull'importanza del Trattato e parole di censura per l'Italia berlusconiana, che " ha voltato le spalle " al vecchio continente e vive l'euro " come un fardello " . Distanze abissali con l'uomo di Rifondazione? Prodi allarga le braccia: " Non scopriamo adesso che Bertinotti ha un'idea differente di Europa. La sua è una posizione di minoranza, ma questo dissenso non è incompatibile con le ragioni della coalizione. Forse che nel centrodestra non vale lo stesso per Bossi? " .
Guarda avanti, il Professore. Il percorso l'ha chiaro in mente: " Concentrarsi sulle Regionali. Mobilitare la nostra base. Rafforzare la Federazione, definendo tempi e modalità della cessione di sovranità dei partiti " . Prodi si imbarca in direzione di Bologna.
Rutelli invece si concede ancora qualche ora parigina. Domenica di sorrisi tra i due.
Ovazione dei delegati Udf quando il leader della Margherita dice che, se potesse votare alle presidenziali francesi, sceglierebbe il centrista Bayrou anziché un esponente socialista. Dilemma che Prodi prudentemente evita: " Io voto in Italia " .


"In questi giorni polemiche di bottega"
Intervista a Pierluigi Bersani
Goffredo De Marchis su
la Repubblica

ROMA - "Rispetto la moratoria sulle primarie: basta polemiche, non ne parliamo più. O facciamolo ancora una volta, l´ultima: per dire che non è un problema di bottega". Pierluigi Bersani, eurodeputato, responsabile economico dei Ds, risponde alle paure evocate da Fausto Bertinotti nell´intervista a Repubblica. Se qualcuno pensa che la Quercia voglia fermare il segretario di Prc per non essere dissanguata a sinistra, sbaglia perché "il programma riformista sarà di sinistra. Noi non ci stiamo ad essere incasellati nella logica moderata". Insomma, Bertinotti non avrà campo libero. A partire dai temi della globalizzazione. "Non è un tema buono solo per i no global. Anche noi guardiamo con interesse a quello che succederà al Social Forum di Porto Alegre".
La moratoria, il rinvio della discussione sul voto per il candidato premier, significa che la battaglia è solo rimandata o che vi preparate a rassegnarvi, come dice Bertinotti?
"Significa che noi oggi abbiamo un solo vero problema: dare una spinta all´alternativa a Silvio Berlusconi. Prodi chiede che uno degli strumenti per costruire l´alternativa sia quello di sottoporre la sua candidatura, già approvata da tutti, a una verifica, con una grande partecipazione democratica. Perfetto, d´accordo. La verifica serve a questo, non a misurare i pesi dentro la coalizione. Vogliamo far capire agli alleati dell´Alleanza democratica questa semplice verità. Ciò detto, i Ds non diventeranno mai un problema per la coalizione".
Bertinotti, se insiste, lo è?
"Questo lo dice lei. Io penso che la sfida che inauguriamo adesso non è tra Prodi e Bertinotti o tra noi e Fausto. È quella contro Berlusconi. Il pluralismo nella Gad è un dato di fatto, ma tutte le forze sono impegnate a mettersi in un processo unitario e questa è una novità. La diversità la misuriamo sui progetti, non sulle candidature".
Bertinotti vuole misurare questa diversità alle primarie. Ed è diverso anche dai Ds, spiega. Solo che voi avete paura di un nemico a sinistra. È così?
"Guardi che i riformisti vogliono dare un contributo al programma sia sul terreno della radicalità sia su quello della moderazione. Nessuno si aspetti che i riformisti si facciano confinare in un´area collegata a concetti tipo moderati o conservatori. L´operazione programmatica la faremo tutti assieme, ma il progetto della federazione, cioè dei riformisti, parlerà a tutti".
Sarà la base programmatica dell´intera coalizione?
"È ovvio che ci sarà il pluralismo. Il programma riformista però sarà di sinistra. Quello che voglio dire è che non esistono riserve indiane sui temi, non esistono punti cari ai riformisti e punti più cari ai radicali. Questo dev´essere chiaro. Poi discuteremo chi è più a sinistra e chi meno. Ma non è accettabile essere incasellati in logiche moderate, anche perché oggi non esiste più un luogo del moderatismo come non esiste più il moderato perfetto".
Anche se fosse esistito, Bertinotti non lo avrebbe cercato. Il problema riguarda i riformisti, non Rifondazione.
"Ma sul piano culturale e politico ormai le frontiere sono estremamente mobili. Le faccio due esempi. Sui temi "globali" anche noi siamo per un mondo più unito, che si fa più piccolo, siamo per una buona globalizzazione e vorremmo che le critiche alla cattiva globalizzazione si concentrassero intorno a proposte politiche su finanza internazionale, disuguaglianza, pace e guerra, diritto a un governo democratico del mondo globalizzato. Ricordo che le radici antiche del riformismo si trovano nelle nostre canzoni di lotta e lì la parola chiave è umanità. L´Europa può promuovere valori occidentali in maniera diversa dagli Stati Uniti, ha gestito enormi contraddizioni storiche, ha avuto il muro di Berlino e ha visto la caduta del muro di Berlino. Può imporre un atteggiamento meno muscolare per risolvere i problemi mondiali. Secondo esempio: è simpatico lo scambio tra Pomicino e Bertinotti sull´intervento pubblico in economia. Anch´io penso che dobbiamo avere politiche statali in questo campo, anche se ho idee diverse. Però possiamo confrontarci".
Fatelo alle primarie.
"Il confronto sul programma è un´altra cosa. E se lo facciamo seriamente, sono convinto che possiamo cancellare il presunto recupero di Berlusconi nei sondaggi. Il Cavaliere ha riconquistato la leadership nella sua coalizione. Solo un´operazione politica, però, perché il suo rapporto con l´opinione pubblica ormai è logoro. Noi dobbiamo offrire l´alternativa, le chiavi della sconfitta o della vittoria sono nelle nostre mani".


Una mossa per togliere visibilità a Rifondazione
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

Il tentativo, adesso, è di far calare un silenzio diplomatico sulle primarie; di rinviare tutto a dopo le regionali del 4 aprile. Romano Prodi che ieri, dal congresso dell'Udf ( Unione democratica francese) a Parigi, dichiara: " Fausto Bertinotti non l'ho capito " , parla di federazione e tace sul resto, sembra assecondare questa strategia del silenzio, lanciata dai diessini. Il protagonismo di Rifondazione comunista, esaltato dal successo di Nichi Vendola in Puglia, è un gioco che il partito di Piero Fassino non può avallare.
Contrastarlo fino in fondo significherebbe mettere in discussione la stessa leadership del Professore. Per questo, sia il segretario che il presidente dei Ds, Massimo D'Alema, hanno rimosso la diatriba. In privato, Fassino ripete che le primarie sono un argomento di scarso interesse per l'opinione pubblica. Il problema, a suo avviso, è vincere le regionali, non lacerarsi su chi si candiderà in competizione con un Prodi indiscusso. Continuare ad avvitarsi intorno alle mire competitive di Bertinotti, " significa farsi del male " .
E' un modo per congelare una questione su cui manca l'accordo.
La sensazione è che il centrosinistra non voglia impantanarsi nella discussione in assenza dei risultati di aprile: il braccio di ferro assumerebbe connotati virtuali. E potrebbe creare artificiosamente più di un problema alla vigilia di un congresso diessino celebrato per consacrare la leadership di Fassino e il ruolo del suo partito come perno della coalizione. La variante Bertinotti rischia di calamitare i riflettori su Rc; e di relegare in un angolo buio le ambizioni dei Ds.
La " moratoria " sulle primarie mira a spegnere l'attenzione su una sinistra antagonista che ha tutto da guadagnare e nulla da perdere dalla competizione con Prodi.
Contrapporsi al Professore in questa fase, infatti, dilata la visibilità di Rifondazione a spese soprattutto dei Ds e delle componenti moderate dell'Ulivo: la vicenda pugliese è emblematica, in questo senso. Il calcolo di Fassino è che dopo le regionali sarà più facile organizzare le candidature in modo da scongiurare altre sorprese dirompenti.
Il martellamento su chi si vuole contrapporre al Professore senza un programma alternativo, confermato ieri dal capo della Margherita, Francesco Rutelli, è un anticipo della parola d'ordine del dopo- 4 aprile.
Rimane da capire se la consegna del silenzio verrà rispettata da tutti. E se i risultati delle regionali rilanceranno l'esigenza delle primarie o le affonderanno del tutto.
Per Prodi, la corsa verso palazzo Chigi significa il consolidamento della propria guida a scapito delle identità dei singoli alleati. Adesso, invece, la sua candidatura rischia di avanzare soltanto se ogni pezzo del centrosinistra si sentirà garantito: pronto a blindarla solo a patto di blindare se stesso.


Regionali, D´Amato dice no al premier
Ottavio Lucarelli su
la Repubblica

NAPOLI - "Signor presidente grazie, ma continuo a fare l´industriale. Una scelta sofferta". Il gran rifiuto di Antonio D´Amato arriva dopo tre giorni di riflessione. Tre giorni tormentati in cui l´ex presidente di Confindustria è passato dal desiderio di accettare l´invito di Silvio Berlusconi di candidarsi alla presidenza della Campania, fino alla "sofferta scelta di vita" dopo una riunione a tre con la compagna Marilù Faraone Mennella e il fratello Gianfranco rientrato in gran fretta dagli Stati Uniti per bloccarlo. Il gran rifiuto in una lettera. "Ho con grande serietà valutato la proposta di scendere in campo - scrive D´Amato al premier - e pur provando per la mia terra e per il mio Sud una passione e un amore viscerali non posso, ahimè, sciogliere positivamente la mia riserva. Ho innanzitutto la responsabilità delle duemila famiglie che, in gran parte, vivono e lavorano con noi proprio a Napoli, dove è la sede principale del nostro gruppo".
In Campania, dunque, non sarà Antonio D´Amato il rivale di Antonio Bassolino alle elezioni regionali di aprile. D´Amato si fa da parte e getta il centrodestra nello sconforto. Circola subito con insistenza il nome del ministro Antonio Marzano, ma Alleanza nazionale frena, chiede ventiquattr´ore di riflessione. Mentre dall´Irpinia si torna a proporre il nome dell´ex ministro Ortensio Zecchino.

In una regione governata quasi dappertutto dal centrosinistra, il Polo è di nuovo in affanno e, mentre Forza Italia insiste su Marzano, il responsabile organizzativo nazionale di An, Italo Bocchino, chiede una pausa di ventiquattr´ore e un confronto dopo questo inatteso stop: "Speravo in una risposta positiva di D´Amato". Mentre Stefano Caldoro, viceministro del Nuovo Psi, avvisa: "Tocca a Berlusconi trovare un altro candidato".


Maroni: “Ora la Fiat si salvi da sola”
Roberto Mania su
la Repubblica

ROMA - Il governo non aiuterà la Fiat ad uscire dalla crisi. Lingotto dovrà farcela da solo, cercando un´alleanza industriale, dopo la probabile soluzione "pacifica", per quanto non semplice, con gli americani della General Motors. Il dossier Fiat sta, dal 2002, costantemente sul tavolo del ministro del Welfare, Roberto Maroni, ma non è stato arricchito, negli ultimi giorni, dalla voce "intervento statale". "È francamente assurdo - dice - pensare che possa essere il governo a fare meglio del management di Torino, della famiglia Agnelli, del presidente Montezemolo. La mano pubblica, come dimostrano altri casi del passato, sarebbe solo inutile e dannosa".
Nel giorno che apre una nuova stagione per il più grande gruppo industriale italiano, con oltre 70 mila dipendenti, 28 mila dei quali impegnati nella produzioni di automobili, e che prevede la possibilità per la Fiat di cedere alla Gm tutto il settore dell´auto, il ministro del Welfare tratteggia quella che realisticamente appare come la strategia del governo, nonostante non se ne sia mai parlato formalmente nelle riunioni del Consiglio dei ministri. Ci sono stati contatti, e questa è la linea: per fronteggiare la difficoltà strutturali della Fiat l´esecutivo non andrà oltre misure di routine. Non ci sarà nulla di straordinario nemmeno sul versante degli ammortizzatori sociali "perché la riforma è bloccata al Senato per carenza di risorse e perché la mobilità lunga, cioè fino alla pensione, sarebbe in contraddizione con la riforma previdenziale che dal 2008 innalza l´età per poter lasciare il lavoro".
Ministro Maroni, perché esclude quasi a priori un intervento dello Stato per sostenere la Fiat in questa fase decisiva per il suo futuro industriale?
"L´ho già detto e lo ripeto: nessuno nel governo pensa ad un intervento nel capitale della società. Nei prossimi giorni la Fiat deciderà cosa fare con gli americani della General Motors. Se la Fiat dovesse scegliere per l´esercizio della put option, non credo che riuscirà a costringere la Gm a pagare otto miliardi di euro. Si aprirebbe, in questo caso, un contenzioso legale per nulla agevole e per di più in quel di New York. E io non posso immaginare che Torino e Detroit abbiamo intenzione di affidare ad un gruppo di avvocati, per quanto autorevoli, la loro strategia sullo sviluppo industriale".
Dunque, lei è tra quelli che scommettono su un´intesa?
"Sì, penso che alla fine ci sarà un accordo. Ho letto, perché non ho alcuna informazione diretta, che per uscire dall´impasse gli americani potrebbero versare un miliardo di dollari. Bene, mi paiono abbastanza per consentire alla Fiat di investirli e di ricercare un´alleanza industriale con un altro partner. Cosa che fino ad ora il gruppo torinese non è mai riuscito a fare in maniera positiva. È questo il punto, non l´ingresso dello Stato nel capitale della Fiat, che una parte della sinistra e i sindacati sembrano invocare. Questa è sempre la solita richiesta di aumentare la spesa pubblica, mentre da anni si è deciso di marciare in una direzione opposta. Lo Stato deve uscire dalla gestione diretta delle aziende. Per questo ribadisco che l´ipotesi di una partecipazione pubblica nell´azionariato Fiat è assolutamente irrealistica".
Anche se dovesse essere l´ultima spiaggia per mantenere un´industria dell´auto in Italia?
"Credo che l´Italia continuerà ad avere un´industria dell´auto e che la Fiat si salverà. Ma davvero qualcuno mi deve spiegare perché lo Stato, o i suoi manager, dovrebbero essere più bravi dell´attuale vertice di Torino".
È un problema di risorse. D´altra parte per l´Alitalia l´aiuto è arrivato tanto che la Commissione europea ha deciso di aprire un´inchiesta.
"Non è vero. Con l´Alitalia, che è ancora controllata dal Tesoro, abbiamo solo garantito il prestito ponte che la compagnia si deve far dare dalle banche sulla base di un piano industriale. E poi è la normativa europea che non consentirebbe un intervento diretto dello Stato".
Resta il fatto che due grandi concorrenti europei della Fiat, come la Renault e la Volkswagen, hanno una presenza pubblica nel board.
"Sì, ma il governo italiano decise tanti anni fa di vendere l´Alfa Romeo. Fu una scelta giusta. La Renault e la Volkswagen hanno optato per soluzioni diverse ma non è certo per questo che vanno meglio della Fiat. Giusto?".
Giusto.
"Voglio aggiungere che da quando l´Avvocato Agnelli ha assunto direttamente la guida dell´azienda fino ad oggi, lo Stato italiano ha trasferito alla Fiat, sotto varie voci, quasi un milione di miliardi di lire. Posso dire? Con questa cifra la Fiat poteva comprarsela la General Motors!"
Ma non sarà che tutta questa contrarietà ad un ruolo del governo per affrontare la crisi Fiat, dipenda anche dalle critiche pressoché quotidiane del presidente Luca Cordero di Montezemolo alla linea di politica economica del governo e, più in generale, all´assenza di una classe dirigente nel Paese, come ha denunciato anche ieri in un articolo sulla Stampa?
"Saremmo veramente masochisti se fosse così. Questa, davvero, non è una chiave di lettura corretta. Con Montezemolo io, come altri ministri, come il presidente Berlusconi, abbiamo buoni rapporti".
In questi continui contatti, la Fiat vi ha chiesto qualcosa?
"A me assolutamente nulla. Ovviamente non conosco i contenuti dei colloqui con Berlusconi".
Ma lei guida una macchina Fiat?
"No. A me piacciono le cabriolet ed ho un´Audi Quattro. L´ho detto anche a Montezemolo che una Ferrari o una Maserati cabriolet non posso permettermela. Poi per servizio ho...".
Sì, ma quella non l´ha scelta.
"Questo è vero".


Dite la verità, tutta la verità
Marco Calamai su
l'Unità

Qualsiasi valutazione sulla situazione a Nassiriya (capoluogo della provincia sciita Dhi Qar), e quindi dello scenario politico in cui si collocherà la presenza militare italiana dopo l'imminente voto del 30 gennaio e dopo la morte del morte del maresciallo Simone Cola, non può prescindere dalla più generale evoluzione della terrificante situazione irachena. Vediamo perché.
Elezioni e questione sciita.
Ormai è chiaro che, con le elezioni (se non verranno sospese all'ultimo momento), il potere politico in Iraq, pur sotto tutela americana, passerà in ogni caso dalle mani sunnite a quelle sciite. Una svolta storica carica di inquietanti conseguenze. L'Iraq, fin dalla sua nascita (uno stato artificiale costruito dai britannici alla fine del primo conflitto mondiale sulle rovine dell'impero ottomano che da quasi quattro secoli governava le tre province di Mosul, Baghdad e Bassora) è stato sempre un territorio dominato dai sunniti, una minoranza (che era già tale quando nella regione scorazzava Lawrence d'Arabia) la quale ha esercitato il suo potere con la forza (diventata feroce violenza negli ultimi decenni, quelli di Saddam). E' stato così per circa 400 anni: l'impero ottomano (i turchi sono a grande maggioranza sunniti) si erano appoggiati ai notabili sunniti della regione per dominare le diverse componenti etniche (i curdi che arabi non sono) e religiose (gli sciiti dell'Iraq, che sono arabi a differenza degli sciiti iraniani, di etnia persiana e per di più in perenne contrapposizione con l'impero ottomano).

L'incognita sunnita. Le elezioni rischiano di spostare il baricentro politico di questa minoranza verso le posizioni più radicali della rivolta. Quindi sia la guerriglia baathista (di certo fino ad oggi la componente più forte delle resistenza armata), sia le componenti (tra cui spicca il gruppo terrorista del fantomatico al-Zarquawi) che si richiamano esplicitamente ai messaggi di Bin Laden. Ma c'è di più. Se gli sciiti non apriranno fin da subito un dialogo vero con le diverse componenti dello schieramento sunnita (compresi i nostalgici di Saddam, decine di migliaia, che, licenziati da Bremer, hanno preso le armi contro gli americani fin dai primi giorni dopo l'invasione) i gruppi armati della protesta sunnita si scaglieranno, come appunto vogliono i terroristi waabiti vicini a Bin Laden, contro gli sciiti. Ecco l'importanza cruciale di un processo di transizione che veda coinvolte tutte le principali componenti del variegato mondo iracheno, comprese quelle che si battono contro l'occupazione.
Ma qui sorge la domanda di fondo. È possibile avviare un processo del genere in un Iraq occupato dagli Stati Uniti? Pensiamo di no in quanto i fatti hanno dimostrato, purtroppo tragicamente, che la presenza dei soldati americani, insieme al fallimento della ricostruzione e al tracollo del vecchio Stato totalitario, ha acutizzato tutte le tensioni e le contraddizioni che erano state tenute sotto controllo prima dagli inglesi e poi dai successivi regimi fino a quello dispotico di Saddam. E quindi appare chiaro che la costruzione di uno stato sovrano e al tempo stesso unitario è possibile solo con un mutamento profondo dello scenario iracheno ed internazionale. E cioè il ritiro delle attuali truppe di occupazione e la loro sostituzione con truppe dell'Onu, sostenute in primo luogo dai paesi confinanti con l'Iraq (tutti sunniti escluso l'Iran). Una ipotesi questa a cui nessuno crede, soprattutto dopo il discorso di Bush sulla missione democratica degli Stati Uniti nel mondo. Quindi dobbiamo aspettarci una spirale di nuovi scontri e nuovi attentati terroristici, non solo contro le truppe straniere ma anche contro gli sciiti (definiti da al-Zarqawi traditori e infedeli).

I soldati italiani, quindi, hanno ora di fronte uno scenario ben più drammatico e pericoloso di quello attuale. Ecco dunque la domanda: è consapevole di ciò il governo Berlusconi? Riteniamo di si, se non altro perché gli alleati americani conoscono perfettamente la situazione e già si stanno preparando al peggio. Ma dato che in Italia si continua a parlare di “missione umanitaria e di pace“ e non di “missione di guerra” come invece affermano ogni giorno gli Stati Uniti , ecco che i nostri soldati stanno rischiando una situazione estremamente rischiosa senza essere adeguatamente preparati e attrezzati. Il punto è che la “politica dello struzzo” non è più proponibile vista la degenerazione spaventosa del quadro iracheno. Se le inadeguate misure di sicurezza hanno già contribuito a provocare tante vittime a Nassiriya, questa politica può rivelarsi davvero fatale nelle prossime settimane. Sarebbe ben più onesto e giusto, a questo punto, che il governo italiano decidesse con procedura d'urgenza di dotare i nostri soldati di tutti i mezzi disponibili per far fronte ad una situazione sempre più grave.
Dicendo al Parlamento e al paese la verità e cioè che in Iraq siamo in una situazione di guerra, conseguenza di una scelta subalterna all'alleato americano che ci ha portato in un vicolo cieco. Siano poi gli italiani a giudicare questa scelta.


   24 gennaio 2005