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sulla stampa
a cura di G.C. - 22 gennaio 2005


Iraq, ucciso soldato italiano
Meo Ponte su
la Repubblica

NASSIRIYA. Dal canneto sulla riva dell´Eufrate la raffica è partita improvvisa e crudele, sparata per rabbia contro l´AB 412 dell´Aviazione dell´Esercito che aveva sorvolato Charlie, il terzo dei ponti che congiungono le due sponde del fiume nel centro di Nassiriya. "Mi hanno preso" ha gridato il maresciallo ordinario Simone Cola lasciando l´impugnatura della mitragliatrice pesante Browning sul portellone di destra e accasciandosi sul pianale con una larga chiazza di sangue lungo il fianco. "Ferito a bordo, ferito a bordo. Rientriamo alla base", ha urlato immediatamente alla radio il pilota mentre il mitragliere del lato sinistro si chinava sul compagno ferito, scoprendo il buco della pallottola che, dopo aver sfiorato il bordo del giubbotto corazzato, era penetrata sotto l´ascella forandogli un polmone.
Sono le 12,35 quando un proiettile sparato dalle rive dell´Eufrate interrompe, ieri, la missione dell´elicottero leggero Agusta Bell dell´Aviazione dell´Esercito alzatosi in volo poco prima in aiuto ad una pattuglia della Msu di guardie repubblicane portoghesi e carabinieri e ferisce a morte il mitragliere italiano. Gli sforzi dei medici dell´ospedale da campo Roll 2 sono inutili: il maresciallo capo spira meno di un´ora dopo, alle 13,15, senza mai aver ripreso conoscenza. Simone Cola, nato a Tivoli 31 anni fa, padre di una bimba di appena cinque mesi, era all´ultimo mese della sua prima missione in Iraq.

Tornerà a casa tra due giorni in una bara avvolta nel tricolore, un altro giovane caduto nella missione italiana in Iraq.
Non aveva esitato il maresciallo Cola ieri mattina quando al Sesto Roa era arrivato l´allarme: in città, una pattuglia mista di guardie portoghesi e carabinieri italiani era stata bersaglio di una pioggia di proiettili. Con il collega mitragliere e i due piloti era salito sull´AB per la missione di "Search and rescue", ricerca e soccorso. A volo radente il velivolo avrebbe dovuto sorvolare la zona dell´agguato, individuare la minaccia e guidare la pattuglia via radio sino alla base di Camp Mittica. Lo hanno ucciso con un colpo sparato a caso.
La missione dell´AB 412 avrebbe dovuto chiudere una mattinata densa di tensione. Poco prima dell´attacco alla pattuglia italiana lo stesso generale Giovan Battista Borrini aveva dovuto cambiare programma ed evitare di accompagnare il ministro della sicurezza irachena giunto da Bagdad in gran segreto dal governatore della provincia di Dhi Qar. Le pattuglie italiane all´esterno avevano infatti segnalato che il centro della città era pieno di armati, miliziani dell´Ufficio Martiri di Sadr che probabilmente avevano saputo dell´arrivo a Nassiriya del ministro. L´allarme era salito ai massimi livelli verso le 10 quando portoghesi e carabinieri erano stati attaccati nonostante stessero perlustrando una zona ben lontano dalla moschea o dalle sedi dei partiti.
"Se fossero stati inviati i Mangusta, gli elicotteri corazzati, Simone sarebbe ancora vivo" dicono in molti a denti stretti molti allontanandosi con l´aria affranta dalla camera ardente allestita nel pomeriggio nella chiesa della base e maledicendo l´ipocrisia degli alti comandi che in Iraq schiera i blindati Dardo e Ariete, gli aerei senza pilota Predator ma non i Mangusta, un deterrente unico contro le imboscate. Discorsi già sentiti a maggio quando morì il lagunare Matteo Vanzan, ucciso dalla scheggia di un mortaio mentre difendeva la base Libeccio e che risollevano le perplessità non solo sul senso della missione in Iraq ma anche sul modo di condurla. Quella dei soldati italiani è una missione di pace praticamente impossibile. In Iraq non c´è un fronte, la guerra è ovunque. E che la tensione sia alta anche a Nassiriya lo ha ammesso anche il ministro della Difesa Antonio Martino. Nelle settimane scorse non erano mancati segnali inquietanti.



La vergogna degli elicotteri negati
Antonio Padellaro su
l'Unità

Per onorare la memoria del maresciallo Simone Cola, per sentirci più vicini alla sua famiglia piombata nella tragedia e ai suoi 3216 commilitoni in missione nel posto peggiore del pianeta, dobbiamo prima di tutto cercare di capire cosa è veramente successo a Nassiriya, Iraq, alle 10 e 20 di ieri mattina, ora italiana.
Un elicottero "AB 412" dell'Esercito mentre stava compiendo un pattugliamento lungo l'Eufrate, a sud della città, è stato raggiunto da un colpo di arma da fuoco automatica, probabilmente un kalashnikov. Il proiettile ha colpito sotto l'ascella il mitragliere di destra, Simone Cola, 32 anni, che portato in ospedale per essere operato è morto un'ora dopo. Dietro l'assalto, condotto anche contro una pattuglia portoghese ci sarebbero gli uomini dello sceicco Aws al Khafaji, il responsabile dell'ufficio di Moqtada Al Sadr a Nassiriya. Queste la scarne notizie Ansa che, tuttavia, molto ci dicono su ciò che non si è fatto per impedire che un soldato italiano, un altro soldato italiano, ci lasciasse la vita.
Innanzitutto, l'elicottero che ha subìto l'attacco: l'"AB 412". Secondo gli esperti si tratta di un mezzo di trasporto e supporto truppe, ma assai poco attrezzato per il combattimento. In quanto a sicurezza, efficacia e armatura siamo ben lontani dall'elicottero d'attacco "Mangusta", supercorazzato, dotato di missili Tow e razzi da 81 mm: la macchina da guerra più volte invocata dai piloti italiani in un teatro bellico ad altissimo rischio come quello iracheno. Questa storia degli elicotteri inadeguati ha già prodotto nel marzo scorso la protesta di quattro elicotteristi, finiti sotto inchiesta per il reato militare di ammutinamento dopo che avevano chiesto ai superiori almeno un periodo di addestramento per non volare in situazioni di rischio assoluto. Allora i giornali, e tra questi l'Unità, raccontarono che sugli elicotteri "Ch47 Chinook", l'altro modello che l'Esercito ha inviato in Iraq, per attivare i sistemi antimissile i piloti devono azionare contemporaneamente e manualmente due cavetti,uno dei quali è posizionato all'esterno. "Immaginatevi la scena", ha scritto Anna Tarquini su queste colonne, "il pilota vede il missile arrivare, stacca una mano dalla cloche e con l'altra tira il cavetto che lancia un “flare”, l'abbagliante che depista il missile. Il mitragliere che gli è accanto, con una mano spara centinaia di colpi al secondo e con l'altra tira il cavetto. È la differenza che passa tra la vita e la morte". Oltre a rischiare il carcere per aver svelato l'indaguatezza della missione italiana in Iraq, i quattro hanno ricevuto le espressioni del più sentito disprezzo da parte del loro comandante che li ha definiti "ottimi piloti ma pessimi soldati".
È possibile che, a bordo dell'"AB 412", non tutto fosse così precario anche se il maresciallo Cola è stato colpito sotto l'ascella e dunque nell'unico punto che i pesanti giubbotti antiproiettile lasciano scoperto nel momento in cui ci si espone al fuoco nemico. Domanda: perché mai il maresciallo Simone Cola si è dovuto esporre al fuoco nemico dal momento che l'Esercito può disporre di mezzi d'attacco dotati di sistemi d'alta protezione per l'equipaggio? E perché il maresciallo Simone Cola, ieri mattina alle 10 e 20 non era a bordo di uno di questi mezzi superprotetti, il Mangusta? La risposta degli alti comandi, approvata dal ministro della Difesa Martino è di quelle che fanno accapponare la pelle: gli elicotteri di attacco non ci servono perché altrimenti significherebbe che a Nassiriya l'Italia è in missione di guerra e non in missione di pace. Sì, avete capito bene. In nome della ragion di Stato, o meglio in nome delle ragioni di un governo di miserevole levatura politica e morale si lascia che i soldati italiani non possano adeguatamente difendersi dai colpi di un nemico feroce. Qualcosa in proposito il ministro Martino dovrà pur spiegarlo alla famiglia del maresciallo Cola, che lascia una moglie e un bambino.
Come si vede tutto ruota attorno al ruolo ambiguo del nostro contingente inviato a Nassiriya: alle cosiddette regole d'ingaggio. Intorno al cosa ci stanno a fare i soldati italiani in Iraq, e al perché, si svolge da anni un indecente balletto. All'inizio Berlusconi ha detto: missione di pace. E il Parlamento gli ha dato retta. Ma chi poteva veramente credere che eravamo andati lì soltanto a distribuire medicine, a ricostruire scuole e ospedali, a proteggere iniziative umanitarie? Impegno nobilissimo ma che in realtà è servito di copertura al governo Berlusconi per far parte della Coalizione di George W. Bush senza darlo troppo a vedere: all'italiana insomma. E infatti, quasi subito, la missione di pace si è inevitabilmente trovata in mezzo alla guerra.

Però, bisognava fare finta che così non fosse. Altrimenti cambiando il titolo del disegno di legge le Camere non avrebbero potuto rifinanziare "Antica Babilonia", cosa che è avvenuta due volte attraverso il ricorso a un semplice e losco espediente: chiedere un voto complessivo su tutte le missioni di pace infilandoci in mezzo l'unica missione di guerra.
Tra elicotteri negati, soldati mandati allo sbaraglio e un governo che mente al Parlamento, il contingente italiano si trova oggi a fronteggiare una situazione infernale quanto assurda. Più ci si avvicina alle elezioni del 30 gennaio più le stragi diventano ecatombi. Rintanati nelle loro basi nel deserto i soldati di "Antica Babilonia" si fanno vedere poco in città. Non per viltà ma per necessità. La guerriglia sciita ha il controllo pressoché totale del territorio. A Bagdad, riferisce il commissario Scelli, l'ospedale della Croce Rossa Italiana è sotto la protezione di Al Sadr. Ma a Nassiriya gli uomini di Al Sadr sparano agli italiani e li uccidono. Confusi tra la pace finta e la guerra vera non sappiamo più dove stiamo. Se la morte del maresciallo Cola avrà finalmente aperto gli occhi a quanti cercavano di non vedere l'assurdità della presenza italiana in Iraq, se il Parlamento si rifiuterà di procrastinare oltre il 30 gennaio un missione sbagliata e impossibile, allora il sacrificio di questo soldato non sarà stato vano.


La resa di Formigoni, niente lista del presidente
Cinzia Sasso su
la Repubblica

MILANO - "Ciò che abbiamo sollevato non si placa e non si ferma, non torno indietro dal progetto complessivo. Non mi sento uno sconfitto". Pausa, un sorriso forzato. "Ma si è scatenato un balletto poco edificante... e ora sono io che dico basta". Alle sei di un pomeriggio incredibilmente tiepido, nella sala accogliente della Triennale di Milano, Roberto Formigoni ripone in un cassetto i suoi sogni da uomo nuovo della provvidenza. Non ci sarà una lista del Governatore con il suo solo nome, i suoi uomini, il suo progetto. Non ancora, almeno. Alle elezioni regionali del 3 aprile Roberto Formigoni sarà il candidato presidente della Regione Lombardia per la Casa delle Libertà. "Credo che faccia parte delle doti di un politico anche sostituire la guerra lampo con una guerra che può richiedere più passaggi. Ma l´importante è raggiungere l´obiettivo; e oggi posso dire con maggior forza che il presidente Berlusconi ha espresso apprezzamento forte per il mio progetto politico".
Non è facile, per Formigoni il vincente, per il "Celeste" che sembrava inarrestabile, per il cattolico considerato invincibile, essere qui, stasera, a ratificare una sconfitta che in fondo si riassume in breve: voleva la lista del presidente, non la farà. E infatti nel suo discorso chi ha perso sono altri: Umberto Bossi, innanzitutto, che dopo aver annunciato giovedì un ultimatum (o Berlusconi chiarisce tutto in Consiglio dei ministri, o la Lega andrà da sola e a rischio c´è il governo), venerdì mattina ha parlato a Radio Padania per fare marcia indietro. La voce affaticata, ma il gergo dei momenti buoni: "Se andassimo da soli alle elezioni vorrebbe dire che ci tagliamo le palle". Chiedono al Governatore: quanto hanno pesato le parole di Bossi? "Quel che è certo che io non potevo sopportare ricatti, e comunque la successione dei fatti di oggi credo che parli molto chiaramente". Che per lui vuol dire: ha ceduto prima la Lega.
Letture, naturalmente. E infatti a sera Giancarlo Giorgetti, il fedelissimo del Senatùr, il duro e puro del Carroccio, legge gli avvenimenti a modo suo: "È finita come noi avremmo voluto che finisse, e come doveva finire. L´uscita di Bossi ha centrato l´obiettivo e il gioco di squadra tra noi ha funzionato perfettamente. Questa è l´ennesima conferma che il ritorno di Bossi all´azione politica ha portato a un successo immediato". Messaggi per rincuorare la base, che avrebbe sognato la corsa solitaria; e anche per i colonnelli perché il giorno prima, agli attacchi frontali di Formigoni, Calderoli aveva risposto troppo morbido. Alla radio Bossi il suo dietrofront lo ha spiegato così: "Formigoni sta provocando la nostra base nella speranza di realizzare il suo progetto. Se noi andassimo da soli avrebbe l´alibi per dire "loro hanno fatto la lista da soli, allora posso farla anch´io" e ciò vorrebbe dire far rinascere la Dc". "Il nostro progetto - ha risposto Formigoni - non guarda al passato, ma al futuro. Era e resta a vantaggio della Cdl, ma raccoglieva l´interesse di ex elettori del centrosinistra e di chi non andrebbe più a votare...".
Adesso i coltelli saranno affilati sui nomi dei candidati da inserire nel listino (Formigoni: "Trattino i partiti, e lo facciano con adeguate aperture. Ai Radicali, ad esempio...". E Berlusconi che rincuora: "Sui nomi tratteremo insieme io e il presidente Formigoni"), ma questa sarà solo, ancora, snervante tattica. Due invece, le domande di fondo che non trovano risposta: come sarà possibile, in caso di vittoria, far convivere al governo regionale Formigoni e i suoi nemici dichiarati, gli uomini della Lega che l´hanno costretto a questa ritirata? E soprattutto: cosa pensa, Governatore, delle promesse che Berlusconi le ha fatto e non ha mantenuto? Ancora quel sorriso tirato - e si sa che il sorriso non è il pezzo forte del presidente - "Ne parleremo nei prossimi giorni, oggi ho già detto molto".



Lombardia, interrogativi sui riformisti
Michele Salvati sul
Corriere della Sera

Che di solito i partiti non siano contenti se un qualche loro esponente di rilievo si presenta a una elezione regionale con una lista autonoma lo ha già spiegato Angelo Panebianco ( Corriere , 14 gennaio): anche se questa lista accresce il bottino complessivo a spese della coalizione avversaria, essa normalmente riduce i consensi del partito da cui il promotore della lista proviene e spesso anche quelli dei partiti alleati.

Il caso Formigoni è di gran lunga il più interessante. Lo è per il carisma politico del personaggio; per gli interessi cui è intimamente legato e per quelli cui si è connesso durante le due legislature in cui è stato presidente della regione Lombardia; per il protagonismo che ha impresso alla sua regione nei campi più diversi, dalla sanità, alle riforme istituzionali, alla… politica estera; per la forte e inconsueta identità ideologico-culturale che lo contraddistingue. E soprattutto lo è per il ruolo che egli svolge in Forza Italia: è praticamente l'unico in questo partito a non dipendere da Silvio Berlusconi, a disporre di un radicamento elettorale forte e autonomo, e sicuramente uno dei pochissimi che possano realisticamente aspirare a una sua successione, quando verrà il momento. E forse sta proprio in questa autonomia il motivo per cui il leader di Forza Italia si è tanto impegnato, anche avvalendosi dell'iniziativa della Lega, a ostacolare la formazione di una lista personale da parte del "governatore".
Con Formigoni candidato per la Casa delle libertà, Berlusconi è convinto di vincere comunque la prova elettorale lombarda e pensa di non aver bisogno degli ulteriori consensi che proverrebbero dalla lista personale del governatore. Questa rafforzerebbe soltanto Formigoni, ne esalterebbe la distinzione rispetto al profilo ideologico liberal-populistico che il presidente del Consiglio vuol dare al suo partito, attenuerebbe la tensione ideologica contro la sinistra che egli intende suscitare nelle prossime campagne elettorali. Anche se gli ultimi giochi - quelli relativi al "listino" - non sono conclusi, è di ieri la notizia ufficiale che l'opera di dissuasione ha avuto successo: la lista personale non si farà. E questo fa sorgere un interrogativo, che rivolgo ai numerosi e qualificati esponenti del riformismo lombardo che hanno ritenuto opportuno schierarsi con Formigoni.
La Lombardia non è un piccolo comune in cui le affiliazioni ai partiti contano poco, in cui può essere comprensibile, per una persona di sinistra, votare un sindaco di destra che essa stima e non un candidato di sinistra che ritiene inadeguato al compito. E viceversa. La Lombardia supera per popolazione e peso economico non pochi Stati europei e il suo rilievo politico nazionale è grande. Tra i compiti della Regione ce ne sono poi alcuni - e la sanità è il principale - in cui le differenze tra destra e sinistra sono significative: il "governatore" non è un "amministratore di condominio", non si tratta soltanto di competenza e buona gestione. Se così è, in una situazione in cui sembra improbabile, a livello nazionale, rimescolare le carte e superare l'attuale distinzione netta tra centro-destra e centro-sinistra, una iniziativa trasformistica non ha sbocco: schierandosi con Formigoni, si va a finire nel calderone del centro-destra, per quanto autonomo e diverso sia il presidente lombardo rispetto ai cloni di Berlusconi. Ed è nel centro-destra che Formigoni condurrà le sue future battaglie.
Per carità, niente di male, cambiare idea è legittimo e tanti l'hanno già fatto. Basta esserne consapevoli e dichiararlo.


Berlusconi annuncia l'Apocalisse. Del centrosinistra
Marcella Ciarnelli su
l'Unità

A testa bassa contro il centrosinistra che è "il male" mentre "io penso di rappresentare il bene". La bocciatura di Romano Prodi alla sua riforma fiscale "non merita neanche una risposta" senza citare neanche il nome del leader dello schieramento di centrosinistra. Come non va presa in considerazione un'opposizione che "non ha nulla: nè un programma, nè idee, nè idealità, nè un nome. Potrebbero chiamarsi N.N.". L'apprezzamento per la posizione di Francesco Rutelli sul tramonto della socialdemocrazia che, invece "è stato trattato come un eretico e ridotto al silenzio".
La condanna "dell'arrogante sicumera con la quale molti dei dirigenti politici della sinistra affermano che gli embrioni non siano già vita". Così, giusto perché lui per primo aveva parlato di libertà di coscienza a proposito di referendum sulla fecondazione. A Silvio Berlusconi, nella giornata in cui un altro soldato italiano è caduto a Nassirija (evento a cui il premier non ha ritenuto di dover dedicare neanche un passaggio del suo intervento al Congresso del nuovo Psi) non è passato per la testa di abbassare i toni della sua campagna elettorale ad oltranza, almeno per qualche ora.
A testa bassa, dunque. In ogni occasione. Toni apocalittici nella lettera di saluto inviata ai partecipanti al convegno di Liberal in svolgimento a Todi. Toni apocalittici nel discorso ai socialisti che avrebbero voglia di unirsi con i fratelli che stanno con centrosinistra e che si sono visti bocciare seduta stante il progetto. "Non vi conviene. È sempre meglio stare dove si prendono le decisioni".
Il Berlusconi-pensiero ha una linea guida. Terrorizzare gli elettori con la minaccia del comunismo. Usa toni che sostiene essere dei suoi avversari: "Leggete l'Unità" ripete ancora una volta mentre spiega che "la sinistra, la storia lo insegna, è sempre contro qualcuno: contro i padri, contro la borghesia, contro la nazione, contro la bandiera" mentre "la Casa delle libertà ha un'idea di modernità per qualcuno, i nostri figli, in continuità con qualcuno, i nostri padri" ha dunque affermato il premier che si dichiara a capo di una coalizione "che crede nel valore della persona, della famiglia, dell'Occidente".

Bene, male. Apocalisse. Alla fine il premier non ce la fa a reggere e conferma quanto ha detto e poi smentito nei giorni scorsi. L'opposizione che lui si trova a fronteggiare "non è come quella di Blair" ma invece "è fatta da persone complici di un'ideologia che ovunque è andata al governo ha prodotto terrore, miseria e morte". E non rinuncia ad annunciare, dato che lui è sicuro di vincere le politiche, che per ora si limiterà ad una riforma elettorale per la scheda unica, ma poi si tornerà al proporzionale che "è molto più democratico".
Al delirio di Berlusconi replica il segretario dei Ds, Piero Fassino. "Vorrei ricordare al presidente del Consiglio che quest'anno ricorre il sessantesimo anniversario della Liberazione dal fascismo e che la sinistra ha dato un contributo decisivo per riscattare l'onore della nazione e della bandiera, restituendo a questo paese libertà e democrazia. Ci pensi Berlusconi e non parli a vanvera".


Se Previti fa il king-maker di Violante
Francesco Verderami sul
Corriere della Sera

C'è un motivo se Luciano Violante e Cesare Previti scatenano negli elettori dello schieramento avverso un'ostilità profonda e viscerale. Perché più di Silvio Berlusconi e Massimo D'Alema sono vissuti come i protagonisti della guerra che da dieci anni contrappone nelle aule di tribunale e in Parlamento il "partito dei giudici" e la "lobby del Cavaliere". Eppure il capogruppo diessino della Camera e l'ex ministro della Difesa sono al centro di quello che Augusto Minzolini sulla Stampa definisce "un gioco di potere ad alto rischio": la partita per l'elezione di due membri della Consulta. Con Previti nei panni del king-maker di Violante, che invita il premier a "ingoiare il rospo se del caso", pur di consentire l'accesso dell'amico Donato Bruno alla Corte Costituzionale. E con Violante nei panni di king-maker di se stesso, che dialoga con il nemico di una vita tramite i buoni uffici del presidente della Camera. Il ruolo istituzionale gli impone spesso la mediazione, ma stavolta è come se Pier Ferdinando Casini si fosse posto al confine di un trentottesimo parallelo della politica, quello che divide due mondi inconciliabili, e che però hanno preso da qualche tempo a comunicare. È vero, il sistema di elezione dei giudici della Consulta impone a maggioranza e opposizione di trovare un'intesa in Parlamento, eppure nemmeno la stagione delle riforme - quando Berlusconi votò per D'Alema presidente della Bicamerale - produsse un avvicinamento tra Violante e Previti.
Non è più così, perciò l'evento desta sensazione. Perché il dirigente della Quercia è stato e continua a rimanere per i suoi avversari "un Vishinskij", "il capo dei giustizialisti". E il deputato di Forza Italia, per l'altra parte, non solo è "l'avvocato degli affari sporchi", ma anche il politico che alla vigilia delle elezioni nel '96 - come raccontò Carlo Fusi sul Messaggero - prometteva di "non fare prigionieri" nel centro-sinistra in caso di vittoria del Polo.

Per il Parlamento l'elezione dei giudici costituzionali è sempre un adempimento difficile e foriero di contrasti. Ma è il tentativo di conciliazione tra due mondi inconciliabili che produce vapori caldi nel Palazzo, sebbene un ex ministro ds come Anna Finocchiaro si stupisca dello stupore: "È giusto che alla Consulta siedano rappresentanti di estrazione politica e culturale contrapposta. E una classe dirigente responsabile si dovrebbe sempre muovere in tal senso". Ciò che la Finocchiaro non concede è che si parli di Previti, "perché non si chiama Previti il candidato del Polo, ma Bruno, che da presidente della commissione Affari costituzionali della Camera ha sempre garantito agibilità politica alle forze di opposizione".
Difficile immaginare oggi che l'accordo sui due parlamentari si compia, perché Berlusconi continua ad opporsi alla candidatura di Violante, insieme a quell'ala di Forza Italia vicina a Marcello Dell'Utri che non dimentica la guerra giudiziaria siciliana, e alimenta la preoccupazione del premier: "Se entrasse alla Consulta, il giorno dopo ne diverrebbe il presidente. Per nove anni". Chi mai avrebbe solo potuto pensare che Berlusconi e Previti si sarebbero divisi su Violante?


  22 gennaio 2005