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a cura di G.C. - 21 gennaio 2005


Il pasticcio elettorale
Mario Pirani su
la Repubblica

La vocazione a farsi male da soli che contraddistingue le forze di centro sinistra in Italia sembra qualcosa di incoercibile, quasi un difetto di natura o, meglio, di fabbricazione. Inciampano sul nome, se lo cambiano ad ogni tornata elettorale e, quando ne trovano uno di successo, come l´Ulivo, ecco interviene qualcuno dei sodali a spiegare che non va bene. Forse sbagliamo tutti noi osservatori nel dire che il centro sinistra è unito solo contro Berlusconi, perché, se così fosse, il pensiero predominante dovrebbe esser quello di batterlo e non di lacerarsi su formalismi pretestuosi che altro scopo non hanno se non la velleità dei singoli soci di non perdere visibilità.
Poiché codesta peculiarità negativa è giudicata molto male dal popolo di centro sinistra, i nostri eroi si son messi da un po´ di tempo, alla ricerca di una soluzione almeno apparente - le cosiddette primarie - fingendo, però, di non vedere che esse rischiano di peggiorare ancor più le cose. Da ultimo gli entusiasmi per la designazione di Vendola sono venuti ad accrescere la confusione eliminando, tra l´altro, ogni riflessione sul fatto che su 3.500.000 elettori pugliesi il volenteroso militante di Rifondazione è stato candidato da 40.000 persone, troppo poche per dare all´indicazione il crisma di una soddisfacente prova di democrazia diretta. Nessuna attenzione viene inoltre prestata alla mancanza di qualsivoglia garanzia giuridica.
Nel micro certame pugliese a votare saranno stati onesti cittadini di sinistra ma, come ha ricordato sul Corriere Giovanni Sartori, con una simile procedura tutto è possibile, sia che la destra induca suoi aderenti a intervenire surrettiziamente nelle primarie altrui per far trionfare l´avversario che giudicano più "comodo", sia che il risultato venga determinato da infiltrazioni mafiose laddove il rapporto con la politica è inquinato da Cosa nostra.
I propugnatori delle primarie si avvalgono per sostenere la loro tesi dell´esempio americano e del più recente esperimento inglese. Vediamo di che si tratta, tenendo però ben presente che nel mondo anglosassone la scelta avviene nel quadro di un bipartitismo di gran lunga predominante: all´interno, cioè, di un singolo partito e non di una coalizione. Negli Stati Uniti, dove i partiti non hanno praticamente iscritti, i cittadini non vengono inseriti dallo Stato nelle liste elettorali ma debbono, almeno un anno prima del voto, prendere la personale iniziativa di presentarsi agli uffici pubblici preposti per iscriversi nelle liste, dichiarando apertamente se si considerano Democratici, Repubblicani o indipendenti. Se nel corso della vita mutano appartenenza sono tenuti a registrare il cambiamento. Questo proprio per rendere legali le primarie e far sì che quando queste si svolgono, in vista delle elezioni presidenziali, la competizione tra i vari candidati per ottenere la "nomination" finale venga decisa col voto legalmente certificato dell´elettorato dell´uno o dell´altro partito. In Gran Bretagna dove, invece, i partiti esistono le direzioni del Laburisti e dei Conservatori, sulla base degli elenchi degli iscritti in loro possesso, inviano a questi ultimi la lista dei candidati, perché, attraverso la posta, inviino il loro voto. Queste sono prove reali di democrazia diretta che permettono alle basi elettorali o di partito di dire la loro sulle candidature.
La nostra situazione è del tutto diversa con un sistema elettorale non paragonabile e una frammentazione degli schieramenti che obbliga a coalizioni, le cui contraddizioni interne non possono venir risolte da una votazione impropria e priva, per forza di cose, di certificazioni oggettive. Perché allora ci si intestardisce nel proporle con esiti probabili assai distorcenti e pericolosi? Le risposte non sono univoche ma inficiate da equivoci e reticenze che mascherano altri intendimenti. Il motivo che muove Romano Prodi, ad esempio, si basa su ragioni fondate che, peraltro, andrebbero accolte con un metodo più chiaro e convincente. Egli è stato designato a candidato premier da una coalizione di partiti e a lui non si contrappone alcun altro concorrente. Già questo renderebbe inutile una primaria all´americana e, tanto meno, all´italiana ma, si dice, egli vuole giustamente una legittimazione più larga che lo liberi da un patrocinio troppo condizionante. Può, però, riceverla da una votazione alla Vendola? O non sarebbe piuttosto assai più convincente una grande assemblea di tipo congressuale con tutti gli eletti del centrosinistra (parlamentari, consiglieri comunali e regionali, rappresentanti delle organizzazioni sindacali, di altri movimenti e circoli della società civile) chiamati a discutere e a votare a scrutinio segreto la candidatura e il programma di Prodi (e di altri, qualora ve ne fossero)? L´emergere, poi, di una candidatura Bertinotti rende ancor più pasticciata la procedura della primarie. Il leader di Rifondazione non corre, infatti, per vincere ma per coagulare attorno a sé un plebiscito dell´ala sinistra della coalizione. A questo punto anche Pecoraro Scanio e Di Pietro hanno dichiarato di voler seguire l´esempio, anch´essi per pura voglia di visibilità occasionale. E i Ds e la Margherita cosa debbono fare? Chiedere la rinuncia a chi ambisce, comunque, a presentarsi non ha senso, una volta che si procede nelle primarie. E quindi limitarsi a fare i portatori d´acqua o presentare una loro candidatura? Se questo avvenisse quanti voti avrebbe Prodi? Ha una qualche spiegazione logica tutto ciò? Non dovrebbero, per contro, i partiti, ciascuno all´interno del proprio ambito, introdurre forme democratiche trasparenti e agibili in modo che la loro base potesse davvero contare nelle scelte, a cominciare dalla designazione dei candidati?



Berlusconi: "Energia, l'Italia deve riflettere sul nucleare"
Livia Michilli sul
Corriere della Sera

ROMA - L'Italia deve riconsiderare la sua posizione sul nucleare, nel quadro di una riflessione globale sul sistema energetico. La proposta arriva da Silvio Berlusconi, nel corso dell'inaugurazione del nuovo elettrodotto "San Fiorano-Robbia": l'alto costo dell'elettricità e il problema delle riserve energetiche rendono necessario "rispondere alla famosa domanda che pende sul nostro sistema, cioè l'utilizzo o meno del nucleare". Tanto più che, sottolinea il premier, le centrali dei Paesi confinanti espongono comunque l'Italia a dei rischi. Ragioni che non convincono l'opposizione e le associazioni ambientaliste: "C'è già stato un referendum. I problemi non si risolvono così". Sfoderando un largo sorriso, Berlusconi pigia il bottone che "accende" la nuova linea elettrica di interconnessione tra Italia e Svizzera, lunga 46 chilometri e costata circa 60 milioni di euro. Un'opera che riempie di soddisfazione il premier, nella cui mente resta vivo il ricordo del blackout che due anni fa lasciò al buio mezza Italia: "Da un male può nascere un bene, perché capimmo che il problema non poteva più essere rinviato". Il sistema di produzione e distribuzione dell'energia "era ed è carente", dice Berlusconi, ma sono stati fatti dei passi avanti, come la realizzazione di nuove centrali e l'apertura della Borsa elettrica promossa dal Gestore del mercato elettrico e dal suo amministratore delegato Sergio Agosta. Fa ben sperare anche la ripresa dei consumi (aumento medio dello 0,4% nel 2004) ma l'elettricità continua a costare troppo, "il 20-30% in più degli altri Paesi, sia per le imprese che per le famiglie", spiega il premier. È quindi necessario avviare una "riflessione globale" sul sistema energetico: dall'elettricità al gas, dal metano al petrolio e, perché no, al nucleare. Il ragionamento è semplice: compriamo a caro prezzo energia prodotta dalle centrali di Paesi vicini col rischio, per quanto remotissimo, "che se si verificasse qualcosa di negativo tutti i danni verrebbero a noi per la nostra particolare conformazione geografica". Insomma, una "doppia penalizzazione" cui bisogna rimediare: il governo sta preparando uno studio sulle riserve e un nuovo piano energetico, ma occorre tempo e "una sola legislatura non basta" anche se, scherza Berlusconi, "non è che mi piaccia l'idea di lavorare forsennatamente altri 5 anni...".
Non è l'unica battuta che il premier regala agli ospiti del Grtn (Gestore rete trasmissione nazionale): prima tranquillizza tutti sulla salute del ministro Marzano, assente "perché l'abbiamo fatto arrabbiare"; poi ironizza sul videocollegamento col vicepresidente del Consiglio federale svizzero: "Come sono cambiati i tempi, una volta appariva la Madonna". In sala grandi risate, ma fuori la polemica già monta: "Il nucleare è la risposta sbagliata per ragioni economiche e di sicurezza. Nessuno vuole un deposito di scorie vicino casa, figuriamoci una centrale", spiega Ermete Realacci (Margherita). È d'accordo il leader dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio, che esorta piuttosto il governo a investire sulle fonti rinnovabili, mentre Ds e Rifondazione chiedono che sia rispettato il referendum del 1987: "La verità è che il governo non ha fatto nulla per abbassare il costo dell'energia", accusa la Quercia.



Il governatore, il premier e un pranzo di troppo
Luigi Spaventa su
la Repubblica

Nei rapporti con Banca d´Italia vi sono stati due governi Berlusconi. Il primo, in cui Tremonti, ministro, guidava l´Economia con mandato esclusivo, avrebbe volentieri tolto alla Banca anche le sedie dei suoi funzionari. In causa ed effetto, erano frequenti e pesanti le rampogne del Governatore alla politica economica del governo. Exit Tremonti, e il presidente del Consiglio si dà da fare per ristabilire quel che viene chiamato un buon feeling: con modi abili e risultati favorevoli. Lo asseconda con pari destrezza il nuovo ministro, professor Siniscalco. Ma il feeling richiede fatti, e non solo cordialità di incontri: i fatti sono quelli del disegno di legge sulla tutela del risparmio. Banca d´Italia, pur accettando la limitazione di qualche sua competenza, trasferita alla Consob, trova indigeribili due disposizioni contenute nel testo presentato dai relatori di maggioranza: quella che prevede per il Governatore un mandato a termine, e non, come oggi è, di durata illimitata; e, soprattutto, quella che trasferisce all´Autorità garante per la concorrenza la competenza anche in materia di banche, oggi ad essa sottratta. In Parlamento il ministro Siniscalco aveva affermato di ritenere "il mandato indeterminato un´anomalia", e più ragionevole un mandato limitato nel tempo, come in ogni altro paese; e di considerare "cartesianamente" preferibile una vigilanza per finalità e non per soggetti, e pertanto l´attribuzione della competenza senza eccezioni all´autorità della concorrenza. Su queste motivazioni intellettuali facevano tuttavia premio due ragioni pratiche, che lo inducevano a suggerire lo stralcio di quelle norme: per le resistenze che incontravano esse avrebbero ritardato l´approvazione della legge; nel caso della concorrenza, si preoccupava dei rischi della transizione dall´uno all´altro modello. Temendo che la ragion pratica del Ministro non trovasse ascolto nelle commissioni parlamentari, venerdì della scorsa settimana si promuove un´occasione conviviale assai pubblicizzata fra Governatore, presidente e ministro, del cui esito dà, singolarmente, conto un senatore della maggioranza ad essa presente: la tutela della concorrenza resti dove sta; si abbandoni la proposta del mandato a termine; e, in più, che non entri lo straniero. "Un´indicazione precisa per i deputati che dovranno votare in commissione", poiché "la maggioranza dovrà tenere conto delle posizioni di Palazzo Chigi", annota l´efficace cronista del Sole. Fiducia mal riposta: le commissioni hanno respinto i due emendamenti soppressivi presentati dal governo, solo rendendo più garbata la previsione del mandato a termine (affidato, anche nella durata, a una determinazione autonoma dello statuto della Banca). Si può legittimamente discutere, ma con argomenti chiari e seri, che non consistano nell´immunità da dibattito o nello sventolio di bandiere tricolori, sul merito delle decisioni parlamentari (per ora solo di commissione e solo di un ramo del Parlamento). Valgano solo due notazioni. La rimozione (peraltro così rispettosa) dell´anomalia del mandato illimitato ha trovato forse un veicolo improprio, ma anche l´unico agibile, poiché mai se ne sarebbe consentita la proposta in altro strumento legislativo. Di chiunque sia la competenza, si sente un gran bisogno, come osserva Marco Onado (su la voce. info), che le autorizzazioni relative alle partecipazioni bancarie siano "soggette a trasparenza del processo decisionale, obbligo di motivazione e facoltà di impugnativa", non proprie "del modus operandi odierno della Banca d´Italia".



L'impero colpisce ancora
Siegmung Ginzberg su
l'Unità

Bush II ha scelto di presentarsi, agli occhi degli americani e del mondo, molto più duro, cattivo, molto meno bonaccione e meno affabile di Bush I. Se il primo mandato era stato caratterizzato dalla dottrina della "guerra preventiva" contro la specifica minaccia terrorista (quindi in sostanza ancora difensiva), il secondo inizia all'insegna di una più ampia "minaccia preventiva", a tutto campo, di offensiva contro "la tirannia nel mondo".
Non ha dichiarato guerra a nessuno. Non ha nemmeno citato per nome singoli membri di un "asse del male". Non ha meglio definito quelli che il suo nuovo segretario di Stato, Condoleezza Rice, aveva qualche giorno fa chiamato "avamposti della tirannia". I primi che vengono in mente, ora che l'Iraq, senza più il suo tiranno Saddam, dovrebbe essere per definizione avviato in direzione di un luminoso futuro democratico, sono l'Iran (la prossima guerra?) e la tetra Corea del Nord di Kim Jong Il. Ma se si volesse intendere alla lettera il concetto di "tirannia" (peraltro notoriamente a geometria variabile, nel senso che i tiranni amici dell'America sono sempre stati considerati un po' meno tiranni degli altri), bisognerebbe estenderlo non solo al Pakistan del generale Musharraf o all'Arabia della monarchia medievale dei Sud, ma anche alla Cina di Hu Jintao e, presumibilmente, anche alla Russia di Vladimir Putin. Un'America che si sente investita della missione di "por fine alla tirannia in tutto il mondo", dovrebbe mettersi contro metà del mondo.
Le inaugurazioni presidenziali sono sempre state una palestra di grande retorica. Un rito cui l'America tiene, e che sarebbe limitativo ridurre alla pompa o al costo (anche se qualcuno ha criticato la spesa di 40 milioni di dollari per le cerimonie). Ogni presidente ha cercato di superare gli altri e, nel caso, se stesso con frasi memorabili, "da incidere nella pietra". Ma anche la retorica rappresenta scelte, indica, se non la scelta definitiva di una direzione, l'intenzione di accentuare certi temi anziché altri. Ronald Reagan II si era presentato "più gentile e più moderato" di Reagan I. Bush padre come "più gentile e moderato" di Reagan. Richard Nixon con l'impegno di concludere la guerra in Vietnam con "una pace con onore". Altri avevano voluto accentuare la continuità tra primo e secondo mandato. George W. Bush è parso invece insistere sulla discontinuità, dare una immagine più aggressiva di quella precedente. Il primo Bush si era presentato all'insegna della "conservatorismo con compassione".
Bush secondo ha scelto invece di presentarsi con il volto spigoloso. Non ha fatto appelli alla "conciliazione". Non nei confronti di quella metà del mondo (Europa, Asia, America latina, Medio Oriente) che ha visto con ansia la sua rielezione ed era col fiato sospeso in attesa di sentire se e quanto fosse "cambiato".
E nemmeno in direzione della riconciliazione tra quelli che in America l'hanno votato e l'altra metà del paese che gli aveva votato contro. Una scelta retorica, certo. Ma una scelta.
A quale scopo? Certo non è pensabile che George W. Bush voglia fare guerra a metà mondo. Ed è auspicabile che il respiro storico e planetario della sua "visione" nel futuro non si riferisse all'unica grande guerra "possibile" nei decenni a venire, quella tra Stati Uniti e Cina. Del resto ha ben pensato di attenuare la minaccia precisando che questa "missione", "non è principalmente compito delle armi, anche se difenderemo noi stessi e i nostri amici con le armi se necessario" (o, secondo altri punti di vista accentuarla, visto che una guerra con la Cina per Taiwan sarebbe in difesa degli "amici"). Ha detto anche che l'America non intende "imporre il proprio stile di governo a chi non volesse".
Promuovere libertà e democrazia è sacrosanto. Così come pure "smettere di pretendere che i dissidenti in prigione preferiscano le loro catene, o che le donne gradiscano umiliazione e servitù, o che un essere umano aspiri a vivere alla mercè dei prepotenti". Ma incentrare un intero discorso inaugurale su questo non fa fare nemmeno un passo in direzione di quanto auspicato, suona come minaccia che rischia di suscitare risentimenti, più che come sfida che richiederebbe la cooperazione di tutti coloro che tengono alla democrazia e alla libertà.



Il millenarismo a stelle e striscie
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

WASHINGTON. Apoteosi di un uomo tranquillo, seduto sul trono di un mondo che lo guarda inquieto. Immagine pubblica di un Presidente che finalmente si sente in pace, molto soddisfatto di se stesso e perciò forse ancora più inquietante nella promessa "di abbattere tutti i tiranni", ovunque, magari a partire da quell´Iran che è "al primo posto nella lista dei problemi da risolvere", come il suo vice Cheney ammette. Non ci sono limiti di tempo e di luogo nel suo millenarismo liberatore, e non sembrano esserci state, nei 21 minuti del discorso inaugurale di George W. Bush, quelle frasi a effetto che si scolpiranno indelebili nella memoria. C´è il senso di un uomo che considera il mondo intero come la propria parrocchia.
Forse il freddo, la neve abbondante nei prati davanti al Campidoglio, la folla non grande e percorsa da brividi di protesta e da cartelli "No War", l´enormità del servizio di sicurezza che aveva piazzato un agente in media ogni quattro spettatori, hanno calmato ansie e ardori retorici. Ma l´uomo dal cappotto scuro e dai capelli ormai tutti grigi che ha giurato nelle mani di un morente e coraggioso presidente della Corte Suprema, Rehnquist, ha rivelato una verità personale, più che politica, nel suo portamento, nella sua espressione, nell´occhiata compiaciuta con cenno di affettuosa complicità che ha rivolto a un vecchio signore seduto dietro di lui sul palco, George H. Bush. Come volesse dirgli, papà, ti ho vendicato e ho fatto quello che neppure tu facesti. Io sono stato rieletto.
Probabilmente non c´era neppure bisogno, per gli scrivani della 55esima cerimonia di insediamento presidenziale nella storia americana, di premere troppo sul pedale della retorica, oltre la promessa metaforicamente preoccupante di appiccare ovunque "il fuoco della libertà" fino a quando "brucerà in ogni angolo del mondo" o di accentuare l´individualismo economico, la cosiddetta "società di proprietari", contro l´assistenzialismo del welfare state costruito da Franklin Roosevelt. Tutto quello che doveva dire lo aveva detto nella campagna elettorale, o lo lascia dire al "poliziotto cattivo" del film, Dick Cheney, che agita l´incubo di un attacco all´Iran mentre lui fa il poliziotto buono, e dall´orazione inaugurale si voleva soltanto capire se ci fossero segnali di riflessione e di ripensamento, per il secondo mandato. Non ce ne sono stati. L´uomo tranquillo, che ha preso il posto dell´uomo nervoso che parlò quattro anni or sono, "non ha chiaramente nessuna intenzione di cambiare rotta", ha commentato Michael Deaver, il creatore del mito Reagan.

È giusto rivoluzionare il sistema pensionistico pubblico costruito 70 anni or sono, nonostante due terzi degli Americani, lo dice il Wall Street Journal, non abbiano alcuna voglia di scommettere in Borsa la futura pensione.
È giusto continuare la guerra, ed espanderla se lui lo giudica necessario (la metafora del "fuoco della libertà da appiccare ovunque") anche se persino la folla raccolta lungo la "Via Trionfale" della sua parata raggelata da muri di uomini armati, innalzava dozzine di cartelli pacifisti e anti- Bush. E ormai il 56% degli Americani (lo riferisce sempre il Wall Street Journal) si è persuaso che l´invasione e poi l´occupazione dell´Iraq siano stati un errore, figuriamoci l´Iran.
Lui è stato rieletto, come soltanto 16 presidenti in 230 anni erano riusciti a fare, e non suo padre, e questo gli basta per sentirsi tranquillo, addirittura generoso, quando concede agli Europei sempre più ostili all´America che incarna, che "abbiamo bisogno del vostro aiuto e del vostro consiglio", perché "la nostra forza non è infinita".

Un altro, ma non George W. Bush, si inquieterebbe nel vedere che il suo indice di popolarità galleggia sul filo del 50 per cento, più basso anche di Richard Nixon all´inizio di quel secondo mandato che non riuscì a finire. L´uomo tranquillo è persuaso di avere ricevuto un mandato politico e non, come altre ricerche di opinione indicano, soltanto un attestato di simpatia personale.
Non sembra preoccuparlo neppure la cosiddetta "maledizione del secondo mandato", quella sorta di maleficio che sembra colpire anche i Presidenti più amati nel loro secondo giro sulla giostra della Casa Bianca, il sortilegio che distrusse Nixon, che portó Reagan al malinconico pasticcio dello scandalo Iran-Contra e Clinton all´umiliazione dell´impeachment. Bush vive nella convizione che "la difesa della libertà in America dipende sempre più dall´espansione della libertà nel mondo", come ha detto, e nessuno dentro la bolla della Casa Bianca oserà mai bucare la bolla, perché nella stessa bolla, da Cheney alla nuova Segretaria di Stato Rice, vivono. Nel 2001, 10 mesi prima lo shock e il risveglio dell´11 settembre, George W. Bush aveva promesso di "show purpose without arrogance", di perseguire gli obiettivi senza arroganza. Il timore del resto del mondo e dell´America che ieri rabbrividiva tra il freddo e le parole di Cheney è che un Bush troppo sicuro di sé esibisca, nel secondo mandato, arroganza senza obbiettivi.


Il vangelo del presidente
Sergio Romano sul
Corriere della Sera

Le democrazie, anche le più antiche e mature, sono volubili. Due mesi e mezzo fa George W. Bush ha battuto il suo avversario con un buon margine di voti. Oggi, mentre inizia il suo secondo mandato e assapora il piacere della vittoria, l'opinione pubblica del suo Paese considera alcuni aspetti della sua politica con preoccupazione. Una buona parte della società americana (fra cui certamente molti che hanno votato per lui agli inizi di novembre) non crede che l'amministrazione sappia come uscire dall'imbroglio iracheno, vede con molti timori la privatizzazione del sistema previdenziale e teme che esso peggiori ulteriormente lo stato dei conti pubblici. Un brusco cambiamento di opinione? Solo in parte. Bush è stato eletto da un blocco sociale composto da nazionalisti e tradizionalisti religiosi che diffidavano di John Kerry. Fra un candidato democratico che si è pronunciato sulla guerra con molte ambiguità e un presidente che ha dimostrato fermezza, hanno scelto il secondo. Fra un candidato che dava, sui problemi della famiglia e dei rapporti sessuali, risposte tendenzialmente liberal , e un presidente che non teme di invocare il nome di Dio, hanno scelto il secondo. Ma la situazione, ora, è diversa. Accantonata la prospettiva della presidenza Kerry, i problemi all'ordine del giorno sono altri: l'Iraq, le riforme della sicurezza sociale, del sistema scolastico, della sanità, il deficit, il debito estero. Mentre il primo mandato è stato dominato dal terrorismo, dalla guerra irachena e dalla riduzione delle imposte, il secondo, nelle intenzioni del presidente, dovrebbe essere dedicato a una drastica riduzione della presenza statale in alcuni settori della vita sociale. È inevitabile che gli schieramenti nati per le elezioni presidenziali si dissolvano e lascino il posto a un quadro in cui ogni americano giudica le politiche di Bush secondo altri criteri e interessi.
Su questa nuova situazione incombe la crisi irachena. Bush ha attenuato i toni unilateralisti della sua politica e farà in Europa il suo primo viaggio all'estero. Non va a Canossa, ma è certamente molto diverso dal presidente sprezzante che voltò le spalle all'Onu, lasciò trapelare la sua irritazione per la Francia e la Germania, rifiutò di rispondere a una telefonata del Premier spagnolo. Gli avvenimenti, gli ultimi consigli di Colin Powell e quelli di Tony Blair lo hanno probabilmente persuaso che era tempo di cambiare stile. Con il temperamento di un grande giocatore d'azzardo, tuttavia, ha deciso di scommettere sulla creazione di un Iraq democratico e ha rifiutato di rinviare la data delle elezioni. La scommessa è fondata su due premesse: la guerra è stata vinta e i riti della democrazia avranno una prodigiosa efficacia terapeutica. Delle due premesse la prima è purtroppo sbagliata.

Resta l'efficacia terapeutica del vangelo democratico cui Bush ha dedicato un discorso inaugurale dai toni fortemente missionari. Se i fatti gli daranno ragione, Bush potrà preparare l'uscita dall'Iraq e dedicarsi alla creazione di quella che ha definito ancora una volta "la società della proprietà". Se gli daranno torto, il secondo mandato sarà dominato, come all'epoca del Vietnam, da una guerra senza sbocchi in un Paese lontano e dal crescente malumore dell'opinione pubblica americana.


  21 gennaio 2005