
sulla stampa
a cura di G.C. - 20 gennaio 2005
Da Gad a Unione per la Democrazia
Massimo Giannini su la Repubblica
Di giorno litigano sugli aggettivi. Riformista, cattolico, socialdemocratico. Di notte ragionano sui nomi. Ulivone, Alleanza, Federazione. Ma ora, nonostante i conflitti quotidiani sulle primarie e sul programma, i leader del centrosinistra hanno trovato un accordo di massima su come si dovrà chiamare la coalizione che sfiderà Berlusconi nel 2006. "Unione per la democrazia".
Questo, salvo sorprese, dovrebbe essere alla fine il nome di quella "Cosa" che va dall´Udeur a Rifondazione e che finora, con un acronimo semanticamente insensato e politicamente impronunciabile, era stata ribattezzata "Gad". Non solo. L´Ulivo continuerà a vivere. Questo, salvo sorprese, dovrebbe diventare alla fine il nome di quell´altra "Cosa" che va dai Ds alla Margherita, dallo Sdi ai Repubblicani europei, e che finora, con un altro acronimo semanticamente sensato ma politicamente inafferrabile, era stata ribattezzata "Fed".
Romano Prodi, Piero Fassino, Francesco Rutelli, Massimo D´Alema, personalmente e attraverso i rispettivi "sherpa", stanno conducendo da venerdì scorso una trattativa riservata sul nome. E hanno praticamente concluso la fase "istruttoria", che non riflette i gusti e gli orientamenti personali dei leader, ma ha invece una pretesa quasi scientifica. Sul tavolo dei dirigenti ulivisti, infatti, è appena arrivato il rapporto-sondaggio che lo staff prodiano aveva commissionato un mese fa alla Gpf&Associati, lo studio di esperti di marketing politico guidato da Giampaolo Fabris. Il documento si intitola appunto "La denominazione di un nuovo soggetto politico: il Centrosinistra". Sessantaquattro cartelle, ricche di analisi e di quadri sinottici, frutto di una rilevazione condotta attraverso "sei colloqui di gruppo a carattere esteso e proiettivo, con un campione corrispondente all´elettorato potenziale", nelle tre città principali di Milano, Roma e Napoli, e tra fasce di elettori di centrosinistra e indecisi. L´indicazione finale sul nome della coalizione, "Unione per la democrazia", è stata tratta proprio dalle risposte fornite dal campione interrogato da Fabris.
Il rapporto parte da una premessa politica generale, sul grado di consenso degli elettori, che i leader del centrosinistra hanno letto con un sussulto. "La cifra culturale dominante è di profonda disillusione: la certezza della vittoria rilevata in precedenza si sta tramutando in paura della sconfitta e produce disincanto, frustrazione ma anche aggressività". Di buono, secondo il sondaggio, c´è che a questa "incrinatura emotiva" nei confronti dell´opposizione, non si rileva una ripresa di fiducia verso Berlusconi, anche se, rispetto all´estate, è in atto "una stasi nella perdita dei consensi". La discesa in campo di Prodi è percepita "molto positivamente". Ma solo a condizione che il centrosinistra sappia "emendarsi". "La litigiosità interna allo schieramento - si legge nel documento, che per altro non registra gli scontri ulteriori esplosi dopo la vittoria di Vendola in Puglia - ha infatti ormai assunto agli occhi dell´elettorato tratti iperbolici e genera un forte risentimento e rancore verso i presunti responsabili della conflittualità". Nel corpo elettorale ulivista resta l´ideale di un´etica "alta e altra" rispetto a quella del centrodestra, e il riferimento a un "patrimonio valoriale di straordinaria pregnanza (giustizia, uguaglianza, tolleranza, pace, ambiente)". Ma tutto questo - secondo il sondaggio - finisce per svilirsi "nella confusione, autoreferenzialità, opacità, acrimonia spesso mostrata dalla coalizione". La logica e la strategia dello schieramento "appaiono oscure". Il popolo del centrosinistra avverte il problema di un programma adeguato alle emergenze del Paese. Ma anche e forse ancora di più il problema di un´identità condivisa dello schieramento.
Ecco perché, in questa fase di impasse, diventa importante per certi aspetti decisivo il nome della Cosa. È un "fattore-chiave per gli intervistati". Ma prima di dare indicazioni costruttive sul nome futuro, il rapporto compie una sana opera distruttiva sulle sigle esistenti. "I nomi attualmente in circolazione - si legge nel documento - soffrono di una complessiva debolezza rispetto alla forza evocativa e alla ricchezza semantica del nome Casa delle Libertà´". "Gad" suscita reazioni "fortemente negative" (qualche risposta-tipo del sondaggio: "non comunica niente", "è un nome duro, freddo"). "Alleanza" agita invece reazioni "ambivalenti" (ma al fondo evoca essenzialmente un accordo di tipo tattico, tra soggetti diversi e con scopi incerti).
La conclusione propositiva degli esperti, a questo punto, è chiara. Gli elettori chiedono un nome "capace di esprimere l´identità del centrosinistra". Questo nome deve incardinarsi intorno a due concetti essenziali. Il primo è "Democrazia". È fortemente alternativo al concetto di "Libertà" evocato nel nome del centrodestra. E soprattutto declina a tutto tondo i valori del centrosinistra, "sia sul piano istituzionale (le regole e le procedure) che su quello fattuale (il benessere individuale e quello comune)". Un insieme di valori, insomma, che "segnano il superamento della dicotomia individuo-collettività", e che evocano "un alto contenuto etico e morale di richiamo a valori universali". Il secondo è "Unione". Come "convergenza di principi e di intenti".
Con tutti questi elementi di riflessione e di valutazione sul tavolo, i leader si sono consultati, per ora ancora a livello riservato e informale.
Per questo, in attesa di mettere l´accordo nero su bianco in un incontro che potrebbe svolgersi entro questa settimana, Prodi, Fassino, Rutelli, D´Alema e gli altri dirigenti della coalizione si sono orientati verso una sintesi semantica e simbolica: "Unione per la democrazia", appunto. O magari, con una piccola variante, "Unità per la democrazia". Se questo sarà il nome, la discussione sul simbolo non è invece neanche iniziata. Una sola cosa è sicura. Da qualche parte l´Ulivo rimane. "Quel marchio è nostro - si sono detti Prodi e i vertici della Quercia - e nessuno ce lo può togliere. Se non lo possiamo utilizzare per tutta la coalizione, quello diventerà il nome della Federazione unitaria". Visto lo scontro in atto con la Margherita, più che riformismo questo sembra piuttosto esorcismo.
La destra riabilita i collaborazionisti di Salò
Wladimiro Settimelli su l'Unità
Sì, è tutto vero. Il governo non ha ancora stanziato una lira per le celebrazioni del 60ennale della Resistenza e per le manifestazioni che si svolgeranno, quest'anno, in tutto il Paese. Lo aveva confermato, l'altro giorno, il presidente dei senatori del Pdci Luigi Marino, commentando la "calendarizzazione", da parte del Senato, del disegno di legge presentato da Alleanza nazionale e da altri senatori del centro destra, per il riconoscimento della qualifica di militari belligeranti a quanti prestarono servizio nella repubblica di Salò dal '43 al'45.
Ora si dice belligeranti. Ieri, intanto, la notizia sul mancato finanziamento per celebrazioni della Liberazione, è stata confermata dai dirigenti dell'Anpi, l'Associazione dei partigiani, che hanno ricordato come il provvedimento per i finanziamenti in questione, sia in attesa a Palazzo Madama, fin dal 4 febbraio dello scorso anno.
Sulla scandalosa vicenda del riconoscimento dei "repubblichini" come "militari belligeranti", era stato per primo il senatore Armando Cossutta, partigiano combattente e dirigente onorario dell'Anpi, ad occuparsi della cosa. Poi le associazioni partigiane e combattentistiche civili e militari, l'Associazione dei perseguitati politici antifascisti, la Federazione dei Volontari della Libertà, la Federazione italiana delle Associazioni partigiane e l'Aned, l'Associazione degli ex deportati nei campi di sterminio, si erano riunite e avevano stilato un durissimo documento che avevano inviato a tutti i partiti. In quel documento, si ricordava la gravità dell'iniziativa, precisando tutta una serie di fatti inequivocabili. Prima di tutto, scrivevano le associazioni partigiane e antifasciste e quelle dei deportati, la sola idea di un provvedimento del genere risultava oltraggiosa per tutti coloro che erano morti per la libertà d'Italia, militari o civili che fossero. Risultava oltraggiosa anche per la memoria delle migliaia di ebrei italiani deportati e morti nei campi di sterminio e oltraggiosa per gli impiccati, i torturati, i massacrati alle Ardeatine, a Marzabotto, a Sant'Anna di Stazzema, a Cefalonia, e per quei 650 mila soldati italiani che, rinchiusi nei campi di prigionia nazisti, avevano solennemente rifiutato di servire nell'esercito di Salò e di combattere per Hitler e Mussolini. Nel documento inviato a tutti i partiti dalle associazioni partigiane e antifasciste, si ricordava, inoltre, che la Repubblica sociale italiana non era un vero e proprio governo, ma una specie di ente voluto soprattutto dai nazisti che erano scesi ad occupare il nostro Paese e se ne erano serviti solo per ritardare la sconfitta in Italia.
Nello stesso documento si ricordava, inoltre, come il legittimo governo nato a Sud, aveva dichiarato ufficialmente guerra agli stessi nazisti e ai loro "collaboratori". Che altro erano gli uomini in camicia nera , a Salò, se non dei collaborazionisti che aiutavano il nemico a rimanere nel nostro Paese? Tali, dunque, erano stati dichiarati anche ufficialmente dal governo italiano legittimo. Non solo: nella parte finale della guerra, gli uomini di Mussolini e di Graziani erano stati utilizzati, soprattutto a Nord - dice ancora il documento delle associazioni antifasciste - per tutta una serie di ferocissimi rastrellamenti e uccisioni. Nelle grandi città, la guardia nazionale repubblicana, gli uomini della "Muti" e quelli delle varie bande del regime, si erano invece occupati, nelle apposite camere di tortura, di molti civili innocenti, degli antifascisti, degli ebrei, dei gappisti e dei poveri giovani che non avevano risposto ai bandi di arruolamento di Graziani.
La prossima settimana, comunque, i dirigenti delle associazioni partigiane civili e militari, quelle dei superstiti dei campi di sterminio e quelle degli antifascisti, si recheranno dal Presidente della Repubblica Ciampi per gli auguri del nuovo anno. Non è escluso che, in questa occasione, sia affrontato anche il problema del mancato finanziamento alle celebrazioni per il sessantesimo anniversario della Liberazione.
Il digitale terrestre assist per Mediaset
Giovanni Valentini su la Repubblica
Adesso sarà chiaro a tutti, finalmente, a che cosa serviva il digitale terrestre introdotto dalla legge Gasparri nella riforma della tv. A consentire a Mediaset di trasmettere in diretta le partite di serie A, spartendosi la torta con Telecom che controlla La7 e Alice.
A danneggiare i diretti concorrenti: da una parte, Sky che ha pagato cara l´esclusiva per i diritti televisivi criptati e ora minaccia di ridurre drasticamente i compensi alle società; dall´altra, la Rai che evidentemente non avrà più lo stesso interesse a ritrasmettere nel pomeriggio o in serata, da "Novantesimo minuto" alla "Domenica sportiva", immagini già viste e riviste. E infine, la favola del digitale terrestre serve a svuotare gli stadi per riempire magari i bar, le trattorie o i salotti familiari, a vantaggio dei grandi club come il Milan, la squadra del presidente del Consiglio, l´Inter e la Juventus; ma a danno di tutte le altre società, anche quelle di serie B e perfino quelle dilettanti che sarebbero ancor più soffocate dal "calcio business".
Altro che pluralismo dell´informazione e libera concorrenza. Qui siamo, più modestamente, alla proliferazione delle telecamere negli stadi: fino a 40 per gli incontri di cartello. Siamo alla concorrenza sleale, con i big match a prezzi stracciati; al depauperamento del servizio pubblico e al saccheggio di tutto lo sport nazionale. È un´ipoteca che minaccia di compromettere definitivamente i conti della maggior parte delle società; di svilire il campionato di calcio, aumentando la forbice tra le grandi squadre e quelle minori; e anche di danneggiare il Coni che sul prodotto calcio fonda in prevalenza le sue entrate.
L´aspetto più sconcertante della vicenda è che un governo della Repubblica ha presentato una legge, imponendola all´approvazione della sua maggioranza in Parlamento a colpi di voti di fiducia, per favorire l´azienda televisiva e la società calcistica che appartengono entrambe al presidente del Consiglio. E per di più, promuovendo la diffusione del digitale terrestre con incentivi pubblici per l´acquisto dei decoder, a carico dello Stato e quindi dei contribuenti, di ciascuno di noi. Tutto ciò con la complicità del presidente della Lega Calcio, Adriano Galliani, al contempo vicepresidente vicario e amministratore delegato del Milan, che in questa veste ha trattato direttamente con Mediaset insieme a Juventus e Inter, senza informare e coinvolgere le altre 39 società che fanno parte dell´associazione, tradendo con ciò i suoi doveri e le sue responsabilità istituzionali.
Da grande opportunità tecnologica, commerciale e culturale, il digitale terrestre rischia insomma di ridursi a uno "tsunami" per tutto il calcio italiano. Ma in questo caso la colpa è di chi ha gestito male l´affare, all´insegna degli interessi personali e aziendali, contro l´interesse di tutto il sistema, sportivo e televisivo. Siamo arrivati così al trionfo, all´apoteosi del conflitto di interessi: quello di Silvio Berlusconi e anche quello di Adriano Galliani. Forse, gli allarmi lanciati ripetutamente in passato risulteranno ora più comprensibili e legittimi, ma purtroppo i buoi sono già scappati dalla stalla.
Tant´è che, contro il pericolo di un "incauto acquisto", sono scesi in campo anche l´Adiconsum e il Movimento difesa del cittadino, mettendo a disposizione addirittura un "pronto intervento" contro il digitale terrestre. Nel contratto di vendita delle schede pre-pagate, definito "vessatorio" dalle associazioni dei consumatori, Mediaset e La7 si riservano la possibilità di variare, modificare o addirittura sospendere il servizio senza alcun preavviso. Declinano poi ogni responsabilità per la mancata fruizione del servizio, se ciò deriva da guasti o motivi tecnici.
Non solo, dunque, l´avvento del digitale terrestre non difende per il momento né il pluralismo né la libera concorrenza, ma anzi rafforza la posizione dominante di Mediaset sul mercato televisivo e pubblicitario, alimentando la nascita di un nuovo duopolio con Telecom. Oltre a smentire le intenzioni della legge Gasparri, la "guerra del calcio in tv" contrasta anche con la legge sul conflitto di interessi che porta il nome dell´ex ministro Frattini: in base alle sue norme, infatti, il governo non può adottare provvedimenti che favoriscano gli interessi del presidente del Consiglio o delle sue aziende, a pena di incorrere nelle sanzioni dell´Antitrust dove i presidenti Casini e Pera hanno appena nominato però l´ex sindaco di Bologna, Giorgio Guazzaloca, e l´ispiratore della legge Gasparri, Antonio Pilati. Tanto vale, allora, dare retta al buon Galliani quando invoca una "eccezione" per restituire a Berlusconi la presidenza del Milan: qui s´impone un decreto-legge, un provvedimento d´emergenza, per cancellare una tale ingiustizia e reintegrare il Cavaliere in tutte le sue funzioni. Cioè in tutti i suoi interessi.
Il referendum di chi urla di piu'
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
"Lo Stato faccia le sue leggi riconoscendo alla Chiesa il pieno diritto di condannarle secondo i suoi principi; e la Chiesa pronunci pure le sue condanne senza pretendere che lo Stato le faccia sue", scrisse sul Corriere Indro Montanelli. Parole sante. Tanto più se rilette dopo le reazioni all'intervento di Camillo Ruini. Accolto dai nemici del referendum sulla procreazione assistita con rispettoso ossequio e dai referendari con indignati strilli riassumibili nel titolone dell' Unità contro la "pesante ingerenza": "Fecondazione, la guerra santa di Ruini". Il tutto mentre su un altro tema, le perplessità del cardinale sulla legge "salva Previti", accadeva il contrario: irritazione per l'"ingerenza" da una parte, soddisfazione per il monito dall'altra. Il presidente della Cei, in realtà, oltre a ribadire che la legge "non corrisponde all'insegnamento etico della Chiesa" e a suggerire ai fedeli l'astensione, ha detto dell'altro: "Daremo il nostro contributo affinché la campagna referendaria si svolga in forme serene e rispettose". E ha chiesto "che le diverse posizioni abbiano ciascuna spazio adeguato sui mezzi di comunicazione". C'è chi dirà: ipocrisie cardinalizie. Fumo d'incenso per nascondere l'intromissione. Sarà. Ma l'impegno va preso alla lettera. Il Corriere ha già detto con chiarezza da che parte sta: nel rispetto per le motivazioni di chi difende la legge attuale, si impegnerà perché i referendum si svolgano in un clima di civile confronto e perché vinca il sì. Ma proprio questo è il punto: la civiltà del confronto. Che spesso è mancata e seguita a mancare. Come se ancora ci trascinassimo dietro le sacche di rancori e diffidenze dei tempi in cui Pio XI attaccava "la peste del laicismo" o, prima ancora, Garibaldi giurava di volere spazzar via "la setta contagiosa e perversa dei preti".
Le spalle chine sotto cartelloni che urlavano "No taleban / no Vatican", Marco Pannella, cui va riconosciuto il merito di avere aperto storici spazi di libertà, si è spinto a sostenere che la Chiesa è "una realtà nemica della vita che concorre a creare morte e dolore in ogni occasione" o che il no vaticano alla ricerca sugli embrioni "è barbarie e assassinio". Il Manifesto , con Vera Pegna, ha scritto che "la Chiesa cattolica, papa compreso, non rappresenta i cattolici ma solo se stessa poiché non ha ricevuto alcuna delega da parte dei fedeli". E il contestatissimo Severino Antinori, guru della fecondazione in menopausa, esprime "soddisfazione" per la nascita di una bambina figlia di una pensionata divorziata di 67 anni pur temendo che possa essere "strumentalizzata".
Ma i barriti sull'altro fronte non sono stati meno assordanti. Anzi. Si pensi alla volgarità, denunciata da Alessandra Mussolini, di quei deputati secondo i quali la fecondazione eterologa è "immorale perché per una donna è come fare un figlio andando a letto col postino". Ai manifesti voluti da Carlo Giovanardi con la foto di una parata nazista e lo slogan "Anche loro avrebbero firmato". Agli appelli alle armi di Riccardo Pedrizzi, di An: "Chi si schiera contro la legge 40 si schiera contro il governo". Per non dire delle settimane bianche del Movimento per la Vita con seminari sul tema "l'embrione soffre" o delle invettive degli apocalittici come Francesco Agnoli che oracoleggia: "La riproduzione umana avverrà da ovuli artificialmente conservati e fecondati in vitro e la nascita sarà anonima e plurigemina, fino a 96 gemelli identici"... Ciascuno di noi, ha scritto Avvenire , "ha ora il dovere di diventare esperto, di sapere, di capire". Giusto. Ma in mezzo a questo baccano...
Condom, la Chiesa spagnola ritratta
Alessandro Oppes su la Repubblica
MADRID - Prima "lecito", ora "immorale". Con un sottile gioco di equilibrismo affidato a una nota scritta, la Conferenza episcopale spagnola ha ritrattato in appena ventiquattr´ore l´inattesa apertura sull´utilizzo del condom come metodo di prevenzione dell´Aids. "L´astensione dalle relazioni sessuali indebite e la fedeltà mutua tra i coniugi costituiscono l´unica condotta sicura" di fronte al pericolo della malattia, affermano i vescovi, appena poche ore dopo che il loro portavoce, monsignor Juan Antonio Martínez Camino, aveva per la prima volta riconosciuto che il preservativo può svolgere una funzione importante "all´interno di una strategia integrale e globale" contro il rischio del contagio.
Un´inversione di rotta di 180 gradi dovuta alle fortissime pressioni, anzi a un vero e proprio diktat arrivato dal Vaticano dove le notizie che venivano da Madrid hanno tenuto per ventiquattr´ore gli ambienti della Curia con i nervi a fior di pelle.
Secondo fonti della Santa Sede, tra la serata di martedì e la mattinata di ieri, i vertici della gerarchia spagnola sono stati bombardati da una serie di telefonate con le quali si voleva verificare l´esattezza dell´informazione rilanciata dalla stampa. Solo dopo la decisione è stata presa: anziché riaffermare dal Vaticano la dottrina della Chiesa sul tema dell´uso del preservativo, è stata imposta una rettifica alla stessa Conferenza episcopale spagnola. Che ha tardato tutta la giornata per studiare una formula che non desse l´impressione che ci troviamo di fronte a un atteggiamento schizofrenico. Il risultato è che le parole del vescovo Martínez Camino diventate pietra dello scandalo sono state attribuite a una cattiva interpretazione fatta dai giornalisti che lo interpellavano al termine di un incontro con il ministro della Sanità Elena Salgado. Così, se martedì il prelato apprezzava le proposte della rivista scientifica "Lancet", che difende una combinazione tra "astensione, fedeltà e uso del condom", mercoledì la Chiesa sostiene che "l´uso del preservativo implica una condotta sessuale immorale".
Dicono ora i vescovi: "La Chiesa collabora efficacemente e razionalmente nella prevenzione dell´Aids promuovendo l´educazione delle persone per l´amore coniugale fedele e aperto alla vita, cercando di evitare in questo modo le relazioni indebite e promiscue". Quello di ieri è in realtà un ritorno sulle posizioni che la Conferenza episcopale aveva espresso fino a poche settimane fa. A dicembre il Ministero della Sanità aveva lanciato una campagna per la prevenzione dell´Aids, diretta soprattutto ai giovani e alle donne, con un appello alla pratica del "sesso sicuro". A reagire, da parte della gerarchia ecclesiastica, era stato lo stesso monsignor Martínez Camino, dicendo che si trattava di "un incitamento al sesso promiscuo".
L´improvvisa retromarcia dell´episcopato ha lasciato interdetto il governo Zapatero e i partiti di sinistra, che avevano reagito all´apparente svolta con espressioni di speranza.
"Se è proprio così, è una svolta che speriamo avvenga anche nella Chiesa cattolica di altri paesi", diceva una portavoce delle organizzazioni omosessuali spagnole. "Spero che sia vero, non ci posso ancora credere". Infatti, non era vero.
Bush ora sogna un posto nella storia
Ennio Caretto sul Corriere della Sera
WASHINGTON - Un discorso storico, sulla scia di quello celebre di Kennedy, "Non chiedetevi ciò che l'America può fare per voi, ma ciò che voi potete fare per l'America", e di quello di Martin Luther King, "Io ho un sogno". Così la Casa Bianca descrive l'appello che George Bush rivolgerà oggi alla nazione dal Campidoglio coperto di neve, in una capitale blindata come mai contro il terrorismo. Un appello all'unità analogo a quello trascinante del 20 settembre del 2001, nove giorni dopo la strage delle Torri Gemelle a Manhattan. Ma anche un appello alla diffusione del "potere redentore" della libertà e della democrazia nel mondo, a cominciare dall'Iraq e dal Medio Oriente, e alla creazione di una "società di proprietari" negli Usa, direttive che condizioneranno la politica estera e la politica interna del Bush II.
Così conscio è George Bush che sarà il secondo mandato - dopo i contrasti e le spaccature del primo - a determinare il suo posto nella storia che da quasi un mese, ogni sera, corregge le bozze del discorso che Michael Gershen, il suo estensore, un "cristiano rinato" come lui, gli presenta, e da una settimana lo legge al mattino a un pubblico scelto. E che ieri è andato con la first lady Laura agli Archivi nazionali a meditare sui documenti pilastro dell'America, la Dichiarazione d'indipendenza, la Costituzione, il primo discorso inaugurale di George Washington.
"E' concentrato, ottimista" ha detto il suo guru elettorale Karl Rove, che lo ha spinto a compiere il simbolico gesto. "E' l'inizio della riconciliazione nazionale: il presidente continuerà a delinearne le tappe nel Messaggio sullo stato dell'Unione e nel bilancio. Vuole fare dell'America la forza del bene". Ma Rove ha rifiutato di precisare se nel suo discorso Bush denuncerà "gli avamposti della tirannia", come nella sua deposizione al Senato li ha denunciati il segretario di Stato entrante Condoleezza Rice.
Quasi a sottolineare quella che considera una svolta, Bush ha invitato all'inaugurazione presidenziale anche i predecessori democratici Bill Clinton e Jimmy Carter. "L'inaugurazione - ha sottolineato - testimonia della fiducia dell'America nella volontà popolare". Il presidente ha però messo sull'avviso i soldati, a cui ha dedicato una mezza giornata, che "vi è stato chiesto molto ma vi sarà chiesto ancora di più nei mesi e negli anni a venire". Per i democratici, sono segnali che, al di là dei discorsi, il Bush II non sarà meno aggressivo e unilateralista del Bush I. Un'opinione che si riflette in un sondaggio condotto in 21 Paesi dalla Bbc , in cui soltanto 3, Filippine, Polonia e India, si sono schierati per il presidente, e 16 altri, tra cui l'Italia, contro. In quest'ultimi, una media del 58 per cento ha manifestato il timore che nel Bush II le tensioni internazionali si accentuino.
Ma mentre il resto del mondo avrebbe eletto presidente il candidato democratico John Kerry, l'America ha rieletto Bush. E sebbene l'indice di popolarità di George W. sia tra i più modesti, il 51-52 per cento secondo il Washington Post e Usa Today , la grande maggioranza degli americani spera "in quattro anni molto migliori di quelli trascorsi" e gli augura successo.
20 gennaio 2005