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sulla stampa
a cura di G.C. - 19 gennaio 2005


La democrazia dei militanti
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera

Magnifico, magnifico! Finalmente arriva in Italia, o quantomeno in Puglia, la vera democrazia, "l'esercizio democratico di dare voce al popolo" (Bertinotti). Inoltre, sorpresa, sorpresa! Infatti ha vinto Vendola, candidato di Rifondazione, contro Boccia, candidato della Margherita. "Io ho sempre saputo che l'idea di un pirata era quella vincente; e il pirata ha vinto, ha affondato la nave del vecchio sistema di potere" (ancora Bertinotti). Anche Prodi esulta: "E' stato un grandissimo esempio di democrazia". Perché, secondo i prodiani, in Puglia hanno perso i partiti, ha vinto lo spirito dell'Ulivo. Trascinato dallo stesso entusiasmo anche il bravissimo amico Paolo Franchi commenta che Prodi "è stato lucido" nel considerare Bertinotti il suo interlocutore privilegiato. Io, invece, in tutto questo peaneggiare non vedo nessuna lucidità. Allora, e per cominciare, vittoria della democrazia? Facciamo qualche conto. L'affluenza è stata dichiarata un boom. In realtà gli 81 mila "primaristi" che hanno votato costituiscono meno del 10 per cento dell'elettorato di centrosinistra che ha votato in Puglia alle ultime elezioni europee. E siccome il voto si è diviso pressoché a metà (la differenza è stata di mille voti), Vendola è stato designato da un 5%, che poi si riduce a un 2% di chi ha diritto al voto (in Puglia sono 3.500.000). Ai bei tempi di Stalin, la sua democrazia richiedeva il 99%. Oggi Bertinotti si contenta del 5-2%. Lui sì, e anche Prodi sì; ma io no. E quando Vendola dichiara che "questo voto... segna l'esplosione della democrazia" direi che esagera alla grande.
Veniamo alla sorpresa. Se Bertinotti ha sempre saputo che l'idea del pirata era vincente, io ho sempre saputo (dalla letteratura sull'argomento) che il pirata non c'entra e che alle primarie partecipano e vincono quasi sempre i militanti, i più ideologizzati, gli attivisti, e cioè i "sinistri" della sinistra e, simmetricamente, i "destri" della destra. E questo perché gli elettori "tranquilli" disertano le primarie e detestano il voto continuo. Gli elettori tranquilli, sia di sinistra che di destra, votano, quando votano, alle elezioni vere, non alle elezioni preliminari.
Dunque, per chi si intende di queste cose la vittoria di Vendola non è una sorpresa. La sorpresa sarebbe se Vendola vincesse la Puglia. In questi casi (da non confondere con le primarie sulla presidenza degli Stati Uniti, un discorso da fare a parte) la regola è che chi vince le primarie perde le elezioni. E' così - ripeto - perché gli "intensi", i militanti, sono sempre più a sinistra, o più a destra, del loro elettorato di riferimento. Dal che consegue che al loro elettorato la loro scelta non piace. Sbaglierò, ma la scelta di Vendola faciliterà la vittoria di Fitto.

Inoltre, nessuno si è ancora soffermato sul problema posto dalle primarie "aperte", e cioè aperte a tutti. In Puglia si è chiesto ai primaristi di sottoscrivere con firma leggibile la loro adesione al "progetto politico della Grande Alleanza". Ma questa è una protezione risibile. A parte il fatto che il progetto è ancora nelle nuvole, chi mi impedisce di mentire o comunque di cambiar parere il giorno dopo? Se io fossi Fitto avrei spedito i miei fedeli a votare per Vendola. Fitto non lo ha fatto (non credo a chi denunzia dei brogli). Però, fatta la legge trovato l'inganno. Succederà, o può sempre succedere. Mettete la faccenda in mano a un Cuffaro (tanto per fare un nome) e ne vedremo di belle.
Sì, temo che con le primarie ne vedremo in ogni caso di belle.


Le primarie ora dividono la Gad
Ninni Andriolo su
l'Unità

Prodi, Bertinotti, Pecoraro Scanio e adesso anche Antonio Di Pietro. Se si dovessero organizzare le primarie "aperte" che ipotizza Arturo Parisi i candidati alla leadership del centrosinistra fino a ieri sarebbero quattro. Ai loro nomi, però, potrebbero aggiungersi quelli di altri. Tutti dicono che Prodi è il candidato di tutti e che l'obiettivo non è quello di contendergli la leadership. Ma il gioco di Bertinotti mette in moto il posizionamento degli altri. E martedì, durante la riunione dell'Alleanza, il pressing sul leader Prc è stato consistente. "Potrebbero esserci nove candidati", ha avvertito Pecoraro Scanio. "Una cosa è dare un'investitura chiara e univoca a Prodi - ha argomentato Fassino - Altra cosa è creare una confusione che non gioverebbe". Insomma: si candidi solo Prodi come leader della coalizione, se dovessero scendere in campo anche altri, non potrebbe non porsi anche il problema di una candidatura Ds. "Liberi tutti di candidarsi", avrebbe replicato Bertinotti. Il vertice dell'Alleanza ha discusso della data delle primarie e della proposta Ds di collegare la scelta del candidato premier del centrosinistra a quella dei delegati all'assemblea programmatica che si dovrebbe svolgere in autunno.

Nelle prossime settimane, quindi, quando si sarà raffreddato l'effetto Vendola, i Ds e Piero Fassino getteranno con molta determinazione sul tavolo dell'Alleanza il problema Bertinotti. "La questione è politica e non si risolve con meccanismi regolamentari - ha spiegato ieri mattina Piero Fassino durante la segreteria della Quercia - Se la coalizione segnala un candidato per la leadership non ne può candidare contemporaneamente un altro. Se si parte dal punto di vista che Prodi sta bene a tutti non si capisce mica perché la coalizione ne deve mettere in campo due o tre o quattro". Il tema riguarda Bertinotti, ma riguarda prima di tutto il Professore con il quale il segretario della Quercia ha avuto ieri una lunga telefonata. Per la Quercia, in sostanza, dev'essere il Prodi a sbrogliare la matassa. Il paradosso sta nel fatto che quelli che lo indicano come leader si candidano insieme a lui, ma non per competere con lui. Dovrebbe essere Prodi, quindi, alla fine, a chiedere a Bertinotti di fare un passo indietro. Durante la telefonata con il Professore, però, Fassino ha chiesto anche la convocazione dei partiti della Federazione la prossima settimana.
"La Federazione dell'Ulivo è la scelta su cui abbiamo scommesso e su cui scommettiamo come la casa delle forze di tradizione riformista - spiega Vannino Chiti - Invitiamo i nostri partner della Fed a scommettere con lo stesso nostro entusiasmo e convinzione, a metterci dentro con generosità e coerenza tutto il loro impegno". La Quercia, in sostanza, chiede a Prodi di prendere in mano da subito, senza rinvii, il destino della Federazione. "Vogliamo un fortissimo decollo - spiega il coordinatore della segreteria - e chiederemo a Prodi, oltre al vertice, che si emani quanto prima una “Carta dei valori”, che consideriamo l'anima della Federazione, il senso politico e i valori che sono alla base del progetto".
Chiti affronta pubblicamente un tema che preoccupa molto Piero Fassino.
"Si pone un problema molto serio: la funzione dei Ds dentro la coalizione - ha spiegato ieri il segretario della Quercia durante la segreteria - Noi abbiamo creduto nella costruzione di un soggetto unitario, capace di dare una guida alla Gad, un motore riformista che garantisse a Prodi una dimensione di forte unità e coesione. Bisogna capire, però, chi crede ancora in questo progetto". Le recenti dichiarazioni di Rutelli sulla socialdemocrazia, la riunione bolognese promossa in solitudine da Prodi sul programma, Bertinotti che si candida senza che nessuno lo fermi: "Non vorremmo restare solo noi a credere nell'unità della coalizione - si è sfogato Fassino - Qual è la funzione e il ruolo dei Ds, a questo punto? Non possiamo essere considerati dei semplici portatori d'acqua. I Ds, da ora in poi, rivendicheranno il ruolo che spetta a una forza di maggioranza relativa, la democrazia deve avere un significato".

"Le primarie si svolgeranno alla fine di maggio", ha rivelato Pecoraro Scanio alla fine del vertice. "Noi ci presenteremo come Verdi su un programma ecologista", ha confermato. "Abbiamo deciso che le primarie che ci saranno, se ci saranno, saranno vere, in cui ognuno porterà il proprio programma - ha affermato Di Pietro - Per questo diversi di noi e altri della società civile si vogliono candidare e io certamente sarò tra questi". "La mia opinione è che se noi vogliamo rafforzare Prodi e non indebolirlo, perché il rischio vero è di indebolire Prodi e la Puglia dovrebbe insegnarlo, noi dobbiamo andare con un unico candidato - sostiene Diliberto- altrimenti è un controsenso perché Prodi presiede già le nostre riunioni perché è il capo riconosciuto".



Sinistra in moto
Andrea Colombo su
il Manifesto del 18.01.2005

Nel corso di un solo week-end la sinistra di questo paese ha battuto non uno ma tre colpi. Fragorosi. Tanto forti da far traballare i precari equilibri realizzati, manuale Cencelli alla mano, dalle segreterie di partito. Il successo dell'assemblea convocata dal manifesto, l'afflusso eccezionale, l'attenzione e la palpabile speranza con cui alcune migliaia di persone hanno seguito i lavori dimostrano quanto diffusa sia la richiesta di ricostituire una cultura e una pratica politica radicali in questo paese. A lanciare un segnale forte da quell'assemblea, indicando la necessità di modificare non solo alcuni indirizzi ma anche e soprattutto le forme della politica, è stata la platea più ancora del palco. I "rappresentati" più dei "rappresentanti". Il giorno seguente, la nascita della Fondazione sponsorizzata da alcune riviste della sinistra ha cercato di offrire una prima risposta alla domanda che chiede di ricostituire una cultura diffusa e un senso comune opposti a quelli che da due decenni contrabbandano il liberismo sfrenato come dogma e la competitività come un assioma in nome del quale perpetrare impunemente ogni misfatto sociale.

Infine la vittoria imprevista e deflagrante di Nichi Vendola in Puglia ha messo in chiaro quale possa e debba essere l'ambizione della sinistra radicale. Non la costituzione di un partito o di un cartello che finirebbero inevitabilmente per essere speculari alla Fed e ritrovarsi lacerati dalle stesse incresciose rivalità interne. Non la nascita di una forza unificata che, col suo 13%, si condannerebbe inevitabilmente al ruolo di "seconda ruota" in una coalizione egemomizzata dalla componente moderata, o Fed che dir si voglia.
La scommessa, ben diversa, è invece quella di sfruttare la forza di cui già si dispone, nel rispetto delle differenze e senza arcaiche pretese unificanti, per dar vita a una massa d'urto che possa dimostrarsi maggioritaria su alcuni punti qualificanti del programma della coalizione di centrosinistra e, perché no?, anche su alcune candidature altrettanto qualificanti.

La risposta all'offensiva culturale, politica e sociale di una destra che trova in Silvio Berlusconi il suo fedele rappresentante non può ridursi al tentativo di condizionare marginalmente la Gad.

La sinistra alternativa deve invece saper imporre un indirizzo opposto sul fronte delle scelte materiali e dei programmi. Può contare sul pronunciamento di una base elettorale che, quando si tratta di scegliere su temi discriminanti quali la guerra, la flessibilità incontrollata, le privatizzazioni selvagge, va ben oltre quel tutt'altro che favoloso 13%. Questo obiettivo si poneva la grande maggioranza degli interventi all'assemblea della Fiera di Roma. Il medesimo obiettivo hanno praticato gli elettori del centrosinistra pugliese, anche in contrasto con le inspiegabili posizioni di quei partiti della stessa sinistra che avevano scelto di non sostenere Vendola. Un candidato che può battere Raffaele Fitto e che pertanto è oggi tanto più fondamentale sostenere.

E' la sola risposta possibile a chi, come Francesco Rutelli, sbandiera orgogliosamente il sogno di cancellare ogni eredità egualitaria in questo paese. E' anche la migliore riposta alle intemperanze del capo della destra: la capacità di contrapporre ai suoi netti proclami da guerra santa candidati e programmi altrettanto nettamente opposti e alternativi ai suoi. Come Vendola in Puglia.


"No al sinistra-centro se vogliamo vincere"
Francesco Rutelli sul
Corriere della Sera

Caro direttore, da anni seguo la ricerca di Michele Salvati. Con ammirazione, per la tenacia con cui s'inoltra nel sentiero riformista; di tanto in tanto, con delle riserve su certe sue sortite politiche. Il suo articolo di ieri sul Corriere mi dà un'ottima occasione per spiegare meglio alcune riflessioni che ho svolto giorni fa a Fiesole nel Seminario promosso da Ermete Realacci: nel mio discorso sulla necessità di rinnovare il linguaggio del centrosinistra in una società in profondo mutamento, alcuni brevissimi accenni hanno suscitato enormi reazioni. Sproporzionate?
Avrei detto di si, ma evidentemente i problemi ritornati a galla sono seri, e dunque sia benvenuta una discussione pubblica pacata e costruttiva. Spero di aver chiarito, rispetto alle scarne battute iniziali tanto ampiamente riprese, che io considero di grande forza e valore, tra le tradizioni del XX secolo, anche quella socialdemocratica; ma non credo che in essa potrà trovarsi l'approdo unitario futuro di quanti appartengono al centrosinistra italiano; e che la critica che muovo ai persistenti residui di un "egualitarismo" arcaico non è affatto in contraddizione con gli obiettivi di equità ed eguaglianza nelle opportunità in cui si riconosce largamente la nostra Alleanza. Salvati sostiene che, in effetti, le ragioni fondanti delle tradizioni socialiste e socialdemocratiche del XX secolo sono largamente assorbite nella politica e nelle società del nostro tempo; secondo lui possono dunque essere superati, in Italia, gli steccati delle vecchie appartenenze e potrebbe nascere, se lo si vuole, una Federazione o un unico partito (Democratico; oppure Riformista, secondo altri).
Vediamo per ordine. Non è così pacifico l'assunto di Salvati (e mio) sul superamento del socialismo o socialdemocrazia come guida del campo democratico e riformista. Anzi: mi pare che, del tutto legittimamente, questo sia uno dei punti centrali del Congresso in corso dei Democratici di Sinistra, come ha ribadito con una convinzione che io pienamente rispetto Piero Fassino; vari dirigenti dei Ds, con pari lealtà, hanno indicato il socialismo democratico come il riferimento naturale e il sicuro collegamento internazionale per la nascente Federazione dell'Ulivo.

Nel nostro Paese, i partiti uniti nell'Ulivo si sono presentati assieme nelle Europee, collaborano strettamente nel Parlamento di Strasburgo ma aderiscono a gruppi e partiti diversi. E credo che Salvati non immagini che possa così entrare nel Partito Socialista Europeo chi in Italia proviene dalle culture cattolico-popolare, liberaldemocratica, ambientalista, riformista non post-comunista.
In questo senso sono d'accordo con Massimo D'Alema: sarebbe provinciale pretendere che i partiti del socialismo europeo rinuncino oggi alle loro identità per confluire in un futuro "Ulivo mondiale", in cui si trovino anche quelle altre culture dell'esperienza democratica, tanto importanti per formare governi di coalizione in mezza Europa, dalla Margherita italiana ai verdi tedeschi ai liberaldemocratici in diversi Paesi dell'Est. Altrettanto improbabile è calare l'Ulivo italiano nei panni propri, ad esempio, della socialdemocrazia scandinava o del socialismo zapateriano. Anche perché in Italia, a sinistra, esistono rispettabili forze di orientamento radicale che dimostrano attaccamento alle loro identità (due di esse, anche alla denominazione comunista) e configurano l'Alleanza delle Forze Democratiche del nostro Paese in modo particolare.
Si tratta solo di formule o, peggio, di discussioni rivolte a formule del passato? No. Perché per vincere le elezioni in Italia, con la guida di Romano Prodi nel 2006 (e in ogni possibile proposta di governo per l'avvenire) sono indispensabili sia un progetto innovativo - e alcuni di noi si stanno impegnando per costruirlo - sia un equilibrio politico: mai un Sinistra-Centro, infatti, ha vinto in mezzo secolo e credo che non vincerebbe una coalizione formata da un grande partito affiliato al socialismo europeo e da una serie di formazioni della sinistra radicale.
Ecco, caro direttore, che il dibattito sulle antiche e gloriose insegne della socialdemocrazia assume una precisa attualità e ci induce a concludere con successo il processo di nascita della Federazione dell'Ulivo: Federazione tra partiti e non surrogato di un partito unico. Una decisione preziosa, rarissima nel panorama politico europeo e dunque da coltivare al meglio per dare vita al moderno nucleo riformista del centrosinistra.

E ci sono buone notizie anche per quel che riguarda i contenuti, il progetto di governo, le idee del nostro centrosinistra. Sono ottimista: nella riunione dei segretari dell'Alleanza con Prodi si è avviato il lavoro per una vera e propria "fabbrica" del programma di governo. Per parte sua, tra una settimana la Margherita presenterà a Torino proposte nuove per riorganizzare il welfare e rilanciare la crescita economica che concorreranno a questo programma con freschezza e rilevanti novità.
Io credo che si può vincere, coniugando al futuro il riformismo necessario alla nostra Italia.


Il paradosso di Kronos e il reo impunito
Franco Cordero su
la Repubblica

"Implosione", parola del lessico fisico: i corpi cavi implodono quando, sotto pressioni esterne superiori all´interna, le pareti cedono; e un collasso subirà la macchina penale appena i senatori della Cdl, ubbidienti al padrone, varino un ddl n. 3247, già disciplinatamente votato nella Camera bassa. Sull´onorevole avvocato C. P. pendono due condanne a 18 anni complessivi. Le sentenze lo dicono corruttore d´alcuni magistrati in cause vinte dall´uomo più ricco d´Italia, quarto al mondo, ora presidente del Consiglio e, quando voglia della Repubblica, avventurosamente salvo perché i suoi delitti risultano estinti dal tempo. Nient´affatto incline al martirio, C. P. pretende soccorsi immediati: il committente non può negarglieli; gli uomini del circo aspettano solo un fischio. L´Italia berlusconiana è una signoria telecratica fondata sul denaro. I precedenti lasciano pochi dubbi, anzi nessuno: falso in bilancio, rogatorie, legittimo sospetto, immunità del premier, conflitto d´interessi; ergo, habebimus legem. Che i retroscena siano roba da stomaco foderato d´acciaio, lo segnala una postilla nell´estratto dagli atti parlamentari: l´autore della proposta s´è chiamato fuori; la sua firma non figura più. Gesto moralmente doveroso, tanto l´hanno stravolta. Mirava al rigore penale. Il clou è l´aumento delle pene ai rei d´associazione mafiosa (mentre qualcuno cova interventi che stronchino la giurisprudenza sul concorso esterno): erano 3 anni, diventano 5; i 6 salgono a 10 (art. 416-bis, c. 1); nel secondo comma, 7 anni anziché 4, 12 anziché 9; i 7 diventano 15; i 15 s´impennano a 24. Inasprito il regime della recidiva. Gli onorevoli colleghi interpolano norme pro Caesare, sicché viene fuori un ibrido schizoide, duro sui punti originari, allegramente lassistico dove lo richiedono gl´interessi personali del dominus e adepti.
Condannato due volte dal Tribunale, l´appellante punta sull´oblio: col tempo i reati svaniscono, estinti, ma finché durino le norme attuali, è un sogno; ci vogliono 10 anni a squagliare reati la cui pena massima non sia inferiore a 5 (il corruttore in atti giudiziari ne rischia 8); e interrotto dalla condanna, il termine corre ex novo, fino alla metà dell´originario; i suoi processi saranno chiusi prima che spirino 15 anni, prolungati dei periodi nei quali il corso della prescrizione era sospeso. Tutto lì? Costa poco ritoccare una norma scomoda. Gliele riscrivono: nel nuovo art. 157, c. 1, il termine cala a 8 anni; e i fatti interruttivi non lo aumentano della metà ma solo d´un quarto (nuovo art. 161, c. 2); 8+2=10, già decorsi. Magia blu. Monsieur est servi: nel dibattimento d´appello sarà prosciolto grazie ai tempi lunghi; epilogo inglorioso, meglio però dei 18 anni da scontare. Ma talvolta le diavolerie falliscono: sarebbe prosciolto se le nuove norme valessero; ora, succede che siano vulnerabili sotto almeno tre aspetti. Primo: l´art. 3 Cost. postula cittadini eguali davanti alla legge, ossia richiede una razionalità obiettiva nelle scelte legislative; è invalida la norma che regoli troppo diversamente i casi simili. Qui le differenze stridono: C. P. lucra il proscioglimento in 10 anni; commesso un nuovo reato della stessa indole, sarebbero 12; e 13 più 4 mesi, se già recidivo, delinquesse ancora. Che x sia recidivo, è variante da soppesare, ma non giustifica disparità enormi: la recidiva implica una condanna irrevocabile, dunque processo chiuso, ed è arduo chiuderlo quando l´imputato ha dalla sua governo, parlamento, falsa informazione: sul fatto che duri 5 anni (tempo medio), meno o più, influiscono fattori indipendenti dall´episodio penale; C. P. ha subìto due condanne in sedi diverse; sono reati della stessa indole; se la prima fosse irrevocabile, il termine salirebbe a 12 anni. Va in fumo la razionalità richiesta dall´art. 3 Cost.
Il secondo profilo chiama in causa l´idea del processo, definita dall´art. 101 Cost., c. 1: luogo della giurisdizione; fino alla condanna irrevocabile il reato è un´ipotesi, fosse anche notorio. Lo strumento italiano lavora male: mancano persone, locali, macchine; pesano sovraccarichi attribuibili all´eccesso incriminatorio; tanta materia penalmente futile sarebbe meglio regolabile in sedi diverse, se i legislatori avessero talento inventivo

In nemmeno quarant´anni passiamo da un ordigno insofferente del contraddittorio (il codice fascista, tale rimasto a lungo) a garantismi postinquisitoriali, poi scoppia la sbornia d´una moda sedicente anglosassone: nel clima bicamerale (berlusconismo col centrosinistra al governo) vengono fuori stravaganti novità; ormai il capolavoro difensivo non è più farsi assolvere nella disputa su fatto e diritto, ma resistere al processo finché i reati s´estinguano, candele sotto lo spegnitoio. Ogni caso prescritto è soperchieria percepita dal pubblico. Ora, visto quanto durano i processi, un legislatore serio allunga i termini, interrogandosi anche sulle norme utili ai trucchi dilatori. Costoro li abbreviano a profitto d´un sodale del padrone, liquidando mezzo codice penale. Qualche esempio: peculato, i 15 anni (22 e 6 mesi, ricorrendo fatti interruttivi) scendono a 10 (con la soglia massima d´un quarto in più); riciclaggio, da 15 anni a 12 (soglie massime, 22 e mezzo contro 15); ricettazione, da 10 a 8 (15 contro 10); calunnia, da 10 a 6 (15 contro 7 e 6 mesi); idem l´usura. L´intento strategico trapela dall´art. 161, c. 2: nel sistema attuale giorni e mesi persi in rinvii su impedimento della difesa sono sempre recuperabili; in futuro, no; avesse anche consumato anni interi quando mandava a vuoto le udienze adducendo impegni parlamentari, C. P. sarebbe prosciolto all´ultimo rintocco del decimo anno; nemmeno un´ora in più. Chi, sapendosi colpevole, sceglierà ancora una pena pattuita o il giudizio nel merito a rito abbreviato? Pochi, male consigliati o afflitti da malinconia dostoevskiana. Gli astuti seguono vie lunghe, avendo dalla loro Kronos (vecchie cronache belliche lo chiamavamo "il generale Tempo"). Sentiremo dalla Consulta fino a che punto questa sagra del reo impunito sia compatibile con l´art. 111 Cost., c 1.
Terzo punto. In numeri secchi, i nuovi termini significano 210 mila processi dissolti d´un fiato: l´ha calcolato l´ingegnere che borbotta ukaze da via Arenula, uomo del pragma padano; il grosso, suppongo, sta nei casi giudicati in due gradi, dove manca solo il responso della Cassazione, programmato negli attuali termini.



La doppia vita di Oriana Fallaci
Piero Ottone su
la Repubblica

Oriana Fallaci, giornalista e scrittrice, ha un vasto pubblico. Dicono i suoi editori che i tre libri più recenti, il cui tema dominante è il pericolo islamico, hanno venduto "a testa" un milione di copie; un cofanetto suggestivamente chiamato La Trilogia, contenente quegli stessi libri con aggiunte e modifiche, ha venduto "in un baleno" 200mila copie. Grande successo editoriale, dunque. Ma come mai, si chiedono gli amici del Corriere della Sera che ospita i suoi scritti, "a questo furor di popolo non corrisponde un furor di dibattito nell´establishment culturale"? Come mai "i chierici italiani tacciono"? Anche se non siamo chierici, accontentiamoli.
Il successo, quando viene, non piove dal cielo. Fallaci è stata negli anni scorsi un´ottima giornalista, coraggiosa e intraprendente; ha intervistato personaggi famosi (con uno stile molto personale: le sue interviste, talvolta, si trasformavano in litigi); gode di fama internazionale, ha lettori in tutto il mondo. Una trentina di anni or sono, quando avevo i titoli per farlo, la invitai a scrivere per il Corriere (è anche vero che la Oriana di allora era un po´ diversa dall´Oriana di adesso). Mi dispiacque che rispondesse di no: mi disse, se ricordo bene, che non voleva lasciare l´Europeo. In seguito ha abbandonato il giornalismo militante, e ha scritto romanzi, anch´essi di successo. Riconosciamo i suoi meriti. Per quel che riguarda gli ultimi tre libri, tuttavia, la valanga di lettori non è dovuta soltanto alla capacità di scrittura. Il tema che essi trattano, sulla scia delle Torri Gemelle e di altri atti di terrorismo, e sotto la pressione di un´immigrazione invisa a molti, è profondamente sentito dall´opinione pubblica. Perché, dunque, questi libri non hanno dato l´avvìo a un dibattito?
La risposta è semplice: è una questione di livello. I temi sono importanti, ma Fallaci li affronta a un livello francamente improponibile. Lei non ragiona: inveisce. E inveisce con affermazioni, e insulti, che non ammettono repliche. I musulmani, per lei, sono il demonio. Quando non gettano bombe e non sgozzano ostaggi, sono pur sempre coloro (cito le sue frasi) che tengono due o tre mogli e le schiavizzano, le umiliano in ogni modo, le ripudiano, ignorando che in Occidente picchiare la moglie e privarla della sua libertà è un reato punito dalla legge.

Tutti così, i musulmani? Non esiste un Islam progredito, un Islam moderato? Quando sente parlare di Islam moderato, Oriana Fallaci ci rivela che reagisce "con una risata. Amara ma risata." Moderato chi rispetta il Corano? "Il Corano è quello che è": non c´è scampo. E avanti di questo passo. Beh: mi sembra difficile aprire un dibattito su un tema così vasto, così complesso e variegato, partendo da dichiarazioni così rudimentali e, mi sia consentito, così stupide. Si potrebbe discutere con un tribuno partendo dall´affermazione che i datori di lavoro sono tutti affamatori dei bambini?
Il rapporto con l´Islam, e più in generale col Terzo Mondo, è probabilmente il problema più importante di questo secolo. Se ne discute dappertutto, anche in modo acceso; ma con competenza. Proprio in questi giorni, per esempio, leggo che il governo inglese dà per scontata l´opportunità di una politica aperta verso i musulmani residenti in Inghilterra (verso quei musulmani moderati, cioè, che basta nominare perché la signora in questione scoppi "in una risata", in preda "ad amaro stupore"), ma in seno al governo si discute se ogni apertura verso i musulmani, se ogni agevolazione non susciterà l´invidia e il malumore di altre minoranze etniche e religiose. Su temi del genere si può, si deve discutere. Ma si può discutere sulle invettive di questi famosi libri? Non si capisce bene, oltre tutto, quali siano le proposte dall´autrice: mi sembra ineluttabile, date le premesse, che la sua soluzione sia di cancellare l´Islam dalla faccia della Terra o, in linea subordinata, di impedire ai musulmani l´accesso ai nostri Paesi, condannandoli a schiavizzare e a percuotere le mogli, e bastonare le figlie, in casa loro. Come se fosse possibile (dato e non concesso che sia desiderabile) sbarrare la porta, e chiudere l´argomento.
Le affermazioni dell´autrice sono al livello di tanti altri stereotipi, frutto di una pseudoscienza popolare, secondo i quali gli italiani sono vigliacchi e quando vedono il nemico scappano; i tedeschi sono specialisti di camere a gas; i siciliani sono mafiosi e gli ebrei sono strozzini. Quando va bene, questi stereotipi procurano successi editoriali. Quando va male, conducono ai pogrom. Ma si può aprire un dibattito, amici del Corriere, sulla convivenza civile fra popoli di stirpe e di religione diversa, partendo da queste premesse? Si può solo aspettare che la gente cresca. E impari a vivere.


  19 gennaio 2005