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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 18 dicembre 2005



Nel solco di Mani Pulite
Eugenio Scalfari su
la Repubblica 18 dicembre

Dunque lo Scandalo. Lo scrivo con la maiuscola perché è grosso. Grave. Ma non si deve considerare come uno scandalo che riguarda le banche intese come sistema. Le più grandi ma anche le medie e le piccole ne sono fuori. E quindi tirarcele dentro è improprio e pericoloso.
Riguarda invece due operazioni pubbliche di acquisto (Opa) tentate una su Antonveneta e l'altra su Banca Nazionale del Lavoro che ne sono state oggetti (passivi) e Banca Popolare di Lodi e Unipol che ne sono stati invece i soggetti (attivi). Ma ciò che lo rende grave, anzi gravissimo, deriva dal coinvolgimento evidente della Banca d'Italia, del governatore Fazio, del capo della Vigilanza e (per omissione) del Consiglio Superiore e del Direttorio dell'Istituto. E questo è il primo aspetto della questione.
Il secondo aspetto da considerare è l'inesistenza del governo protrattasi per quasi sei mesi fino ad oggi. Il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, ci ha fatto sapere l'altro ieri che questa inspiegabile e colpevole inesistenza cesserà martedì prossimo quando si riunirà un Consiglio dei ministri straordinario, tutto dedicato all'argomento e finalizzato all'approvazione di una norma da inserire nella legge sul risparmio, che è rimasta insabbiata per due anni nelle aule parlamentari perché la maggioranza aveva altro da fare.
Questa norma dovrebbe introdurre il mandato a termine del governatore per cinque anni e contenere anche un'appendice transitoria in forza della quale Fazio potrebbe essere licenziato istantaneamente dal governo unito per la prima volta del potere di nomina e di revoca sul governatore e sul Direttorio.


Il terzo aspetto riguarda alcuni partiti, con diverse gradazioni di responsabilità. Nell'ordine: la Lega, il partito trasversale pro-Fazio, Forza Italia, i Ds.
Ciascuno di questi aspetti merita un'analisi attenta che cercheremo di fare con la massima chiarezza e obiettività. Ma prima di addentrarci nel groviglio che si è creato è necessario cominciare da un preliminare che riguarda la magistratura.
Su questo tema osservo una (sospetta) uniformità di giudizio da parte dei politici, sia quelli di governo a cominciare dal presidente del Consiglio sia gran parte di quelli dell'opposizione. Quasi tutti concordano nel sottolineare che la magistratura di oggi non è quella di tredici anni fa e aggiungono: per fortuna. Non è quella di Borrelli e di D'Ambrosio, di Di Pietro, di Colombo, della Bocassini.
Insomma non è quella di Mani pulite, con l'evidente sottinteso che non commetterà analoghi errori, non sarà analogamente faziosa e giustizialista, non farà tintinnare manette.
Quella triste stagione (aggiungono) che fece tanto male all'Italia si è chiusa per sempre. Questo dicono i politici e ad essi fanno coro molti e importanti giornali, anch'essi "rinsaviti" rispetto ad allora.
Ebbene, io penso onestamente che i magistrati oggi all'opera sullo scandalo delle Opa non facciano altro che muoversi sul tracciato di Mani pulite, che poi non fu altro che un più incisivo funzionamento delle Procure e della magistratura giudicante dopo anni di fin troppo evidente sonnolenza della giurisdizione nei confronti dei reati contro la corruzione pubblica elevata a sistema di governo.
Errori e forzature furono certo commessi nelle inchieste di tredici anni fa e potranno esser commessi anche nello scandalo che abbiamo ora sott'occhi. Ma non tali da inficiare il risultato complessivo e finale. La magistratura di allora bonificò un terreno che la politica aveva lasciato imputridire per tutto il decennio degli anni Ottanta. Così oggi, perché anche oggi dobbiamo ai procuratori di Milano e di Roma e non certo alle forze politiche e al governo, se lo scandalo è emerso in tutti i suoi connotati e se il personaggio che ne è al centro si trova ormai in un angolo dal quale sarà assai difficile che possa uscire.
La magistratura italiana dunque una volta ancora ha reso un servizio al paese il quale deve avere sempre più a cuore la difesa della sua indipendenza.
E questa è la prima conclusione che lo scandalo ci suggerisce.

***

Sul primo aspetto, quello delle due Opa, esiste un tratto unificante e un altro che le fa invece radicalmente diverse una dall'altra.
Il tratto unificante deriva dalla circostanza che le prime Opa sulle due prede furono lanciate da due banche europee non italiane: la Abn Amro (olandese) su Antonveneta, la Banca di Bilbao sulla Bnl. Ad entrambe si oppose il governatore Fazio con affannato moltiplicarsi di appelli, incontri, incoraggiamenti, affinché si formassero cordate e intervenissero "cavalieri bianchi" a difesa dell'italianità del sistema, passando allegramente sopra alle direttive europee in materia di Opa.
In ossequio (interessato) alla difesa del tricolore bancario, nacquero due iniziative: si fece largo la Popolare di Lodi per Antonveneta e la Unipol per Bnl. Fazio fece tutto quanto gli era possibile fare per favorire sia l'una che l'altra, manipolando il calendario delle autorizzazioni e chiudendo tutt'e due gli occhi quando "l'italianità" gli suggeriva di chiuderli.
Qui però finisce il tratto comune e cominciano le differenze tra le due operazioni. Quella promossa da Fiorani si è configurata fin dall'inizio come un'azione truffaldina di manipolazione del mercato, uso di fondi illeciti, ruberie vere e proprie a danno dei depositanti, uso di prestanome e di società offshore e di complici.
Insomma, come si dice un po' alla greve, un porcaio nel quale Fiorani e soci hanno inzuppato abbondantemente il pane a vantaggio di se stessi oltre che della banca di Lodi della quale da anni avevano fatto il centro delle loro malversazioni.
Niente di paragonabile è accaduto nell'operazione Unipol. Se ne possono non condividere gli obiettivi e l'adeguatezza delle garanzie, ma sulla liceità dell'operazione nessuno finora ha avanzato dubbi. E del resto l'atteggiamento della Bilbao è stato molto diverso da quello della Abn Amro, penalizzata quest'ultima con ben altra durezza dalle scorrettezze del concorrente e dalla complicità della Banca d'Italia.
Quando alcuni esponenti dei Ds difendono il diritto del movimento cooperativo a operare sul mercato alla pari con gli altri soggetti economici "nel rispetto delle regole", sostengono dunque una tesi perfettamente legittima, impugnabile solo per ragioni animate da faziosità politica.
Diverso tuttavia è il caso personale dell'amministratore delegato di Unipol. Risulta dall'inchiesta giudiziaria in corso su di lui che Consorte abbia ottenuto favori personali da Fiorani e lucrato vantaggi illeciti e personali da tali favori. Siamo ancora ben lontani dal rinvio a giudizio e ancor più da un processo vero e proprio, ma queste prime risultanze dovrebbero indurre i dirigenti Ds alla massima cautela e lontananza dal soggetto incriminato.
C'è di più. Già nello scorso agosto in un articolo sull'argomento avevo scritto che un dirigente politico deve osservare un rigoroso silenzio di fronte ad operazioni lanciate sul mercato e regolate da apposite norme, come è il caso di un'Opa. In questi casi la politica deve solo controllare che le norme in vigore siano rispettate e poi, come nelle gare di qualunque tipo, vinca il migliore scelto come tale dal mercato.
Quando questo metodo non viene rigorosamente osservato ne derivano soltanto confusione e coinvolgimenti che, essi sì, costituiscono inframmettenze e recano danni di sostanza e di immagine. Ciò vale per tutti i politici, per tutti i partiti. Non capisco perché comportamenti così elementari siano troppe volte ignorati e contraddetti.

***

Sulla grave latitanza del governo durata oltre sei mesi non c'è altro da aggiungere. Fecero eccezione sia Tremonti sia Siniscalco, che chiesero per motivi diversi le dimissioni di Fazio. Ambedue ci rimisero il posto e questo dice già molto sull'intera questione.
Ora si annuncia un provvedimento che dia al governo il potere di nominare e revocare il governatore, a cominciare da subito. E si profila in materia un accordo tra governo e opposizione, ovviamente senza che sia posta la questione di fiducia che renderebbe impraticabile quell'accordo.
Tutto bene perché se c'è un tema bipartisan è quello che riguarda la Banca d'Italia e la sua credibilità scesa ai più bassi livelli, che dev'essere senza ulteriore indugio recuperata.
Tuttavia un provvedimento che dia al governo poteri di nomina e revoca sulla più alta istituzione monetaria nazionale nel quadro, addirittura, della Banca centrale europea, investe una materia delicatissima sulla quale le forze politiche debbono osservare la massima attenzione.
Finora la nomina del governatore è stata un atto "plurimo"; ha implicato infatti il concorso sostanziale di tre distinte autorità: il Consiglio superiore della Banca, il governo, il presidente della Repubblica la cui firma del decreto di nomina non è (ripeto non è) un atto burocraticamente dovuto.
E' buona l'idea che si individui nel governo anziché nel Consiglio superiore l'organo di iniziativa e di proposta.
Buona anche l'idea di sottoporre la proposta all'approvazione delle Commissioni parlamentari competenti, le quali dovrebbero votare con maggioranza qualificata associando quindi alla nomina e alla revoca anche l'opposizione. Ma è evidente che dev'essere altresì mantenuto il peso specifico della firma del capo dello Stato, cioè della più alta autorità di garanzia esistente nel nostro ordinamento. Il capo dello Stato rappresenta il garante di tutte le altre autorità di garanzia; per quanto riguarda la Banca d'Italia il suo ruolo deve perciò restare determinante dal momento stesso in cui comincia a prender corpo la scelta da compiere.

* * *
Concludo. A differenza di Tangentopoli, dove l'intero sistema pubblico era entrato in crisi deformando la struttura stessa della democrazia, lo scandalo di oggi poteva e doveva essere evitato. Bastava l'azione preventiva degli organi di controllo; invece è stata necessaria quella repressiva della magistratura.
Auguriamoci che serva di lezione. A chi governa oggi e a chi governerà domani. Auguriamoci la sconfitta dei furbi e la vittoria degli intelligenti.
Finora è troppo spesso accaduto il contrario. Il vero cambiamento che attendiamo è proprio questo e speriamo che avvenga.


L'ultima trincea del Governatore
Francesco Giavazzi sul
Corriere della Sera 18 dicembre

Per martedì Berlusconi ha convocato un Consiglio dei ministri straordinario sul caso Fazio. Il ministro Tremonti proporrà un emendamento alla legge sul risparmio che comporterebbe la decadenza del Governatore nel momento in cui la nuova legge entrasse in vigore, cioè nessuno sa quando. Fin qui un copione già visto. In settembre il ministro Siniscalco propose un emendamento simile: sono passati tre mesi e siamo ancora al punto di partenza. Il nuovo emendamento, se fallirà ancora il nuovo pressing di Giulio Tremonti, potrebbe fare la stessa fine. Per approvarlo bisogna che il Parlamento approvi tutta la legge sul risparmio. Questo, come riconosce anche Tremonti, richiede i voti dell'opposizione. E' difficile per Berlusconi rischiare il voto di fiducia su un provvedimento che potrebbe avere molti franchi tiratori e su una legge che non gli piace: non solo perché egli continua a ripetere che non è compito suo rimuovere Fazio, ma soprattutto perché spera ancora di riuscire ad attenuare il rigore delle nuove norme sul falso in bilancio previste dal testo della legge approvato in Senato.
Trovare un accordo con l'opposizione è difficile. Nei vai e vieni tra Camera e Senato la legge è peggiorata e molti ritengono che a questo punto sia meglio lasciar perdere. Luigi Spaventa ha scritto (sul sito lavoce.info) che questa legge ci riporta «alla "modica quantità", alla querela di parte e a tutte le clausole che degradano il falso in bilancio a un
peccadillo minore». Trattandosi della stessa norma che Berlusconi giudica eccessivamente punitiva, prevedo battaglia. E quanto ai controlli societari, le norme, per intenderci, che dovrebbero evitare nuove truffe come Parmalat, «le soluzioni — scrive Marco Onado ancora su lavoce.info — paiono blande oppure tanto dirigistiche nella forma quanto prive di reale efficacia». Insomma, la strada dell'emendamento alla legge sul risparmio ci porterà dove ci ha portato sino ad ora, cioè a delegare ai giudici la soluzione del caso Fazio.
A Roma il resto del mondo deve proprio sembrare molto lontano! Chiedete ad Alessandro Profumo, che ha acquistato la seconda banca tedesca e sta cercando di costruire una grande banca europea con un cuore italiano, qual è la sua maggior difficoltà: convincere i tedeschi che in Italia le regole non le fanno rispettare solo i giudici che intervengono tardi, quando problemi per cui bastava l'aspirina ormai richiedono l'antibiotico. Che a Roma l'Europa sembri lontana lo si capisce dal reato contestato a Fazio: prima di maggio, quando entrarono in vigore le nuove norme Ue sul market abuse, l'avrebbe fatta franca. Tutto intento a quanto accadeva a Roma il Governatore non s'era accorto che le regole erano cambiate.
Almeno una volta, Berlusconi faccia finta di essere uno statista serio: si assuma la responsabilità di ristabilire la credibilità dell'Italia e proponga un decreto legge che con effetto immediato determini la decadenza di Fazio. Se si vuole si può fare, si poteva fare anche in agosto. Altrimenti c'è chi penserebbe al peggio, sospettando che le ragioni per cui da mesi Berlusconi tentenna possano esser chiarite negli atti dei giudici, durante le indagini su Fazio. Tremonti fa capire che il Quirinale non consentirebbe l'utilizzo del decreto- legge. E' vero che sarebbe una forzatura, ma non sono tempi normali. Davvero Ciampi penserebbe che il perdurare del danno che questa situazione arreca alla credibilità dell'Italia non giustifichi un provvedimento d'urgenza? Soprattutto ora che anche il presidente della Bce ha preso le distanze da Fazio? Non credo. Penso invece che sia un alibi invocato da chi non vuole decidere.


Contro l'Italia
Furio Colombo su
l'Unità 18 dicembre

Andremo a votare con una legge elettorale meticolosamente studiata per renderci ciechi, irresponsabili, non in grado di eleggere candidati ma vincolati a pacchetti-partito identificati soltanto dal simbolo. Romano Prodi ha detto come stanno le cose con semplicità e chiarezza, restando fedele al suo impegno di non usare mai il politichese (che del resto non conosce): «Si tratta di una legge antipatriottica e incostituzionale». La prima definizione dice ciò che molti già sanno, e che tutti gli elettori constateranno nel giorno del voto. Non ci sono più nomi, non ci sono più preferenze. Forse lo scopo interno a Forza Italia e agli alleati di Berlusconi è di rendere possibile, e anzi indolore, anche per le persone per bene che votano a destra, il gesto di eleggere o di rieleggere parlamentari già raggiunti da pesanti condanne per pesanti reati. Di certo ciò che è stato approvato all'unanimità dalla destra (compresa la parte della destra che vorrebbe farsi passare per centro) è un colpo duro alla grandissima maggioranza di italiani che aveva scelto il sistema maggioritario. Ma è anche un colpo duro a coloro che non avrebbero mai pensato di votare in un sistema proporzionale cieco, in cui al cittadino è tolta la possibilità di guardare in faccia il suo eletto, di valutarlo in base a quello che sa, di ciò che ha fatto, come persona, come politico, come adulto responsabile della propria vita, azioni e immagine. Avendo notato che si faceva sempre più pressante nella vita italiana il richiamo a un livello più alto, a una garanzia più netta di moralità nella vita pubblica e, in particolare, nella vita politica, gli esperti di Berlusconi si sono applicati in modo che diventasse impossibile la partecipazione consapevole dei cittadini-elettori a questo impegno.
Hanno protetto se stessi rendendo possibile e persino inconsapevole la elezione o rielezione di personaggi che hanno frequentato vari aspetti e strati della malavita, dalla corruzione alla mafia. Hanno riportato il Paese nella condizione non rassegnata di votare come ti dicono, facendo a meno del tuo giudizio critico, della tua partecipazione personale e cosciente al voto.
Hanno ridotto la visibilità politica, dunque la responsabilità morale personale, costringendo i cittadini a muoversi a tentoni fra liste che si moltiplicheranno paurosamente. Hanno tolto a coloro che rappresenteranno i cittadini nelle nuove Camere l'orgoglio di essere stati scelti per nome e cognome, per ciò che hanno fatto nella vita privata, per ciò che promettono di fare nella vita pubblica.
Hanno aumentato di molto la confusione alle urne ma anche, dopo il voto, la possibilità di divisione e di frammentazione, costruendo quella che avrebbe potuto essere una legittima e normale legge proporzionale in modo da rendere il più difficile possibile la stabilità e la continuità di un governo.
Per capire la malafede dell'impianto dato deliberatamente, fino ai dettagli, alla nuova legge elettorale, occorre tornare al vanto ripetutamente reclamato per sé dall'attuale primo ministro: il fatto di avere governato a lungo. Poiché si tratta di un capo di governo che ha perso lungo la strada i principali ministri (Esteri, Interni, Economia) cambiando titolare persino alle Comunicazioni (che per il proprietario di Mediaset è il ministero chiave) e alla Sanità (dove si giocano immensi interessi), se avesse governato con la legge che ha fabbricato appositamente per i suoi avversari, Berlusconi sarebbe caduto varie volte. E varie volte avrebbe dovuto sperare in un reincarico del Quirinale, nonostante le batoste subite, le minacce, i voltafaccia, i ricatti dei suoi cosiddetti alleati.
Berlusconi ha governato a lungo perché eletto con una legge che rende meno ardua la continuità e che gli ha lasciato tempo per recuperare (Berlusconi lo fa seguendo le regole del mercato) i pezzi del suo sostegno parlamentare che hanno minacciato, di volta in volta, di staccarsi.
Ecco perché quella che è diventata, a colpi di prepotenza e di maggioranza, la nuova legge elettorale di tutto il Paese, viene giustamente definita da Prodi «antipatriottica». Da un lato allontana i cittadini dalla piena consapevolezza di ciò che stanno votando, li fa scendere al di sotto del livello politico moderno che avevano già raggiunto, sia pure con una legge tutt'altro che perfetta. Potevano dire: «Voto per te, voto contro di te, per queste ragioni», sapendo ogni volta quello che stavano decidendo. Dall'altro è una legge che incoraggia la frammentazione molto più che la proporzionale, sia nella campagna elettorale, dove viene favorita una moltiplicazione di sigle, gruppi e liste, tutte al riparo dal precedente dovere di stabilire un rapporto diretto fra cittadino e candidato; sia nel dopo voto, quando si tratterà di raccogliere e organizzare e tenere insieme non solo le parti più solide dei partiti votati ma anche le schegge di una struttura elettorale disegnata deliberatamente per esplodere nelle mani dei vincitori.
Ci sembra giusto - come ha detto Prodi - definire questa legge incostituzionale, e temerne gli effetti, perché stravolge in molti punti (per esempio con il sistema del premio di maggioranza regionale) la garanzia di eguaglianza del voto (del peso del voto) di tutti i cittadini, scardina la famosa formula «una persona, un voto» che è la definizione di ogni moderna democrazia.
La legge berlusconiana moltiplicherà o depotenzierà il peso di ciascun voto (dunque di ciascun votante) a seconda delle capricciose regole di attribuzione dei «premi regionali».
Perciò è importante anche la definizione proposta da Giuliano Amato: «Il gravissimo difetto di questa legge... è che si tratta di una scelta assolutamente irrazionale e disfunzionale... Anche per il meno partigiano degli osservatori è ovvio pensare che questa sia stata la scelta di chi sa di perdere, e non ha alcun interesse alla governabilità, ma punta solo a creare difficoltà all'avversario».
(La Repubblica, 16 dicembre).
Amato aggiunge anche che «con una sorta di perversione giuridicista si è discusso solo se (la nuova legge elettorale) era incostituzionale o no. Ma (ammettendo che sia costituzionale) basta questo a un Parlamento serio per far approvare una simile fesseria?»
Amato dovrebbe forse riconoscere, però, che la grave accusa di incostituzionalità fatta propria da molti giuristi basterebbe per bloccare il percorso della «fesseria». Non so se quei giuristi siano «perversi» (mi rendo conto che la parola ha un significato accademico, nel senso di ostinazione a sostenere una tesi). Ma è impossibile non domandarsi realisticamente: un simile, gravissimo danno ai cittadini e al Paese si può fermare?
Le pagine migliori della democrazia americana questo ci dicono: che la domanda sulla costituzionalità di una legge democraticamente avversata per gravi ragioni, è sempre la prima domanda.
E dunque resta ragionevole e legittimo il desiderio che la legge «dei pozzi avvelenati» non entri mai in vigore, che i suoi tratti di incostituzionalità appaiano abbastanza marcati da connotare «il gravissimo difetto irrazionale e disfunzionale» come estraneo alla Costituzione, e ad essa nemico.
S'intende che la sinistra e tutta l'opposizione attiveranno, se questa diventerà temporaneamente legge italiana, tutti i meccanismi antiveleno di cui una grande forza democratica dispone. Che vuol dire più partecipazione popolare, dialogo più fitto e costante con i cittadini che la legge intende deliberatamente disorientare e isolare, in modo che conoscano di più, non di meno, coloro a cui si apprestano a dare il voto, in modo che la campagna elettorale si svolga in un continuo dialogo fra elettori e candidati proprio come se dovessero eleggere personalmente, come in passato, i titolari dei collegi e valutarne l'attività svolta e le qualifiche umane e politiche, persona per persona. S'intende che, nella coalizione di centrosinistra che, tutta insieme, si impegna a rimuovere Berlusconi e a rimettere l'Italia nelle mani oneste di leader competenti, è già stata detta, e sarà certo confermata, la decisione di non giocare con i veleni messi a disposizione della nuova legge, fino a quando la nuova legge non sarà diventata «quella vecchia e abrogata».
Berlusconi e la sua gente hanno recato all'Italia (che lasciano impoverita e scesa molto in basso nell'opinione del mondo) gravi danni. Adesso lasciano una legge contro l'Italia. Paradossalmente un simile evento ci rassicura. Quando abbiamo attaccato lui, non abbiamo mai attaccato l'Italia, come lui ha cercato di far credere. L'abbiamo difesa. È ciò che sta facendo, con la sua denuncia appassionata di questa legge distruttiva, Romano Prodi. Noi diciamo che i cittadini gli credono.


Tremonti prepara il blitz contro Fazio
Mario Sensini sul
Corriere della Sera 18 dicembre

ROMA — Domani sarà la giornata decisiva. Il governo chiederà infatti al presidente del Senato, Marcello Pera, di portare in Aula con la fiducia il disegno di legge sul risparmio, già giovedì, subito dopo il voto di fiducia della Camera. L'obiettivo del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, d'accordo con Palazzo Chigi e i vertici della Casa delle Libertà, è l'approvazione definitiva della legge già venerdì prossimo. Poi, appena ottenuto il parere della Banca Centrale Europea sulla nuova normativa, che secondo Tremonti «non potrà che essere favorevole», procedere alla nomina del successore di Antonio Fazio. Secondo le nuove regole che attribuiscono il potere di nomina al governo e al Parlamento. Anche se a quel punto Fazio, nominato dodici anni fa con le vecchie regole, cioè dal Consiglio Superiore della Banca d'Italia, sarebbe di fatto già delegittimato. E nel giro di poche settimane a Palazzo Koch arriverebbe un nuovo inquilino.
VIA LIBERA PRIMA DI NATALE Anche ieri il ministro dell'Economia ha avuto una serie di contatti con Silvio Berlusconi e i leader della maggioranza. «Dobbiamo fare di tutto per chiudere prima di Natale anche al Senato» ha detto Tremonti. Il rischio, ha spiegato, è che saltando la finestra della settimana di Natale, e considerando la chiusura del Parlamento, la riforma finisca per slittare oltre la metà di gennaio. Troppo tardi, secondo i piani che il ministro dell'Economia ha spiegato agli alleati.
E un decreto non risolverebbe il problema, senza contare che il Quirinale non sarebbe d'accordo.
La Lega Nord, dopo qualche titubanza, ha tolto ogni riserva. Tremonti ha inviato a Maroni la bozza del testo, con il mandato rinnovabile di cinque anni per il governatore e i membri del direttorio, la collegialità nelle decisioni e il passaggio della concorrenza bancaria alla competenza congiunta Antitrust- Bankitalia. E Maroni ha fatto sapere di averlo trovato pienamente condivisibile. Incassato il sì della Lega, dopo aver avuto nei giorni scorsi quelli del premier, di An e dell'Udc, Tremonti è pronto a consegnare il testo del maxi-emendamento, sul quale poi chiedere la fiducia, al Consiglio dei ministri straordinario convocato martedì prossimo. Prima, però, il ministro dell'Economia ne discuterà con i parlamentari della maggioranza. Lunedì alla Camera è già fissato un incontro con i due relatori del disegno di legge, e con i presidenti delle Commissioni Finanze. Contatti sono già in corso anche tra la maggioranza e l'opposizione, per assicurare alla legge il più ampio consenso possibile.
IL NODO BCE Certo, la fiducia e l'annunciata riscrittura delle norme sul falso in bilancio non aiutano l'accordo. Però la prospettiva di avere un ruolo determinante nella nomina del successore di Fazio, per la quale la nuova legge prevede un parere obbligatorio a maggioranza qualificata (i due terzi) nelle commissioni competenti, non dispiace al centrosinistra. Che non avrebbe minimamente voce in capitolo se restassero gli attuali criteri di nomina. Il vero ostacolo, per il governo, sembra essere piuttosto quello della Banca Centrale Europea. Francoforte aveva chiesto, per Fazio, una norma transitoria che lo lasciasse in carica per almeno altri cinque anni, una volta introdotto un termine al mandato. Secondo alcuni giuristi, però, cambiando completamente il criterio di nomina, la norma transitoria non sarebbe più necessaria. Senza contare che la Bce, venuta fuori la storia dei regali di Fiorani, è tornata a essere molto critica con Fazio. Anche per questo, forse, Tremonti è sempre più ottimista sulle possibilità del suo piano.


La sconfitta dei marrazzoni
Editoriale su
Il Foglio 17 dicembre


Un gruppo di outsider cerca di dare l'assalto a un paio di medie banche scalabili e a un giornale molto importante, e viene sonoramente sconfitto dal gruppo di potere che controlla quel giornale, quello che resta – ed è ancora efficiente – del vecchio establishment del Nord. Questo resta il senso politico di quanto sta accadendo. Le notizie e i fatti di dettaglio che si apprendono leggendo i giornali dovranno essere confermati dai procedimenti, ma per il momento delineano un quadro piuttosto patetico: gli outsider marrazzoni con una mano tenevano alta la bandiera dell'italianità e con l'altra spazzolavano il tavolo per raccogliere le briciole. Quanto al governatore della Banca d'Italia, resta un uomo molto pio che però aveva messo in piedi un gruppo piuttosto scalcinato, assolutamente inadatto a sfidare i giocatori della squadra avversaria, molto spesso spregiudicati anche loro, ma di gran lunga più raffinati. E' curioso, ma una grande, sebbene occasionale, alleanza messa insieme per sfidare l'establishment raccolto intorno al patto di sindacato Rcs – alleanza che andava dagli uomini della finanza rossa, ai newcomers lombardoveneti, a qualche influente banchiere d'affari del nord, agli immobiliaristi romani, con l'appoggio di importanti sponde politiche – non abbia trovato di meglio per rappresentare se stessa se non Stefano Ricucci e Gianpiero Fiorani. Questa luce di micragna si riflette ovviamente anche sulla vicenda diessina, con i vertici di quel partito intimiditi. Perché la ricerca di una soluzione al problema dell'indipendenza finanziaria che ha mosso il duo D'Alema-Fassino, adesso li espone al rischio di una cruciale aggressione a colpi di questione morale: il richiamo all'antica frugalità comunista fatto da Miriam Mafai, il giurì d'onore delle cooperative rosse per giudicare l'eticità dei suoi vertici (marrazzoni), i rimproveri dal suono ipocrita dei leader margheritini, e infine l'efficace affondo organizzato grazie al solito schema, il combinato stampa e magistratura, che produce con un grande spiegamento di forze un esemplare follow the money, sulle tracce dei movimenti contabili sui conti correnti dei compagni Giovanni Consorte e Ivano Sacchetti. Così adesso appare sempre più difficile che le cooperative dalemiane riescano laddove aveva fallito Bettino Craxi, e dove stenta anche il Cav., a mettere insieme il denaro con la politica.


"Prodi premier per cinque anni"
Marco Marozzi su
la Repubblica 18 dicembre

ROMA - «Un buon risultato. Al di là delle difficoltà, delle differenze. Un passo irreversibile verso gruppi unici alla Camera e al Senato». Romano Prodi saluta e se ne torna a Bologna. In prima fila lo festeggiano Fassino, Rutelli, Amato: fianco a fianco. Hotel Radisson, convegno «Dalle primarie al Partito democratico». Primo giorno del partito che non c´è e che tutti dicono di volere.
Ma il percorso sarà difficile e tutti lo sanno. Prodi così incassa per rilanciare: «Il Partito democratico di domani dipende dalla qualità dell´Ulivo di oggi. Dalla nostra capacità di andare alle elezioni con un Ulivo forte, che sappia reagire con intelligenza alle trappole della nuova legge elettorale. Da come sapremo presentarci al voto e dai risultati che, con la nostra azione, sapremo raggiungere». Si infila in macchina e sorride: «E´ stato bello vedere che nessuno ha tentato di scavalcare nessuno».
E´ il suo grazie a Fassino e Rutelli per il giorno dell´unità. Non c´è il padre, l´organizzatore del meeting: Arturo Parisi, il presidente federale della Margherita, l´antico sodale di Prodi, il pasdaran ulivista che come luogo del suo «sogno» aveva voluto lo stesso albergo in cui prima dell´estate si celebrò la rottura fra i suoi uomini e Rutelli. Parisi proprio ieri mattina portato in ospedale. Lui non c´è ma la manifestazione va come avrebbe voluto. La nemmeno troppo nascosta prova di forza ulivista diventa, nel clima natalizio, la pacificazione degli ulivisti.
Prodi e Fassino ascoltano Rutelli infilarsi in un discorso sul «collateralismo» dopo aver innalzato la Margherita come motore dell´«innovazione» del centrosinistra. E se Fassino parla di «partiti meticci» e di «punti di convergenza», se dice che «dentro i Ds e la Margherita esiste un pluralismo di riformismi che si vogliono fondere nel Partito democratico», Rutelli rilancia: «alla Camera e al Senato presidenti che ci rappresentino unitariamente». «Nuovo soggetto riformatore», «scommessa di straordinaria importanza», «Ulivo non solo utile accordo elettorale» insiste il segretario Ds. E Rutelli: «Quercia e Margherita sono due partiti che credono non alla competizione fra loro, ma alla comune scommessa per un traguardo più grande ed importante». Se così sarà, promette, «assicureremo a Prodi cinque anni senza preoccupazioni e faremo nascere il Partito democratico». «Già nella prossima legislatura».
Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera, lo prende in parola. «Se volete fare una cosa seria dovete indicare una data, ma non troppo vicina. Tra due anni e mezzo...». «Sin troppo» dice Ezio Mauro, direttore di Repubblica, in un dialogo a tre con Giuliano Amato. I giornalisti incalzano i politici. Mauro: «Stiamo già nella fase costituente, non c´è bisogno di aspettarla per aprirla». Si viene da «una stagione terribile», insiste Mauro, che fa ancora i conti con l´identità «postcomunista» dei dirigenti Ds. «Una questione che c´è», ma non per i refrain di Berlusconi. Ora, però, per un balzo definitivo serve una sorta di «apriscatole esterno». Mieli torna sulla necessità di operare una soluzione di continuità, in primo luogo per garantire un futuro «dopo questi anni a guida prodiana». I «nemici del Partito democratico», attacca, sono l´«unionismo» e il «cosismo». «Un disastro della politica italiana» commenta Mauro.
Lanci e rilanci. Prodi sceglie Giorgio Gaber come introduzione. «E´ un´idea, un concetto, un´idea, finché resta un´idea è soltanto un´astrazione. Se potessi mangiare un´idea avrei fatto la mia rivoluzione». «Il nostro errore, dopo la vittoria del ´96, è stato di non aprire un cantiere permanente per creare un soggetto della politica riformatrice, unico, solido e credibile». E allora avverte: attenti che se vado al governo, il Partito democratico stavolta lo faccio. «E´ la richiesta dell´elettorato. Se non diamo questa risposta non ci votano più».
Il Partito democratico, spiega, per fare dell´Italia un paese davvero simile ai «nostri partner europei». «Un soggetto politico forte serve per governare sul serio, per la stabilità» dice. In treno verso casa, poi, studia la nuova legge elettorale, le sue «maledizioni» ma anche quel che - mentre si parla di liste civiche - può comunque permettere. E avvisa: «Bisogna muoversi con intelligenza ed astuzia».


Partito democratico, ma basta collateralismi
Monica Guerzoni sul
Corriere della Sera 18 dicembre

ROMA — Il biglietto di auguri di Parisi è un alberello formato da tredici simboli che raccontano la storia dell'Ulivo dal '95 al 2006. «Ricordando un cammino lungo undici anni. E la chiamano impazienza! Buon Natale, Arturo Parisi». Se un leggero malore, con ricovero in ospedale e pellegrinaggio di visite (da Prodi a Rutelli) non lo avesse sottratto al suo convegno, il presidente federale della Margherita sarebbe stato contento, e molto, di applaudire Prodi che cita Giorgio Gaber per sostenere il partito in fieri, Fassino che per ben tre volte scandisce «partito democratico» e non più partito riformista, Rutelli che spinge sui gruppi unici e i direttori dei due principali quotidiani italiani, Paolo Mieli ed Ezio Mauro, che fissano a metà legislatura la data di nascita del nuovo soggetto. «Il nostro popolo è pronto» avrebbe detto Parisi dal palco.
ATTACCO AI DS — È in questo clima che Rutelli torna a puntare il dito contro i Ds, indicando nella fine del collateralismo tra partiti e corpi intermedi della società una condizione per la nascita del partito democratico. «La Margherita ha visto giusto nella vicenda del Monopoli bancario» rivendica con enfasi il leader, ricordando quando sul Corriere sollevò «dubbi su operazioni finanziarie nelle quali c'era del marcio e nessuno poteva immaginare fosse così profondo». La politica non organizzi i soggetti del potere economico e il collateralismo lasci spazio all'«autonomia flessibile». Rasserenare gli animi è l'intento dichiarato da Rutelli. Ma per Piero Fassino, in piena tempesta Unipol, è uno schiaffo, che i Ds commentano con il più gelido silenzio. Dopo i colpi all'alleato, la chiusa del leader della Margherita è tutta rose e fiori, gruppi unici e fine (a parole) della competition: «Nella prossima legislatura si può far nascere davvero il partito democratico, perché Ds e Dl sono due partiti che credono non alla competizione tra loro ma a una scommessa per un traguardo più grande». Con due severe postille: la sinistra da sola non può essere maggioranza e «senza una Margherita forte non nasce il partito democratico».
Prima della reprimenda di Rutelli, Fassino aveva sottolineato quanto «affini e convergenti» siano i caratteri di Quercia e Margherita e quanto l'Ulivo, che non è solo «un utile accordo elettorale», possa stabilizzare il bipolarismo: «Un soggetto riformatore è necessario per dare un assetto di sistema. Ci vuole un soggetto prevalente affinché si possa governare anche con un margine esiguo di voti». Il leader dei Ds sa che il gruppo unitario al Parlamento europeo non si farà, ma invita a impegnarsi «per costruire in Europa un campo di centrosinistra».
Romano Prodi ha colto una «straordinaria convergenza» nei discorsi di Fassino e Rutelli, al quale però riserva una punzecchiatura affettuosa: finché il partito democratico «resta un'idea è soltanto un'astrazione» dice il leader con parole di Gaber, «se potessi mangiare un'idea avrei fatto la mia rivoluzione». La platea ride e il Professore spiega: «Non voglio invitarvi a una visione gastronomica del pensare politico, ma richiamare tutti noi a mantenerci nel prosaico pensiero di quello che si può fare». Fondare un nuovo partito «di portata storica», ecco cosa si può fare. Ma sia chiaro — scaccia un sospetto che inquieta Rutelli, Marini e De Mita — «non è nostra intenzione costruire un nuovo soggetto sulle macerie dei partiti». E fu un errore non aprire già nel '96 un «cantiere permanente» del «partito dei democratici», come Prodi lo chiama in onore a Parisi.
OSTACOLI E TEMPI — Il primo ostacolo che Paolo Mieli individua è ridurre a uno il Dna degli eredi del Pci e quello degli eredi della Dc, una «storia di subalternità e non di compagni di strada» che non può risolversi «con l'equazione Cristo-Marx». Il partito democratico, suggerisce il direttore del Corriere, sia un «incontro virtuoso» tra cattolici, laici e postcomunisti in cui nessun'anima sia subalterna. «Il problema dell'Italia — ragiona il direttore di Repubblica,
Mauro, che si dice "interessato" al compimento del partito democratico — è aver avuto il più grande partito comunista di Occidente. La stagione grigia del postcomunismo deve finire, la pratica delle annessioni va abbandonata». Mieli sprona Prodi a dichiarare «giorno mese e anno in cui nasce il partito democratico» e fissa in due anni e mezzo il Big Bang della nuova formazione. E ci sarà anche lo Sdi, spera Giuliano Amato: «I socialisti hanno da campa', devono superare l'ostacolo. Ma dopo le elezioni qualcosa potrà succedere...».


L'intelligence senza intelligenza
Barbara Spinelli su
La Stampa 4 dicembre

Prima di accapigliarsi sull'uso dell'intelligence nella lotta al terrorismo, prima di condannare la distinzione che alcuni magistrati italiani fanno tra terrorismo e guerriglia. Conviene forse guardare da vicino i fatti che abbiamo davanti. Guardare i fatti serve per capire un po' meglio la situazione che viviamo, la guerra che si sta facendo contro il terrore, l'utilità dei mezzi che in questa guerra vengono non sporadicamente ma ormai ripetutamente usati. Tener conto dei fatti impedisce all'opinione di divenire astratta, ideologica, e infine controproducente dal punto di vista pratico. Basate sulla descrizione e l'analisi dei fatti, le opinioni contrastanti non giungeranno certo alla medesima conclusione ma diverranno più solide, più ricche, e di conseguenza più istruttive.
Vediamo dunque i fatti. L'uso dei servizi americani o europei per fronteggiare il terrorismo, su cui oggi si discute non solo in Italia ma nel mondo, non avviene in alternativa alla guerra iniziata da Washington e i suoi alleati dopo l'11 settembre 2001. È un uso che avviene dentro la guerra, che è un suo complemento, e che ha mutato volto nel momento in cui dalla tregua si è passati all'offensiva militare. Ciò di cui si discute non è l'opportunità o meno di ricorrere all'intelligence - e a una cooperazione stretta, riservata, tra occidentali - ma è il metodo che l'intelligence Usa predilige da quattro anni, gli ordini che le sono impartiti dal potere politico, la natura della cooperazione fra occidentali, e gli effetti che tutto ciò ha sulla battaglia antiterrorista e sulla sua efficacia.
L'ordine che l'amministrazione Usa impartì ai servizi era chiaro, fin da quando fu deciso di rispondere al terrorismo con una guerra totale e indefinita. Si trattava di «concentrarsi sulla parte buia del lavoro d'intelligence», disse il vicepresidente Dick Cheney cinque giorni dopo l'attacco alle Torri. Si trattava di rivoluzionare vecchie consuetudini: «Tutto quel che dovete sapere è che esiste un prima 11 settembre e un dopo. Dopo l'11 settembre ci si è tolti i guanti», spiegò il 26 settembre 2002 Kofer Black, ex agente Cia, alla commissione intelligence della Camera e del Senato. Così è nato quel che in America vien chiamato Nuovo Paradigma, nella lotta al terrore. Un paradigma messo a punto dal consigliere legale di Bush, Alberto Gonzales (oggi ministro delle Giustizia) e che contemplava: l'infrazione voluta di convenzioni internazionali che vietano la tortura, il maltrattamento di prigionieri di guerra, il trasferimento di detenuti verso Paesi che non rispettano i diritti dell'uomo e applicano la tortura. I risultati del Nuovo Paradigma sono conosciuti. Nel 2003 scoppia lo scandalo delle torture a Abu Ghraib. Il 14-21 febbraio 2005 il New Yorker rivela l'esistenza di un reticolato mondiale di Abu Ghraib, edificato sulla base di trasferimenti sistematici di sospetti verso Paesi che praticano la tortura: trasferimenti chiamati eufemisticamente «consegne straordinarie» (extraordinary rendition), e che di fatto sono deportazioni. Alle consegne si dà anche un nome imprestato dall'economia: outsourcing, ovvero affidamento in appalto (esternalizzazione) di interrogatori con tortura difficilmente eseguibili in democrazie. In questi giorni infine si è appreso che interrogatori e tortura sono affidati in appalto anche all'Europa: in particolare all'Est dell'Unione, appena uscito dal comunismo. I prigionieri trasferiti sono decine, forse centinaia. I voli degli aerei Cia in Europa sono almeno 300. Lo ha rivelato il 2 novembre il Washington Post, e Human Rights Watch ha specificato che i Paesi potrebbero essere Polonia e Romania. Il nuovo paradigma esisteva anche prima dell'11 settembre, ma dopo divenne routine, burocrazia. È quanto afferma l'ex agente Fbi Dan Coleman, da tempo inviso all'amministrazione Usa perché fautore di interrogatori non brutali e a suo parere più fruttuosi (basati sulla persuasione, sulla creazione di rapporti personali tra interrogato e interrogante). Coleman non è di sinistra, né pacifista. È un uomo di macchina nell'intelligence. Solo dopo l'11 settembre protestò contro l'extraordinary rendition, perché le deportazioni «erano completamente fuori controllo». Disse ancora: «La brutalità non funziona, lo vediamo bene negli interrogatori. A parte il fatto che così facendo perdiamo l'anima». Coleman ha rivelato altri fatti: egli partecipò agli interrogatori di Ibn al-Shaikh al-Libi, addestratore di Al Qaeda arrestato nell'inverno 2001-2002 dai pakistani, consegnato alla Cia, e trasferito per interrogatori-torture in Egitto. Le confessioni strappategli furono alla base delle dichiarazioni di Colin Powell - all'Onu nel febbraio 2003 - che giustificarono la guerra (Saddam avrebbe messo a disposizione di Al Qaeda armi chimiche e biologiche). Le confessioni erano false, come accertato dalla Commissione parlamentare Usa sull'11 settembre.
I Paesi cui vengono dati in appalto gli interrogatori senza guanti sono Stati noti per praticare la tortura e violare i diritti dell'uomo: in prima linea Egitto, Siria, Uzbekistan. E ancora: Giordania, Marocco, Yemen, Afghanistan, Pakistan, Thailandia. Adesso alla lista s'aggiunge il nostro continente, che di queste usanze s'è forse reso complice - in violazione della Convenzione europea sui diritti dell'uomo - consentendo a trasferimenti e a sequestri illegali di persone sospette sul proprio territorio. Il commissario Frattini, responsabile per libertà, sicurezza e giustizia, ha detto che i Paesi dell'Unione che dovessero aver ricevuto in appalto interrogatori e torture rischiano la perdita dei diritti di voto nei consigli dei ministri, come rischiò a suo tempo l'Austria di Haider. Si vedrà se tale posizione sarà ribadita in occasione della visita in Europa di Condoleezza Rice.
Un altro fatto da tenere a mente è il tipo di tortura, cui si ricorre abitualmente. La più frequente e nuova è il water-boarding o submarino: il sospettato viene legato e immerso nell'acqua fino a sfiorare l'annegamento. Ricorrente è anche l'uso dei cani: un avvocato americano ha dichiarato al New Yorker che Mamdouh Habib, prigioniero australiano di origine egiziana preso in Pakistan e poi trasferito in Egitto, fu minacciato di stupro anale per mezzo dei cani, se non avesse confessato d'appartenere a Al Qaeda. In Uzbekistan è usuale il water-boarding, ma con acqua bollente: la bollitura di una mano o un braccio è abituale, sostiene Craig Murray, ambasciatore britannico in Uzbekistan dimessosi perché inascoltato da Londra. Due prigionieri, così bolliti, sono morti.
Tutti questi detenuti son chiamati prigionieri fantasma, perché sottratti a ogni spazio giuridico. Non hanno diritto all'habeas corpus, il che significa: non possono comparire davanti a una corte per sapere di che sono imputati. Non possono incontrare avvocati, e i familiari non sanno dove siano. Gli agenti della Cia rapiscono infine i sospetti senza badare alla sovranità degli alleati. Si dirà che la cessione parziale di sovranità è necessaria a una cooperazione fra intelligence. Ma la cessione è richiesta solo all'Europa, mentre Washington la rifiuta perentoriamente. È per questo che la cooperazione antiterrorista funziona molto male: essa vede l'Unione europea complice di una strategia che non controlla.
Se questo è l'uso che si fa dell'intelligence, conviene porsi in Europa almeno due questioni. La prima riguarda la cooperazione tra servizi. Essa è indispensabile, in guerra e pace. Ma così come viene praticata è non solo inutile, ma dannosa. Il risentimento viene acuito, negli estremisti violenti. I torturati non dicono verità affidabili, e diventano inoltre del tutto inservibili nei processi per terrorismo che si fanno in Europa e Usa: per questo Washington si rifiuta di cooperare con i magistrati europei che invocano la comparsa in aula dei detenuti, come testimoni. Infine, i sequestri di presunti terroristi nei territori dell'Unione: una pratica deleteria cui ricorre la Cia, visto che i rapiti non vengono consegnati alla giustizia ma a irreperibili spazi di non diritto. È il caso dell'imam di Milano, trasferito e torturato in Egitto. È il caso del tedesco Khaled al Masri: sequestrato dalla Cia, poi trasferito e torturato in una cella afghana. Non fa scandalo che la Cia abbia interrogato il sospetto Daki assieme al pubblico ministero Dambruoso. Fa scandalo che in Italia si collabori col Nuovo Paradigma e con i suoi metodi senza ammetterlo, e senza che il governo dica cosa facciamo in Iraq: se siamo in guerra o in pace, se contrastiamo terroristi o insorti. È gravissimo che Daki sostenga gli insorti iracheni contro gli occupanti, vivendo in Italia e sapendo che ci sono italiani tra gli occupanti. Ma per biasimare le sue parole bisognerebbe non mentire, sulla nostra partecipazione alla guerra.
La seconda questione riguarda l'utilità di questi nuovi paradigmi e gli effetti che possono produrre. Sono effetti che rischiano d'annientare lo scopo che la guerra idealmente e ideologicamente si propone: l'estensione nel mondo di democrazia e diritti. Facendo affidamento su Paesi che praticano la tortura, non s'estende alcunché ma si spinge anzi questi Stati a preservare abitudini brutali rivelatesi così preziose per l'occidente. I mezzi inquinano il fine irrimediabilmente, come già s'è visto in altri totalitarismi. È ormai appurato che il terrorismo si nutre e cresce in concomitanza sia con la guerra in Iraq, sia con i costumi dell'intelligence americana. È chiaro che ambedue complicano la definizione del terrorismo, aprendo spazi a guerriglie che si presentano come battaglie per la liberazione e anche l'onore. È difficile per i magistrati decidere, in simili condizioni. In fondo, giudici come Clementina Forleo hanno come bussola «solo la coscienza e le leggi vigenti», se non vogliono cedere alla politica della paura e a quello che viene chiamato il comune sentire (Alessandro Silj, Corriere della Sera, 4-2-05).
È una strategia non pratica, quella odierna dell'intelligence: non intelligente, tarda di cervello, non è neppure vincente. Non lo dicono solo i pacifisti e parte delle nostre sinistre. Lo dicono democratici vicini alle forze armate come John Murtha, senatori repubblicani come John McCain, e gran parte dell'esercito americano e degli stessi servizi.


Verità assoluta credenti relativi
Ilvo Diamanti su
la Repubblica 18 dicembre

Sembrano essersi riaperte antiche tensioni, antiche fratture, dopo l´avvento di papa Benedetto XVI. Quasi ci trovassimo di fronte a una nuova "questione cattolica". Segnata dal costante, puntuale, intervento della gerarchia ecclesiastica su temi sostanziali. La vita, la famiglia, la scuola. D´altronde, è nota l´attenzione di papa Ratzinger per le questioni etiche e dottrinali.
Il suo esplicito impegno contro il "relativismo". Non tanto della società, ma, anzitutto, dei cattolici. Contro la tendenza dei credenti a esperire e praticare una fede-bricolage. Privatizzata e modellata in base agli usi e agli interessi personali. Per questa stessa ragione, d´altra parte, Ratzinger è stato eletto, in modo rapido e con grandi consensi. Perché prometteva di precisare e issare il "distintivo cristiano" (secondo la formula di Romano Guardini) in un´epoca caratterizzata da sfide culturali insidiose. Che giungono da altre religioni, in primo luogo l´Islam. Ma anche dalla deriva "mediaticonsumista". Altrettanto pericolosa e assai più relativista.
Da ciò la nuova tensione. Da una parte: il sospetto, nei confronti della Chiesa, di coltivare tentazioni teocratiche. Minacciare l´autonomia della politica e dello Stato. Dall´altra: la denuncia di un nuovo laicismo intollerante. Che pretenderebbe di confinare i cattolici dentro a recinti angusti. È come se in Italia si fosse (ri) aperto un conflitto - se non proprio una guerra - di civiltà. Fra laici e cattolici. Fra Chiesa e Stato. Tanto che si è riaffacciata (per iniziativa del nuovo soggetto politico radicalsocialista) l´ipotesi di impugnare, o almeno ridiscutere, il Concordato. Tuttavia, non è chiaro in che modo e in che misura queste divisioni attraversino davvero la società. In che modo e in che misura si traducano in contrapposizione politica. I dati forniti dall´ottava indagine su "Gli italiani e lo Stato", curata da Demos-LaPolis, raffreddano questi timori. E fanno dubitare che le tensioni fra il sistema politico e la Chiesa di Benedetto XVI abbiano investito e scosso la società.
In primo luogo, la Chiesa continua ad essere fra le istituzioni che godono di maggior consenso nella società. Nei suoi confronti, esprimono molta o moltissima fiducia sei persone su dieci. Con una tendenza alla crescita, rispetto agli anni scorsi. Mentre la quota di quanti la considerano in modo positivo è ancor più estesa. Superiore all´80%.
Peraltro, nell´atteggiamento verso l´esposizione dei simboli confessionali - il crocifisso - nei luoghi pubblici o in quello verso l´insegnamento della religione nella scuola non si colgono segnali di tensione. Peggio: di frattura. Anche in questo caso, il consenso dei cittadini risulta ampio. Pressoché totale. E trasversale. Tanto da suggerire un´adesione "culturale", oltre che di fede. Quasi un riconoscimento delle "radici cristiane" della società e delle istituzioni, su cui i costituenti dell´Unione Europea non hanno trovato l´accordo. Mentre in Italia appare solido e condiviso. Un "distintivo nazionale". Collegato e coerente con la presenza del Vaticano, a Roma. E con la diffusione della struttura cattolica sul territorio.
Tuttavia, gli italiani continuano a vivere il loro rapporto con la religione manifestando un elevato grado di autonomia personale. La maggioranza di loro, infatti, ritiene l´insegnamento della Chiesa, rispetto alla morale, "utile". Ma non prescrittivo. Visto che, poi, "ciascuno deve regolarsi secondo coscienza". Parallelamente, il finanziamento pubblico alle scuole private cattoliche è approvato da una minoranza, per quanto significativa, di cittadini (42%).
Si tratta di atteggiamenti in continuità con il passato. Non solo recente. Tratteggiano l´immagine di un "popolo di credenti". Che valorizza la religione. Ma la interpreta in modo flessibile. Nessun segnale, nessun indizio di divisione. Né si intravedono, in lontananza, "muri" invisibili. Che segmentino la società, generino segregazione, su base religiosa. Inoltre, nonostante l´enfasi retorica sulla "minaccia islamica" e sul "conflitto di civiltà", la disponibilità a concedere agli immigrati la costruzione di luoghi di culto "di altre religioni" (moschee, sinagoghe, ecc.) resta largamente maggioritaria. Anche fra i cattolici praticanti.
È ancor più difficile rinvenire tracce di "frattura religiosa" sul piano politico. Insieme alla Dc, si è sbriciolato anche il "mito" dell´unità politica dei cattolici (per citare un noto saggio di Enzo Pace). "Mito": perché, i cattolici votavano in modo pluralista già dagli anni Settanta. Ma, dopo il 1992, la diaspora dei cattolici, in politica, diventa evidente. Appariscente. Non c´è più il partito, ma neppure il "polo", dei cattolici. I dati del "Rapporto sugli Italiani e lo Stato" lo confermano. (Ma indicazioni analoghe vengono da altre fonti; da ultima, una ricerca di Segatti e Vezzoni). Oggi i cattolici "praticanti" sono il 22% nel centrosinistra. Un po´ più a centrodestra (29%). Ma un po´ più solamente. E, comunque, presenti e pesanti nel "popolo" degli indecisi (28%).
I cattolici, in altri termini, oggi non hanno più un partito. Si tengono lontani dai luoghi della militanza politica. Ma sono impegnati, più degli altri, nel volontariato sociale. E sono presenti, in largo numero, nelle attività di partecipazione locale. Ma anche nelle iniziative - di segno "universalista" - a favore della pace.
Per quanto frammentari, questi dati smentiscono che nella società italiana stia emergendo una nuova, lacerante, "questione cattolica". E contribuiscono a spiegare le scelte della gerarchia ecclesiastica, in questi primi mesi del pontificato di Papa Benedetto XVI, senza bisogno di attribuirne, per intero, le responsabilità al Papa e alla Cei. In primo luogo al cardinal Ruini. È più utile, semmai, fare riferimento alle condizioni, contrastanti, con cui la Chiesa si confronta, in Italia, dopo la fine della Dc.
La Chiesa. Continua a godere di fiducia e consenso. Dispone di una presenza sul territorio molto ampia. Di un tessuto associativo diffuso. Di una base di volontari estesa e impegnata sui temi della solidarietà, dell´assistenza, della formazione. Ma la sua capacità di "imporre" l´osservanza sul piano dottrinale, della pratica religiosa o della morale personale, è molto più limitata. Insomma, come ha osservato Franco Garelli, le è più facile "orientare le masse sui grandi temi dei valori che portare la gente a confessarsi e frequentare con assiduità i riti religiosi". Da ciò la scelta - che non è maturata negli ultimi mesi, ma da oltre un decennio - di agire in proprio. Come una lobby. Che promuove i suoi valori sostanziali. Ma anche gli interessi specifici, legati alla sua presenza nella società e nelle istituzioni. La Chiesa opera, quindi, sulla scena pubblica e in politica, senza preferenze pre-ordinate. Senza collateralismi. Interpreta una "minoranza". Che dispone di identità, organizzazione, capacità di mobilitazione. Può esercitare, per questo, una grande influenza sugli attori politici. In modo diretto. Esplicito.
La Chiesa di papa Benedetto XVI appare impegnata a marcare i confini della "verità". Per difendersi dal relativismo che affligge il mondo. (Anche quello cattolico). Rivendica e impone i suoi principi. I suoi valori. Disposta a confrontarsi. A scontrarsi.
E ad affrontare un rischio. Che il suo messaggio - esigente - venga condiviso da una minoranza osservante. E da un´èlite di atei devoti. Ma appaia troppo impegnativo al grande popolo dei cattolici "relativi". Che (per citare Marc Bloch) «la teologia e la religione collettiva prendano strade diverse». E il "distintivo cristiano" smetta di identificarsi con il "distintivo nazionale".


La trappola (Molto rumore per nulla)
Maurizio Di Bartolo su
Golem l'Indispensabile

Sul domenicale del "Sole24 ore" del 23 ottobre 2005 Giulio Busi, uno tra i massimi esperti della tradizione ebraica e docente presso la Freie Universität di Berlino, dedica un gustoso ritratto alla cosiddetta "Cabbala Rock", interpretazione new age dell'antica dottrina cabbalistica. L'americano Rabbi Berg, guru anche della rockstar Madonna, ne è il grande artefice, mentre una schiera di vip dello spettacolo aderiscono a questa nuova ondata di misticismo a tasso zero in veste di discepoli e post-profeti. Ogni commento sarebbe superfluo, anche perché Busi evita con l'olimpica superiorità che gli è propria ogni possibile livore accademicista in merito alla questione. Che ci si trovi di fronte ad una deformazione tra il grottesco e l'aberrante di un messaggio spirituale di ben altra portata culturale e storica non v'è dubbio. Ed il professor Busi che si vede così recapitare (scandalizzando il suo bibliotecario) un rinnovato - nel look- Zohar made in USA, con gesto profondamente illuminista, sorride e archivia.
      Ora si tratta forse d'interrogarsi sul perché oggi, mentre in un caso come questo il misticismo ebraico rischia di ridursi a merceria d'amuleti, un'interazione sempre più organica tra i fenomeni di globalizzazione tecnologica e fenomeni di sincretismo culturale, -tipici peraltro di una fase di decadenza storica -, mostri più spesso tratti reazionari ed irrazionalisti, come espressione di una società virtualizzante, vittima al contempo di queste stesse virtualizzazioni. Ci troviamo cioè di fronte ad una gigantesca e sistematica demolizione della forza delle più importanti tradizioni culturali, demolizione capace tuttavia di organizzare una propria gigantesca "messa in scena" o autorappresentazione che dir si voglia, allucinatoria direi, dal momento che soprattutto il nulla, oggi, sembra in grado di dare spettacolo al punto da tramortire quasi completamente le coscienze.
      In tal senso il Rabbi Berg non è un caso isolato, perché non lo sono nemmeno i fustigatori mediatici nostrani in stile Adriano. Sempre per intenderci, Giulio Busi (e chi come lui si dedica seriamente allo studio delle fonti) è e resta al di là di una possibile becera distinzione tra Cabbala Rock e Cabbala Lenta. D'altra parte, chi crea ed introduce nel circo mediatico categorie fantaoppositive, sia pur armato di pseudo-gnosi buone per un sabato sera, non fa che contribuire alla paralisi dell'attività critica proprio mentre sembra, formalmente, esaltarla. Quest'ultima non si è trovata mai così a mal partito come in questo inizio di Ventunesimo secolo, a causa di una tragica sottovalutazione delle reali potenze anticulturali che agiscono come si dice sotterraneamente. Questo sottoterra catacombale non è più semplicemente qualcosa di fisico, anzi. Il sotterraneo, ci permettiamo di ripeterlo, consta piuttosto di un'interazione organica tra rete e movimenti imprevedibili di gruppi d'opinione, i quali agiscono, spesso in modo incontrollato, a livello profondo (diremmo con una espressione ostica al punto giusto sub- ed intra-coscienziale). Si tratta quindi di un sotterraneo alla luce del giorno nella pretesa "società dell'immagine", per la quale un tatuaggio di un paio di lettere in ebraico vale il possesso dell'antica sapienza mistica, e attraverso la quale lo svuotamento di qualsivoglia sostanza vanifica gli ultimi sforzi di mappare le anemiche basi scientifiche sopra cui poggia questa società più digitata che digitale.
      Questa situazione di paralisi non è semplicemente un effetto perverso indotto dai fenomeni sopra accennati, ma costituisce la premessa attivamente autoritaria per una politica di riduzione – nella "migliore" delle ipotesi – delle nostre coscienze critiche in coscienze rock. Nell'ipotesi peggiore, invece, saremo tutti molto, molto lenti. E perfino l'uso sarcastico di quegli stessi strumenti di frammentazione culturale diverrà alla fine un'arma spuntata se non addirittura mistificante.
      In Dialettica dell'illuminismo di Horkheimer e Adorno è presente almeno un passo che può definirsi fortemente allegorico e profetico al riguardo. Nel paragrafo Le prix du progrès si riporta una lettera di Pierre Flourens in merito all'uso del cloroformio nelle operazioni chirurgiche. L'atroce dubbio del fisiologo francese riguardava l'effettiva portata narcotica del cloroformio. Questa sostanza a suo giudizio inibirebbe la capacità di accogliere e conservare le tracce delle impressioni, ma non agirebbe affatto come anestetico rispetto al dolore fisico. Se questo dubbio fosse confermato, si creerebbe una paradossale situazione di criminosità medica, tale per cui l'impossibilità di poter ricordare l'evento doloroso s'imporrebbe come eliminazione del dolore tout court, ed il successo di tale pratica porterebbe ad un massiccio impiego di tale tortura, la quale tuttavia passerebbe in quanto tale del tutto inosservata: il paziente sotto narcosi a cui capitasse un infarto per l'eccessivo dolore sarebbe l'ultimo a poter testimoniare della causa reale del proprio decesso. La conclusione di Horkheimer e Adorno proietta in senso metaforico il lancinante dubbio di Flourens circa il cloroformio sull'intero dominio scientifico, ipotizzando la "perdita del ricordo come condizione trascendentale della scienza";e subito dopo, a chiusa: "ogni reificazione è un oblio" (cfr., M. Horkheimer – T. W. Adorno, Dialettica dell'illuminismo, tr. it. di R. Solmi, Einaudi, Torino 1974, pp. 247-248).
      Il prezzo del progresso, di fronte al quale esita la coscienza di Flourens, sarebbe un impiego sistematico della paralisi fisiologica della memoria. Il pericolo peraltro denunciato dallo stesso Flourens è che si crei una prassi sistematica di "cavie umane", nell'assoluta impunità che l'oblio chimico assicura. Il passo anagogico è terribilmente semplice, mentre la fisiologia s'eleva a ideologia. L'interazione organica tra tecnica e società conosce oggi come non mai un cloroformio "politico" somministrato in forme sempre più sofisticate, per cui la demolizione culturale può tranquillamente avvenire attraverso una rimozione meccanica degli effettivi contenuti critico-conoscitivi. La riduzione della tradizione mistica ebraica a bigiotteria ne è solo un modello. Anche la riduzione dell'azione e del pensiero politico nazionale a rocketteria strapaesana (e la chiosa interminabile che ne segue le sparute articolazioni ) ne è fulgido esempio. Ed un altro potrebbe essere il recente neofondamentalismo religioso americano che si erge a censore delle teorie evoluzioniste.
      Il comune denominatore profondamente involutivo in queste ed altre situazioni paradigmatiche di crisi d'identità culturale consiste in una spinta ideologica mediatica - che parte per eccellenza "dall'alto", come nel caso di vip dello spettacolo o di un'autorità religiosa o di una personalità politicamente carismatica. Questa spinta è comodamente e facilmente riproducibile e e pilotabile e può tranquillamente cloroformizzare e renderci "cavie culturali", organizzando iconicamente il senso di questa narcosi, attraverso i mezzi pervasivi di visualizzazione. L'attuale società autorizza infatti a pensare con precisione quella reificazione a cui alludono sinistramente Horkheimer ed Adorno proprio in termini di virtualizzazione. Le immagini del sapere divengono icone di una contemplazione che assomiglia però sempre più ad uno stato d'ipnosi, laddove tuttavia sarà sempre possibile innestare, guarda caso, il codice a barre.
      Il braccialetto cabbalistico di Madonna costa, come ci ricorda Giulio Busi, "soli" 26 dollari: detraiamoli con saggezza ebraica dal suo prossimo pleonastico concerto, e magari lei l'indomani si scoprirà improvvisamente buddista.


   18 dicembre 2005