
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 20 novembre 2005
Lo Stato laico in salsa vaticana
Eugenio Scalfari su la Repubblica 20 novembre
Con gli accenti virili che gli sono propri quando afferma principi e valori nei quali crede profondamente George Bush ha ricordato al Partito comunista cinese e al governo di Pechino le loro inadempienze verso i diritti umani. Non poteva fare diversamente nel momento in cui metteva piede sul territorio della nuova potenza mondiale che nel giro di pochi anni sarà il vero "competitor" degli Stati Uniti mettendo fine al regime unipolare seguito alla caduta del Muro di Berlino.
Non è detto che il suo ammonimento cada nel vuoto anche se al momento la risposta del suo interlocutore sarà sdegnosa. Il governo di Pechino sta già allentando la stretta dogmatica e ideologica sui popoli che abitano quell'immenso territorio; man mano che il "risparmio forzato" e l'accumulazione del capitale procederanno, la macchina del benessere diffuso produrrà i suoi inevitabili effetti, sia pure con modalità che derivano dalla storia e dalla collocazione geopolitica della Cina.
Ma pensare che l'evoluzione oltre che economica anche politica del gigante asiatico attenui la sfida che esso lancerà all'America è pura illusione.
La storia non è affatto finita nel 1989, anzi non ha mai prodotto tante novità e suscitato tanti problemi come in questi ultimi quindici anni. Il tempo scorre sempre più rombante e veloce e chiede strategie adeguate di fronte all'irruzione di masse immense, portatrici di nuovi bisogni, nuove identità, antiche e profonde frustrazioni, intollerabili disuguaglianze.
L'Occidente rischia d'arrivare sfiatato e sfiduciato a questi decisivi appuntamenti ed è proprio George Bush il simbolo più eloquente di quest'affanno politico e morale. La sua credibilità in patria è precipitata ai minimi termini. La guerra irachena a tre anni dal suo inizio è impantanata. Il terrorismo incombe nella capitale e su un terzo del paese. La guerra civile non è un'ipotesi da scongiurare ma una realtà attuale fin d'ora. La stragrande maggioranza degli iracheni percepisce l'armata americana come un corpo di spedizione ostile e ne auspica entro breve tempo il ritiro.
L'opinione pubblica americana, d'altra parte, si è spostata su posizioni che sono esattamente l'opposto di quelle di appena un anno fa, il trionfo elettorale che premiò il presidente con un secondo mandato sembra ormai un reperto archeologico. L'esportazione della democrazia in Iraq produrrà nel migliore dei casi una fragile teocrazia sciita insidiata da avversari occulti e palesi.
Ma gli esiti sono altrettanto deludenti in Afghanistan, nel Kosovo, in Bosnia. E' di ieri la denuncia di Emma Bonino secondo la quale a Kabul si è passati dalla teocrazia talebana alla "narcocrazia": metà del reddito di quel paese proviene dalla coltivazione e dal commercio della droga. In Kosovo la situazione è identica a dispetto della presenza dell'Onu, in Bosnia l'equilibrio etnico è pura finzione.
Dell'Africa, orientale e occidentale, meglio non parlare tanto è disperata la situazione che vede, oltre ai genocidi, alle guerre tribali, alle epidemie e alla fame, anche l'espandersi rapido della schiavitù quasi-legale, dall'Abissinia al Ciad, al Niger, alle coste della Guinea.
Se vogliamo guardare la realtà, con occhi non offuscati dalla propaganda, questo è lo stato dei fatti. Le periferie assediano il centro quando non diventino centro esse stesse. Bisogna esser ciechi per non vederlo.
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Nel frattempo noi ci balocchiamo. Abbiamo un capo del governo che - gli siano rese grazie - ci fa almeno divertire. L'altro ieri, per festeggiare la "devolution" che ha scompaginato con metodo e norme incostituzionali, l'unità del paese, l'autonomia del Parlamento, il funzionamento del governo e il ruolo del capo dello Stato, ha ballato insieme ai parlamentari leghisti, sul motivo di "chi non salta comunista è". I commessi del Senato erano esterrefatti ed esilarati da quello spettacolo che può andare in scena soltanto nel Parlamento italiano. Uscito di lì si è proclamato santo; forse è per ottenere la canonizzazione ufficiale che ieri ha fatto visita a Benedetto XVI. Poi ha sillabato davanti ai microfoni e ai taccuini dei giornalisti che il suo programma di legislatura "è stato attuato al cento per cento". Quel programma, per chi non lo ricordasse, lo impegnava ad abbassare le tasse e la pressione fiscale, recuperare la sicurezza di persone e cose, effettuare un grandioso programma di opere pubbliche, rendere rapida ed efficiente la giustizia, riformare scuola e università.
Al cento per cento fatto. Lui lo dice e bisogna pur credergli anche perché ce lo raccomanda la sua mamma. In realtà, come provano tutte le statistiche ufficiali disponibili, i primi quattro punti sono stati interamente mancati, l'ultimo (la riforma della scuola e dell'università) non è stata che una rispolverata della riforma Berlinguer accentuandone il peggio e attenuandone il meglio.
Ma dicevo: lui almeno ci fa divertire. Vi par poco con questi chiari di luna?
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Pier Ferdinando Casini, diciamolo, è assai meno divertente. Dopo aver votato, con tutti i suoi della gloriosa Udc, per ben quattro volte di seguito (due alla Camera e due al Senato) la legge di riforma costituzionale (detta "devolution") non ha fatto passare dieci minuti per dichiarare che a lui quella legge piace pochissimo e comunque ci sarà tra breve il referendum per il quale il bel Pier lascerà ai seguaci libertà di coscienza. Segno che finora quella coscienza qualcuno gliel'aveva sequestrata (salvo che al roccioso Tabacci che ha votato contro salvandosi l'anima).
L'arcano si è capito rapidamente. Il giorno dopo il cardinal Ruini ha rudemente criticato la "devolution" dicendo che questa volta i vescovi non daranno indicazioni di voto nel referendum. Detto da lui significa pur qualcosa. Astinenza da un vizio? Incoraggiamento a votare contro la legge? Ruini questa volta si asterrà dall'intervenire, ma quella legge la critica, accidenti se la critica.
La sinistra questa volta lo ha applaudito, ma commette secondo me un errore. Come ha scritto giustamente Berselli su Repubblica di ieri, Ruini non può e non dovrebbe cimentarsi con le leggi della Repubblica italiana. Non lo fa Ciampi, che è il capo dello Stato e può soltanto rifiutare la firma quando vi sia palese incostituzionalità.
Ma Ruini invece entra nel merito, mi piace quell'articolo, mi preoccupa quell'altro, suggerirei questo, sconsiglierei quest'altro, e tutti a dirgli bravo.
Diciamo la verità: Ruini è un impiccione nel senso che si impiccia di cose che non lo riguardano. Che direste, ripeto, se Ciampi si comportasse allo stesso modo? E che direbbe Ruini se un ministro, un prefetto, un ambasciatore, insomma un pubblico funzionario del nostro Stato dichiarasse che la Conferenza episcopale è un organismo non democratico, non trasparente, che svolge male il suo lavoro? Credo che quel ministro, quel prefetto, quell'ambasciatore se la passerebbero molto male. La loro carriera ne soffrirebbe un bel po'. Perché noi siamo uno Stato laico in salsa vaticana. E anche questo è un dato di fatto.
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Mi perdoni, Eminenza, se le lancio ancora una pallottola di carta, di quelle che lei sa respingere con una racchetta da ping-pong: ho letto che lei è favorevole a inviare negli ospedali e nei consultori i militanti del comitato Scienza e Vita per convincere le donne che vi si recano a non abortire. Si vuole dunque impicciare anche dell'organizzazione ospedaliera? Non basta il ministro Storace che una ne fa e cento ne pensa? Dunque i volontari di Scienza e Vita. Sicuramente più efficienti delle suffragette dell'Esercito della Salvezza, che le loro musichette e i loro predicozzi le fanno rigorosamente sui marciapiedi di Londra.
Io me l'immagino quella povera donna col suo carico di dubbi e di dolori, che decide di abortire ed entra con passo timido e volto rattristato in un pubblico ospedale.
Sa che dovrà avere un colloquio preliminare col medico. Quel colloquio non solo se l'aspetta ma ci conta, ha ancora dubbi sul da fare e sul come fare, insomma nel novanta per cento dei casi arriva all'appuntamento col cuore in mano. E chi si trova davanti, nelle stanze e nei corridoi dell'ospedale o del consultorio? Un don Gelmini, un volontario di Scienza e Vita, di solito un po' fanatico, abbastanza intransigente, uno che può anche minacciarle descrivendole le pene dell'inferno. Li abbiamo visti e sentiti infinite volte in televisione, quelli di Scienza e Vita ai tempi del referendum sulla procreazione artificiale. La petulanza, la certezza incrollabile nella propria verità, non un dubbio, non un sorriso, la religione dell'embrione, magari con il nome Giuliano Ferrara scritto sulla maglietta.
Ci rifletta, gentile cardinale; ci rifletta anche lei ministro Storace. Perché se questa pratica prendesse piede, aspettatevi l'arrivo in forze di Pannella, Bonino e Capezzone. Predico che allora sarebbero guai seri. Il consultorio e l'ospedale rischierebbero di trasformarsi in una rovente "Samarcanda", in uno scatenato "Ballarò", in un "Otto e mezzo", in un "Porta a porta", con la paziente relegata in un angolo e le due contrapposte squadre ad accapigliarsi in mezzo ai letti di un pronto soccorso e di una astanteria.
Io, per me, starei coi radicali, anzi gli darei pure una mano per quel che posso, ma che c'entra questo con la 194 e il diritto all'aborto motivato in una pubblica struttura? Anche l'aborto lo vogliamo in salsa vaticana? Poi vi lamentate degli anticlericali. Ma siete voi che li volete.
Stiamo attenti e state attenti perché tutta questa storia rischia di finire molto male. Con tante grane, ci manca anche questa.
I Poli e il candidato di garanzia
Massimo Franco sul Corriere della Sera 20 novembre
Nella casa di via Anapo, al quartiere Trieste, nel cuore borghese di Roma, stanno per cominciare i lavori che preannunciano il suo ritorno. E con gli amici, lui e la moglie Franca parlano già di quando finalmente riprenderanno a trascorrere vacanze più o meno normali: postpresidenziali. In estate, le passeggiate a Riscone, sulle Dolomiti dell'Alto Adige; la quiete della villa di Santa Severa, sul litorale a nord di Roma, dopo le lunghe gite in bicicletta di questi sette anni nella tenuta di Castelporziano. E magari, questo sì in continuità, qualche gita in barca e una nuotata nel mare della Sardegna con l'ex senatore Francesco Merloni e la sua famiglia; ma con un po' più di libertà.
È difficile scorgere nei gesti e nei silenzi di Carlo Azeglio Ciampi qualsiasi indizio di una sua voglia di rielezione al Quirinale. La sindrome del secondo settennato ha toccato più o meno tutti i capi dello Stato, come una febbre psicologica che aumentava alla scadenza del mandato. Forse perché, ha spiegato una volta il senatore a vita Francesco Cossiga con rara capacità introspettiva, "i capi dello Stato, in fondo, sono dei re a tempo. Eogni presidente è un po' un monarca". Eppure, chi lo ha incontrato in questi mesi si è sempre trovato di fronte un Ciampi che si comporta come se volesse soltanto arrivare bene al traguardo.
Qualche maligno potrebbe pensare che sia la strategia più sublime per essere rieletto. Ma chi va al Quirinale e cerca di sondarlo sul futuro e di azzardare scenari che lo vedano ancora lì dopo la scadenza del maggio 2006 rimane deluso. Gli interlocutori ricevono sempre risposte che eliminano ogni illazione cortesemente ma senza margini di ambiguità. Il risultato paradossale, tuttavia, è che la schiera dei sostenitori di "altri sette anni" sta crescendo in modo perfino sospetto. Il centrodestra lo ipotizza da mesi. Ieri l'ha proposto Gianfranco Fini,maanche Giulio Tremonti, Pier Ferdinando Casini, Sandro Bondi considerano Ciampi un candidato di garanzia: forse l'unico.
Ufficialmente, a nicchiare è rimasta la Lega: anche se le sue allusioni all'età del presidente, che pure non viene trascurata, non sembrano del tutto convincenti. In più, si precisa che i rapporti fra Umberto Bossi e il Quirinale sarebbero cordialissimi. Ma la novità è che ieri, attenuando una prudenza interpretata in passato perfino come freddezza, nella stessa Unione ci si comincia a sbilanciare per la permanenza di Ciampi. Non Francesco Rutelli, tuttora convinto che sia bene non parlarne ora. Ma con cautela il segretario dei DsPiero Fassino e il presidente, Massimo D'Alema; con più trasporto il coordinatore Vannino Chiti, stavolta non liquidano come strumentale la mossa di Fini.
Anzi, l'apprezzano. Ma, secondo D'Alema, "deve decidere lui", l'attuale capo dello Stato. E' improbabile, tuttavia, che succeda: la prospettiva che Ciampi dica anche solo una parola sull'argomento di qui alla fine del mandato viene considerata inverosimile. Anche se nella corte quirinalizia si scherza sul "primo settennato " dell'ex governatore della Banca d'Italia. E si intuisce che nei due schieramenti c'è chi vorrebbe la sua conferma per scongiurare i giochi al massacro tipici delle successioni alla presidenza della Repubblica. Ma soprattutto, l'ipotesi viene accarezzata da un centrodestra che scommette su una sconfitta ambigua; e non esclude due maggioranze parlamentari.
Il frutto avvelenato del sistema proporzionale potrebbe essere infatti un Senato alla Cdl e una Camera all'Unione. In quel caso un Parlamento, in bilico fra impotenza e tentazione di nuove elezioni, dovrebbe rivolgersi quasi all'unanimità a Ciampi e chiedergli di rimanere.Masi tratta di un'ipotesi estrema, d'emergenza. E comunque, una volta contati i voti delle elezioni politiche, da verificare con un capo dello Stato psicologicamente già altrove; e deciso a non sciupare l'enorme patrimonio di credibilità e di rispetto, accumulato nel suo "primo" settennato.
Il programma di Prodi
Editoriale su Il Foglio 19 novembre
Roma. L'appuntamento clou è per il 5 e il 6 dicembre a San Martino in Campo. Nella cittadina in provincia di Perugia si compirà la sintesi delle tesi che stanno elaborando i gruppi di lavoro tematici in cui sono presenti i rappresentanti di tutti i partiti che compongono l'Unione. Ma l'entourage del candidato premier Romano Prodi, anche per stare al passo dei Ds di Piero Fassino che hanno inviato a selezionati esponenti delle imprese 200 pagine di proposte per l'economia, hanno già messo nero su bianco le relazioni che saranno la base del futuro programma del centrosinistra.
Le relazioni sono il frutto di tavoli organizzati dalla fondazione prodiana Governareper guidata da Arturo Parisi e Angelo Rovati. Non mancano le sorprese, a partire dal documento su Politica e istituzioni. Tra le premesse c'è il giudizio negativo sulle sconsiderate iniziative svolte in campo istituzionale dal centrodestra. Ma subito dopo ci sono prognosi non molto distanti da quelle varate dalla Casa delle libertà. Nel testo redatto dal comitato coordinato da Leopoldo Elia si auspica infatti da un lato la creazione di un Senato federale e dall'altro la previsione di una sorta di norma antiribaltone. L'obiettivo è quello di stabilizzare il mandato elettorale per la durata della legislatura, una garanzia da prevedere in Costituzione. Non solo: Il presidente del Consiglio può richiedere elezioni anticipate, che il presidente della Repubblica concede. A meno che aggiungono i professori del circolo prodiano il capo dello Stato non verifichi che sia possibile con un diverso premier proseguire la legislatura con una maggioranza sostanzialmente identica nella realizzazione del programma votato dalla Camera a inizio legislatura.
La compattezza della commissione composta da 22 personalità della cultura (tra cui pure l'attuale Garante della privacy, Franco Pizzetti) non ha però indicato un modello di legge elettorale al posto di quello attuale (definito scandaloso). Anzi, fra le tre alternative proposte c'è pure quella di un sistema di tipo proporzionale con premio di maggioranza simile a quello voluto dalla Cdl.
I maggiori consensi li ha riscossi il modello basato su collegi uninominali maggioritari a doppio turno. Spiega al Foglio il costituzionalista Augusto Barbera, tra gli invitati al gruppo di lavoro: Sostengo da anni la necessità di introdurre l'uninominale a doppio turno, perché consente di consolidare un bipolarismo che non si fa condizionare dalle estreme. L'obiettivo non è stato centrato due volte, nel '93 per colpa di Mino Martinazzoli, nel '99 perché non si raggiunse il quorum al referendum.
Pronto anche il rapporto sul Welfare. Si parte dal riconoscimento che durante l'attuale legislatura è certamente aumentato il tasso di occupazione, per poi sottolineare che si è parallelamente accresciuto il grado di precarietà delle forme di impiego. Per ovviare a ciò si abbozza l'idea di uniformare i contributi per i lavoratori atipici e per i lavoratori subordinati. Sarebbe auspicabile dice Carlo Dell'Aringa, docente di Economia politica alla Cattolica di Milano, uno dei componenti il comitato una graduale armonizzazione, elevando i contributi per i collaboratori a progetto al fine di ridurre l'incentivo al loro utilizzo al posto dei dipendenti a tempo indeterminato. Senza però diminuire il prelievo complessivo. Sulle pensioni, invece, ci si limita ad affermazioni di principio senza entrare nei particolari, tanto che il tema è rubricato tra gli aspetti aperti. Il giudizio sulla riforma del governo Berlusconi non è positivo, ma non è neppure eccessivamente negativo: La riforma va corretta. Come però non è detto. La stella polare resta la riforma Dini del '95, ma con le revisioni sull'età pensionabile che si renderanno necessarie a fronte delle dinamiche demografiche. Sembrano più nette le indicazioni contenute nel rapporto su industria e finanza, come quelle che riguardano il settore bancario. Per il quale gli intellettuali vicini a Prodi consigliano di limitare i conflitti d'interesse. Spiega Franco Grassini, economista del centro studi Arel: Si altera la concorrenza quando azionisti industriali, amministratori di banche, possono determinare un favore creditizio verso la propria azienda a discapito potenziale di concorrenti diretti nell'industria che non sono soci della stessa banca.
Santo partito
Andrea Colombo su il Manifesto 19 novembre
Un giorno è l'aborto, quello dopo la devolution, quello dopo ancora entrambi gli argomenti. Il quotidiano dell'Unione, La Repubblica, si esalta quando nel mirino di Camillo Ruini c'è la riforma di Bossi, un po' meno quando l'intervento riguarda altre leggi, come se fosse possibile giudicare un metodo a seconda di quanto si sia di volta in volta d'accordo sul merito. Fassino si scopre credente. Bertinotti guarda da un'altra parte. Non che si concentri su questioni secondarie: però riflettere su quanto santa madre chiesa sappia ancora tenere al centro delle sue speculazioni l'essere umano, laddove la politica pensa solo al mercato, non assolve dal compito di contrastare altre e più discutibili attività della stessa chiesa. Le critiche che la Cei prima, l'Osservatore romano poi, hanno mosso alla riforma costituzionale imposta da Umberto Bossi sono condivisibili. Il che non diminuisce di un milligrammo la preoccupazione crescente per un intervento del Vaticano nella politica italiana che si fa di giorno in giorno più diretto e sfrontato. Né vale affermare che la sfera di competenza della chiesa abbraccia questioni che la devolution tocca da vicino, come la difesa dei soggetti più deboli e la salvaguardia dei diritti elementari delle persone. Quando i vescovi arrivano a proporre un emendamento alla nuova Costituzione, quasi dettandolo parola per parola, in discussione ci sono non più i princìpi ma la loro applicazione mediante leggi e regolamenti. C'è la politica.
La crescente invadenza del Vaticano nella vita italiana è una risposta al problema che angustia la chiesa da oltre un decennio, da quando, con l'improvviso inabbissarsi della Dc, è venuto a mancare un partito cattolico capace di funzionare come cinghia di trasmissione ed elemento di mediazione politica tra lo stato vaticano e quello italiano. Le gerarchie ecclesiastiche non difettano di senso della realtà, conoscono la politica molto meglio di Rocco Buttiglione. Neppure per un attimo hanno sperato di poter dare vita a un nuovo partitone cattolico. Hanno invece lavorato a lungo, con notevole successo, per affermare una discreta ma ferma egemonia su entrambi i poli.
Oggi possono porsi obiettivi anche più ambiziosi. Possono azzardare una discesa diretta in campo, come una forza politica certamente anomala ma tra le più potenti e ascoltate. E' una scommessa difficile, ma autorizzata, quasi consigliata, da una situazione nella quale nessuno si stupisce se in tv si dibatte sull'opportunità o meno di dare alle fiamme il blasfemo Darwin, come attivamente opera per fare il ministro dell'Istruzione. E' una scommessa dall'esito incerto, ma del tutto plausibile nel paese in cui il principale leader della sinistra radicale si preoccupa più di non apparire "laicista" e "anticlericale" che di frenare la deriva, e dove i pochi leader che cercano di porre limiti all'invadenza ecclesiastica vengono bersagliato quotidianamente degli stessi compagni di coalizione neanche fossero Giordano Bruno. Da tutti. Rifondazione inclusa.
La religione del Cavaliere
Filippo Ceccarelli su la Repubblica 20 novembre
Il Concordato, d´accordo. E l´aborto, la Ru486, il referendum sulla fecondazione assistita, i volontari pro-life nei consultori, l´Ici, il federalismo e la scuola privata. Ma da tutto il complesso di temi che riscaldano i rapporti fra la Chiesa e lo Stato resta fuori, pur sempre, una piccola-grande questione che travalica le stesse relazioni fra la Santa Sede e la Repubblica italiana: può ritenersi Silvio Berlusconi un cattolico, e magari anche un buon cattolico?
Assurda, ovviamente, sarebbe qui la pretesa di dare una risposta, tanto più se risoluta e semplificata, sì o no. Bastassero le zie suore o le sentenze del tribunale di Milano, a stabilire la saldezza della Fede!
L´esibizione del lusso o gli studi dai salesiani, la filantropia o l´immoralità delle reti Mediaset, le barzellette grevi o il culto familiare per San Michele arcangelo, che ricorre il giorno della nascita di Silvio (29 settembre).
Insomma, non si può dire, è difficile misurare il grado di religiosità e poi, soprattutto: noli iudicare. Però non mancano elementi, anzi ce ne sono parecchi per comprendere come fin dall´inizio dell´avventura berlusconiana non solo in Vaticano, ma anche fra milioni di italiani esista (anche) questa curiosità. Non così secondaria, dopo tutto, né irrilevante in un tempo che testimonia l´erosione dei confini tra pubblico e privato, personale e istituzionale.
E allora si va necessariamente per tentativi, indizi, supposizioni, contraddizioni. Quando il presidente del Consiglio parla all´opinione pubblica da Palazzo Chigi è bene sapere che alle sue spalle, nelle conferenze stampa, ha voluto il frammento di un affresco che rappresenta la vita di un santo, per la precisione "la gloria di Sant´Ignazio". Ma poi si scopre che l´autore di quel quadro, che pure è un gesuita, Andrea Pozzo, viene considerato il fondatore e il maestro indiscusso dell´illusionismo prospettico.
E quando, novembre 1993, in pratica Berlusconi annunciò la nascita di Forza Italia, all´inaugurazione di un ipermercato, la cerimonia si concluse con il Padre Nostro recitato in stereofonia. Questo per dire l´ambiguità dell´indagine; e le inevitabili insidie che comporta. Con i presidenti democristiani, certo, era tutto più facile: venivano dal mondo cattolico, avevano la croce sullo stemma e chi più chi meno temevano di finire all´Inferno. Ecco. Nell´odierna Italia secolarizzata ci sono almeno due sacerdoti, don Baget Bozzo e don Verzè, che esplicitamente hanno riconosciuto nel Cavaliere, nella sua opera politica e di governo, il segno della Provvidenza. Testuale. Ma v´è anche chi, come Francesco Cossiga, a proposito di Berlusconi una volta ha utilizzato la categoria dell´Anticristo. Testuale, pure.
In entrambi i casi si tratta di parole. Però forti, impegnative. Tra questi due estremi si dilata l´enigma di una religiosità spesso data per scontata, ma altrettanto spesso irta di contrasti. La villa di Arcore, per dire, dove sicuramente c´è un cappella (gentilizia) in funzione, ma anche un mausoleo funerario pregno di iscrizioni e rilievi esoterici. E ancora: l´educazione, con i "ferrei regolamenti salesiani" vantati nell´opuscolo elettorale "Una storia italiana", e l´iscrizione alla massoneria. Incidente che non ha impedito a Berlusconi di definirsi leader "del primo partito cristiano e cattolico del Polo". E forse lo è davvero: e questo suo esserlo, accettato almeno quantitativamente come tale, qualcosa vorrà pur dire.
Gli avversari, anzi i nemici, gli rinfacciano la seconda famiglia. Pare di ricordare che Rosi Bindi arrivò a tirargli appresso la questione dei sacramenti, che da divorziato non potrebbe ricevere. Ma chi crede in Dio crede anche nel peccato e nella sua redenzione. Ora, Berlusconi non è un baciapile, gli piacciono le donne, adora i soldi, difende gli amici più impresentabili, crede nell´individualismo, nella vittoria, nel successo, nel potere, nella seduzione delle merci, nella felicità che si acquista in questo mondo.
Qualche dottrinaria diffidenza francamente la ispira. Di continuo si auto-magnifica, ad esempio, non di rado oltre i limiti dell´idolatria. L´altro giorno, scherzando, s´è definito "santo", ma le cronache del decennio allineano un numero impressionante di espressioni scippate alla tradizione ecclesiologica: l´amaro calice, l´unzione divina, i miracoli (alcuni anche tecnicamente accreditati dai suoi fedeli!), la croce, la visita pastorale, i missionari, perfino un "Credo" cui, forse per modestia, fa seguire l´aggettivo "laico". Ma tutto questo non gli ha impedito di uscirsene con un´espressione dialettale che Oltretevere deve essere suonata un po´ disinvolta: "un laurà de la Madona". Pacifista intermittente. Più che paternalista. Ma quando può, oltre ai ricchi con le leggi, di tasca sua il Cavaliere aiuta i poveri; giorni fa don Gelmini, altro prete devoto, ha aperto in Thailandia una scuola per i bimbi orfani dello tsunami, la scuola "Silvio Berlusconi", si legge nel comunicato stampa: il che è già più sospetto.
Pazienza. Più cattolico per abitudine e comodità, come tanti, che autenticamente cristiano. Ma di questo secondo genere, fra gli uomini politici (e non solo), se ne trovano pochini. Anche per questo, in fondo, si fanno i Concordati - e quando esistono già Santa Romana Chiesa se li tiene ben stretti.
Vedi alla voce alternanza
Paolo Prodi su l'Unità 19 novembre
Non si trova proprio nessuno che metta in discussione questa parola magica. Tutti invocano l'alternanza come snodo fondamentale di ogni regime democratico. I cittadini eleggono i loro rappresentanti: se questi si comportano bene attuando il programma che avevano presentato ai loro elettori ed amministrano il paese in funzione del bene comune vengono confermati nelle successive elezioni, se no sono rimandati all'opposizione ed i cittadini eleggono un'altra classe dirigente.
Tutte le discussioni sui sistemi elettorali si basano su questa verità di fede; almeno in apparenza, perchè di fatto le riforme elettorali sono pensate ed attuate in vista della conservazione del potere, come purtroppo abbiamo occasione di sperimentare in questi giorni con la riproposta di un sistema proporzionale concepito apposta per ridare qualche speranza alla maggioranza attuale.
Tutti noi siamo pieni di dubbi sul funzionamento sia del sistema maggioritario che di quello proporzionale: chi si è schierato per l'introduzione del maggioritario dodici anni fa rimpiange spesso il sistema proporzionale, scandalizzato dal bipolarismo falsato che abbiamo davanti agli occhi; viceversa chi ha sostenuto il proporzionale si rende conto della necessità di introdurre correttivi, sbarramenti o premi di maggioranza per impedire il frazionamento incontrollabile delle forze politiche.
Come se i nostri mali dipendessero totalmente dal sistema elettorale. Quello che è certo è che le cose non funzionano così in Italia e pure negli altri paesi avanzati la democrazia dell'alternanza non sta troppo bene, anche se quasi sempre meglio rispetto a noi. Le discussioni senza senso intorno alla grande coalizione, all'applicabilità in Italia della soluzione che viene ora attuata in Germania per superare l'impasse derivata dai risultati delle ultime elezioni, mi sembra particolarmente indicativa di questo stato di confusione. Personalmente penso che in Italia noi non saremmo nemmeno in grado di puntare su questa soluzione che esige almeno l'esistenza di una destra presentabile, un rispetto fondamentale del patto costituzionale, di quel patto che da noi è stato lacerato proprio in questi giorni dalla maggioranza, costretta nella sua parte più responsabile a sperare anch'essa nella cancellazione del proprio voto da parte del referendum popolare nella prossima primavera.
La deriva imposta con questo oltraggio al nostro patto costituzionale porta l'Italia fuori dal quadro delle democrazie mature e spinge verso soluzioni populiste di tipo sudamericano. Per non cadere nelle trappole di una contrapposizione che riduce tutto il discorso ad un gioco elettorale dei partiti in una notte in cui tutti i gatti sono bigi occorre cercare di riflettere un po' più in grande sulle patologie della democrazia cercando di distinguere due piani: da una parte gli elementi di crisi che sono propri di tutte le democrazie nel mondo occidentale; dall'altra le patologie che sono tipiche del sistema italiano.
Guardiamo quindi prima il quadro generale. Il sistema democratico occidentale basato sui partiti, sul collegio elettorale, sulla legislatura parlamentare di cinque anni è nato nell'Inghilterra del Settecento ancor prima dell'era della ferrovia. Ora le coordinate spaziali e temporali, che stavano alla base di questo sistema e che bene o male avevano retto sino a qualche anno fa, sono crollate, le distanze sono annullate e il ritmo del tempo è completamente diverso: è lo stesso concetto di rappresentanza, di collegio elettorale come territorio-popolo rappresentato dall'eletto ad essere entrato in crisi. Una visione storico critica porta a capire che tutte le riforme progettate dai politologi sono solo palliativi e che è assolutamente necessario per salvare la democrazia inventare forme nuove di partecipazione. Non è sufficiente lamentarsi dello svuotamento dei poteri delle nostre assemblee rappresentative, di una politica condotta sempre più attraverso gli schermi televisivi prima con i sondaggi e poi addirittura come luogo di formulazione delle decisioni politiche. Queste cose sono gravissime ma come sintomi, come effetti e non come cause delle patologie della nostra vita politica.
Le scelte fondamentali che l'uomo come animale politico deve compiere nel prossimo futuro sono del tutto incompatibili con gli spazi e i tempi elettorali del presente: sia nella necessità di rapidità dei processi decisionali sia - ciò che è ancora più importante - perché le grandi scelte come quelle relative alle tematiche genetiche, alle fonti di energie, al controllo delle risorse del pianeta, allo smaltimento dei rifiuti riguardano le generazioni future e molto spesso sono in netto contrasto con gli interessi elettorali del momento, al di là delle divisioni e dei programmi politici. In qualche modo occorre pensare ad un tipo di rappresentanza che non si preoccupi soltanto del consenso elettorale immediato ma si preoccupi anche delle conseguenze che le decisioni politiche di oggi avranno sulla vita dei nostri figli e dei nostri nipoti. Da questa esigenza nasce in molti paesi il ricorso a tutti gli strumenti che possono garantire linee politiche che superino il tempo breve di una legislatura: leaders carismatici, istituzioni di garanzia esterne ai partiti ed anche forze del tutto esterne alla politica (come quelle religiose) che propongano impegni di etica pubblica di lunga durata (pensiamo ai problemi della solidarietà e dello sviluppo economico, della genetica, dell'energia o dell'ambiente). Si tratta di coniugare l'alternanza al potere, nella gestione della cosa pubblica, con la stabilità di linee politiche che assicurino uno sviluppo coerente nei decenni futuri. I moderni patti costituzionali del XXI secolo non possono non investire anche questi problemi, non come negazione ma come sviluppo dei princìpi contenuti nelle nostre antiche carte costituzionali, insieme alle regole già esistenti per il funzionamento delle libertà e dei poteri pubblici: solo così la lotta politica elettorale può essere contenuta nell'alveo di mutamenti non traumatici per il corpo sociale.
Per l'Italia, purtroppo, le patologie della nostra democrazia sono molto più gravi: ad ogni tornata elettorale viene posta in discussione non soltanto la stabilità rispetto ai grandi problemi che abbiamo in comune con gli altri paesi, ma anche la stessa validità delle regole di convivenza. Dapprima per uno stato di semi-sovranità in un mondo diviso tra le due grandi superpotenze, sino alla caduta del muro di Berlino, poi negli anni successivi per la crisi interna dei partiti e la loro instabilità e irresponsabilità, per il conflitto di interessi, il patto costituzionale è rimasto inapplicato proprio nella garanzia di continuità che è essenziale a qualsiasi corpo politico, nella garanzia dell'alternanza come normalità. Molte soluzioni che possono essere possibili altrove in caso di crisi (come anche la grande coalizione in Germania) non sono da noi possibili, in questa concreta situazione, per le anomalie dovute alla mancanza della democrazia interna dei partiti, al conflitto di interessi e alla presenza di una destra illiberale. Penso quindi che il centrosinistra debba farsi carico - nella stessa lotta elettorale e ancor prima di formulare i programmi di governo - di presentarsi chiaramente al paese con nuove regole per garantire la normalità dell'alternanza: innanzitutto la trasparenza e la democrazia interna negli attuali partiti e la scelta pubblica (non in tavoli separati) dei candidati, di uomini che il popolo possa sentire come propri rappresentanti.
Usa-Cina, un'alba di guerra fredda
Franco Venturini sul Corriere della Sera 19 novembre
Con il temperamento del pugile che non ha intenzione di finire nell'angolo, George W. Bush rilancia puntando al bersaglio grosso. Le cose in Iraq vanno peggio di quanto la Casa Bianca voglia ammettere e un inizio di disimpegno si annuncia complesso? La popolarità interna del Presidente è ai minimi? L'esportazione della democrazia può vantare qualche progresso ma lo sforzo resta geograficamente circoscritto? Bene, vediamo allora cosa ve ne pare di una bella rampogna sulla libertà in Cina.
Bush sbarca oggi a Pechino per la sua terza visita dal 2001. Ma questa è una visita diversa dalle altre due, perché il Presidente Usa si è fatto precedere da un discorso, tenuto mercoledì a Kyoto, che ai dirigenti del Partito comunista cinese deve essere parso ai limiti della provocazione. Quando si apre uno spiraglio nella porta della libertà non si può richiuderla, ha ammonito Bush, e del resto la democratizzazione della società sarebbe nell'interesse anche del potere cinese. Si prenda esempio e qui viene il boccone più indigesto per Pechino da Taiwan, che alla liberalizzazione economica ha fatto seguire la democrazia e il pieno rispetto dei diritti umani.
Vedremo se Hu Jintao deciderà di rispondere. Per ora è stato il suo ministro degli esteri, Li Zaoxing, a precisare che dei propositi tenuti da Bush in Giappone (anche questo brucia) la parte cinese "non terrà alcun conto" . Ma in attesa di verificare la forma e la sostanza dei colloqui che attendono il capo della Casa Bianca a Pechino, il guanto di sfida preventivo lanciato da George Bush si presta sin d'ora a due diverse considerazioni.
La prima riguarda il dibattito sempre meno sotterraneo in corso negli Usa sul "che fare con la Cina". L'amministrazione Bush non ha del tutto abbandonato l'approccio clintoniano che vedeva nella Cina un possibile partner strategico, ma la crescita economica apparentemente inarrestabile dell'ex Impero di Mezzo (siamo oltre il 9 per cento su base annua), il suo continuo rafforzamento militare, la sua sempre più decisa politica asiatica e le sue nuove ambizioni "globali" in Africa e in America Latina hanno avuto l'effetto di creare a Washington un sentimento di allarme e anche di urgenza. Le due Cine, quella dell'economia di mercato e quella del potere comunista, potranno convivere ancora a lungo? Se così sarà, l'unipolarismo made in Usa ha gli anni contati? E quale politica conviene seguire nei confronti di Pechino, quella di un containment
senza sconti o piuttosto quella della mano
tesa e del coinvolgimento (tenendo anche conto del fatto che i cinesi detengono buona parte del debito americano)? Nella sortita di Bush a Kyoto queste preoccupazioni di fondo hanno di sicuro svolto un ruolo, privilegiando una scelta di fermezza. Ma non è certo meno rilevante la parte avuta dalle difficoltà del Presidente sul fronte interno. Le rivelazioni ormai quasi quotidiane su chi sapeva cosa prima della guerra a Saddam, sui metodi utilizzati a Guantànamo, sui centri di detenzione segreti della Cia, sull'uso del fosforo bianco a Falluja o sul caso dell'agente Valerie Wilson data in pasto ai media contribuiscono non poco ai cattivi risultati di Bush nei sondaggi di popolarità. Rinverdire una dimensione da statista senza peli sulla lingua, allora, può servire a rilegittimare ideali e visione. Tanto più che una sonora strigliata alla Cina non fa un soldo di danno.
Le sue idee sono infami ma Irving va liberato
Adriano Sofri su la Repubblica 19 novembre
"Ancora lo sterminio degli ebrei!". Una volta sono le bravate di un Mahmud Ahmadinejad, un´altra l´arresto, in Austria, di David Irving, lo storico delle camere a gas che non sono esistite mai, e di altre storie.
L´oltranzismo delle opinioni di Irving, dal libro sui bombardamenti del ´45 contro Dresda (1963) in qua, lo ha sempre più allontanato da una ricostruzione storica avventata e faziosa, per spingerlo verso la provocazione ripugnante, e ne ha fatto il campione del neonazismo razzista. Ai cui circoli iniziatici si era largamente ridotta la sua voce, come nel caso della Burschenschaft che l´ha invitato in Austria, dando a un vecchio ordine di cattura l´occasione di scattare, e al pubblico la pena di risentire il rumore della sua propaganda. Tanto spregevoli sono le idee sostenute nei suoi scritti e nei suoi discorsi, quanto impropria ed equivoca la loro persecuzione giudiziaria. Gli articoli di codice che in Germania e in Austria continuano a punire l´apologia del nazismo si fondano nella storia di quei paesi, ma meritano di essere prescritti. Non si ripete a cuor leggero il principio che nessuno debba essere perseguito per le sue opinioni. Le opinioni e le parole in cui si esprimono non sono innocenti dei fatti che possono tener loro dietro. E tuttavia bisogna accettare di fare come se il confine fra le parole e i fatti non fosse labile e ambiguo, ma netto e distinto: sicché la sanzione penale possa intervenire solo contro i fatti, e debba astenersi davanti alle parole. Beninteso, non può essere così quando le parole siano istigazioni dirette al misfatto, dunque non possibili premesse logiche, ma suo pratico fomento. Irving proclama infamie, non aizza ad ammazzare ebrei. Per sottile che appaia, e perfino ipocrita, la distinzione non è meno necessaria. Quando Ahmadinejad proclama che Israele va cancellato dalla faccia della terra, e per sovrappiù non da una cattedra di conferenziere ma quale capo di un grande Stato, la sua non è un´opinione, ma senz´altro un crimine. La circostanza dell´arresto di Irving inoltre, e la sordina in cui è avvenuto, risollevano la questione austriaca.
Abbiamo imparato o dovremmo a tanta distanza, a non tenerci più al riparo, tutti noi europei, e noi italiani specialmente, della colpa tedesca, e anzi ad apprezzare lo sforzo di riparazione morale che la Germania ha compiuto. L´Austria si è tenuta lei stessa troppo avaramente al riparo della colpa tedesca, di cui era stata complice sfrenata dal '38 in poi. Non dev´esserci alcuna compensazione fra la rimozione o la reticenza verso il proprio passato e l´indulgenza verso i nuovi negazionismi o giustificazionismi, e tuttavia bisogna guardarsi dal confidare il giudizio della storia ai tribunali e alle galere: al costo paradossale di vedere il rigoglio dei revisionismi ideologici nella storia (se non dei negazionismi, piuttosto delle minimizzazioni e dei "realismi") e l´inflessibilità nelle caserme di polizia e nei tribunali.
Non ripeterò nemmeno l´argomento che l´arresto di Irving rischia di fare il suo gioco, trasformandolo in un testimone della libertà di pensiero. E´ infatti un argomento pratico, in un caso che esige una nettezza morale. C´è piuttosto, più delicato ma cruciale, un altro punto. Che il negazionismo aggressivo di Irving e di suoi colleghi di intenti, ottiene una insperata riuscita quando fa passare la devozione alla memoria della Shoah come una difesa che ha bisogno di invocare il tabù. Come se della Shoah non si discutesse, e non si potesse discutere. Al contrario, la verità scrupolosamente documentata e apertamente discussa della Shoah è l´arma più forte della memoria di ciò che si è compiuto e dell´impegno verso ciò che può di nuovo compiersi - e si compie già. I minimizzatori vanno a nozze con il pregiudizio della "tabuizzazione" della Shoah. Al contrario, la storiografia sulla Shoah ha ottenuto nel corso del tempo, e sempre più negli anni a noi vicini, man mano che la rimozione dei vincitori e il pudore delle vittime cedevano alla volontà tenace di testimoniare dei superstiti e all´intelligenza critica degli studiosi, risultati ammirevoli. Cito solo, da ultimo, le duemila pagine del primo volume della "Storia della Shoah" Utet, curata da Marina Cattaruzza, Marcello Flores, Simon Levis Sullam e Enzo Traverso, con gli scritti di Saul Friedlaender, Ian Kershaw, Dan Diner e altri. Che, a parte la dimensione e la qualità dei contributi, non è l´ennesima pubblicazione sulla Shoah, per l´efficacia con la quale la colloca al centro della storia dell´Europa e dei fascismi, e al tempo stesso, come argomenta Diner, la mostra come la "Zivilisationsbruch", la frattura della civiltà europea. Tanto più ammirevoli sono questi risultati perché sono cresciuti mentre voci che si vogliono "equilibrate" suggeriscono di fare del tempo che passa una ragione di prescrizione, oltre che giudiziaria, morale e storiografica. Senza nascondere un certo fastidio. "Ancora lo sterminio degli ebrei!"
Giovanardi e il sondaggio sulle donne
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera 20 novembre
Il ministro Carlo Giovanardi ha amiche di famiglia che proprio non capisce: se parla di politica sbuffano. Lo ha detto lui, nella deliziosa intervista al Corriere dove, per spiegare il suo no alle quote rosa, ha sentenziato: "Alle donne del nostro Paese mica gliene frega niente della politica. Lo vedo quando sono a cena alle tavolate con gli amici. Loro, gli uomini, mi sollecitano a parlare di politica. E loro, le donne, quando questo succede si annoiano a morte e cercano di parlare d'altro". Va da sé che lui, il ministro per i Rapporti con il Parlamento, scuote la testa.
Che cosa c'è di più appassionante, davanti alle tagliatelle, che discutere su come il nuovo segretario dell'Udc Lorenzo Cesa sia frutto d'un processo di sintesi avviato per superare la contrapposizione tra Erminia Mazzoni e Mario Tassone? Di più inebriante, all'arrosto, che interrogarsi sui pensieri di Mauro Cutrufo o di Pino Pisicchio? Di più appagante, al dessert, che calcolare le alleanze per recuperare un posto nel cda di Sviluppo Italia cedendo un consigliere all'Efim e un assessorato a Pomezia? Di più eccitante, al limoncello, che pesare le sfumature delle virgole nei dintorni del centro per capire (giovanardese testuale) "quali spazi ci siano per un partito popolare europeo che ridisegni il polo moderato in maniera omogenea e lo renda un'alternativa credibile alla sinistra"? Macché, le donne sospirano: uffa! Conclusione: non sono adatte alla politica. Di più, il sondaggio scientifico del ministro, che ha spiegato di avvalersi per il suo esaustivo campione demoscopico, oltre che delle consorti dei commensali (finché, s'intende, non torneranno a mangiare col piatto in mano sugli sgabelli della cucina come le nonne d'una volta che lasciavano agli uomini i discorsi da uomini), anche della collaborazione della moglie e della figlia (d'accordo con lui), dice che "le quote rosa sono un'umiliazione". Perché "sono ghettizzanti", "creano delle riserve indiane" e sono del tutto inutili: le brave infatti, se ce ne fossero, emergerebbero lo stesso. Le donne italiane dovrebbero congratularsi.
La posizione di Carlo Giovanardi è infatti un importante passo avanti, nello sviluppo dei diritti politici femminili, rispetto per esempio a quella del presidente del Consiglio e ministro dell'Interno Giovanni Lanza che nel 1871, pur riconoscendo che "qualche fondamento può esservi nelle costumanze per negar loro il voto politico", si avventurò a proporre che le donne potessero "mandare il loro voto per iscritto" alle elezioni amministrative. Purché, per capirci, non si presentassero al seggio. Una posizione, dovete ammettere, assai retrograda rispetto alla successiva decisione della Camera (poi arenatasi fino al 1924) di accoglier la proposta di quel sinistrorso di Agostino Depretis e ammettere le mogli al voto amministrativo sia pure circoscritto al voto "con delega al marito".
A 155 anni dalla prima petizione alla Camera dei Lord per l'estensione del diritto di voto alle donne inglesi che avrebbero avuto accesso alle amministrative nel 1869, a 99 dall'elezione della prima parlamentare (una finlandese), a 87 dalla nomina della prima sottosegretaria (la polacca Irena Kosmowska), a 81 dal giuramento della prima ministra (la danese Nina Bang) e a 45 dall'insediamento della prima donna premier (la ceylonese Sirimavo Bandaranaike), l'apertura del ministro è quindi un messaggio di speranza per tutte le donne italiane: dopo aver lavato i piatti fatevi sotto, carine. Nessuna preclusione culturale. Che nel nostro Paese abbiamo dovuto attendere 115 anni e 836 ministri maschi prima che una donna, Tina Anselmi, entrasse in un governo; che la sola Nilde Jotti abbia avuto un incarico esplorativo per formare un governo e solo per una sacrosanta bizzarria di Francesco Cossiga; che le donne ministro siano state nel dopoguerra 44 (il 2,8%) contro 1.553 maschi; che la proposta di Giuliano Amato di mandare al Quirinale una donna fosse stata accolta come "una bella provocazione" ("Manco se io avessi proposto un coleottero!"); che il 93,6% dei sindaci, l'88,6% dei deputati, il 90% dei presidenti di Regione, il 94,6% dei prefetti siano uomini dipende solo dal fatto che alle donne italiane "non gliene frega niente della politica". Di "questa" politica. Fosse vero, sarebbe interessante sapere: e come mai, caro Giovanardi?
Il bluff del bonus bebé
Massimo Riva su L'espresso
Superato il giro di boa del primo voto in Senato, la manovra finanziaria si accinge a passare alla Camera dei deputati in un clima di contrasti dentro la maggioranza che fa rimpiangere le celebri 'liti fra comari' della prima Repubblica. Almeno a quei tempi, dietro le polemiche fra Rino Formica e il grande Beniamino Andreatta si poteva intravedere lo scontro-confronto fra due non componibili visioni di politica economica. Stavolta siamo ai battibecchi da cortile perché ci si azzuffa sul fatto se si debba dare un bonus bebè soltanto ai primogeniti o anche agli altri figli, per il 2005 ovvero pure nel 2006, cancellando oppure no il contributo retroattivo per i piccoli sotto i tre anni. Il tutto nel quadro di un cosiddetto pacchetto-famiglia che potrebbe comprendere anche finanziamenti per il pagamento delle rette di asili e scuole private, con gran giovamento delle istituzioni ecclesiastiche: le stesse che hanno già ricevuto il regalo dell'esenzione dall'Ici anche per gli immobili dedicati all'esercizio di attività commerciali.
D'accordo: le elezioni politiche sono alle viste ed è ormai chiaro che sul tema degli aiuti alle famiglie il centrodestra vuole puntare le sue carte principali, nella trasparente speranza di poter godere dell'appoggio vaticano in campagna elettorale. Ma che in un paese con i conti dissestati si insista a focalizzare il dibattito sulla Finanziaria attorno a simili questioni è un grave segnale di irresponsabilità politica, soprattutto perché si distoglie l'attenzione dell'opinione pubblica dai nodi di fondo sia del risanamento del bilancio sia della crescita economica. Cioè, da quelli che dovrebbero essere i due obiettivi essenziali della manovra e che, viceversa, i litigi sul pacchetto-famiglia stanno facendo scivolare in secondo o terzo piano agli occhi dei cittadini. Ai quali, insomma, si sta cercando di far contare le foglie del bosco in modo che non guardino la dimensione inquietante della foresta.
In particolare, affinché non colgano alcune fra le maggiori contraddizioni dei provvedimenti governativi. Come lo sbandierare quale potente incentivo alle imprese il taglio dell'uno per cento degli oneri sociali mentre, dal lato opposto, si stringono i tempi d'ammortamento delle nuove iniziative imprenditoriali: così frenando quella spinta all'investimento che si dice di voler favorire. Ovvero come l'altra luminosa trovata dell'alzare il tetto delle agevolazioni fiscali sulle ristrutturazioni edilizie, ma ripristinando l'Iva al venti per cento, in un gioco a somma negativa per il contribuente e, di conseguenza, anche per la spinta ad avviare nuovi cantieri.
Per non dire, infine, della mancata previsione di un aumento della spesa per interessi che, come ha saggiamente ammonito l'inascoltato presidente Ciampi, rischia di scavare un altro buco nel bilancio 2006 a causa di un rialzo dei tassi sull'euro che è ormai alle porte. E che l'Italia, paese dal debito gigantesco, pagherà più salato degli altri. Peccato che lo pagherà ad elezioni avvenute ovvero oltre il ristretto orizzonte temporale che interessa i lungimiranti combattenti sul fronte del bonus bebè.
20 novembre 2005