prima pagina pagina precedente visualizza solo testo



La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 30 ottobre 2005



La satira fa vedere le mutande del re
Eugenio Scalfari su
la Repubblica 30 ottobre

Nel dibattito sulla satira che da qualche giorno ha occupato quasi interamente lo spazio pubblico rimbalzando da un giornale all´altro, da una televisione all´altra e coinvolgendo i palazzi del potere politico e mediatico, c´è un difetto di analisi piuttosto grave. Si ignora cioè che il ruolo della cultura in genere e di quella satirica in particolare è quello di contrastare il Potere, svelarne gli arcani e insomma mettere a nudo il re.
In tempi di potere assoluto questo ruolo era esercitato dai giullari di corte col beneplacito del sovrano, ma poi il gioco diventò più duro e la cultura (e la satira) dette l´assalto al palazzo dell´assolutismo, politico e religioso. Non sarebbe stato possibile prima che nascesse il mercato e un´iniziale nucleo di opinione pubblica. Fu il mercato a liberare la cultura dalla prigione del mecenatismo del potere. Da quel momento nasce il ruolo autonomo degli intellettuali, degli artisti, degli scrittori satirici, dei comici, dei giornali e nasce la forza della pubblica opinione. Nasce insomma l´opposizione al Potere. Celentano direbbe oggi che la cultura e la satira sono rock e il Potere è lento; con linguaggio appena più colto si può dire che il Potere è saturnino e la cultura e la satira sono mercuriali.
Questa dicotomia moderna tra Potere e cultura ha prodotto un effetto importante. Poiché il Potere è strutturalmente conservatore e la cultura è strutturalmente innovatrice; poiché i conservatori hanno di solito anteposto l´autorità alla libertà mentre gli innovatori hanno privilegiato la seconda rispetto alla prima; poiché i conservatori conservano i privilegi della tradizione e gli innovatori si battono per l´eguaglianza delle condizioni; da questi successivi passaggi storicamente avvenuti tra il Rinascimento e l´esplosione dell´Illuminismo si è andata configurando una destra conservatrice e una sinistra liberale, poi democratica, poi socialista.
La cultura (e la satira) non sono necessariamente di sinistra ma il loro Dna è quello che le contrappone al Potere. Il quale, salvo brevi e occasionali apparizioni, si è identificato con la destra. Simmetricamente la cultura si è strutturalmente trovata a ridosso della sinistra. Questa è stata in Europa e in tutto l´Occidente la storia delle idee resa ancor più evidente dal fatto che la cultura e la satira sono state contro la sinistra in tutti quei casi in cui essa si è trasformata in totalitarismo e oppressione.
Purtroppo questa analisi storica manca a gran parte di coloro che sono intervenuti nel dibattito sulla satira. Si è lamentato che essa fosse unidirezionale, procedendo cioè a senso unico; si è invocata una satira che satireggi allo stesso tempo gli uni e gli altri, che sia equidistante o "terzista" che dir si voglia.
È curioso che anche menti coltivate non si rendano conto, quando affermano e reclamano quest´equidistanza, di dire una sciocchezza. La satira è contro il Potere o non è. Il Potere dal canto suo non può usare le stesse armi, non può satireggiare la satira, non può schierare contro Benigni un altro Benigni. Ha soltanto due strade: accettare con umiltà il dileggio o reprimerlo. Ma se lo reprime, accresce la pesantezza della sua natura saturnina ed eccita la satira schierando con essa la cultura a tutti i livelli.
È sempre stato così: il Potere da un lato, la cultura, la satira, il giornalismo dall´altro. La pretesa egemonia culturale della sinistra italiana si verificò negli anni del dopoguerra e fino agli Ottanta per il semplice fatto che la cultura si opponeva al Potere che in quegli anni era monopolizzato dalla Democrazia cristiana. E quindi la cultura si trovò ancora una volta a ridosso della sinistra politica.
* * *
La satira ha origini illustri. Lasciamo da parte la sua preistoria, Aristofane ad Atene, Giovenale nella Roma imperiale. Agli albori della modernità troviamo i personaggi di Rabelais, la dissacrante risata di Gargantua e Pantagruel. Ma la pienezza della satira d´autore è segnata da due date. Nel 1729 a Londra Jonathan Swift pubblica il pamphlet "Modest Proposal For Preventing the Children of Poor People from Being a Burden to Their Parents or the Country and for Making Them Beneficial to the Public" (Modesta proposta per impedire che i figli dei poveri siano di peso ai loro genitori e al paese e per renderli utili al pubblico). La modesta proposta, alquanto macabra, consisteva nell´usarli come generi commestibili.
Vent´anni dopo, nel 1749, Denis Diderot scrisse l´altrettanto famosa Lettera dei ciechi. Swift col suo pamphlet raggiunse il massimo della notorietà, Diderot fu imprigionato alla Bastiglia. Tutto sommato ai fratelli Guzzanti è andata meglio. A Benigni è andata benissimo. La loro satira è graffiante e divertente. Quella di Swift e di Diderot era feroce come lo fu due secoli dopo, quella di Krauss e di Grosz. Comunque il percorso della satira è quello e non potrebbe esser altro, quali che ne siano gli esiti per gli artisti che vi si dedicano e per i potenti che ne sono i bersagli.
Aggiungo che essa è il sale della democrazia. Il guaio è quando diventa l´unica forma di opposizione perché allora vuol dire che la democrazia è già morta o moribonda.
***
Il nostro dibattito pubblico di questi giorni, centrato sulla satira, sull´informazione e ovviamente sull´alternativa politica che acquista sempre maggior spessore man mano che la campagna elettorale entra nel vivo, ripropone anche una domanda ricorrente ormai da un decennio: perché il personaggio Berlusconi campeggia fino a mettere in ombra altri temi di assai maggior peso? È un sintomo di povertà di idee e di programmi? L´indice d´una faziosità estrema, sia in coloro che ne fanno il bersaglio quasi esclusivo delle loro inventive e dei loro lazzi sia in quelli che giurano su di lui come il solo, l´unico guaritore dei mali d´Italia? Non è grottesco concentrare su una persona tutto il bene o tutto il male? Non rappresenta, questa personalizzazione così radicale, il sintomo più evidente del nostro declino? Ebbene, io non credo che queste domande siano ben poste. Non credo che Berlusconi sia uno dei problemi dell´Italia di oggi. Credo invece che Berlusconi sia il problema perché riassume in sé tutti gli altri e li materializza, li rappresenta, li esprime come di più non si potrebbe.
Berlusconi concentra in sé e proietta al di fuori di sé nel dibattito pubblico una natura che fa parte della storia di questo paese e in un certo senso nella natura di ciascuno di noi.
In ciascuno di noi c´è un po´ di quello che chiamiamo berlusconismo se con questa parola si intende l´amore di sé, il bisogno di sedurre, il dilettantismo, il pressappochismo, la bugiarderia, il trasformismo, il gusto del comando per il comando, l´ebbrezza del potere, l´arroganza verso gli avversari, il disprezzo delle regole.
C´è tutto questo in ciascuno di noi e quindi nella società in cui viviamo e della quale siamo partecipi. Ma in lui questi vari connotati esistono allo stato puro, archetipico. Li impersona con assoluta naturalezza. Ne è consapevole e infatti li usa con sagacia. Il suo successo è dovuto a quei requisiti ed è infatti alla loro diffusa presenza nella società che egli fa appello da dieci anni. Con successo fino a qualche tempo fa.
Solo che ci sono molte altre cose in ciascuno di noi e nello spirito del paese. Diverse da queste. Opposte a queste. La novità di questa fase sta nel fatto che la società italiana sta rivalutando altre sue caratteristiche, un´altra parte della sua composita natura, più responsabile, meno credula, meno fiduciosa nella taumaturgia e nei miracoli, più attenta alla ragione e meno disponibile alle emozioni, meno fiduciosa nel "fai da te", più esigente di risultati. Insomma non più disposta a farsi fregare.
Può cambiare natura Silvio Berlusconi e assumerne una più consona allo spirito pubblico emerso in quest´ultima fase del berlusconismo al potere? È stata la scommessa di Follini. Perduta. È stata la scommessa di molti, moltissimi italiani sfiduciati della partitocrazia, sfiduciati di una burocrazia lentigrada e fiscale, da istituzioni inefficienti e corrotte, allevati da una cultura televisiva futilmente edonistica, abbeverati al mito del successo. La scommessa di puntare sulla carta vincente. Perduta.
In realtà l´antiberlusconismo che oggi funge da collante non ha come bersaglio una persona ma una natura che in qualche modo ci appartiene. Il boato di applausi che ha accolto lo sketch di Celentano-Benigni quando hanno cantato e mimato La coppia più bella del mondo era la manifestazione di uno stato d´animo nuovo, la speranza antica di riprendere una strada interrotta e riprenderla in buona e nuova compagnia. Se qualcuno avesse intonato Bella Ciao non avrebbe avuto la stessa risposta corale. La coppia più bella del mondo siamo tutti noi quando ci togliamo il fango dalle scarpe e dai panni e andiamo avanti la mano nella mano con umiltà, tenacia, generosità e fiducia in noi stessi e nell´altro. Negli altri.
Noi non ce l´abbiamo con Silvio Berlusconi ma con il berlusconismo. Quello sì, è il problema e toglierlo di mezzo realizza almeno due terzi di un programma politico. Concludo con una battuta celebre di Petrolini, diretta a uno spettatore che dalla galleria del teatro lo fischiava. Il grande comico s´interruppe, ci fu una pausa. Poi nel silenzio generale disse: "Io nun ce l´ho co te ma co quello che te stà vicino e nun te butta de sotto".


La banca, le volpi e il governatore
Francesco Giavazzi sul
Corriere della Sera 30 ottobre

La cerimonia con cui ieri a Roma si è celebrata la Giornata del risparmio, più che la Festa dei risparmiatori mi ha ricordato un allegro convegno di volpi che si ritrovano dopo aver visitato i pollai.
L'invitato d'onore, il Governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio, è la stessa persona che solo un anno fa passeggiava a braccetto con Emilio Gnutti e Gianpiero Fiorani, il primo già condannato per insider trading, reato ora contestato anche al secondo. I banchieri che lo hanno ascoltato sono i medesimi che hanno abilmente trasferito titoli Cirio dai loro bilanci ai portafogli dei risparmiatori poco prima del fallimento dell'azienda; che hanno fatto lo stesso con le obbligazioni argentine e che hanno incassato da Parmalat laute provvigioni per collocare i titoli della società di Collecchio presso i risparmiatori, e anche presso qualche loro fondo di investimento.
Sono trascorsi due anni dal fallimento di Parmalat, tre da quello di Cirio. I risparmiatori hanno subito perdite ingenti, solo in parte poi risarcite dalle banche. "L'affare Parmalat — ha scritto la Banca dei regolamenti internazionali — ha messo in luce carenze a ogni possibile livello: amministratori, revisori, banche, promotori finanziari, agenzie di rating, nonché i responsabili della sorveglianza su ciascuna di queste attività". Ma a oggi queste carenze sono ancora tutte lì e la legge che doveva risolverle si trascina stancamente in Parlamento.
Nel frattempo, Parmalat è stata rimessa in piedi da Enrico Bondi, un uomo che non si lascia facilmente spaventare. A capo di un'azienda che aveva fatto un buco di oltre 14 miliardi di euro, non solo ha salvato la maggior parte dei posti di lavoro, ma ha avuto il coraggio di presentare il conto alle banche, che sotto sotto speravano di averla fatta franca. È un conto salato: ha chiesto risarcimenti per 10 miliardi di dollari alle banche americane e per 7 miliardi di euro a quelle italiane. Lunedì 7 novembre si terrà la prima assemblea della nuova Parmalat, che Bondi nel frattempo è riuscito a riportare in Borsa. Le banche italiane, non sorprendentemente, stanno cercando di licenziare Bondi: vogliono mettere al suo posto un professionista di loro fiducia con il compito di insabbiare le cause legali e le richieste di rimborso. Se ci riusciranno, a perderci saranno ancora una volta i risparmiatori. (Non tutte le banche, per la verità: Mediobanca non aveva mai accettato di lavorare per Parmalat, neppure quando tutti rincorrevano l'azienda di Collecchio. Oggi sostiene Bondi).
Il ministro dell'Economia non ha partecipato alla Giornata del risparmio: c'è un limite alla decenza e Giulio Tremonti ha il senso del ridicolo.
Nell'estate di due anni fa, pochi mesi prima del fallimento di Parmalat, quando era ancora ministro, in una riunione del Comitato per il credito e il risparmio, Tremonti aveva manifestato pubblicamente la sua preoccupazione per gli indizi che gli giungevano da Collecchio e ne aveva chiesto conto al Governatore, senza peraltro ottenere risposta. Quella richiesta pochi mesi più tardi gli sarebbe costata il posto. Ma i tempi sono cambiati. Il Tremonti di quei giorni avrebbe approfittato della Giornata del risparmio per attribuirsi il merito di aver visto lontano e chiedere il conto a Fazio e ai banchieri. Ieri invece ha fatto in modo di non esserci.


Occasione colta al volo per ricucire col Vaticano
Massimo Franco sul
Corriere dalla Sera 30 ottobre

Più che mediare, Romano Prodi ha scelto. "Quello del Concordato è un tema che non è e non sarà all'ordine del giorno del programma dell'Unione" ha puntualizzato ieri. Per i socialisti di Enrico Boselli e i radicali, si tratta di un ritorno alla realtà brusco e apparentemente inappellabile: non ci sarà nessun superamento dei patti con la Santa Sede. Il capo dell'opposizione ha bocciato la deriva anticlericale del cartello Sdi-Pannella proprio nella giornata d'apertura del congresso del Partito radicale. E con due righe di dichiarazione ha recuperato un palmo di terreno e di credibilità agli occhi di gerarchie cattoliche, con le quali aveva avuto rapporti tesi per la sua scelta referendaria e sulle coppie di fatto.
Il dettaglio interessante è che anche i diessini tendono a prendere le distanze da Boselli. Come minimo, lo accusano di avere sollevato inutilmente un tema destinato a far vacillare la compattezza del centrosinistra; e a riproporre una divisione artificiosa fra "clericali" e "laicisti" dell'Unione. Porre il problema del Concordato "in modo unilaterale" è sbagliato, osserva il portavoce, Vannino Chiti. Ma nei toni congressuali di Daniele Capezzone, segretario del Pr, si intravede qualcosa di più che una polemica passeggera. I prodiani temono che Marco Pannella sia il vero stratega del patto con lo Sdi; e che alla fine i radicali possano cannibalizzare i socialisti. E magari optare per una corsa elettorale solitaria.
Insomma, la crociata contro il Vaticano, coerente con la storia del partito della "rosa in pugno", presto potrebbe rivelarsi un ostacolo arduo: anzi, quasi insormontabile; e mettere alla prova l'identità di un'Unione che rivendica la laicità ma teme come la peste qualsiasi contaminazione laicista. Prodi non può permettersi di regalare né a Francesco Rutelli, presidente della Margherita, né soprattutto al centrodestra berlusconiano il ruolo di interlocutore della Cei. E questa vicenda gli offre un'occasione d'oro per riequilibrare l'immagine di un'Unione "anticattolica"; e per presentarsi come garante di buone relazioni con la Santa Sede, se andrà a Palazzo Chigi.
Ma la strategia della porta chiusa deve fare i conti con l'insofferenza di parte dei Ds e di Rifondazione comunista contro l'"ingerenza" dei vescovi. Prodi può essere liquidatorio con lo Sdi e con Pannella: anche perché fin dall'inizio sospetta che i radicali si siano alleati con i socialisti solo per destabilizzare il centrosinistra. Può esserlo meno con Fausto Bertinotti, che ricalca le tesi boselliane, pur senza arrivare a teorizzare la fine del Concordato nel programma dell'Unione. Ma l'altro fronte delicato è quello diessino. Il Professore sa che, benché il segretario Piero Fassino lanci ponti e segnali di fumo in direzione dei vescovi, il suo partito è diffidente nei confronti della Cei del cardinale Camillo Ruini.
Si tratta di una questione tutt'altro che indolore. La sconfitta referendaria di giugno suggerisce un ripensamento profondo dei rapporti con le gerarchie cattoliche. Le radici culturali della sinistra degli ultimi anni perpetuano invece un atteggiamento conflittuale con una Cei che parla "a voce alta", senza mediazioni partitiche. Così, quando Capezzone ironizza su "una gigantesca offerta pubblica d'acquisto vaticana sulla società italiana", c'è da giurare che nell'Unione molti gli battano segretamente le mani. Prodi, però, sembra consapevole che il centrosinistra non se lo può permettere. E, forse, si consola con le parole di ammirazione che ieri i radicali hanno regalato al vicepremier Gianfranco Fini, di An: un abbraccio politicamente soffocante, per il capo della destra.


Quando la televisione si mangia la politica
Ilvo Diamanti su
la Repubblica 30 ottobre

È singolare l´effetto prodotto dalle polemiche sul reciproco condizionamento tra la tivù e la politica. Il ritorno di Santoro, il magnifico assolo monografico di Benigni, dedicato a Berlusconi. Entrambi ospiti nella Casa della Libertà (secondo la definizione di Benigni) allestita da Adriano Celentano. Con ascolti enormi: 11-12 milioni di spettatori. Il ritorno delle liste di proscrizione, vere o presunte, che aggiungono, agli antichi "nemici", "nuovi comici", ignoti ai più. Promossi a "nouveaux philosophes". Il ritorno dei dibattiti sulla censura. Sulla cattiva maestra televisione, che "sposta i voti".
Fino alla "deriva" della par condicio. La legge che regola l´accesso degli attori (e dei messaggi) politici sui media in tempi di campagna elettorale. (In Italia: quasi sempre). Fa uno strano effetto, se si risale a quando questi discorsi sono diventati di moda. Nello specifico: undici anni fa, dopo la "discesa in campo" del Signore della Videopolitica e del Marketing elettorale. Silvio Berlusconi. Che, per promuovere e vendere il suo prodotto politico – se stesso e il suo "partito personale": Forza Italia – sfruttò, con spregiudicatezza e con mestiere, le televisioni. Di cui era (e resta) il massimo imprenditore privato. Fa uno strano effetto sentirne parlare oggi. Perché rispetto a dieci, ma anche solo cinque anni fa, quelle parole, quei discorsi, suonano inesorabilmente anacronistici.
La censura e i censurati. Non sollevano scandalo. Fanno spettacolo. Visto che lo scandalo oggi garantisce spettacolo. Fa salire l´audience. Santoro: noi ci auguriamo che ritorni presto in televisione. Ma, da quel momento, non farà più 11 milioni di spettatori. E faticherà, probabilmente, a replicare gli ascolti del passato. Non a caso, Enzo Biagi, maestro della comunicazione, ha evitato l´effetto spettacolarizzante del "grande ritorno". (Anche perché è già tornato, nello spazio meteoculturale di Fabio Fazio. Facendo impennare gli indici di ascolto, ma in "misura misurata". Nello stile del contenitore e del conduttore). Lo "spettacolo della libertà" non è segno di libertà. Ma una forma di spettacolo. E´ segno che il Grande Contenitore ha sopraffatto il contenuto. E oggi la politica – e chi fa politica – diventano "contenuti" adeguati solo se clamorosi. Oppure se si piegano ad altri eventi, ad altri generi. Il 50% di ascolti conquistato da Benigni o da Santoro, equivale, più o meno, allo share conquistato dall´Isola dei Famosi, quando ha messo in scena la reality soap di Al Bano, Loredana Lecciso e familiari tutti. Un boom clamoroso, quest´Isola mediatica, al punto da riuscire nell´impresa impossibile di occupare, e vanificare, lo spazio dedicato al calcio, in una sera di campionato. Perché, immaginiamo, gran parte degli spettatori di Celentano, Benigni e la Ventura, sono gli stessi. Educati alle emozioni forti. Gustano il ritorno degli epurati televisivi e le separazioni domestiche dei famosi (o sedicenti tali). Rigorosamente in diretta.
L´equivalenza di Benigni, Santoro, Al Bano e la Lecciso sottolinea la differenza dal passato recente, nel rapporto fra televisione e politica. Fra politica e informazione. Fino a qualche anno fa, i due ambiti ci apparivano distinti, uno rispetto all´altro. E, per questo, si temeva lo sconfinamento. La sopraffazione della politica sulla televisione. Poi, in pochi anni, questa distanza si è vanificata e i due mondi – politica e televisione – si sono fusi. I politici hanno imparato a recitare. Gli imprenditori, i giornalisti e i presentatori televisivi sono entrati in politica. E in tivù ha trionfato la commistione dei generi. Il salotto dove coabitano i comici, le belleragazzescosciate, i cuochi, gli psicologi, i sociologi, i chirurgi estetici, i criminologi. E i politici. L´argomento non conta. La coca e la cuoca, i calendari e le guide enogastronomiche, qualche madre che ammazza il figlio e viceversa; oppure la legge elettorale e la finanziaria. (Ma l´ideale è il gossippolitico: la bandana di Berlusconi, D´Alema e Castelli che commentano le regate, la balia di Fassino). Ecco: la differenza degli ultimi anni, rispetto a quella fase di passaggio, è che, da qualche anno, la tivù ha sopraffatto la politica. Insieme all´informazione. Non la tivù genericamente. Quella dei grandi network nazionali. Rai e Mediaset. Si tratta di una trasformazione che si rispecchia nei modelli di azione e di rappresentazione politica. L´avvento di Berlusconi, dieci anni fa o poco più, ha favorito l´affermarsi di una sorta di populismo mediatico, caratterizzato dall´intreccio fra personalizzazione e mediatizzazione. In altri termini: la crisi dei partiti e delle organizzazioni politiche, ma anche del professionismo politico, ha valorizzato il rapporto diretto con la "persona". Meglio se (almeno a parole) impolitica e antipolitica. E questo rapporto si è tradotto, almeno in ambito nazionale, nell´accentuato ricorso alla televisione e ai media come mezzo per rivolgersi alla "gente". Tradotta in "pubblico". Dapprima, questa tendenza si è realizzata attraverso le telepiazze, riassunte dalle trasmissioni di Gad Lerner, Santoro, Riotta, Deaglio, ma anche Funari. Significativamente scomparsi, esclusi; oppure, per scelta, migrati su altri media. Anche le "piazze" sono sparite. Sostituite dai salotti. Dove il politico, come abbiamo detto, si spoliticizza.
Oggi questo percorso si realizza in modo compiuto.
Le trasmissioni di approfondimento e dibattito politico occupano nicchie (come "Otto e mezzo" di Ferrara e l´"Infedele" di Gad Lerner). Oppure sperimentano la contaminazione, seguendo l´esempio di "Porta a Porta". Accolgono i comici di Zelig (come Ballarò, peraltro inserito nello "spazio protetto" della terza rete). Virano sempre più l´attenzione sugli "scandali" e sulla vita quotidiana dei vip. E´ il trionfo del "post-italiano", descritto da Edmondo Berselli. Una nazione fluida, dove i confini fra pubblico e privato scompaiono e, anche per questo, tutti si occupano dei "famosi". Senza distinzione di genere e di professione. (Si chiama, non a caso, "La Penisola dei Famosi" lo spazio dedicato dal sito internautico Dagospia alle cronache mondane, dove politica, affari e gossip si mischiano, indissolubili). Un´altra deriva del populismo mediatico, che alla "gente comune" sostituisce i "personaggi". Anche per questo, i nuovi reality, a differenza del Grande Fratello, che ne è l´archetipo, reclutano le persone note o presunte tali. Mentre "Striscia la Notizia", per recuperare il primato dell´audience, ha messo in secondo piano la denuncia politica, inseguendo Al Bano, Lecciso e Lapo Elkann. Come ha fatto "Matrix", il programma condotto da Mentana, per contrastare Vespa.
La politica, quindi, è largamente uscita dai grandi network nazionali. Espulsa oppure assorbita da "altri generi". Insieme ad essa, si è ridimensionata anche l´informazione. Ridotta a gossip. Anche nei tiggì. Soprattutto i più importanti, che spesso aprono con la cronaca e il costume. Il pubblico, peraltro, la segue in modo disattento, ma non ci crede. E, se davvero vuole informarsi "seriamente", usa altri mezzi. La radio, i giornali. Le tivù satellitari, i new media. Molto meno, sempre meno, i tiggì e gli altri programmi di informazione Rai e Mediaset. Per questo il dibattito sulla censura, sulle liste di proscrizione e sulla par condicio rammenta un´altra epoca. Quando la televisione testimoniava l´avvento del populismo mediatico, guidato da Berlusconi. Ma oggi la televisione ha vinto sulla politica. L´ha sottomessa, metabolizzata, facendola emigrare altrove. Berlusconi ha vinto. Ma non riesce più a controllare il meccanismo che egli stesso ha creato. A fare politica attraverso la televisione. Da cui la politica e l´informazione se ne sono, semplicemente, andati.
Per questo ironizza sul "populismo di sinistra", che celebra il "popolo delle primarie". Ma non può non esserne preoccupato. Perché è fatto di "gente vera", che coltiva e pratica la partecipazione. Mentre il "populismo mediatico", che egli ha coltivato, si rivolge al "popolo degli spettatori". Con successo.
Tuttavia, lo share non sempre si traduce in percentuali di voto. Altrimenti, alle prossime elezioni, gli converrebbe puntare su Al Bano.


Quel voto contro le menzogne
Giorgio Bocca su
L'espresso

Provo a spiegarmi le ragioni per cui i quattro milioni di voti alle primarie mi hanno allargato il cielo e restituito aria respirabile.
La prima è che una maggioranza di concittadini non vuole vivere in un paese in cui un mafioso calabrese uccide a rivoltellate in pieno giorno in un seggio elettorale il vicepresidente della Regione e poi si allontana a piedi, senza fretta, atteso da un complice. Rappresentazione della criminalità trionfante, conferma che in un terzo abbondante del paese i delinquenti dettano la loro legge e ignorano la legge comune.
La seconda è che la penso esattamente come Eugenio Scalfari quando scrive su 'Repubblica' che non riesce a prendere sonno quando pensa che Silvio Berlusconi possa insediarsi al Quirinale come presidente della Repubblica. Non è un incubo? Non è una accettazione del mondo alla rovescia? Capo dello Stato uno che lo ha picconato di continuo, esortando i cittadini a non pagare le tasse, facendo votare alla sua maggioranza leggi ad personam, avendo per consigliere un azzeccagarbugli che ha l'impudenza di dichiarare che una legge fatta per favorire un complice dell'autocrate può essere una buona legge?
La valanga inaspettata di voti per una democrazia di persone normali come Romano Prodi mi lascia sperare che si rimetta un minimo di ordine nella storia, che finisca una revisione storica che ferisce la memoria delle vittime. Alle nostre spalle c'è una storia che non ammette né se né ma, la storia del nazismo, una aberrazione a cui si crede a stento, ma vera. >C'è nella storia del Terzo Reich scritta da Deakin un capitolo lungo più di cento pagine che ha per titolo: 'Il Nuovo ordine'. Cento pagine di orrori senza fine in cui si spiega, nel dettaglio, come si fosse superato ogni limite alle barbarie e alla ferocia, come la crudeltà irragionevole fosse diventata il vanto di una società politica. E come essa rappresenti una inevitabile chiamata di correo per tutti coloro che ne furono complici come i fascisti di Salò. E come sia ripugnante la cancellazione delle memorie, il quotidiano compianto delle anime tenere, in televisione e sulla stampa, per quanti furono complici di quell'orrore. Il capitolo sul 'Nuovo ordine' supera le cento pagine ed è la negazione di ogni patto sociale, violenza pura, crudeltà senza limite, vanto della spietatezza, efferatezza brutale. E allora, cosa vuole questo revisionismo storico? Parificare chi si oppose all'eccidio a chi lo compì?
L'ondata di voti per una democrazia diversa mi fa sperare che sia giunta l'ora di distinguere fra la democrazia autentica, della Costituzione repubblicana, e la democrazia parlamentare come è stata gestita dai furbetti della corruzione e della impunità. Il voto delle primarie sarà anche stato un voto elettorale a favore di Prodi, ma è stato soprattutto un voto extra elettorale contro l'autocrazia in formazione di una cricca economica e politica che vuole tutto e subito: la presidenza del governo e dello Stato, un'opposizione addomesticata, i giornali, le televisioni, lo spettacolo, le istituzioni culturali, lo sport e anche la malavita organizzata che uccide in pieno giorno, che organizza le elezioni alla siciliana dei 61 seggi vinti dal Polo su 61. È l'espressione quasi divina, di una verità liberata, di una giustizia liberata, di un popolo liberato dalle sue paure e dalle sue rassegnazioni.
Il mondo è globale nel male come nel bene. Pieno di violenze, di sopraffazioni e di conferme demoniache. Come questo nuovo autocrate russo, tanto amato dal nostro presidente, che regala le aziende di Stato e migliaia di miliardi al suo complice, riparato all'estero. Ma è anche la speranza di questo voto popolare contro le menzogne e le iniquità.


L'Iran all'inferno
Furio Colombo su
l'Unità 28 ottobre

Certe volte il destino di un Paese è triste. Non puoi che provare un senso di pena infinita per quei poveri diavoli che a decine di migliaia sono costretti a sfilare con pugni tesi, barbari slogan, stendardi e bandiere, per le strade di Teheran, marciando indietro nel tempo. Devono interrompere la loro vita, i loro studi, il loro lavoro, in un Paese moderno e operoso, per andare in strada a chiedere la distruzione di Israele.
La chiedono in obbedienza agli ordini di un loro dittatore fanatico, apparentemente eletto (ma forse è stato un grande imbroglio) al posto di una persona normale.
Il dittatore fanatico deve avere la mano molto pesante se tanta gente, che non può avere un granello di persuasione o di comprensione per quello che urla in strada, è costretta a partecipare all'immensa manifestazione che il mondo ha visto in televisione.
Non puoi che provare pietà per decine di migliaia di persone, in un Paese con un buon reddito e una buona scolarità, un Paese che da qualche tempo ha raggiunto un livello di vita mai conosciuto prima, un Paese che era sul punto di aprirsi al mondo, con la sua voglia di vivere - perché balza agli occhi che si tratta di un obbligo tremendo che porta sangue. Un Paese che ha molto, viene spinto nella condizione di perdere tutto.
Certo perde il rapporto con gli altri Paesi, praticamente tutti, compresi molti Paesi arabi, perché occupare il centro di una grande capitale per invocare morte è un rito oscuro, è il gioco crudele di un re tiranno a un popolo isolato e ignorante. Gli iraniani che sono, in media, informati e scolarizzati (lo testimoniano imprenditori e giornalisti, diplomatici e protagonisti di scambi culturali) sono costretti a scendere in strada per invocare la fine di se stessi. Non sto dicendo che si meriteranno interventi come quelli che i neocon di Bush chiedono, minacciano e sognano.
Sto dicendo che sono stati costretti a interrompere la vita, a invadere le strade, per dare tutti gli argomenti necessari a chi invoca la guerra di civiltà.
Sto dicendo che un leader insensato e spregevole vuole spingere il suo Paese in quel punto basso di morte in cui personaggi come Mussolini e Hitler avevano spinto i loro Paesi e l'Europa negli anni Trenta.
Neppure un Paese ricco come l'Iran può vivere isolato da tutto il resto del mondo, proprio mentre ha molto - anche intellettualmente e artisticamente - da offrire, se si pensa che c'è talento iraniano nel miglior cinema, letteratura e arte contemporanea.
Non ci si può illudere che il mondo si scandalizzi di una simile aggressione simbolica, però minacciosa alla sopravvivenza di Israele.
Il mondo finora ha dimostrato poca propensione a preoccuparsi del destino degli Israeliani (e dunque anche della speranza dei Palestinesi di avere uno Stato).
Ma l'Iran sta per diventare una potenza atomica e questa non è una invenzione neocon.
È lo stesso Iran che dice e proclama i suoi progetti nucleari. Per questo il discorso del presidente fanatico e la manifestazione a cui mezza Teheran è stata costretta, non possono che allarmare la parte del mondo che tenta di mettere pace, i Paesi, come Francia e Germania, che in questi anni si sono impegnati a mantenere rapporti, hanno creduto di constatare miglioramenti anche minimi in Iran e hanno sperato nella relativa mitezza dell'ex presidente Kathami.
L'Iran è stato gettato all'improvviso nella spaventosa avventura di chiedere e di promettere morte.
Ciò renderà impossibile la continuazione di ogni rapporto normale. Ciò isolerà la gran maggioranza di persone normali che vivono in quel Paese.
Forse questo voleva il presidente fanatico, isolare tutti per isolare dal mondo i tanti che - in Iran - sono estranei alla follia e al fanatismo.
Conta adesso la risposta del mondo. Conta la risposta di coloro che cercano pace.
Conta la risposta delle Nazioni Unite, non il Segretario generale da solo, ma i suoi organi, la sua Assemblea.
Conta la risposta dell'Unione Europea, senza gli stupidi trucchi di qualcuno che si sfila per andare con chi sembra più potente.
Conta reagire con una moralità che non ha niente a che fare con chi vuole a tutti i costi una guerra di civiltà. Conta dimostrare la stessa ripulsa per chi vuole quella guerra, da una parte e dall'altra.


I rimedi del ministro part time
Oscar Giannino su
Il Messaggero 29 ottobre

Ieri Giulio Tremonti ha preso un solenne impegno. Il nudo fatto è che ha dovuto procedere a una terza tappa delle correzioni ai conti pubblici, da che è tornato all'Economia. Prima la Finanziaria, dieci giorni dopo il decreto legge per 1,9 miliardi di euro per tagliare il deficit 2005, ieri un nuovo pacchetto per 6 miliardi di euro, 2 ad effetto sul 2005 e 4 in Finanziaria 2006. La sostanza politica è un'altra. Con le nuove misure Tremonti ha infatti risposto impegnativamente a Romano Prodi. Il candidato premier dell'Unione aveva annunciato, in caso di vittoria elettorale, l'istituzione di una commissione “terza”, per accertare le proporzioni del buco di finanza pubblica che l'Unione si dice certa di ereditare dal centrodestra.
Tremonti ieri ha segnato una riga sulla sabbia. Di ciò che è stato fatto dal suo predecessore non risponde, tanto è vero che le misure di ieri sono in larga misura giustificate per raddrizzare proprio una sua previsione d'incasso rivelatasi lunare. Ma di quel che è stato varato in tre tappe sì, e Tremonti dichiara che la correzione è adeguata e sufficiente a contenere il deficit pubblico 2006 entro il 3,8% del pil. Come concordato con Bruxelles, e come la missione in Italia del Fondo Monetario Internazionale ha ricordato tassativamente al governo.
E' sicuramente un passo avanti, che un ministro dell'Economia a fine legislatura contragga pubblicamente un simile impegno “sul futuro”. Come contribuenti, non ci resta che sperare che Tremonti abbia ragione, e che non si ripeta la sorpresa del 2001, anno in cui l'eredità dell'ultima finanziaria Amato del governo dell'Ulivo portò il deficit italiano a sfondare il tetto del 3% di Maastricht, come accertato da Eurostat.
Naturalmente l'opposizione fa il suo mestiere, affermando che la terza correzione in un mese testimonia che i conti sono fuori controllo. E tuttavia gran parte del pacchetto varato ieri si deve a una previsione d'incasso da dismissioni di immobili pubblici per 6 miliardi in corso d'anno, che fu il tanto lodato Siniscalco a prevedere, malgrado fosse pressoché impossibile. Tanto è vero che quella voce non c'era, nella precedente trimestrale di cassa sottoscritta dall'allora ragioniere generale dello Stato Vittorio Grilli, che dalle polemiche delle sbagliate previsioni e del successivo rimedio va dunque tenuto fuori.
Va notato che ancora una volta Tremonti rifugge da miglioramenti dei saldi perseguiti attraverso strette deflazionistiche. I segni di timida ma speranzosa ripresa che da qualche mese vengono dalle esportazioni e dalla produzione industriale sconsigliano manovre fiscali che deprimano la domanda, e infatti la correzione di ieri le evita. Per il 2005, un solo miliardo invece che gli impossibili 6 da dismissioni immobiliari, e un altro miliardo di maggiori incassi per dividendi di aziende pubbliche sin qui non conteggiati. Per il 2006, 1,5 miliardi di miglioramento del saldo vengono da minori autorizzazioni di spesa per Ferrovie e Anas, e i restanti 2,5 da maggior gettito su quattro capitoli che rappresentano un interessante segnale “politico”, da parte del ministro.
Si tratta di restrizioni a possibilità sinora in uso di eludere, in buona sostanza, il fisco. Si allunga il periodo nel quale le nuove imprese possono portare in deduzione dall'imponibile il cosiddetto ammortamento dell'avviamento, cioè la perdita di valore nel tempo di tutto ciò che un'impresa ha posto in essere per produrre reddito. Si dà una stretta alle deduzioni d'imponibile che le società realizzavano attraverso le minusvalenze su azioni e strumenti finanziari, il cosiddetto dividend washing , operazioni cui si ricorre spesso negli ultimi giorni di chiusura del bilancio per migliorare la propria situazione futura di cassa.
Infine, ed è questa la chicca finale, si assoggetta anche la Banca d'Italia a non poter più contare sulla piena deducibilità delle proprie perdite e minusvalenze. E poiché Bankitalia per una sola operazione del 2002 si era garantita 20 anni di deducibilità fino a 7 miliardi di euro di perdite, il fatto che si stabilisca che essa d'ora in poi può riguardare solo fino al 50% del reddito annuale implica che Bankitalia dovrà versare al Tesoro sui 300 milioni di euro l'anno. Tremonti, in altre parole, non considera affatto quella contro Fazio come una partita chiusa.
"Ci ho messo solo 852 ore dalla nomina, a rimettere le cose a posto", dice Tremonti. Se i fatti gli daranno ragione, bisognerà pensare che in alcuni casi i ministri part time funzionano meglio di quelli a tempo indeterminato.


Il sindaco e il povero
Gabriele Polo su
il Manifesto 28 ottobre

Chissà perché Sergio Cofferati ha voluto fare il sindaco di Bologna e non di Locri? Laggiù la sua battaglia per la legalità incontrerebbe obiettivi più confacenti all'enfasi con cui viene condotta, qualcosa di più serio del racket dei lavavetri o dei boss del Lungoreno. Ma, come dice il sindaco di Bologna, "si comincia da ciò che si vede" e l'ex segretario della Cgil quello ha visto, oltre a qualche casa occupata, comizi notturni troppo rumorosi e ubriachi molesti. Vere e proprie emergenze per una tra le città più ricche d'Italia, che vorrebbe starsene anche un po' tranquilla, visto che persino lì è arrivato il cattivo alito della crisi economica che turba l'antica sicurezza emiliana. A vedere ciò che ha visto Sergio Cofferati sono anche gli elettori bolognesi, tra i quali il consenso del sindaco è sicuramente in crescita, perché l'alito delle leggi economiche oltre alla paura del declino ha portato in città una massa di "alieni". Magari fanno i muratori in nero in importanti istituzioni cittadine e poi passano la notte in baracche, oppure lavorano in fabbriche fuori le mura e dormono uno sopra l'altro dietro san Petronio, o un po' studiano e un po' s'arrangiano con una precaria ricerca per qualche dotto professore. Insomma, sono individui dai discutibili costumi e dalla dubbia cittadinanza (anche se lavorano, ma non sembra più quello il discrimine). Quelli consegnati, ben che vada, alla comprensione della carità - e tra i critici di Cofferati non casualmente forte è la componente cattolica - ma assolutamente estranei alla rappresentanza politica. Non solo perché non votano, ma perché nessuno li vuole rappresentare. Magari ci si può costruire su una campagna di propaganda politica per far dimettere un sindaco, ma non può essere loro data voce, esattamente come accadeva ai disoccupati nella Londra dell'800, quando la regina Vittoria impiccava i vagabondi, cioè gli ex lavoratori delle campagne che il giovane capitalismo spingeva nella metropoli dopo averli spogliati di tutto.
Rispetto ad allora siamo più tranquilli e a Bologna nessuno sarà impiccato, più riformisticamente basta buttar giù baracche e multare un lavavetri o uno sbronzo. Ma, nel nostro piccolo, abbiamo lo stesso grande problema di allora: la legalità se ne infischia della giustizia sociale, trasforma le vittime in colpevoli, traduce il fenomeno nella causa. Ed è proprio un problema politico. Non perché il laboratorio bolognese possa squassare i già difficili equilibri del centrosinistra - spostandolo sempre più al centro, magari fino al centrismo. Non sono tanto in gioco i destini del sindaco, di Bertinotti o di Prodi. Quel che è in ballo è la capacità o meno della rappresentanza politica - e parliamo di tutto il "nostro campo" - di affrontare e risolvere gli sconquassi di un mondo aperto scegliendo di andare contro la cultura della merce che ha riempito gli scaffali della nostra vita da almeno vent'anni. Anche a costo di scontentare i facili tifosi di una legge senza ordine e ormai priva pure di pietà.


Celentano, la commedia politica
Gian Enrico Rusconi su
La Stampa 29 ottobre

Berlusconi non è all'altezza del suo (celebrato) intuito politico, se non capisce che Celentano con la sua Rockpolitik potrebbe preparargli la strada per una possibile trionfale ripresa mediatica. Naturalmente se accetta la sfida. Se ha il fegato di scendere nell'arena televisiva, che è la nuova versione della sua storica "discesa in campo".
Ma forse il politico si sente meno bravo del comico. Teme di non tenergli testa. Dovrebbe infatti recitare a ruota libera, senza copione garantito. Giocare davvero alla libertà di espressione. Nella trasmissione di Bruno Vespa va sul sicuro, con Celentano invece il rischio della "brutta figura" è grande. Anche se il comico in molti punti di sostanza gli è molto meno ostile di quanto non sembri.
Ma il semplice sospetto che Berlusconi non si senta all'altezza della sfida, diventa deleterio per la sua immagine e fortuna politica - più delle critiche che gli sono rumorosamente rivolte. Se davvero Berlusconi è l'inventore della "democrazia mediatica" - come è stato affermato in decine di saggi su qualificate riviste politologiche italiane e straniere - non è una aspettativa o una richiesta stravagante che lui compaia a Rockpolitik.
Certo: se Berlusconi accettasse il confronto e superasse la sfida, si leverebbe il coro serioso dei suoi critici di centro-sinistra che vi vedrebbero confermata la sua predilezione per la politica-spettacolo. Siamo in un circolo vizioso.
Tutto questo ha a che fare con la democrazia? O ne è una patologia? L'edificante predicozzo di Benigni su Socrate (con un pudico cenno a Cristo) è la copertura di una chiassata goliardica? O è il ritorno dello spettacolo totale dell'antica commedia politica ateniese in versione televisiva?
Affermare che si tratta di una commedia politica significa ammettere che i due termini non sono in contraddizione. Significa quindi smentire i commenti, fintamente rilassati, di molti politici e intellettuali (di destra e di sinistra) che assicurano che siamo davanti ad una innocua sana satira. Non si tratta affatto di satira innocua. Potrebbe infatti spostare voti da una parte all'altra - anche se è sempre difficile contare gli spostamenti elettorali sulla base della influenza dei mass-media. Ma soprattutto non è innocua perché incide in profondità sulla qualità della comunicazione politica, mediatica innanzitutto.
Questa è la vera novità. Nella misura in cui si affermano spettacoli come quelli di Celentano, i classici talk-show sono finiti. Da tempo del resto appaiono logorati. Assisteremo quindi ad un'altra metamorfosi del linguaggio politico, anzi dell'intera rappresentazione politica, di cui devono tenere conto sia i politici professionisti sia gli studiosi di politica.
Rimane l'obiezione più seria. La commedia politica è in grado di trasmettere - in modo spettacolarmente efficace - contenuti politici positivi, costruttivi, dotati di sostanza, i famosi "programmi"? Può diventare supporto ad una campagna elettorale? O per sua natura vive esclusivamente di una corrosiva irridente liberatoria distruttività?


Vietato sapere
Antonio Padellaro su
l'Unità 29 ottobre

Dobbiamo essere grati a Mario Pirani che l'altra sera, in quel di Porta a Porta, ha scolpito con poche ma vivide parole l'impressionante condizione in cui versa l'informazione dei Tg: assediata da politici famelici e ripiegata in una mortificante autocensura, come ha poi chiosato l'insospettabile Landolfi, ministro di An. Da poco era terminato Rockpolitik 2, sul video non si erano ancora spenti i lampi del sublime Benigni e della sua lettera a Silviuccio quando un gongolante Bruno Vespa apriva il salotto con un titolo che era, per l'appunto, tutto un programma: lezioni di libertà o qualcosa del genere. Un telespettatore notturno che fosse transitato lì per caso si sarebbe potuto domandare di quale libertà si stessero celebrando i fasti.
Libertà di parola? Libertà di pensiero? Libertà di stampa? Considerata la solennità del momento mancava poco che l'esperto conduttore cominciasse a declamare come il sommo Poeta: libertà va cercando, ch'è si cara/ come sa chi per lei vita rifiuta. E invece si parlava di ben altra libertà di cui gli italiani dovevano essere riconoscenti: quella di poter assistere allo show di un comico che, in compagnia di un cantante, prende in giro il presidente del Consiglio. Grazie Berlusconi. Quanto è liberale lei...
La faccia tosta di certa gente è incredibile. Su ordine del loro boss, proprietario della più grande emittente privata sequestrano per cinque anni il servizio pubblico radiotelevisivo. S'impadroniscono della programmazione di due reti e tengono sotto tiro la terza. Gestiscono una montagna di quattrini; e quando i soldi finiscono aprono un bel buco di bilancio. Mettono i loro domestici e famigli su tutte le poltrone che contano.
Il loro compito è censurare, vietare, sopprimere, tagliare. Vi si dedicano con zelo: controllano perfino le mazzette dei giornali da cui cancellano i fogli dell'opposizione, e guai a chi fiata. Coloro che non giurano fedeltà al duce vengono emarginati e umiliati. Le voci libere sono zittite, cacciate.
Poi, un bel giorno un famoso uomo di spettacolo decide di fare di testa sua; e siccome non ne possono fare a meno, perché l'ascolto cala (e la pubblicità pure) sono costretti a concedergli carta bianca. Quando il famoso personaggio decide di ospitare per qualche minuto un popolare giornalista, licenziato con un editto bulgaro perché non omogeneo al regime, e quando mostra le immagini di altri giornalisti buttati fuori, insieme a una classifica internazionale da cui risulta che in Italia la libertà di stampa è limitata, allora scoppia il finimondo. Il boss s'indigna mentre i dipendenti gridano contro la satira a senso unico della sinistra. Una protesta talmente grottesca che ben presto si ritorce contro chi l'ha pensata.
Occorre, dunque, cambiare tattica. Cosicché, quando il giovedì successivo un grande clown crea un numero spassosissimo ma innocuo, eccoli là a lodare la satira (quella buona s'intende) e a magnificare la grande libertà di cui possono godere i cittadini di questo fortunato paese (con l'eccezione del forzista Vito a cui, forse, non hanno spiegato che c'era il contrordine).
Quando Pirani ha provato a dire che gag e satira non possono certo risolvere il problema dell'informazione televisiva in Italia se poi i tg non danno le notizie, Vespa ha avuto quasi un mancamento: "perché, cos'è che non dicono i tg?". Lui è davvero convinto di lavorare nella migliore tv possibile. E che il Tg1 rappresenti un vero modello di completezza e pluralismo.
Nel mondo incantato di Porta a Porta, infatti, discesi completo e plurale un tg il cui pastone politico contenga le dichiarazioni di tutti i partiti, ciascuno con uno spazio in rapporto al proprio peso specifico. Tanto a questo e tanto a quello. Non sembra una redazione ma un laboratorio di fisica dei corpi e di cibi artificiali. Ogni sera ci viene propinata un'Italia immaginaria che non ha riscontro in personaggi e fatti realmente esistenti. Questioni come gli sfratti o il costo della vita opportunamente polverizzati e omogeneizzati si trasformano in una pappata inodore e insapore.
Non parliamo poi delle questioni ad alta intensità politica. Ci sono milioni di nostri concittadini che nulla sanno e nulla mai sapranno, per esempio, del caso Calipari o dell'Emigrante o del perché mai il loro premier l'abbia sempre fatta franca nelle aule di giustizia. Tenuti all'oscuro di quasi tutto ciò che concorre a creare senso di consapevolezza e quindi opinione pubblica sono i figli di una democrazia minore a cui si cerca di far credere che Celentano e Benigni sono due giornalisti e Rockpolitik la libertà di stampa.


   30 ottobre 2005