
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 23 ottobre 2005
Quando il Papa vuol fare le leggi
Eugenio Scalfari su la Repubblica 23 ottobre
Nel porre due settimane fa il riemergere della questione cattolica nella democrazia italiana identificando nell´azione sempre più politica della Conferenza episcopale e del suo presidente una deriva della Chiesa combattente a detrimento della Chiesa pastorale, avevo concluso con una domanda: il Papa è d´accordo?
La risposta non equivocabile è venuta con la lettera-messaggio di Benedetto XVI ai convegnisti riuniti a Norcia dal presidente del Senato, Marcello Pera: il Papa è d´accordo con Ruini.
Il Papa ha scelto come interlocutore in questo caso l´uomo che riveste la seconda carica dello Stato e che ha già da tempo preso un posto eminente tra i laici-devoti; quelli cioè che, pur non credendo nella verità rivelata cristiana e nei dogmi che la costellano, se ne fanno tuttavia strumento per fornire alla "scatola vuota" della democrazia un fondamento etico discendente direttamente dalla dottrina religiosa, trasformata senza troppo sforzo in "instrumentum regni".
Dico senza troppo sforzo poiché dall´editto di Costantino in poi la Chiesa è sempre stata "instrumentum regni", a volte per estendere la sua presenza nella società e gestirne direttamente le istituzioni; altre volte per ottenere vantaggi dai monarchi. Questi ultimi alla loro volta utilizzarono spregiudicatamente la religione al punto da meritarne la definizione di "oppio dei popoli", polemica e forzata quanto si voglia ma confortata da una pratica che predicava l´obbedienza ai poteri temporali e assoluti emananti dalla volontà divina.
Dall´editto di Costantino alla Rivoluzione francese e alla Costituzione del 1792 sono passati 1500 anni. Il potere civile conferito per diritto divino cadde ma non vennero meno i tentativi di settori cospicui della cattolicità di rimetterlo in sella insieme all´ostilità della Chiesa di Roma contro la democrazia, monarchica o repubblicana che fosse, liberale o socialista.
Ora siamo a una di queste svolte, soprattutto nella "diletta Italia" dove la cattedra di Pietro ha da sempre la sua sede e che pertanto detiene il privilegiato destino di rappresentare la "costituency" della Chiesa, la sua arca temporalistica anche dopo la caduta del potere temporale dei papi. La Corte vaticana rimase barricata "in gran dispitto" dietro le mura e i portoni serrati della Città leonina per oltre quarant´anni, dopo la breccia di Porta Pia. Poi i portoni furono riaperti, i ponti levatoi abbassati, il "non expedit" ritirato.
Il Concordato del ´29 riconobbe vantaggi e privilegi alla Chiesa concordataria, e la proclamò religione di Stato. A fronte di quei vantaggi e privilegi il governo fascista ottenne in via esclusiva l´esercizio del potere civile. Non era ancora la rimessa in sella del diritto divino, ma certo rappresentò un bel passo in quella direzione. Ben presto però la Chiesa si trovò troppo stretta e sempre più a disagio di fronte ad un regime che si ispirava ad un´etica militarista, totalitaria, infine razzista.
Perciò la caduta di quel regime e l´avvento della libertà democratica furono salutati dai cattolici italiani e dalla Santa Sede come una vittoria per la quale del resto anch´essi avevano lottato, cospirato, sofferto. E la nuova democrazia repubblicana fu concepita, dai cattolici e dalla gerarchia ecclesiastica, come la base ideale per assicurare al potere spirituale dei successori di Pietro una "temporalità" adeguata all´epoca e comunque in grado di fornire strumenti idonei a far penetrare nella modernità il lievito del messaggio evangelico attraverso la democrazia cattolica e una "laicità buona".
Durò cinquant´anni questa laicità buona. Importava relativamente poco, Oltretevere, che fosse gestita da un partito e dai suoi alleati attraverso pratiche di sistematica e diffusa corruttela. Importava anche poco che esistessero ampie zone colluse con organizzazioni mafiose.
Ma importava molto invece che la legislazione e l´amministrazione pubblica fossero inclini e pronti a soddisfare i desideri e gli interessi della Chiesa, la sua dottrina, il suo monopolio religioso, la sua presenza educativa, il finanziamento del clero e delle associazioni collaterali.
La buona laicità andava sottobraccio alla secolarizzazione del costume? All´indifferentismo religioso? Alla caduta delle vocazioni? All´abbandono dei sacramenti? Alla dilagante devozione verso il dio danaro? I cattolici veramente cattolici ne soffrivano. Alcuni se ne disperavano. Nacquero qua e là alcune significative dissidenze, ma non fecero molta presa. Fecero invece presa altrove, in Germania, in Olanda, in Francia e in quasi tutto il cattolicesimo europeo e nel mondo cattolico extraeuropeo. E fu Giovanni XXIII, il Vaticano II e papa Montini, il tormentato. Il tentativo ambizioso, rischioso, ma di grande e coraggioso respiro, fu di confrontarsi realmente con la modernità. Con l´ecumene che non poteva essere soltanto quello delle altre religioni monoteiste e delle altre confessioni cristiane, ma con quella laicità autonoma che fin lì era stata considerata la cattiva coscienza dei laici laicisti.
La risposta fu la scelta del Papa polacco, figura di grandissimo carisma, che stese per ventott´anni il suo manto sui mali della Chiesa, predicò il Vangelo in tutto il mondo, costruì col proprio corpo sofferente un monumento mediatico mai visto prima. Ma lasciò inevasi tutti i problemi che aveva ereditato e tolse energia e spinta propulsiva alle novità del Vaticano II.
Ora è arrivato sulla cattedra petrina l´ex capo del Sant´Uffizio. Non era ancora accaduto che un Papa venisse da quel tipo di esperienza curiale.
Molti, cattolici e non cattolici, hanno sperato che proprio quel tipo di esperienza regalasse alla Chiesa un Vicario capace di attingere dalla Chiesa apostolica le capacità di confrontarsi con la modernità. Apostolica, non romana.
Sarebbe stato un miracolo. Infatti non è avvenuto. Siamo di nuovo alla "buona laicità" con in più qualche cosa di cui non si parlava da parecchio tempo: il potere di Dio, cioè della Chiesa depositaria esclusiva delle verità da lui rivelate, a indicare i diritti che debbono essere sanciti dalle leggi della Città terrena. E poiché nella Città terrena risiedono anche cittadini di altra fede o di nessuna fede, prendano tutti atto dell´esistenza di diritti naturali che ciascun abitante del pianeta porta dentro di sé fin dalla nascita, anzi dal concepimento.
I diritti naturali e innati debbono quindi ispirare la legislazione e fornire allo Stato l´etica di cui ha bisogno. Per un cattolico essi si riconducono al Creatore, ma valgono comunque per tutti in quanto appunto innati.
Questo è stato il messaggio di Benedetto XVI ai convegnisti di Norcia. Il presidente del Senato ne ha preso atto con gioia ed ha, a immediato giro di posta, risposto al Pontefice mettendosi a disposizione.
A quando la nostra Costituzione, le sentenze dei tribunali, i diplomi e i decreti del governo e del Parlamento, porteranno l´iscrizione della dicitura "per grazia di Dio"? Questo non guarirà l´indifferenza, l´adorazione del danaro, il dilagare della violenza e dell´egoismo; ben altro ci vorrebbe. Ma rassicurerà il gregge. Darà senso. Aumenterà il temporalismo religioso. E metterà in soffitta il Vaticano II.
La Chiesa post-Wojtyla chiedeva collegialità. Ma il Sinodo concluso appena ieri ha stabilito che i Sinodi non hanno alcun potere all´interno della gerarchia. Possono soltanto porre domande. La risposta spetta soltanto al Papa il quale sembra aver messo la rotta a ritroso, non sul Vaticano II ma sul Vaticano I, non su papa Giovanni ma su Pio IX e su Pacelli.
* * *
Due parole sui diritti innati e sul diritto naturale. Se ne è scritta nei secoli un´immensa biblioteca e non sarò certo io a risollevare questa questione in un articolo di giornale. Ma soltanto qualche breve riflessione.
Il solo, l´unico diritto innato deriva dall´ente, che esiste e vuole esistere. Nel caso della nostra specie quell´ente si chiama persona, quali che siano i tanti significati che si danno a questa parola. In latino persona significa maschera. Per noi significa individuo, infinitesima parte di una specie, anch´essa individuata tra la moltitudine delle specie.
Il diritto dell´individuo persona ad esistere è innato, proviene dalla natura che lo fornisce anche alle altre specie e agli individui che le compongono, ciascuno dei quali, dall´albero al falcone alla persona dotata di mente, vuole, disperatamente vuole esistere e adopera tutti gli strumenti che la natura gli ha forniti per esistere.
Per soddisfare questo diritto "biologico" l´individuo entra necessariamente in conflitto con tutto ciò che lo circonda, con l´obiettivo, per lui primario, di guadagnare e preservare lo spazio di cui ha bisogno. Le radici di due alberi nati troppo vicini tra loro si disputeranno il terreno da cui traggono alimento e la luce che gli serve per la fotosintesi senza la quale appassirebbero. E se lo spazio è troppo ristretto uno dei due finirà con morire diventando uno stecco senza più fronde né linfe.
A maggior ragione ciò si vede nel regno animale e in quello degli uomini. Ho sentito l´altra sera il nostro telepredicatore nazionale esaltare l´innocenza dei bambini, il loro candore, la loro innata bontà. L´età dell´oro insomma. Ma è falso. E´ un falso luogo comune. Il bambino è certamente innocente, ha mangiato soltanto i frutti dell´albero della vita e non ancora quelli della conoscenza. Né sa che cosa sia il peccato. Ma la bontà dei bambini non esiste. La predominante necessità d´ogni bambino è quella di conquistare il suo territorio, attirare su di sé l´attenzione di tutti, vincere tutte le gare, appropriarsi di tutto ciò che desidera. Togliendolo agli altri. Vincendo sugli altri. Sottomettendo gli altri.
Questo è l´istinto primordiale, innato, esclusivo. E spetta a chi li educa insegnare a contenere l´istinto primordiale, a rispettare gli altri, la roba degli altri e addirittura a condividere la propria con gli altri.
Questa disponibilità non è affatto innata ma indotta. Dalla cultura, dall´insegnamento degli adulti. E infine, poiché quell´istinto primordiale ci accompagna fino alla morte, educare e al bisogno limitarlo, spetta alle leggi sulle quali si fonda la Città terrena. I cui fondatori e reggitori si imposero sugli altri con la violenza della scaltrezza o con quella della forza per acquistare il potere ed esercitarlo. Nessuno è stato ed è esente da questo peccato originario, fondato sull´unico diritto innato: la sopravvivenza dell´ente e il dispiegarsi della sua potenza.
Il Papa, quando rispolvera il diritto naturale e lo riconduce al Creatore e chiede che le leggi e la gestione della comunità civile siano improntate alle sue indicazioni, non fa che esprimere la volontà di espansione e potenza dell´ente da lui rappresentato. Esprime attraverso comandamenti religiosi la volontà di potenza della sua religione.
Non so perché questo obiettivo sia chiamato "buona laicità". Il termine è relativamente nuovo. Forse si tratta d´un contentino lessicale alla modernità. Ma se un confronto ci deve essere tra la Chiesa e il mondo moderno, il discorso e l´analisi debbono andare molto al di là delle trovate lessicali. La "buona laicità" odora da lontano di teocrazia. Non vorrei che il confronto con l´Islam ci portasse ad imitarlo nel peggio anziché suggerire agli islamici di scoprire il meglio delle loro e delle nostre Scritture.
La conversione del socialismo
Angelo Panebianco sul Corriere della Sera 23 ottobre
Come nasce un nuovo partito? Come si forgiano le identità che dovranno alimentarlo? Un nuovo partito si afferma e nuove identità si forgiano se, e soltanto se, coloro che si candidano a guidarlo sono in grado di offrire ai potenziali seguaci un modo di guardare ai vecchi fenomeni, e nuove soluzioni per i problemi incombenti. E se la forza della proposta è tale da spingere i potenziali seguaci a investire risorse (entusiasmo, tempo, denaro) nel perseguimento della "causa". La proposta deve essere percepita come portatrice di una forte discontinuità rispetto al passato. Altrimenti non nascerà alcun partito.
Dopo le primarie, Francesco Rutelli ha rilanciato nel centrosinistra la discussione sul "partito democratico". Ma, dopo le prime battute, il dibattito sembra essersi impantanato: si discute se debba o no il nuovo partito limitarsi ad aggregare le tradizioni preesistenti e se debba o no "includere" la tradizione socialista. Ma se partiti e identità nascono da nuove proposte, da modi nuovi di intendere problemi vecchi e nuovi, allora è dai problemi che chi discute dovrebbe iniziare. Intervistato dal Corriere (21 ottobre) sull'ipotesi del "partito democratico" italiano, il politologo americano Charles Kupchan giustamente consiglia "pragmatismo". Ciò appunto significa partire non dalle "tradizioni" mai dai problemi e, alla luce delle soluzioni individuate, decidere anche cosa farsene delle venerande tradizioni.
Qual è il problema italiano? È la sclerosi del suo tessuto civile, delle sue istituzioni pubbliche, economiche, educative, eccetera. Ricordo che Berlusconi vinse nel 2001 perché sembrava avere una risposta contro la sclerosi del sistema e perderà probabilmente nel 2006 perché non ne ha avuto ragione. Aggredire il male italiano significa prima di tutto, anche per una formazione di centrosinistra, come dice Kupchan, fare i conti fino in fondo con la questione del mercato. Che, dal punto di vista della sinistra, richiede certamente regole e tutele sociali, ma mai regole che gli impediscano di prosperare. Favorire il mercato, riformare il welfare, ridurre forza e peso delle corporazioni: questo richiederebbe combattere la sclerosi del sistema. Un nuovo partito del centrosinistra, comunque lo si chiami, dovrebbe dunque ingaggiare un bel po' di conflitti con tanti interessi costituiti (anche sindacali).
Se si parte dai problemi anche il discorso sulle "tradizioni" diventa chiaro: si scopre che la gloriosa tradizione socialista (in senso lato) ha ben poco ormai da offrire ai grandi Paesi europei (si veda l'intervista ad Anthony Giddens sul Corriere di ieri), e non è solo il successo del riposizionamento "centrista" del Labour Party di Tony Blair a indicarlo. Non ha nulla da offrire in Italia dove ha sempre fatto tutt'uno con l'ideologia antimercato, statalista e assistenziale.
I partiti nuovi non nascono dalla sommatoria di tradizioni più o meno anchilosate, ma dal conflitto fra le nuove proposte e le vecchie tradizioni. Il partito democratico nascerà se avrà una proposta (e una leadership all'altezza) così forte da favorire "conversioni" e l'abbandono da parte di tanti delle antiche strade. Il processo è tutt'altro che indolore ma non si conoscono altri modi per creare nuove identità.
Populisti senza popolo
Ilvo Diamanti su la Repubblica 23 ottobre
Il Palazzo e la Piazza. Luoghi contigui, nella città. Distanti; anzi: opposti, uno all´altro, nella politica. L´immagine è retorica, quanto consumata. Non fatichiamo ad ammetterlo. Eppure mantiene un´indubbia utilità evocativa. Capace di abbozzare, meglio di altre, la posizione del governo e di chi governa: chiusi nel Palazzo.
Quando dalla società sale, costante, il brusio dell´insoddisfazione. E le piazze, non solo la Piazza, si riempiono di persone che marcano la loro distanza anche senza, necessariamente, protestare: semplicemente perché partecipano.
Peraltro, questa suggestione rivela un retropensiero assai discutibile: che la "gente", l´opinione pubblica, siano nel giusto. Ma la Piazza non sempre ha ragione. Spesso, anzi, è vero il contrario. E il Palazzo non può adeguarsi alle grida di chi scende in piazza. Ma, semmai, ascoltarle, senza rinunciare alla sua autorità. Tuttavia, la politica vive di immagini semplici e semplificate. Tanto più efficaci, tanto più incisive, quanto più riescono a dividere il mondo in due. Il Palazzo e la Piazza, così, tendono a venire identificate e a identificarsi - con la Destra e la Sinistra. Perché, nel bipolarismo dell´immaginario, il Centro non esiste.
Basta pensare alle vicende delle ultime settimane. La destra di governo, determinata a concludere l´iter dei progetti legislativi di bandiera: la legge elettorale proporzionale, la devolution. Proseguendo con la ex Cirielli (definita dall´opposizione di sinistra: "salva-Previti"). Per finire con l´abolizione della "par condicio". Provvedimenti che suscitano insofferenza e, al più, fastidio presso la maggioranza dell´opinione pubblica. La devolution, a torto o a ragione, considerata un pericolo per il Paese, soprattutto nel Mezzogiorno. E, comunque, guardata con una certa indifferenza anche nel Nord. Le altre leggi: il proporzionale, la ex Cirielli, l´abolizione della par condicio. Percepite come iniziative ad hoc. Finalizzate a tutelare gli interessi del centrodestra e dei suoi leader. E per questo proposte e affrontate con grande fretta. Mentre persiste, denso, un pessimismo sociale che non permette di apprezzare i segni di miglioramento dell´economia, certificati dalle statistiche nazionali e internazionali. D´altronde, l´isolamento del Palazzo è messo in evidenza, a maggior ragione, dal dinamismo sociale della sinistra. Dalla sua capacità di mobilitare la piazza e la società. Come hanno mostrato le primarie di domenica scorsa, caratterizzate da un´affluenza sorprendente. Perfino per la leadership dei partiti che le hanno promosse e organizzate.
Il Palazzo e la Piazza. E´ un antagonismo metaforico antico. Evocato, con molta forza, nel decennio scorso. Ma a parti invertite.
La società, il territorio, la piazza: negli anni 90 erano luoghi di egemonia della destra, allora, di opposizione. Forza Italia: raccoglieva e amplificava l´insofferenza verso le politiche fiscali e verso i partiti della sinistra. Stigmatizzati, tutti insieme, attraverso il termine "comunisti". Che associava i post-comunisti e i neo-comunisti agli ex democristiani. Colpevoli, tutti insieme, di essere figli del vecchio regime "partitocratrico". Soggetti "statalisti" e "centralisti".
An: partito d´ordine, in tempi attraversati dall´insicurezza, dalla paura prodotta dalla criminalità comune.
E infine, soprattutto, la Lega. Madre di tutti i dissensi, di tutti i malesseri, di tutte le proteste che hanno preparato e accelerato la crisi della Prima Repubblica. La Lega: soggetto politico di massa, organizzato come il vecchio Pci. A differenza di Forza Italia - partito leggero, mediatico e senza territorio - la Lega era greve, come il linguaggio di Bossi. E stava ben piantata sul territorio, nei paesi della pedemontana del Nord. Dove respirava ed esalava l´insoddisfazione dei lavoratori autonomi e dei piccoli imprenditori. Antagonista dello Stato centrale. Dei vecchi partiti e dei grandi imprenditori. Popolana. E poi federalista, indipendentista, secessionista. Insomma per la libertà del Nord produttivo contro Roma assistenzialista e dissipatrice. La Lega. Negli anni Novanta promuove le sue lotte e le sue rivendicazioni attraverso manifestazioni militanti. Nelle piazze, nelle campagne, nelle strade. Fino alla marcia sul Po. Organizzata per "marcare" il confine fra la Padania e l´Italia. La Lega. Insieme agli altri soggetti politici della destra, interpreta la piazza, la società, il territorio. E fra un tax day e una mobilitazione indipendentista - contribuisce a rendere visibile, perfino acida, la solitudine del potere. A scavare un fossato intorno al Palazzo. Facendo emergere come la sinistra fosse maggioranza di governo e minoranza delegittimata - nella società. Oggi quella storia si ripete, a parti invertite. La destra si compiace della sua ritrovata unità, della sua capacità di decidere, in fretta. Di imporsi da sola. Senza l´opposizione, che è minoranza nel Palazzo. E maggioranza nella società. Sfidando la Piazza, che oggi sta all´opposizione. Con un atto di forza che è segno di forza. Anche a costo di contraddire gli orientamenti seguiti nell´ultimo decennio. Modificando, in poche settimane, il sistema elettorale in senso proporzionale. Dopo aver coltivato e sostenuto, per anni, l´ipotesi opposta. Mentre la devolution, malattia senile del federalismo, viene approvata in Senato, dopo anni di faticosi aggiustamenti, fra strappi e mediazioni. Ricatti e cedimenti. Proprio mentre si assiste al ritorno dello Stato. Che accentua i controlli e i vincoli sulle competenze e sui bilanci locali. La devoluzione in tempi di neocentralismo. Quasi un ossimoro. La Lega di Palazzo, peraltro, irride alla mobilitazione degli elettori di sinistra, in occasione delle primarie. Alla partecipazione "popolana", affollata di gente comune, più che da militanti. Una sorta di nemesi. A cui sfuggono solo alcuni protagonisti della Lega della prima ora. Maroni, ad esempio. (Ma immaginiamo che Bossi la pensi allo stesso modo). Forse per nostalgia.
Una considerazione di passaggio merita la "piazza mediatica", che negli anni 90 aveva rispecchiato e amplificato, talora ad arte, quella "reale". Mettendo in scena grandi "processi" al potere. Che hanno, per questo, investito, "danneggiato" la legittimità dei partiti di governo. A prescindere dall´orientamento politico degli anchor men. E dei governi. Negli ultimi anni le "piazze mediatiche" sono state "oscurate". Insieme ai loro animatori. Rimpiazzate dai salotti. Ma ora tornano, anch´esse. Nella veste di telecerimonie celebrate da telepredicatori. Com´è avvenuto nei giorni scorsi, quando si è consumato il rito purificatore della libertà televisiva, guidato da Celentano. Cui hanno partecipato oltre undici milioni di "fedeli" spettatori.
E´ come se gli attori politici che negli anni Novanta avevano interpretato le parti della società civile, dopo aver conquistato il potere, risalissero il cammino degli avversari di ieri. Un po´ per scelta. Per realizzare, almeno, alcune delle "promesse" fatte agli italiani. Un po´ per necessità. Per ostacolare la sinistra, in vista delle prossime elezioni politiche. Per dimezzarne il successo (possibile, magari probabile, ma non certo. Perché le piazze non contengono l´intera società. E l´opinione pubblica, per definizione, può cambiare umore..). Per preparare, nel caso il Palazzo venisse espugnato, il prossimo assedio. Trasformando, di nuovo, la Piazza - reale e mediatica - in un terreno di lotta.
Perché in questo Paese la Piazza e il Palazzo continuano costituire i riferimenti contrapposti di un bipolarismo simbolico integrale. Che nessuna ipotesi proporzionale può correggere o modificare.
A conferma della difficoltà di condurre la democrazia oltre la porta stretta fra populismo e oligarchia.
Il cavaliere e l'abbaglio fatale
Alberto Ronchey sul Corriere della Sera 22 ottobre
Da sei mesi almeno, i più accreditati commentatori politici osservavano che Silvio Berlusconi avrebbe potuto salvarsi dalla prevista o temuta sconfitta elettorale della primavera 2006 rassegnando le dimissioni e provocando l'anticipo del cambio di legislatura. Invece ha preferito insistere o resistere a Palazzo Chigi, sopportando l'usura prolungata del suo governo scosso dalle aperte rissosità o da latenti rivalità che forse avrebbe potuto stroncare. Una testarda scommessa del professionista politico improvvisato, già dilettante fortunato, della quale tuttavia non rimane che aspettare l'esito incerto. Fra l'altro, potrebbe insorgere qualche disturbo inatteso nell'intricata e tanto discussa riconversione del sistema elettorale, considerata un rimedio ai danni subiti finora secondo i sondaggi d'opinione.
Sì può ricordare intanto, mentre aspettiamo, che da un trentennio in Italia non pochi professionisti politici di lunga e scaltrita esperienza caddero in vistosi errori di calcolo nel senso contrario, provocando cioè l'anticipo delle consultazioni elettorali. Nel 1976, il socialista Francesco De Martino dopo aver chiesto quella prova si ritrovò con il Psi al minimo storico dei voti e "minacciato nella sua stessa esistenza". Nel '79, Enrico Berlinguer volle anche lui tentare la sorte con l'anticipo elettorale, ma il Pci subì una clamorosa disfatta. Nell'83, a replicare l'azzardo fu De Mita, ma per la Dc seguì una rovinosa frana.
Dopo la dispersione della Dc e del Psi, nel '94 la coalizione promossa dall'ambizioso Achille Occhetto intorno al Pds, già Pci, era sicura del trionfo elettorale fino a definirsi "gioiosa macchina da guerra" e a sollecitare le dimissioni del governo Ciampi. Prevalse invece, a sorpresa, l'eterogenea coalizione di centrodestra messa insieme da Silvio Berlusconi con il suo tocco mediatico e le sue risorse finanziarie.
Fra i successivi errori, è anche da ricordare che Romano Prodi con la sua vasta coalizione di centrosinistra vinse nel '96 grazie alle intese di desistenza in vari collegi elettorali, ma dopo aver promesso un governo per l'intera legislatura fu costretto a lasciare Palazzo Chigi quando risultò in minoranza fra i parlamentari avendo posto una malaccorta questione di fiducia. Poi si alternarono, in quella straziante legislatura dal '96 al 2001, altri due governi del composito e turbolento centrosinistra.
Ora, senza sapere quando e come finirà o fino a quando continuerà l'avventura berlusconiana, si deve ammettere che sulle complicate vicende politiche tutto è opinabile mentre nessuno è infallibile. D'accordo. Ma da tempo ci si domanda perché, in Italia, tanto elevata e reiterata è la fallibilità dei maggiori protagonisti politici sulla scena.
I capipartito, nelle loro controversie quotidiane, spesso eludono per costume consolidato le questioni d'interesse generale o le trattano in termini sommari e ambigui, privilegiando invece le manovre o schermaglie di schieramento per il potere insieme con i variabili calcoli delle loro forze per l'oggi e il domani. Dunque, dovrebbero almeno eccellere in quelle pretese abilità professionali. Ma non è così, fra sbagli e abbagli. Anzi, rischiano sempre più di somigliare ai personaggi d'un famoso e avventuroso racconto che ispirò anche un film di Hollywood:
The gang that couldn't shoot straight. Più o meno: "La banda che non sapeva sparare". Possibile che proprio Silvio Berlusconi, malgrado i suoi giochi d'azzardo, risulti l'eccezione alla regola?
Il proporzionale e le bugie del Cavaliere
Claudio Rinaldi su L'espresso
Che Silvio Berlusconi appaia ringalluzzito, ora che ha fatto approvare dalla Camera il suo progetto di riforma elettorale, non sorprende. L'uomo è rotto a qualsiasi bugia, si sa, ma ha anche una fanciullesca incapacità di mascherare le sue emozioni; e in questi giorni prova una gioia senza freni, perché è arcisicuro che il successo del 13 ottobre a Montecitorio segni l'inizio della sua riscossa.
Molti la pensano come lui. Su 'La Stampa' Marcello Sorgi, di solito prudente, non esita a incensarlo: "Ha ritrovato la statura del leader". Sul 'Corriere della Sera' Sergio Romano confessa di ammirarlo per la rapidità con cui "annusa il vento, concepisce le sue strategie, lancia le sue battaglie". Evviva. Ma davvero l'avvento dello scrutinio proporzionale, peraltro snaturato da un premio di maggioranza che non esiste in nessun'altra parte del mondo, può da solo rovesciare il generale pronostico di una vittoria dell'Unione nel 2006? Mah. Nell'attesa che la sbornia berlusconarda venga smaltita, cerchiamo di mettere a fuoco le immagini della stagione che si annuncia.
Chi sostiene che Berlusconi è ormai in piena rimonta fa il conto dei benefici che la nuova legge gli assicura. Il primo emerge con chiarezza da una semplice constatazione: dal 1994 a oggi, ogni volta che si è andati alle urne con il sistema misto detto Mattarellum, il centro-destra ha fatto meglio nel voto proporzionale che nel maggioritario; dalla soppressione dei 475 collegi uninominali, dunque, ha tutto da guadagnare. Il secondo vantaggio risiede nel ritorno dei partiti al centro della scena: quelli dell'Unione sono troppi, ben nove, e troppo eterogenei, ragion per cui perdono credibilità con l'allentarsi dei vincoli di coalizione. In terzo luogo il capo del centro-sinistra, Romano Prodi, viene a trovarsi in difficoltà, giacché essendo un senza tessera diventa un pesce fuor d'acqua se gli elettori sono chiamati a scegliere fra simboli non di coalizione ma di partito.
La riforma, insomma, mira sfacciatamente a indebolire gli avversari di Berlusconi, e soprattutto a distruggere le fondamenta della candidatura Prodi. Non si preoccupa affatto, invece, di garantire la futura governabilità del paese: ogni partito e partitino si procurerà da sé i suoi consensi, quindi in Parlamento si sentirà libero di farsi gli affari suoi. In questo senso si è di fronte all'ennesima legge ad personam, degno coronamento di una legislatura in cui l'intera attività di governo è stata volta a soddisfare gli interessi privati del premier anziché quelli dei cittadini.
Eppure è dubbio che con l'estremo colpo di mano Berlusconi riesca a risolvere i suoi guai. Certe apparenze possono ingannare. Chi non ricorda la violenta fiammata di un anno fa? Anche allora la Casa delle libertà attraversava un periodo di grandi turbolenze, anche allora il padrone della Casa tentò di uscirne con un'alzata d'ingegno: imponendo agli alleati un immediato taglio delle tasse. Fatta la voce grossa, lì per lì non riscosse che elogi. Fu osannato per aver ricondotto il centro-destra all'obbedienza, e passò un paio di mesi a magnificare la presunta "svolta epocale" degli sgravi. Sfoggiava tutte le qualità appena riconosciutegli da Romano: "È ottimista, sprizza energia, crede in se stesso, mette in gioco il proprio futuro e trasmette fiducia ai suoi compagni...". Poi però le elezioni regionali del 3-4 aprile, con la disfatta di Forza Italia, fecero piazza pulita di quelle chiacchiere. Il Berlusconi risorto si rivelò un'illusione ottica.
Oggi la situazione è analoga; con la differenza che, come cavallo di battaglia, un'astrusa legge elettorale vale un po' meno di una sia pur truffaldina riduzione delle imposte. Il presidente del Consiglio, infatti, non ha bisogno di introdurre una disciplina da caserma nella sua alleanza. Deve piuttosto riconquistare le menti e i cuori dei tanti italiani che sono stati delusi dal suo operato. E questo è un compito tuttora difficile, visto il numero delle promesse non mantenute. Detto alla buona: il proporzionale non si mangia, non è un rimedio contro la fiacchezza dell'economia o la precarietà dei rapporti di lavoro. Per adesso è soltanto un espediente per contenere le previste perdite del centro-destra. Ciò non significa che Berlusconi, combattente feroce, non conservi qualche possibilità di vincere la sfida del 2006. Tuttavia la sua arma letale, più che la nuova legge, può essere la goffaggine dei suoi avversari. Nell'ultima vicenda, per esempio, Piero Fassino è passato in poche ore da una posizione di rifiuto assoluto del proporzionale all'ingenua richiesta di una trattativa per apportare alla riforma non si sa quali migliorie.
Più in generale l'Unione, dopo il clamoroso exploit delle primarie, corre il rischio di sacrificare tempo ed energie a nervose discussioni sul proprio assetto in vista delle elezioni. Listone dell'Ulivo, lista Prodi, Prodi capolista della Margherita, Udeur sì, Udeur no... Che palle. Ci vuol altro: la denuncia assidua dei guasti prodotti dall'attuale governo, e in più la chiara indicazione delle principali scommesse sul futuro. Un discorso di verità sullo stato dell'Italia, un embrione di programma per la ripresa. Se invece il centro-sinistra rimarrà ripiegato su se stesso, se non si concentrerà sui problemi veri inchiodando tutti i giorni Berlusconi al bilancio miserevole della sua avventura a Palazzo Chigi, allora sì che l'anziano demagogo potrà riacchiappare una parte dei voti perduti.
Primarie il rischio del nuovo
Barbara Spinelli su La Stampa 16 ottobre
Per la prima volta, oggi in tutta Italia, gli elettori di una formazione politica che aspira a vincere le elezioni e a governare parteciperanno con il proprio voto a una primaria: non identica alle primarie che esistono dalla fine dell'Ottocento in America ma simile a esse in maniera profonda e cioè per i bisogni da cui nasce. L'esperimento è tentato in una prima fase dalla sinistra, ma in futuro anche lo schieramento opposto potrebbe ricorrere a un metodo analogo di selezione dei candidati alla guida del governo o a altre cariche. Oggi il centrodestra è guidato da un politico - Silvio Berlusconi - che ha un rapporto padronale col proprio partito e la propria coalizione, ma quest'anomalia non sarà perpetua e col tempo i più svariati protagonisti della politica saranno influenzati da quel che il centrosinistra sta fabbricando nelle ultime ore nel suo laboratorio. Le sfide cui si cerca di rispondere con quest'inedito laboratorio democratico sono infatti comuni a tutti i partiti, e a un numero crescente di uomini impegnati nella politica, e nulla di quel che è accaduto negli ultimi giorni è in grado di abolirle: né l'approvazione alla Camera di una legge elettorale che reintroduce il proporzionale restituendo un orizzonte allo strapotere dei partiti; né lo sprezzo con cui Berlusconi parla delle primarie dopo averle poche settimane fa auspicate per il proprio campo; né il fatto che le primarie a sinistra hanno un risultato in pratica scontato: la vittoria di Prodi. Marco Follini che si dimette dall'Udc è un politico che queste cose le intuisce, le sa, si prepara a esse.
Le primarie nascono dunque da un bisogno che permane, e che nel lungo periodo è destinato a farsi sempre più impellente, fondamentale. Le nostre sono infatti società democratiche in transizione, sono strane creature che in parte appartengono a un ordine vecchio e in parte già sono immerse in un universo nuovo, caratterizzato da disordine ma aspirante anch'esso a divenire ordine.
Nell'ordine vecchio i politici erano divisi da ideologie forti, compatte, introverse, difficilmente compatibili tra loro: prioritario era scegliere tra comunismo e economia di mercato, e secondaria era in fondo la personalità dei politici. Ragion per cui ogni cosa avveniva nel chiuso dei partiti. Nell'universo nuovo questo scontro esistenziale tra ideologie granitiche non esiste più, e la democrazia come l'abbiamo conosciuta subisce due metamorfosi cruciali: da un lato si personalizza, dall'altro si dissemina in una società che tende a immischiarsi nella politica più di quanto avvenisse in passato. Ambedue i fenomeni scalzano il monopolio esercitato per decenni dai partiti, spezzandone le corazze.
Questo immischiarsi avviene tuttavia in modo talmente dissipato e confuso da risultare inerte, e inane: è un potere d'interferenza che s'esercita attraverso il ricorso sempre più traboccante ai sondaggi (sondaggi d'istituti d'opinione, sondaggi Internet) e che solo apparentemente dà spazio alla società, incrinando la dura scorza dei partiti chiusi. I fautori del vecchio ordine son deliziati da questa confusione, che costruisce sul nuovo senza intaccare il vecchio: il propagarsi dei sondaggi non scalfisce i potentati partitici ma anzi li rafforza. I cittadini parlano o digitano nei sondaggi, ma decidere tra un voto e l'altro non possono: la decisione non può in effetti appartenere alla massa degli elettori, ma deve poter spettare a chi si occupa con una certa costanza della politica (i militanti che votano delle primarie, appunto). Non stupisce che Berlusconi ami l'ibrido vecchio-nuovo: ibrido che si nutre al tempo stesso di scostanti clan semiprivati, e del potere falso che ai cittadini vien dato tramite i sondaggi.
Attraverso le primarie, un ulteriore elemento di partecipazione viene invece introdotto nella democrazia mutante, dandole un nuovo ordine e affiancando al filtro dei partiti un secondo filtro, più efficace dei sondaggi in quanto più ristretto. Per i cittadini non si tratta solo di scegliere fra i candidati, nel suffragio universale, ma di scegliere (nel tempo che precede il finale verdetto delle urne) chi si presenterà candidato. Il motivo per cui questa pratica viene ritenuta sospetta o addirittura farsesca è presto detto: i potentati dei partiti o gli uomini nuovi della politica come Berlusconi sono riluttanti a condividere un potere che fin qui è stato incontrastato, nel lasso di tempo che precede il voto vero e proprio. La storia americana insegna precisamente questo: è per far fronte allo strapotere delle lobby partitiche e agli abusi di Convenzioni interamente amministrate da vertici e cosche che le primarie, sperimentate sul finire dell'Ottocento, s'estesero nei primi del Novecento e misero radici negli Anni Sessanta.
Le primarie nacquero insomma oltre Atlantico per metter fine al potere delle conventicole e dei padroni delle tessere, quale si esercitava prima nei caucus di partiti, poi nelle convention che selezionavano i candidati presidenziali: è il motivo per cui le Convenzioni, oggi, sono eventi che incoronano più che nominare o eleggere. Questo sistema s'è fin qui affermato solo in America o Australia, e lo si capisce: sono nazioni meno ideologizzate delle nostre. Ma anche in Europa la selezione preelettorale in qualche modo esisteva ed esiste: la raccolta di firme per i candidati in Francia, un solido mestiere dei quadri di partito in Germania nel selezionare il leader. L'Italia fa eccezione, specialmente da quando Berlusconi ha instaurato un nuovo rapporto con cittadini, militanti, alleati. Un rapporto che oscilla tra il plebiscitario e il padronale, tra la scommessa sui sondaggi e la scommessa su militanti e alleati che non scelgono il candidato ma sono da quest'ultimo scelti, che non esprimono un leader ma del leader sono succube espressioni. Per questo le primarie di oggi sono un esempio anche per la destra a venire. Prima o poi quest'ultima dovrà ritrovare un modo d'esistere meno umiliante e anomalo, che permetta ai militanti di designare il loro capo. Che fa crescere politici che non saranno padroni ma guide-rappresentanti di una coalizione di forze.
Il ritorno al proporzionale e al vizio partitocratico non abolisce il bisogno da cui le primarie son scaturite ma anzi lo rafforza: perché società e partiti restano in mutazione; perché il proporzionale - se passerà al Senato - prevede il formarsi di coalizioni e la designazione di un candidato premier. Perché i partiti non diventano più possenti e graditi per il solo fatto che una maggioranza s'è aggrappata alla vecchia partitocrazia per sopravvivere e aggirare il nuovo. Marcello Sorgi ha fatto lucidamente notare che le primarie di oggi - specie se l'affluenza sarà alta - saranno anche un voto sul proporzionale e sul ritorno di una partitocrazia bocciata dagli italiani 12 anni fa, e ha spiegato come si sia giunti a un inatteso capovolgimento: "La Casa delle libertà, che si è sempre considerata come diretta emanazione della più autentica volontà popolare", questa volta ha dimostrato di voler decidere in un vertice dei partiti. Mentre la casa dell'Ulivo, "accusata di essere la vera erede del vecchio regime partitocratico" è oggi pronta a cercare legittimazione nella società civile (La Stampa, 15-8).
Le primarie sono un tentativo tipico della democrazia rappresentativa, che cammin facendo usa criticare se stessa, correggersi, escogitare strumenti che diano ordine al proprio disordine. Se c'è una cosa che la contraddistingue è questa mobilità, questa conoscenza e diffidenza che essa ha di sé. Anche se colme di difetti, le primarie a sinistra mettono in pratica quest'usanza. Certo sono difettose: non permettono il chiaro contrapporsi di programmi, anche se il risultato dirà il peso che Bertinotti o altri avranno sul programma di Prodi; non sono una vera competizione, perché molti contestatori di Prodi non hanno avuto l'ardire di esporsi candidandosi. Ma agli esordi, le primarie sono per forza difettose e necessitano adattamenti, come dimostra la movimentata storia delle primarie Usa. Importante in sperimentazioni del genere è aver avuto sentore di una crisi democratica, e cominciare. Importante è creare qualcosa che diverrà in ogni caso un lascito, prezioso per le generazioni e i partiti futuri sia a sinistra sia a destra.
Può darsi che il collaudo fallisca, ogni primaria è un rischio quando debutta. È Machiavelli a insegnarci quanto impervia sia la via, e quanto pesante possa essere la forza disfattista - e autolesionista - degli scettici: "Nulla è più difficile da maneggiare, meno probabile dall'avere successo, o più pericoloso da gestire, che proporsi come chi vuole realizzare un nuovo ordine. Quelli che traevano beneficio dal vecchio ordine gli sono nemici, e quelli che potranno godere dei benefici del nuovo gli sono tiepidi difensori". Questo è vero comunque, visto che l'essere umano è così fatto: abitudinario, e ardito nell'affrontare rischi. È vero soprattutto in Italia, dove il conformismo si mescola costantemente alla sperimentazione. Però questa via valeva la pena imboccarla: perché il nuovo, appena tentato, già diviene un'"esperienza ferma", e dunque un'eredità lasciata in dono alle generazioni che verranno.
Dio e Cesare
Filippo Gentiloni su il Manifesto 21 ottobre
Mai come in questi giorni la religione in prima pagina. Temi e interlocutori antichi e nuovi. Stato e chiesa, ragione e fede. Successo della gerarchia cattolica e delle sue pretese, crisi della laicità. Come mai? Che cosa è successo? Non basta rispondere invocando il nuovo papa. Alle posizioni di Benedetto XVI bisogna aggiungere una nuova situazione politica e culturale, alcune importanti nuove circostanze. Un quadro, dunque, piuttosto complesso.
Le posizioni dottrinali del nuovo papa, d'altronde, non sono molto nuove. Nuovi, caso mai, gli interlocutori e anche gli alleati.
Ha fatto scalpore, in particolare, il messaggio inviato dal papa al convegno di politici e intellettuali tenutosi a Norcia sul tema "Libertà e laicità" con il titolo significativo "A Cesare e a dio", incontro organizzato e diretto dal presidente del Senato, Marcello Pera. Il messaggio ripeteva la classica dottrina cattolica: "I diritti vengono da dio, non dallo stato". Esiste, dunque, una istanza suprema, alla quale tutti gli stati si devono sottomettere. "La dignità dell'uomo e i suoi diritti fondamentali non vengono creati dal legislatore, ma sono iscritti nella natura stessa della persona umana e sono pertanto rinviabili ultimamente al Creatore". E ancora: "La dignità dell'uomo e i suoi diritti fondamentali rappresentano valori previi a qualsiasi giurisdizione statale". Dio, dunque, non si può né si deve cancellare non soltanto dalla vita privata, ma anche da quella pubblica.
Una lezione che la classica dottrina cattolica non ha mai rinnegato, anche se nel mondo moderno talvolta è sembrata metterla nel cassetto, per non ostacolare o danneggiare il dialogo con le posizioni di una sana democrazia laica.
Su questa dottrina la chiesa cattolica, infatti, ha sempre appoggiato non soltanto la superiorità della legge di dio - la famosa legge "naturale" - sulle leggi umane, ma anche i diritti della chiesa cattolica che di questa legge divina è - sarebbe - interprete e custode. La chiesa, dunque, al di sopra dello stato, nonostante tutti i riconoscimenti dei concordati e della democrazia.
Ratzinger, d'altronde, questa dottrina l'aveva più volte citata e illustrata da cardinale: basti leggere il famoso dialogo con Habermas.
Perché, allora, lo scalpore di questi giorni? Penso che la novità si trovi più nel contesto che nella dottrina. Si consideri, al proposito, l'entusiastica risposta con cui Pera ringrazia il papa: "Santità, le sue parole sono per noi un punto di riferimento e un'agenda culturale e politica". E ancora: "Ci riconosciamo nel principio del primato della persona e della dignità dell'uomo che sono anteriori alle legislazioni degli stati. Ci riconosciamo nei valori di un'etica che abbia a fondamento l'essenza della natura umana".
Ci dobbiamo chiedere, allora, chi è il soggetto e quale il motivo di questo riconoscimento, di questo rinnegamento di una sana laicità. La risposta esige uno sguardo a tutto quel mondo e qluella cultura che, al di qua e al di là dell'Atlantico, sente la necessità di ancorare la vita sociale e politica ad una trascendenza che ne tamponi i difetti e i limiti e ne sani le ferite. Una dichiarazione di fallimento di quella laicità che era sembrata caratteristica fondante della cultura e della politica moderna. Fallimento anche del dialogo con le varie forme di ateismo. Necessità di un "dio con noi", come era scritto sui cinturoni dei nazisti e come oggi amano ripetere i neoconservatori.
Tempi duri, dunque, per i laici, soprattutto se, come sembra da alcuni segnali indicatori, il nuovo papa si impegnerà a benedire i neoconservatori. Tempi duri anche per il dialogo fra i cristiani e fra le religioni, se è vero che ogni dialogo si deve basare sull'eguaglianza delle posizioni, non sulla supremazia di una sulle altre.
E ancora: l'abbraccio fra Pera e il papa renderà più difficile per la chiesa italiana mediare fra destra e sinistra, mantenendo quella equidistanza che fino ad oggi la ha caratterizzata, anche se non sempre con successo e coerenza.
Più Adriano per tutti
Antonio Padellaro su l'Unità 21 ottobre
Quando il forzista Sandro Bondi, su mandato del capufficio, cita lo show di Adriano Celentano come prova regina che l'Italia è un paese libero "grazie alla Cdl", somiglia tanto a quei poliziotti della Stasi che il giorno del crollo del Muro di Berlino inneggiavano alla libertà per non essere riconosciuti dalla folla. Giovedì sera, intorno alle 22, quindici milioni di cittadini hanno dato una vigorosa spallata al muro di Berlusconi, alla ferrea gabbia di censure, persecuzioni, epurazioni che per quasi cinque anni ha irregimentato, minacciato, mortificato l'informazione televisiva in Italia; e dunque gravemente limitato la libertà di pensiero. Un ascolto senza precedenti che ha avuto il suo picco in una precisa ambientazione di Rockpolitik, spettacolo anarchico e mescolato con generi diversi.
È accaduto non nel momento della satira, non nel momento della politica ma nel momento dell'informazione. Rivediamolo. Lettura dei messaggi di Enzo Biagi, Beppe Grillo e Daniele Luttazzi, grandi scomparsi dalla tv del regime che ringraziano Celentano ma declinano l'invito in trasmissione (tre sedie vuote riempiono la scena). Il presidente del Consiglio che in visita ufficiale a Sofia (18 aprile 2002) ordina ai dirigenti Rai di sbarazzarsi di Biagi, Santoro e Luttazzi, colpevoli di "uso criminoso" della tv. Scorre la classifica di Freedom of the press sulla libertà d'informazione, con l'Italia al 78° posto, piazzata tra Bulgaria e Mongolia. Infine, Celentano che consegna il microfono-simbolo a Michele Santoro; il quale, però, vuole il suo di microfono, il suo di lavoro, sottrattogli da un atto di enorme prepotenza e ingiustizia.
Quattro momenti di forte dramma televisivo che sono in realtà altrettante notizie: dimenticate o non date. Perché l'editto di Sofia è un fatto realmente accaduto. Perché è realmente avvenuta l'espulsione dalla Rai di Biagi, Santoro, Luttazzi; ma anche di Grillo, di Sabina Guazzanti e di un numero imprecisato di artisti e giornalisti ignoti, colpevoli di non essersi mostrati sufficientemente servili con la destra. Così come è un giudizio verificato nella realtà delle cose l'umiliante collocazione del nostro paese, assoggettato dal più colossale conflitto d'interessi, nelle graduatorie e nei rapporti internazionali (dall'Onu all'Unione Europea) sulla libertà di stampa.
Non si capisce, dunque, in base a quali argomentazioni il ministro (An) Landolfi possa parlare di "spot politico", e annunciare con il piglio del gerarca un'immediata ritorsione sul canone Rai. E non si comprende neppure di cosa si lamenti il direttore di Raiuno, Fabrizio Del Noce, quando accusa Rockpolitik di "qualunquismo di sinistra". Si è chiesto Del Noce come sia potuto accadere che quei fatti, quelle notizie, quelle dichiarazioni, quei numeri abbiano dato origine a un evento mediatico senza precedenti raccogliendo attorno ai teleschermi quindici milioni di italiani? La risposta è semplice: perché a nessun altro nel servizio pubblico è stato concesso di esporre nella loro elementare concatenazione quei fatti, quelle notizie, quelle dichiarazioni, quei dati. L'autocensura Rai è giunta a tal punto che perfino le immagini bulgare del premier ringhiante mai più sono state ritrasmesse: non tanto per il loro carattere disgustoso (ne abbiamo viste di peggio) ma in quanto prova evidente a carico dell'autore del misfatto.
Rifletta Del Noce: la condizione di servilismo nella quale annega il servizio pubblico è tale che perfino le notizie più elementari fanno paura. Cosi, il primo che, dopo anni di silenzio, riesce a trasmetterle sulla rete ammiraglia fa il pieno di ascolti. È un caso che questo qualcuno sia un grande uomo di spettacolo indifferente ai diktat, visto che i giornalisti sono stati o intimoriti o imbavagliati o cacciati? Proprio come in Mongolia o in qualche repubblica tartara.
Però, sappiamo tutti che questo spiraglio di dignità, e verità non si è aperto per grazia divina, per improvviso ravvedimento o atto eroico. Il vento è cambiato perché sono cambiati gli equilibri politici, e dunque di potere in Rai, a seguito della squillante vittoria dell'Unione nelle Regionali dello scorso aprile. A viale Mazzini, adesso, c'è un consiglio di amministrazione presieduto da un esponente dell'opposizione, il ds Claudio Petruccioli. Quanto al direttore generale Alfredo Meocci (Udc), messo davanti al difficile caso Celentano ha saputo mantenere la schiena dritta.
Il Rockpolitik di Adriano apre una fenditura nel muro del regime. Ma la sinistra che giustamente se ne compiace dovrà guardarsi dal commettere due errori. Eviti di considerare fiaccata l'offensiva berlusconiana sulle tv. Ricordi che, tranne poche eccezioni (Raitre, La7, Sky), il resto delle comunicazione politica resta saldamente nelle mani del premier o è da lui controllata. Sappia che i suoi tg continueranno a propinarci dosi massicce di propaganda governativa. Senza contare la grandinata di spot elettorali che il cavaliere sta per rovesciarci addosso.
Il secondo sbaglio da evitare riguarda il futuro quando l'Unione (speriamo) al governo dovrà affrontare, a sua volta, la questione informazione Rai. Si sottragga, per cortesia, alla tentazione di promuovere direttori suoi, giornalisti suoi, programmi suoi. Fugga come la peste l'incensamento dei propri leader. E anzi promuova la satira di destra; e se la destra non ce la fa si sottoponga volentieri alla satira di sinistra, la più corrosiva possibile. Si crei una tv più libera, più vera e dunque più divertente. Anche perché il bubbone della disinformazione, dell'arroganza e della menzogna prima o poi scoppia e sono guai. Insomma: più Celentano per tutti.
Lasciate fare la tv a chi sa fare la tv
Editoriale su Il Riformista 22 ottobre
Oltre a numerosi paradossali derivati (Celentano riabilitato e adottato di sinistra, Meocci diventato un eroe della libertà di informazione e dunque, ne deduciamo, non più incompatibile) il successo di Rockpolitik lancia un messaggio semplice semplice: lasciate fare la tv a chi la sa fare. E lasciategliela fare come la sa fare. Che sia Celentano, che sia Santoro, che sia Ferrara, che sia di centro, di sinistra o di destra, la tv ha un suo linguaggio e necessita di una modica dose di libertà per piacere. E a noi Rockpolitik è proprio piaciuto. Non tanto per la comparsata di Santoro, che la miopia di un premier capace di regalargli l'aureola di martire e l'insipienza di chi al posto della sua televisione bella e faziosa ha messo una televisione brutta e faziosa, hanno trasformato ormai in un un tele-predicatore da Quinto potere. (A proposito, chi lo rimprovera, anche a sinistra, di aver lasciato lo scranno di Bruxelles per la tv dimostra di non capire che gli elettori lo avevano votato proprio per rimandarlo in tv, non per fargli rappresentare gli interessi dei coltivatori diretti del Mezzogiorno in Europa).
Non tanto per Santoro e per la politica, dunque, ma proprio per lo spettacolo. Finalmente un evento in diretta, in cui si sentiva l'odore del teatro, con le pause, la recitazione con le spalle al pubblico, l'emozione della musica dal vivo (scomparsa dalla tv), l'imprevisto, la tensione, l'attesa. Un po' di sano varietà di un tempo, canzoni danze e satira, quest'ultima nemmeno così sanguinosa a dire il vero, ma tale da apparire rivoluzionaria in un paese in cui non si può più scherzare in tv senza chiedere prima il permesso alla Commissione di vigilanza. Insomma, una tv senza preservativo, e però anche senza stupri della pubblica credulità; gestita con prudenza e responsabilità, a parte la caduta di stile no global del pezzo dei Nigrita. Perfino un po' noiosa, qui e là, lenta invece che rock, perché quando Celentano predica uno glielo lascia fare solo perché poi arriva Ventiquattromila baci e un giro di blues, o una svisata alla chitarra come non se sentono più.
Il successo di Rockpolitik segnala semplicemente la stanchezza e forse la fine dell'era berlusconiana, la voglia di respirare di un pubblico che magari non è affatto di sinistra ma ha sofferto l'assuefazione e la sonnolenza della Rai berlusconiana, e che ora si entusiasma perfino per un buon varietà purché vi avvenga qualcosa. Se sarà anche l'inizio dell'era della nuova Rai, dipende dalla politica, quella che vincerà le elezioni. Per ora, questo conato sembra identificarsi nell'inedita coppia Meocci-Santoro, un democristiano e un comunista, non propriamente digesta nemmeno alla sinistra ufficiale, se bisogna dar credito a quello che ne scrivono i suoi organi di stampa. Meglio così. Purché, affianco ai predicatori, metta anche un po' di buon giornalismo, serio analitico e libero, al quale si abbia il coraggio di non chiedere l'audience dei predicatori.
La politicia usata dalla Tv
Giancarlo Dotto su La Stampa 22 ottobre
La concorrenza è feroce. Lo schermo inflazionato. Nella sua sconfinata amoralità, il Grande Casino ha una sola chance per non fallire, aggiornare di continuo le sue donnine allegre, proporre nuove adescatrici. Le giarrettiere non bastano più. I clienti vogliono emozioni sempre diverse. I politici credono di usare il Casino ed è invece il Casino che usa loro. Li usa e li getta. Se da Vespa ci sono Buttiglione e Valeria Marini, è Buttiglione che diventa un po' Marini e non viceversa.
Hai appena finito di smaltire su Raiuno l'incubo del camicione floreale che dopo aver sculettato "Be bop a Lula she's my baby" è lì da quasi mezz'ora che comizia su tutto lo scibile della malvagità umana, che sei già a farti non meno allarmanti domande nel mondo Mediaset. Quel cartone animato che sfreccia nella sigla d'apertura non è Claudio Martelli in versione Speedy Gonzales? Sì che è lui, ora in persona, meglio di Cucuzza, brillante conduttore di un nuovo talk notturno, abile a fomentare e poi a sedare la lizza sulla quota rosa tra la signora Melandri di qua e la signora Prestigiacomo di là. Sulla buona strada della fuga dalla politica e della televisione come perdizione, Irene Pivetti, l'ex pulzella di Montecitorio, è una spanna su tutti. Già passata a testa bassa dalla fase del latex sadomaso a quella del trash estremo in coppia con Platinette e ora, anima inquieta, a caccia di nuove identità.
Aveva ragione la mamma di Andreotti che deplorava lo scapestrato figlio: "Ma quando la smetterai di fare lo scemo in televisione?". L'aveva scambiato per il suo prediletto Giulio, ed era invece quel meraviglioso saltimbanco di Alighiero Noschese che, conciato da Andreotti, ballava, cantava, faceva appunto lo scemo in tivù. Il geniale refuso di mamma Andreotti anticipava i mala tempora in cui il politico italiano non avrebbe più avuto bisogno di un guitto alla Noschese per dare il peggio di sé. "O ti vedono, o sei morto". Nel nome della visibilità è la generazione del politico giulivo che avanza e si getta nella mischia, in fila per una comparsata da Chiambretti o da Biscardi. Tabù che saltano. L'ultimo, stasera a Canale 5, la sagoma di Piero Fassino che filtra con quel lieve imbarazzo che un po' lo curva e molto gli dona, nel bazar del sentimentaccio dove c'è posta per tutti e dunque anche per lui.
Prima scongelati e poi ammaestrati da anni di "Costanzo Show", hanno imparato a dialogare con Eva Robin's e Pappalardo, a tirare fuori le foto della prima comunione, a mettere in piazza il loro amore per la compagna o il rottweiler, in qualche caso violentandosi e soffrendo le pene dell'inferno. Lo schizzinoso D'Alema che si condanna a raccontare dei figli e a cucinare risotti, coccolato dallo sguardo materno di Vissani. Il politico umanizzato dilaga e non è sempre un bel vedere. L'ex ministro Gasparri che surclassa se stesso e ogni possibile imitazione cantando a squarciagola in "Furore" con gli occhi fuori dalle orbite, come nelle feste di addio al celibato.
Esibizioni che rasentano il suicidio mediatico. Gerardo Bianco che balla la macarena, Alfredo Biondi che gorgheggia a distesa "Tu sei romantica", Clemente Mastella in versione mandrilla che canta "Sex Bomb" ai "Raccomandati". Romano Prodi che scala il Pordoi in divisa da ciclista e rischia l'infarto per parare i colpi del Berlusconi sfrenato barzellettiere. Abbiamo visto Veltroni mimetizzarsi leggiadro tra le soubrette di "Quelli che il calcio", Storace inviato della Ventura all'Olimpico che le fa: "Chiamami pure governatore". Per non dire di quelli come Pecoraro Scanio e Ignazio La Russa, talenti naturali, showmen prestati alla politica.
23 ottobre 2005