
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 25 settembre 2005
Quel genio che ha messo l'Italia in mutande
Eugenio Scalfari su la Repubblica 25 settembre
Ricordo molto bene quella sera del 25 luglio del '43. Avevo diciannove anni e passeggiavo con alcuni amici per il corso di Sanremo quando dagli altoparlanti installati in strada la voce dell'annunciatore scandì con tono ancora mussoliniano la notizia delle dimissioni del Duce e la nomina al suo posto del maresciallo Pietro Badoglio. Fummo tutti presi da un'ondata d'entusiasmo. A un soldatino di leva che passava di lì per rientrare in caserma offrimmo quasi di forza un frappè alla banana.
Solo alcuni anni dopo capii che i gerarchi che avevano votato in Gran Consiglio la sfiducia al Capo e l'appello al Re si aspettavano d'esser loro i protagonisti della transizione dalla dittatura alla democrazia. Dino Grandi pensava che Sua Maestà avrebbe chiamato lui a Villa Savoia per dargli l'incarico. Invece Sua Maestà, detto Sciaboletta, chiamò l'esercito per governare e i carabinieri per arrestare Mussolini. Lungi da me l'idea di confrontare situazioni non paragonabili e personaggi di tutt'altro conio. Ma una ragione c'è per associare alla situazione attuale quella di 62 anni fa: anche Casini e Follini (e in minor misura Fini) hanno operato in questi giorni per mettere fuori gioco Berlusconi pensando di prenderne il posto e portare la Casa delle libertà alla vittoria o almeno ad una decente sconfitta che salvi comunque il centrodestra dalla dissoluzione.
Questo tentativo finora ha partorito, dopo fortissime doglie, soltanto il topolino delle primarie che Berlusconi ha accettato mettendo però subito in chiaro che bisognerà intendersi sulla procedura. Ha anche anticipato che a suo parere si dovrebbero riunire in assemblea tutti gli "eletti" del centrodestra (parlamentari, sindaci, presidenti di Regioni e Province, eccetera) e votare il leader.
Sia questa o un'altra la procedura, poco importa. Lo scontro interno alla Casa delle libertà è stato già derubricato: non più sul nome del leader ma sulle regole con le quali sceglierlo. Gli interessati (Casini e Follini) hanno magnificato questo "topolino" come una vittoria campale della loro tesi.
"Si è passati", hanno detto, "dalla monarchia assoluta alla Repubblica o almeno alla monarchia costituzionale". E gran parte dei "media" hanno fatta propria quest'interpretazione aggiungendo che, quand'anche Berlusconi uscisse vincitore da queste fantomatiche primarie, non sarà più lui ma, appunto, un monarca costituzionale.
Mi permetto di dissentire totalmente.
Quanto al risultato, indipendentemente dalla procedura che sarà scelta, darei la riconferma di Berlusconi al 90 per cento.
Quanto al suo mutamento di immagine lo reputo impossibile al cento per cento. Un Berlusconi riconfermato dopo una competizione con i suoi alleati-avversari sarebbe più forte che mai per regolare i conti all'interno della coalizione.
Penso anche che il centrodestra sia, specie dopo la farsa finale Siniscalco-Tremonti-Fazio, in condizioni disperate, quale che sia l'uomo che ne guiderà le sorti da qui alle elezioni. Il progetto casinian-folliniano di esser loro a guidare la transizione non esiste. Hanno governato insieme, si sono insieme spartiti il potere, hanno votato allineati e coperti le stesse vergognose leggi e quindi - spero - affonderanno insieme. Potrebbe salvarli solo l'uscita immediata dall'alleanza e la presentazione solitaria alle elezioni. Ma questo non lo faranno mai.
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Come non bastasse è tornato in campo Tremonti. Si è fatto perfino pregare.
Figurarsi. Ha posto condizioni. Ha obbligato Fini ad essere il suo principale sostenitore dopo che era stato lo stesso Fini a farlo defenestrare pochi mesi fa. Se la vendetta è un piatto che si mangia freddo, Tremonti l'ha gustato chambré. Forse più gustoso ancora.
Né è mancata l'ambita approvazione del Capo dello Stato, costretto anche lui dall'imminenza della legge finanziaria a fare buon viso a cattivissimo gioco. Perché Tremonti sarà pure un genio, come recita ad ogni cantone Cossiga l'emerito, ma se c'è un responsabile della catastrofe in cui è finita l'economia italiana, questo è lui e non sarà certo la finanziaria 2006 da rattoppare ad alleviare in limine litis le sue responsabilità.
Vorrei brevemente enumerarle affinché i nostri concittadini non dimentichino.
1. Ispirò e avallò la politica del taglio delle aliquote Irpef (puntando soprattutto sullo sgravio dei redditi medio-alti) in una fase recessiva dell'economia mondiale, europea, italiana. Finì come sappiamo: quasi 20 miliardi di euro buttati al vento senza alcun effetto sull'economia.
2. Ingannò fin dall'inizio gli italiani accreditando cifre false sulla pubblica finanza e sul trend della spesa, dell'entrata e soprattutto del Pil, scommettendo su una ripresa data per certa fin dal 2002 e ancora mai avvenuta e non prevedibile neppure nel 2006. Così mentì al Paese e al Parlamento consapevolmente e ripetutamente.
3. Per colmare i disavanzi e il deficit si prodigò nella finanza creativa e nei provvedimenti-tampone una tantum: prestiti bancari concessi da enti e banche pubbliche camuffate da società per azioni e quindi sottratte alla contabilità dello Stato (Ferrovie, Poste, Cassa Depositi e Prestiti).
4. Tentò (ma senza riuscirci) di mettere le mani sulle fondazioni bancarie e quindi sulle banche da poco privatizzate, per ricondurle al potere del governo. Per fortuna Fazio in quell'occasione impedì che il progetto andasse in porto, una delle poche buone cause sostenute dal governatore.
5. Indebolì fortemente l'autorità della Commissione europea sui deficit degli Stati membri con l'obiettivo di riconquistare la sovranità nazionale in materia, causa non ultima dell'impasse in cui si trova l'Unione europea.
6. Fu l'artefice massimo dei condoni d'ogni genere e tipo e quindi degli effetti perversi che essi hanno esercitato sui comportamenti dei contribuenti e sull'andamento delle entrate.
Ci vorrebbe un volume per raccontare i guasti di questo malgoverno dell'economia e della finanza. Se Tremonti è un genio, alla larga da questi geni.
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Dopo di lui, immolato sull'altare della pacificazione con Fini, Berlusconi chiamò Siniscalco. Un tecnico ben preparato, non inviso all'opposizione e tantomeno al mondo accademico e desideroso di tenersi lontano dalle beghe politiche. Sembrò di respirare, ma durò molto poco. Ci si dimenticava che Siniscalco era stato per quattro anni il direttore generale del Tesoro e che tutte le gabole di Tremonti erano nate nella sua mente e transitate dalla sua scrivania.
Non starò a ricordare gli errori compiuti da Siniscalco: le pagine di questo giornale che li hanno di volta in volta analizzati sono ancora fresche d'inchiostro. Ma ne indicherò uno solo, il più macroscopico e il più "doroteo" nel senso che fu adottato nella Finanziaria 2005 perché era il solo modo per far quadrare i conti sulla carta senza dispiacere a nessuno: il tetto del 2 per cento imposto a tutta la spesa pubblica rispetto a
quella dell'anno precedente.
Questa una tantum macroscopica, prevista ora anche per la Finanziaria 2006, non poteva funzionare in mancanza di un monitoraggio capillare e immediato di cui il Tesoro non dispone e la Ragioneria generale neppure.
Infatti non ha funzionato. La Corte dei Conti pochi giorni fa ha reso pubblico lo stato dei fatti. La spesa di quasi tutti i ministeri e i settori ha ampiamente bucato il tetto, sia per la competenza sia per la cassa, con la conseguenza che il debito pubblico è arrivato già al 110 per cento rispetto al Pil e supererà il 111 nel 2006, mentre l'avanzo primario, già falcidiato da Tremonti, è ormai di segno negativo.
Siniscalco merita elogio per le dimissioni di pochi giorni fa. Meglio sarebbe stato se fosse caduto difendendo la sua finanziaria in Parlamento.
Date in anticipo quelle dimissioni hanno piuttosto il sapore d'una fuga.
Comunque, onore al suo (unico) merito.
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Quanto a Fazio, lui sta lì, patella attaccata allo scoglio come ha scritto il Financial Times. Ora ha invocato il Trattato di Maastricht che vieta ai governi e soprattutto al Consiglio dei ministri europeo, d'intervenire sulle decisioni della Banca Centrale Europea.
Questo è semplicemente il gioco delle tre carte. Quel divieto esiste per fortuna ma riguarda appunto il Consiglio dei ministri europeo e i governi nazionali da un lato e la Bce dall'altro. Nessun governo infatti potrebbe censurare Fazio (o qualunque altro membro del direttorio della Bce) per decisioni prese nella Banca ed emesse dalla Banca. Ma non riguarda affatto l'operato di Fazio nella sfera d'autonomia riservata alle banche centrali nazionali. Cioè nella vigilanza sul sistema bancario nazionale che la Bce ha delegato alle banche centrali nazionali.
Fazio comunque se ne andrà dopo aver dato vita ad una sceneggiata di stampo eversivo, incoraggiata dalla complicità del presidente del Consiglio, dalla corrività del Direttorio della Banca e dall'impianto a dir poco barocco delle procedure con le quali è regolata la nomina e la revoca dei governatori.
Se ne andrà con il vanto d'aver difeso l'indipendenza dell'Istituto, ottenuta trascinando l'Istituto stesso in una contestazione irresponsabile che avrà conseguenze proprio su quell'indipendenza che sta a cuore di tutti e che ha rappresentato uno dei pochi punti di forza italiani nell'era inaugurata da Luigi Einaudi e conclusasi con Carlo Azeglio Ciampi. E sarà un'altra partita perduta per il buon nome del nostro Paese in Europa e nel mondo.
Mentre scrivo queste righe arriva la notizia d'una ulteriore dichiarazione di Berlusconi contro Follini e contro le primarie. Se ci volevano altre conferme della friabilità dell'accordo tra i Quattro del governo in carica, essa è puntualmente arrivata. Non è necessaria la preveggenza della Sibilla per capire che la situazione è sfuggita di mano e che il governo galleggia senza bussola e senza stelle.
Meglio, molto meglio, sarebbe stato cogliere l'occasione delle dimissioni di Siniscalco e andare a votare subito.
Meglio per Berlusconi, meglio per la sinistra ma soprattutto meglio per la povera Italia, più che mai "nave senza nocchiero in gran tempesta".
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Sondaggio sulle primarie di centrodestra
Renato Mannheimer sul Corriere della Sera 15 settembre
Le primarie costituiscono una aspettativa molto estesa nell'elettorato di entrambe le coalizioni. Sempre più diffusa (dal 2003 ad oggi la percentuale di chi auspica la loro realizzazione è passata dal 40-50% al 60-70%), specie dopo che i rispettivi leader hanno, sia pure con diverse modalità, avvalorato la possibilità che esse abbiano effettivamente luogo. Nel centrodestra, la richiesta di primarie ha coinvolto il 20% di elettorato in più solo negli ultimi tre giorni. I motivi che provocano questa domanda crescente sono però diversi nei due poli. Nel centrosinistra è presente in misura maggiore il desiderio di "rilegittimare" il leader. Non si tratta tanto di sceglierlo il risultato è scontato quanto di ottenere una nuova investitura popolare per Prodi e sancirne il ruolo di candidato di tutta l'Unione. In più, le primarie rappresentano una occasione di dibattito e di confronto. Che può stimolare partecipazione e coinvolgimento, vale a dire gli elementi decisivi per la vittoria alle elezioni. Il cui esito dipende non tanto dal passaggio di voti da una coalizione all'altra, quanto dalla capacità di ciascuna di persuadere i propri votanti potenziali a recarsi alle urne. In altre parole, prevarrà il polo che riuscirà in misura maggiore a dissuadere dall'astensione i suoi elettori. In realtà, la sensibilizzazione dell'elettorato dovrebbe costituire in questo momento un problema più rilevante per il centrodestra, che si trova in considerevole svantaggio rispetto all'Unione. Ma, diversamente da quest'ultima, le primarie per la Cdl non sono state pensate tanto al fine di "rimobilitare " il proprio seguito potenziale, quanto per scegliere davvero il leader della coalizione. Alcuni vorrebbero in questo modo giungere a delegittimare la leadership di Berlusconi, il quale, difatti, vede le primarie con sospetto. Dal suo punto di vista, non ha tutti i torti. È vero infatti che il Cavaliere appare oggi vincitore. Ma i voti sia pure virtuali che Fini consegue nei sondaggi sono quasi altrettanto numerosi (secondo alcuni sarebbero addirittura di più). E quelli attribuibili a Casini e a Follini si avvicinano al 14%. Inoltre, da molto tempo, la popolarità e il consenso indipendentemente dall'intenzione di voto riscossi dai due leader "rivali" sono di gran lunga maggiori di quelli ottenuti da Berlusconi. Tutto ciò suggerisce che, specie se Fini si presenterà, le primarie potrebbero costituire un ulteriore incentivo alla frattura dell'elettorato del centrodestra, che è già di per sé meno coeso di quello dell'opposizione (il centrodestra ottiene più voti nel proporzionaledove si presentano i singoli partiti che nel maggioritario, dove è in lizza la coalizione nel suo insieme). Anche per questo motivo, forse, sia la richiesta di effettuazione delle primarie, sia l'intenzione di recarsi a votare in occasione di queste ultime appaiono un poco meno diffuse tra i votanti per la Cdl. Insomma, contrariamente a quanto accade nel centrosinistra, le primarie sembrano rappresentare per la coalizione di governo più un pericolo che una opportunità.
Cercasi politico flessibile
Barbara Spinelli su La Stampa 25 settembre
Nonostante i molti segnali che vengono dalla realtà, i politici in Europa e Occidente s'ostinano a non vedere quel che accade nei rispettivi loro partiti, nei rispettivi loro Paesi, e nel mondo. I verdetti elettorali li colgono di sorpresa, lasciandoli attoniti e patologicamente dipendenti dall'unica risorsa immarcescibile che hanno a disposizione: la vanità, con cui si guatano insistentemente allo specchio. Il caso della Germania che cerca un'introvabile maggioranza e un'introvabile cancelliere non è il primo della serie, ma forse il più interessante da osservare. La sua malattia è la malattia di numerose nazioni europee, e anche dell'America.
L'inadeguatezza dei suoi politici somiglia all'inadeguatezza di molti politici che ci circondano. È una malattia che si può riassumere così: i partiti e i politici non hanno il linguaggio, né per parlare agli elettori né per parlare al mondo. Sono preparati per le guerre di ieri, non per quelle che incombono oggi; per le società come erano fatte una generazione fa, non per le società di adesso. Sono come medici che prescrivono ricette a un infermo ricordandosi dell'ultimo malato che hanno esaminato, mesi o anni prima: al nuovo sintomo non sanno rispondere, e questo li spinge a parlare e agire ignorando la nuova realtà. Su una cosa i medici sconfessati alle urne o nei sondaggi sembrano d'accordo: se si potesse sospendere la democrazia, tutto andrebbe infinitamente meglio. Senza elezioni avremmo governi stabili, una costituzione europea, e le riforme che spaventano l'elettore.
La colpa è interamente del popolo sovrano, che in democrazia decide chi sale e chi scende: è lui lo stupido, l'immaturo. È lui che paralizza la politica, che blocca le trasformazioni, non regalando ai governanti solide maggioranze. Il popolo, "questo gran bifolco": secondo il poeta Heinrich Heine, i potenti incolpano sempre e solo lui, dei disastri da essi procurati. Quel che sta accadendo in Germania è istruttivo, perché tutti gli ingredienti della nuova allergia democratica sono presenti. Son presenti i capi partito più o meno maltrattati dalle urne (Schröder, Merkel) e che ciononostante si fingono vincenti riducendo la realtà alla propria immagine sullo specchio. Sono presenti i politici-dottori che usano ricette non più adatte al paziente, e questo spiega come mai la terapia Thatcher sia da molti considerata non solo attuale, ma elettoralmente vincente.
Infine è presente il popolo screanzato, gran scompigliatore di buoni propositi: Edmund Stoiber, il cristiano sociale che guida la Baviera, non ha aiutato Angela Merkel candidata alla cancelleria il giorno in cui ha detto, con sprezzo, che l'elettorato dell'Est, essendo attratto dalle sinistre estreme, altro non è che un mucchio di "frustrati", cui "non bisognerebbe lasciare il diritto di determinare il futuro tedesco". L'ideale sarebbe insomma il non voto, dappertutto. Se oggi c'è stallo in Germania, se i politici non sanno escogitare governi stabili, se l'Europa politica non riesce a darsi una costituzione e una testa politica, è perché il popolo, disattendendo ogni creanza, vuole l'immobilità e impone il caos. È questa la ninnananna che cantano a se stessi i politici, e che rafforza l'insipienza di gran parte delle destre e delle sinistre, non solo in Germania: possibile che non sia possibile anche da noi una Thatcher? si domandano. Possibile che una maggioranza di tedeschi (se si calcola l'insieme di verdi, socialdemocratici, nuova sinistra) ha votato contro il liberismo della Merkel? È possibile invece, e anche se sgradita è pur sempre questa la realtà che i politici dovranno ora studiare, pensare profondamente, sempre che vogliano accordare quel che dicono con quel che vedono.
Esiste in effetti una maggioranza netta in Germania, che simbolicamente fa capo a Schröder, che di fatto include anche i frustrati dell'Est, e che non può esser frettolosamente descritta come maggioranza di bifolchi, favorevole al pantano e all'ingovernabilità. Forse questa maggioranza voterà Schröder cancelliere, in Parlamento, forse no. Ma di certo non è una maggioranza che pavidamente rifiuta l'esperimento Thatcher, per il semplice motivo che quest'ultimo risale a 26 anni fa e che nel frattempo una notevole parte di quelle ricette son state applicate quasi ovunque. I politici liberisti fingono ogni volta di ricominciare da zero, innalzando o ammainando la bandiera Thatcher quasi che esistessero Paesi restati completamente fermi per decenni, in Italia, Germania o Francia. La verità è ben più sfumata: molti sforzi di risanamento son stati fatti o sono iniziati da tempo - con o senza Thatcher, più o meno brutalmente - ed è sul modo in cui son fatti che il popolo giudica, reclamando non instabilità ma stabilità dei correttivi, delle compensazioni, delle solidarietà. Anche in questo caso la Germania è un esempio su cui conviene meditare, per capire lei e noi stessi.
Nelle riforme e nell'economia, essa non è in realtà per nulla stagnante: è stagnante la sua classe di politici; sono stagnanti la generazione del '68 come quella ostile al '68; è stagnante la politica economica, non l'economia. Molti descrivono una nazione sorpassata dalla mondializzazione, un modello fallito. Ma questo Paese che ha cinque milioni di disoccupati e un'economia interna che ancora non cresce è tutt'altro che immobile. Oggi è l'unico Paese che vede accresciuta la propria parte nel commercio mondiale, nell'export è il secondo in classifica, non teme la concorrenza cinese. E ancora: gli investimenti stranieri sono in forte aumento, i costi salariali scendono, le banche sono meno chiuse alle industrie, le imprese sono al terzo posto secondo il World Economic Forum. Inoltre sta mettendo radici una nuova cultura del conflitto: sempre più, le imprese negoziano con sindacati e lavoratori le strategie per avviare una metamorfosi nazionale senza troppo delocalizzare. È il caso della Bmw che intende aprire una nuova fabbrica a Lipsia, e Volkswagen si muove nella stessa direzione. L'economia è dunque ripartita, e interessante è il verdetto della banca d'investimenti Goldman Sachs: "Una gran parte della mutazione tedesca è già avvenuta, e continua ad avvenire, del tutto indipendentemente dalla politica" (la sconnessione non è nuova nel dopoguerra tedesco, ma più che mai visibile).
E cosa vuol dire: economia? Vuol dire imprenditori, banchieri, sindacati, impiegati, lavoratori, consulenti, banchieri centrali: vuol dire classe dirigente in senso lato. Questa classe dirigente funziona in Germania, sa estirpare da sola i propri mali, e qui è la forza democratica del Paese, a dispetto delle lentezze politiche o di chi nei giornali guarda solo i politici. Ventisei anni fa queste classi dirigenti avevano bisogno della Thatcher. Ventisei anni fa l'elettore non sapeva cosa fosse, e provò quella via. Oggi lo sa, l'ha già imboccata, e dopo aver negoziato direttamente con l'economia chiede che il processo sia governato con più fantasia politica e senso di giustizia. La Zeit scrive che mentre i politici si bloccano vicendevolmente, le imprese tedesche "hanno fatto un piccolo miracolo nel cosiddetto paese dell'inflessibilità": il secondo miracolo, dopo quello postbellico. Chi dice che il voto paralizza la metamorfosi tedesca vede una parte ben piccola della realtà. In fondo tutti i cittadini son divenuti oggi più flessibili: più disposti a cambiare, correggere itinerari personali, ripensare la vita, il lavoro. Tutti, tranne i politici che questa flessibilità sono i soli a eluderla. Eppure sono grandi i compiti che hanno davanti. L'economia procede anche senza di loro, e precisamente questa sconnessione è una sfida: si tratta di restaurare il contratto sociale quando esso è minacciato, si tratta di ridare coraggio a chi si sente perdente, si tratta di reinventare un'Europa unita.
I politici in Germania dovranno cominciare soprattutto con una riforma del federalismo, perché sono decenni che i cancellieri non possono decidere, disponendo di maggioranze nel Parlamento federale ma non nella Camera dei Länder. L'elettore domanda una cosa al politico: che ricominci a pensare, ad agire, e non si limiti a constatare come fosse una litania: "Bisogna far riforme dolorose, non ci sono alternative ai sacrifici". Queste erano novità nel '79, oggi sono banalità che i più hanno interiorizzato. Oggi urge che a questa constatazioni si aggiunga qualcosa: un'idea, un progetto, adatto ai tempi e allo spazio europeo che viviamo. Finalmente tocca anche ai politici, divenire flessibili. I moderati di destra e sinistra devono imparare a fare un discorso diverso da quello thatcheriano: un discorso che dia senso agli sforzi già fatti e da fare. E le sinistre estreme, Fischer lo ha detto con chiarezza alla Tageszeitung, devono divenire partito di governo, dunque accettare di avere un'aspirazione al potere (un Machtanspruch) senza rifugiarsi nell'irresponsabile scontentezza sociale. Altrimenti una persona come Schröder si sentirà imbattibile grazie a questo serbatoio di sinistra, ma con esso potrà governare, se potrà, per poco tempo. Altrimenti non morirà l'economia, né nelle nazioni né nell'Unione europea; ma morirà la politica, non per mano d'un popolo senza creanze ma di politici senza mestiere.
Sfida a destra, voto a perdere
Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera 15 settembre
Già era discutibile la versione delle primarie adottata dal centrosinistra, e cioè l'idea non già di una reale gara per l'investitura (la leadership di Prodi, infatti, non è stata mai messa in dubbio da nessuno), quanto piuttosto di una consacrazione pubblica dello stesso Prodi privo come si sa di una sua propria base nonché di una specie di sondaggio tra i militanti al fine di consolidare questa o quella posizione negoziale futura. Ripeto: già questo del centrosinistra era, ed è, un modo abbastanza singolare di intendere le primarie. Ma con il progetto che delle medesime primarie sta adesso mettendo in cantiere il centrodestra, dalla singolarità si rischia di passare al puro e semplice grottesco, con in più un quasi sicuro suicidio politico. Il punto decisivo è che a differenza che nell'Unione, nella Casa delle libertà dovrebbe essere proprio la leadership, la scelta della personalità a cui affidarla, l'oggetto del contendere delle primarie: Berlusconi o Casini? (Fini, mi pare, si aggiungerebbe solo per fare atto di presenza). All'apparenza, dunque, sarebbero delle primarie abbastanza simili al prototipo americano. Solo all'apparenza, però: negli Usa, infatti, una volta terminata la contesa i candidati sconfitti si ritirano immediatamente nell'ombra e in pratica scompaiono o quasi da quella tornata elettorale. In Italia invece non accadrebbe nulla di simile. Poniamo il caso, infatti, che le primarie (come è molto probabile) le vincesse Berlusconi: ebbene, anche in questo caso Casini e Fini continuerebbero però a essere presenti come prima sulla scena e continuerebbero naturalmente a capeggiare l'Udc e An che, si presume, nelle successive elezioni dovrebbero comportarsi da soci fedeli dello schieramento di centrodestra. Casini e Fini, cioè, dovrebbero fare di tutto per consentire la vittoria elettorale di quello stesso Berlusconi che poche settimane prima avrebbero combattuto davanti al Paese in decine di comizi, interviste, discorsi televisivi nei quali avrebbero cercato di mostrare quanto fosse poco adatto a fare il candidato del Polo e a vincere le elezioni. In un breve giro di tempo, insomma, Casini e Fini dovrebbero magicamente trasformarsi da rivali in alleati fedeli e rimangiarsi uno per uno tutti gli argomenti impiegati solo qualche settimana prima facendo finta di non averli mai enunciati. Mi chiedo: è pensabile che un simile garbuglio possa funzionare? In realtà primarie svolte in questo modo (ma in quale altro, sennò?) equivarrebbero più o meno a un virtuale scioglimento dell'alleanza di centrodestra, dal momento che in politica come molto spesso anche altrove, del resto la scelta di chi comanda non è elemento accessorio, bensì costitutivo, di un'intesa. E tanto più ciò è vero nel caso del centrodestra italiano dove, ame sembra, un Polo con un leader non solo diverso da Berlusconi, ma addirittura scelto in competizione contro di lui, è del tutto inimmaginabile. È anche inimmaginabile, però, che queste ragionevoli considerazioni non siano state fatte anche da coloro che a destra sostengono l'ipotesi della primarie. E allora? Allora non resta che pensare che la richiesta delle primarie non sia veramente tale ma non sia altro, in realtà, che un momento di quel complesso gioco tattico che si è aperto da settimane nella Casa delle libertà per allentare il vincolo dell'alleanza, mantenendola in vita sì: ma con maggiore autonomia e visibilità per le singole componenti e comunque con un minore, molto minore, peso della leadership berlusconiana. Con quale effettivo risultato finale, però, nessuno lo sa o vuole dirlo.
Se il Nemico se ne va
Ilvo Diamanti su la Repubblica 15 settembre
Se Berlusconi non ci fosse. Se davvero abbandonasse la scena politica. Come si augurano in tanti, che non lo amano e persino lo detestano. Ma anche leader politici alleati. Quelli che non lo ritengono adatto a rappresentarli (Casini, Follini, Tabacci); quelli che contano di subentrargli (Fini). E avanzano l´ipotesi delle primarie: per metterlo di fronte all´evidenza dell´impopolarità.
Se Berlusconi decidesse di "mollare", perché "il tempo è scaduto".
Seguendo l´indicazione di consiglieri influenti come Giuliano Ferrara; sostenitori eccentrici, come Vittorio Feltri; opinionisti autorevoli e non ostili, come Angelo Panebianco.
Se, dopo essersi garantito - per quanto possibile - l´immunità. Per sé e per i propri - molteplici - interessi. Se, sbattendo la porta, levasse il disturbo; oppure si ritirasse nel suo Aventino - in qualche villa sarda, qualche palazzo romano.
Oppure accettasse di farsi da parte oggi, che glielo "impongono" gli alleati.
Sarebbe un terremoto.
Per il mercato elettorale, il sistema politico, i rapporti fra partiti e coalizioni.
Anzitutto, che ne sarebbe dei voti del suo partito? Dove defluirebbe quel bacino elettorale, oscillante fra il 20 e il 30% dei votanti (e fra 7 e 11 milioni, in valori assoluti), che, dal 1994 a oggi, in tutte le elezioni di livello nazionale, è stato attratto da Fi? Difficile pensare che un altro leader, al suo posto, riuscirebbe a "trattenerli". Perché Fi è un partito "personale" e "presidenziale". Ispirato e regolato da Berlusconi.
Anche se c´è stato un periodo (culminato nella vittoria del 2001) in cui sembrava avviato a diventare un partito vero, sede di espressione e confronto di idee, con una base elettorale e organizzativa stabile, sul territorio. Tuttavia, negli ultimi anni, il leader l´ha ridimensionata. Forse per il timore (dei suoi consiglieri, soprattutto) di non poterla più controllare. Forse, semplicemente, perché Berlusconi sopporta male le fatiche della democrazia, partiti compresi. Soprattutto se diventano macchine complesse, con un grado crescente di autonomia rispetto al manovratore. Per questo, però, è difficile pensare che questi elettori - e la galassia periferica di piccoli leader, circoli, lobbies e lobbine - restino fedeli a un partito privato del suo "distintivo". Ma sette o otto milioni di "voti in libertà" produrrebbero, necessariamente, un terremoto. Poco meno violento di quello che scosse il sistema politico italiano dopo il 1992, quando sparirono le sigle dei partiti per cui aveva votato, da sempre, circa metà degli italiani. Più che di "scongelamento" (di cui abbiamo parlato oltre un anno fa, dopo le elezioni del 2004), si tratterebbe, in questo caso, di un´alluvione. Non è facile immaginare chi e come potrebbe incanalarne i flussi e le correnti. Perché Berlusconi non è solo il leader di un partito e di una coalizione, imperniati su di lui. E´ l´asse attorno a cui si è strutturato il bipolarismo italiano, dopo la fine della prima Repubblica.
E´, certamente, l´inventore del centrodestra, che egli ha imposto, nel 1994, attraverso un´alleanza, a geometria variabile, fra partiti eterogenei ed estremi, per identità, interessi e territorio. Silvio Berlusconi. E´ l´architetto e unico proprietario della Casa delle Libertà. Ma è anche colui che ha definito le regole del confronto politico ed elettorale: la personalizzazione, il marketing, la comunicazione; a cui si sono adeguati non solo i partiti "amici", ma anche gli altri. A loro volta, berlusconizzati.
Egli, in fondo, costituisce ancora la principale linea di frattura che separa gli orientamenti elettorali. Il fattore ABC.
L´AntiBerlusconismo opposto all´AntiComunismo. I sentimenti che dividono e associano i cittadini di questo paese, dove si continua a votare "contro" piuttosto che "per". Se si spezzano, allora, non è chiaro cosa può succedere.
Nel centrodestra. Come si riaggregherebbero i diversi settori del mercato elettorale? Attorno a quali valori e, prima ancora, a quali leader? Perché è evidente che sia Fini sia Casini sposterebbero a Sud il baricentro degli interessi territoriali del centrodestra. Come potrebbe accettarlo la Lega? Che conseguenze avrebbe per il centrodestra, erede della "questione settentrionale", esplosa, vent´anni fa, lungo l´asse Milano - Nordest?
Tuttavia, la turbolenza investirebbe anche l´altra coalizione. Il centrosinistra. Oggi si è ri-organizzato come Unione di partiti, dopo che il tentativo di costruire il Partito dell´Ulivo era apparso impraticabile. Da oltre un anno (in coincidenza con le elezioni europee e amministrative del 2004) l´indebolirsi del "modello Berlusconi", contestualmente al "fattore ABC", ha alimentato la transumanza di elettori, ma anche di esponenti politici periferici, provenienti dal centrodestra. Intercettati, principalmente, dall´Udeur e dalla Margherita, specie nel Sud. Se il "fattore ABC" si indebolisse ulteriormente, queste migrazioni assumerebbero le proporzioni di un esodo. Modificando i rapporti di forza fra i soggetti politici dell´Unione, a favore delle componenti centriste.
Tuttavia, se Berlusconi si ritirasse in Sardegna o a Tahiti, anche la tradizionale definizione dello spazio politico avrebbe meno significato. Lo scolorirsi del fattore ABC renderebbe definitivamente inattuale il "pregiudizio anticomunista".
Permettendo ai Ds di entrare in competizione diretta con gli altri partiti, nella conquista dei voti moderati e centristi. Senza ricorrere alla mediazione di altri soggetti e di altre figure. (Dove sta scritto che Fassino, D´Alema, Veltroni e Bersani siano meno moderati e centristi dei leader della Margherita?). Peraltro, assumerebbero maggiore importanza le tematiche fondate sugli interessi, ma anche sui valori. Sulla politica nazionale e internazionale. Che vedono i leader di centrosinistra divisi, talora in modo profondo. Se venisse meno il collante offerto dal comune "nemico", allora, è lecito immaginare che si aprirebbe una nuova stagione di instabilità (transizione?). Perché è impossibile concepire il bipolarismo all´italiana considerando in modo separato i due poli. Come si trattasse di settori stagni e stagnanti.
Per questo, chi invita Berlusconi ad andarsene al più presto, per il bene nostro, suo, dell´Italia e della sua stessa coalizione, deve considerare le conseguenze di questo "evento eventuale". Lo scenario della politica italiana cambierebbe non "sensibilmente", ma "sistematicamente". Investirebbe il sistema politico nell´insieme. E coinvolgerebbe tutti. Disegnando un paesaggio profondamente diverso. Diverse le coalizioni, diversi i partiti, diversi i rapporti di forza fra attori politici.
Probabilmente, diversi gli assetti istituzionali e di potere economico. Un´altra Repubblica.
Altro sarebbe se il passaggio "oltre Berlusconi" si realizzasse "fisiologicamente". In seguito alla vittoria elettorale del centrosinistra. Che costringerebbe il centrodestra a cercare soluzioni diverse, agendo all´opposizione. Oppure se, nel centrodestra, la successione avvenisse attraverso un accordo condiviso. Se, cioè, Berlusconi, facesse un passo indietro, dopo avere orientato, in prima persona, la scelta del nuovo candidato della coalizione. (Mentre le primarie, se mai avranno luogo, si presenterebbero come uno scontro, lacerante, fra leader e partiti; da cui il premier uscirebbe vittorioso e più solo). Un´ipotesi che ci sembra poco plausibile.
1. Perché ormai è tardi. E oggi ogni scelta diversa apparirebbe un´imposizione esterna. Una sconfitta di Berlusconi. Da lui, per questo motivo, inaccettabile.
2. Perché Berlusconi, comunque, è convinto di vincere. Le elezioni e le eventuali primarie. Anzi: non prende neppure in esame la possibilità di perdere contro i professionisti della politica della sinistra; né di lasciare la corona a valvassori e valvassini - i piccoli leader dei piccoli partiti della sua coalizione. (Proprio se costretto, potrebbe cedere lo scettro a un erede. Un figlio. Un nipote. Secondo il "modello Mediaset"). Non teme nessuno, Silvio Berlusconi. Come ha scandito ieri al Devolution Day: "Né Fini né Casini mi fanno paura".
3. Infine, Berlusconi "non mollerà" perché - anche se questa politica lo intristisce - tornare a occuparsi di televisioni, assicurazioni, comunicazioni; insomma: fare "solo" l´imprenditore, lo annoierebbe.
Per cui è probabile che il premier vada fino in fondo. Fino al voto finale. Un altro referendum: per lui o contro di lui. Pro o contro la "seconda Repubblica" fondata da Berlusconi. Che non ci piace. Ma, per questo, preferiamo venga "superata" dal voto degli italiani. Senza scorciatoie pericolose.
Una orrenda campagna elettorale
Giorgio Bocca su L'espresso
Sarà una campagna elettorale orrenda. Orrenda e melodrammatica, il peggio che il nostro paese possa dare. Nei giorni scorsi ho aperto la televisione e ho assistito a un suo anticipo: c'era il conduttore di un telegiornale della casa che intervistava politici e imprenditori sui sondaggi di opinione per fargli dire che non valgono niente, che uno dice l'opposto dell'altro. Il direttore era quello che in base ai sondaggi aveva piantato sulla carta di Italia le bandierine azzurre della vittoria di Forza Italia alle elezioni passate e che sui sondaggi favorevoli al nostro ha veleggiato per anni.
E allora? Allora i sondaggi non sono più credibili da quando hanno detto che Berlusconi è indietro di otto punti dall'Unione e a dirlo c'è anche quel Crespi che era la sua prima tromba.
La politica sarebbe questo dire e disdire disinvolto, questa certezza che gli elettori sono pronti a bere l'ultimo più forte, più strampalato messaggio pubblicitario?
Se così è, prepariamoci ad affondare fra battute e lazzi assieme all'ometto che abbiamo mandato al governo. Discutere seriamente sullo stato della Repubblica è impossibile. Dice che tutto va bene, che siamo ricchi e mai così importanti nel mondo. Siamo stati fra i fondatori della Comunità europea e oggi contiamo niente, alle Nazioni Unite pesiamo meno della Polonia, l'America ci tratta come servi zelanti e in politica interna siamo alla legge obiettivo nomen omen, una serie di obiettivi megalomani e senza copertura finanziaria.
Adesso abbiamo dichiarato guerra al terrorismo, chiudiamo scuole islamiche, mandiamo in esilio intellettuali e religiosi 'estremisti'. E metà del nostro paese è nelle mani della malavita organizzata, la linea delle palme, come si definiva il Sud delle cosche e della lupara, è salita da Napoli a metà Stivale.
Il nostro ometto questa Italia ormai persa alla legalità dovrebbe conoscerla: passa gran parte delle sue giornate in Sardegna, ha un ministro degli Interni bene informato, dunque dovrebbe conoscere i dati del disastro.
A Napoli, capitale del Mezzogiorno, ci sono 40 clan camorristi che salgono a 107 nella provincia. Negli ultimi tre mesi ci sono state 15 rivolte contro la polizia, contro le 'guardie' come erano chiamate nei secoli passati nella monarchia assoluta.
Il sindaco di Napoli ogni mattino guarda dalla sua finestra le grandi navi delle crociere e se vede molta gente sui ponti si duole: è il segno che non hanno il coraggio di scendere per le visite a Ercolano e Pompei.
Il governatore della Calabria ha chiesto al governo di mandare in soccorso l'esercito, gli imprenditori sono tutti sotto le estorsioni della 'ndrangheta. A Taranto c'era un sindaco mafioso.
In Sicilia l'ultima campagna elettorale a Messina è stata condizionata dai mafiosi armati di catene e nell'isola l'onorata società ha imposto una votazione bulgara: 61 eletti della destra su 61 collegi. L'usura è la regola, anche la Chiesa è stata sfiorata. Alla Cassa del Mezzogiorno è subentrata, nei finanziamenti a fondo perduto, l'Unione europea, ma qualcuno dei contribuenti pare si sia stufato.
Lo 'sfascio pendulo' del territorio è peggiorato: a ogni temporale segue una frana e a ogni frana risarcimenti per danni non accertati ma ingigantiti, nulla di nuovo rispetto al terremoto in Irpinia.
Ma è sempre stato così, si dice. No, non è sempre stato così, un clan camorrista come quello dei Di Lauro, che tiene a libro paga 600 'soldati' e compete con gli spagnoli per il commercio della droga dal Mediterraneo agli Stati Uniti, non c'era mai stato. E alla favola del turismo che copre tutti i debiti non ci crede più nessuno. Altro che sondaggi e demoskopea.
Adesso andatevene
Valentino Parlato su il Manifesto 23 settembre
Sarebbe estremamente utile, necessario direi, conoscere le reazioni delle famiglie italiane ai telegiornali di ieri sera. Le notizie erano straordinarie, e sintomo di follia sarei tentato di dire. Il presidente del Consiglio sfiducia il governatore della Banca d'Italia e non sappiamo ancora quale sarà la reazione del governatore: potrebbe costituzionalmente fottersene. Il vice presidente del Consiglio e ministro degli esteri Gianfranco Fini, che si era impegnato a fondo per ottenere la testa di Tremonti Giulio, deve essersi pentito e ieri sera ha sostenuto il ritorno di Tremonti al ministero del Tesoro, abbandonato da Siniscalco. Il leader dell'Udc, Marco Follini, afferma che Berlusconi Silvio non è più il leader sicuro della Casa delle libertà e propone delle primarie, come quelle che dovrebbero farsi nel centro sinistra. La confusione è massima e la situazione non è affatto eccellente, tanto più che l'economia va male, le imprese soffrono e i lavoratori sono costretti al precariato o alla disoccupazione. Che fare? Che dire?
Ritengo di avere argomenti per dire tutto il male possibile di Berlusconi Silvio, ma non per dire che è uno stupido. E allora, mi chiedo, perché si fa cucinare e invece come Schroeder o Koizumi, non lancia la sfida per le elezioni anticipate? Al tedesco e al giapponese è andata abbastanza bene, ma perché Berlusconi ha paura, non osa? Non lo fa, si aggiusta con Fini e con Follini e sta fermo, aspetta. E mi augurerei che Fazio - che pure è nella stessa minestra - lo mandasse al diavolo e gli dicesse: "Resto il governatore di Bankitalia e tu smettila di rompere".
E allora? Allora penso che prolungare questa fase e questa situazione sia disastroso per il paese e per tutti. Bisogna andare al più presto a elezioni anticipate. C'è un vecchio detto che recita: quando i pastori sono impazziti è meglio seguire le pecore.
A questo punto l'opposizione del centro sinistra, anche lei piuttosto confusa, deve aprire meno timidamente una campagna per le elezioni anticipate anche con l'esercizio provvisorio e il coraggio di proporre una finanziaria di sinistra. Non solo in parlamento, ma anche nel paese: se la Cgil c'è batta un colpo. L'attuale maggioranza non ha più dignità di governo, dice e disdice e si contraddice. Non si può continuare allo sbando. Il presidente della Repubblica sembra che, saggiamente, abbia ottenuto che le prossime elezioni si facciano ad aprile. Bisogna dire che aprile, nella situazione confusionale che è sotto i nostri occhi, è lontano. Bisogna andare alle elezioni al più presto, entro quest'anno. Aspettare servirà solo ad accrescere i danni di tutti. Siamo riusciti a far perdere credibilità a Bankitalia, al ministero del Tesoro e anche al governo, sia pure di Silvio Berlusconi. Prolungare l'attesa serve solo a fare procedere la marciscenza delle nostre istituzioni. Di questo dovrebbero essere coscienti anche le forze, a noi più vicine, del centrosinistra: più tempo passa e più marcio avremo in casa, e, dovremmo saperlo, il marcio è infettivo.
Il Cavaliere Schroeder
Francesco Merlo su la Repubblica 21 settembre
È un Berlusconi biscardiano, nerboruto e macho, un "Doppio Rum" che rivuole indietro se stesso e la sua immagine. È un Berlusconi che prende i panni di Schroeder e imposta la campagna elettorale contro il Berlusconi-Merkel al quale si è ridotto, contro il Berlusconi perdente nel quale non si riconosce. Il Berlusconi irritato e spiritato di ieri è una novità, persino simpatica nell´ormai lunga storia del berlusconismo, inteso come psico-politologia nazionale postmoderna.
Questa volta infatti non si tratta della solita "cosmesi" che da sempre attiene al "cosmo" di Berlusconi. Non siamo più in presenza di trucchi semplici, ma di acrobatici pirandellismi, Dunque il lettore abbia la pazienza di percorrere con noi le tortuosità dei meandri della postpolitica italiana.
Ieri Berlusconi, regalandoci un anticipo della prossima scoppiettante campagna elettorale, ha minacciato letteralmente di "esplodere" come un kamikaze dentro la Casa delle Libertà incenerendo tutti gli inquilini che "non proteggono la mia immagine, quella vera", e che continuano ad "attaccare il loro leader" che è "in gamba", "un vero imprenditore decisionista" e non quell´impiastro merkeliano alla cui misura è stato rimpicciolito dalle "metastasi interne", dalla bizzosa insipienza degli alleati Follini, Casini e Fini, i quali, tutti insieme, stanno suonando un´orazione funebre. Come si vede, Berlusconi sta sperimentando una nuova teatralità espressionista che, tuttavia, non è un altro espediente della video-comunicazione. È sostanza sincera, è l´auto carica, la sniffata del Rambo prima di gettarsi nella mischia, il doping, il grido "boia chi molla".
È un Berlusconi che assume se stesso come una prigione dalla quale si può evadere solo con un bum, con un sottosopra, con una deflagrazione: "Prima o poi esplodo" e torno ad essere quel che sono.
Intanto Berlusconi ed è un´altra novità non crede più ai sondaggi, ora che lo danno perdente. E almeno in questo ha ragione: davvero non si può sapere in anticipo chi vincerà le elezioni della prossima primavera. Ma Berlusconi, che compirà 69 anni il 29 settembre, ha dato del vecchio a Prodi, che ne ha compiuti 66 il 9 agosto. E ha pure promesso di "metterlo sotto mille volte" perché Prodi è "banalità e futilità" e "si addormenta davanti alla tv" mentre "io ha sparato in vita mia non ho mai perso una guerra" a partire da quelle puniche.
Sicuramente è vero che nulla è deciso. Solo quando suonerà l´ora, gli italiani giudicheranno i faccia a faccia tra Berlusconi e Prodi. Ma è probabile che prevarrà chi, come appunto Schroeder in Germania, saprà fare della propria forza un uso misurato e calmo, pur senza arrendersi mai. A differenza di quel che sembra credere Berlusconi, Schroeder ha infatti smentito i pronostici, che lo davano perdente, con una strategia dai toni pacati e non da capo furente e oltraggiato. Schroeder è stato coraggioso e calmo affrontando subito, alla prima sconfitta, le elezioni anticipate, mentre Berlusconi, furioso ma pavido, sta logorando il paese con una estenuante campagna elettorale. E mai, nella pur animata competizione tedesca, Schroeder ha millantato valori e prestanza eccezionali su avversari ordinari; mai ha insultato e mai ha promesso di fare a pezzi la Merkel; mai si è vantato d´essere imbattibile; mai ha gettato sulle spalle degli alleati il mantello delle proprie inadeguatezze. La furia non si addice a un moderato, l´acqua cheta non è tempesta, e Berlusconi deve riconquistare l´Italia moderata, quella disillusa, quella che lo crede ormai una Merkel e non uno Schroeder.
Eppure in passato Berlusconi ha spesso mostrato sapienza comunicativa, senso del ritmo, inventiva, colpo d´occhio, intuito e azzardo. Nella politica-spettacolo, che prende campo quando le demarcazioni progettuali tramontano, Berlusconi è stato un vero maestro. Invece ieri sembrava un sindacalista bertinottiano davanti al picchetto di una fabbrica occupata. Accanto a un Tremonti compunto e imbarazzato, e ad un Adornato visibilmente intimidito, il suo doppiopetto monumentale sprizzava fulmini e saette, e il tono concitato rivelava una convulsione psicologica, complicata ma pur sempre comprensibile. Berlusconi si sente come un corpo attaccato alla coda di cavalli che corrono in direzioni contrarie, un grande leader sottoposto alla barbara punizione dello squartamento.
Certo, anche la furia può diventare una tecnica comunicativa: la sterzata, il colpo di frusta. Se la politica è solo comunicazione e teatro, non contano i veri risultati del governo, la crisi economica, la guerra, la scuola, la disoccupazione, i soldi che non bastano... Il problema è solo saper dire, sapere intrappolare i fatti dentro tecniche retoriche, trucchi d´immagine e di parola, come in quelle filosofie psichiatriche dove il delitto non è subìto dalla vittima ma è ordito dalla vittima. In un celebre saggio, Foucault dimostra che se un ragazzo stermina la propria famiglia vuol dire che della propria famiglia è vittima. Sono giochi dell´intelligenza che nessun diritto penale ha mai preso per buoni. Ma Berlusconi pensa davvero di mettere la propria campagna elettorale su un registro foucaultiano, dove l´autore del delitto è vittima del delitto. La colpa è degli altri, delle preesistenze, di Ciampi e di Visco che hanno voluto l´euro, dei "centristi" che non stanno nella Casa delle Libertà con la "tempra morale" di altri famigli... Le cose positive sono di Berlusconi, quelle negative sono imputabili a chi lo ha contraffatto. I genitori delle sue ombre sono altrove.
Tuttavia, come dicevamo, il problema non è solo comunicativo. Berlusconi davvero crede di essere come Schroeder, cioè l´esatto opposto di quel che è. Dunque non deve rimontare sulla Merkel ma su se stesso, dimostrando di non essere quel che è. Come si vede, si tratta di un imbroglio, ma è lui ad essersi imbrogliato. Perciò statene certi: sarà una campagna elettorale pirandelliana, e nessuno può prevedere cosa questa rappresentazione comporterà in termini di conteggio elettorale e di distribuzione di seggi.
Neppure si può esser sicuri che Prodi reggerà lo strano confronto. Solo lo spettacolo è assicurato. Berlusconi dovrà infatti dimostrare all´antagonista che il vero antagonista di Berlusconi è Berlusconi.
Iraq, la caduta del potere
Furio Colombo su l'Unità 25 settembre
Questo fine settimana, in molte città del mondo (prima di tutto Washington) è dedicato alla pace. Ma non tutti coloro che vi partecipano sono pacifisti. Il Wall Street Journal di venerdì 23 settembre apre con un articolo contro la guerra in Iraq (avete letto bene: il Wall Street Journal). In prima pagina, su due colonne, impaginazione drammatica e insolita, il quotidiano della grande finanza americana intitola: "Cresce il sentimento contro la guerra in Iraq, mentre si fa più intensa la partecipazione alle manifestazioni per la pace. Centomila persone a Washington".
È un lungo articolo firmato da David Montgomery. Fa notare che la guerra non divide americani da anti-americani. Ma lega in modo forte e fraterno coloro che rimpiangono le vite perdute, coloro che hanno sempre saputo che lo strumento guerra sarebbe stato tremendo e inutile, coloro che si rendono conto che l'immensa distruzione di cui è capace una guerra, con le sue conseguenze che non finiscono, non può scalfire in alcun punto il terrorismo. Anzi ha reso più facile, nel caos, il moltiplicarsi di episodi infiniti di terrorismo che prima della guerra non c'erano.
Perché un giornale certo non sospetto di sentimenti o anche solo di simpatie pacifiste sceglie di esporre in modo così drammatico le ragioni della pace? Probabilmente perché è guidato dall'atteggiamento pragmatico del suo essere giornale di economia e di affari. Il costo della guerra è diventato insopportabile. Chi guarda ai fatti senza maschere ideologiche e senza l'esaltazione della guerra di civiltà constata il fatto più clamoroso e più inaspettato di tutti: la caduta del potere. Con l'uso dell'antiquato strumento della guerra, l'immenso potere americano resta il più grande del mondo eppure appare indebolito e sfuocato. La ragione è che l'immenso esercizio di potenza ha colpito il vuoto. Come una pallina di mercurio caduta fuori dal contenitore, il potere sfugge di mano a chi aveva creduto di poterlo imporre. E il segnale che manda al mondo frastornato e confuso è molto più grande di ciò che sta accadendo in Iraq.
Sto parlando, per esempio, della battaglia di Bassora, una serie di episodi confusi e senza alcuna interpretazione autorevole, avvenuti nel sud dell'Iraq.
È accaduto che, nella vasta area intorno a Bassora, che aveva partecipato in massa al voto e che è a maggioranza sciita, la folla e i poliziotti iracheni si sono rivoltati contro le truppe inglesi, hanno incendiato carri armati, e la rivolta non è restata nelle strade, non è apparsa opera di facinorosi. Il governatore e le autorità irachene della regione sono con la folla e contro gli inglesi. Hanno affermato che non li riconosceranno più e non avranno più alcun rapporto con "le truppe occupanti, che devono smettere le loro azioni illegali e barbare" (sono parole di Mohammed al-Waili, governatore iracheno di Bassora). Come rispondono il comando inglese e il governo inglese da Londra? Fanno sapere di avere accertato che non ci sono confini precisi tra la nuova polizia irachena e la guerriglia. Alcuni comandanti dicono ai giornali inglesi e americani che "almeno due terzi dei nuovi militi sono in realtà schierati con gli insorti e a contatto col terrorismo". Stupisce, perché tutta la regione è rimasta finora estranea, prima di tutto per motivi di contrapposizione religiosa, alla guerriglia sunnita e al terrorismo che dilania quasi tutte le altre regioni del Paese, e soprattutto la capitale.
Stupisce perché, data la insormontabile linea di demarcazione fra sciiti e sunniti, è impossibile che si tratti della stessa guerriglia e della stessa rivolta. Ma la rottura dei rapporti con gli occupanti, in un Paese occupato, dovrebbe essere visto dagli inglesi come un gesto più insidioso del terrorismo.
I giornali hanno parlato poco dei fatti che hanno dato inizio alla rivolta e poi alle interruzioni di rapporti formali tra iracheni e inglesi. Lunedì la locale polizia irachena ha arrestato due uomini che, alla perquisizione, sono risultati travestiti e armati. Li hanno inviati nella cella di sicurezza del locale commissariato. Subito si sono presentati intorno alla stazione di polizia carri armati inglesi e gli ufficiali hanno ordinato la liberazione dei due uomini, dichiarati "soldati dell'esercito britannico". Comandante e polizia locale hanno rifiutato di ubbidire all'ordine o perché persuasi che i due uomini fossero davvero spie o perché la situazione si era talmente deteriorata da spingere a un clima di rivolta.
I soldati inglesi avranno avuto lo stesso senso di esasperazione, oppure hanno ricevuto ordini. Usando due carri armati hanno abbattuto il muro delle celle di sicurezza e hanno liberato con la forza i loro commilitoni.
Non si può non restare sorpresi di fronte all'azione clamorosa. Infatti, se manifestazioni violente possono essere scelte come strumento da chi intende rivoltarsi, è strano, anzi inspiegabile che la stessa scelta (resa molto più grave della potenza delle armi e dei mezzi impiegati), possa essere fatta da un comando militare che non è incalzato da una folla alle spalle.
Nessuno, nei comandi inglesi, ha tenuto conto di una tensione che evidentemente era nell'aria.
Due carri armati inglesi sono stati incendiati dalla folla. Ne fa fede la drammatica foto di un soldato con l'uniforme in fiamme che si getta fuori dalla torretta del suo carro, e che tutti i giornali inglesi hanno pubblicato. Non si è trattato di un fatto paradossale e isolato. Prima il locale "Consiglio Provinciale", poi, come si è detto, il governatore di Bassora si sono schierati dalla parte della polizia irachena e della folla e contro il comando inglese, al punto da dichiarare che con gli inglesi non avranno più rapporti.
Il comando inglese ha risposto che "sono tutti dalla parte della guerriglia" e che la nuova polizia irachena non merita rispetto o fiducia. È inevitabile immaginare che sia il governo di Londra che il conciliante primo ministro iracheno di Baghdad, troveranno una via d'uscita, almeno a parole. Ma ci sono fatti che non si possono cancellare. Non spetta ai militari decidere che cosa fare e come comportarsi, tanto tempo dopo la fine apparente di una guerra. Non tocca ai militari saper capire o decidere che tipo di politica si deve adottare, quali alleati avere e quali respingere. Oltretutto un corpo di spedizione non è una polizia, non ne ha la cultura e i mezzi. Per soldati in guerra basta un sospetto per sparare, basta una ragione strategica per aprirsi la strada con i carri armati.
C'è una accusa molto grave lanciata contro la nuova burocrazia irachena. Sono tutti terroristi? Se quella accusa è vera, annuncia l'impossibilità di affidare alla nuova classe il Paese Iraq. Se non è vera, siamo di fronte ad una incompatibilità fra soldati inglesi e popolazione, un veleno dei sentimenti reciproci, difficile da estirpare. In tutti e due i casi sembra evidente che nessuno comanda e che nessuno si fida di nessuno. Una situazione impossibile, che conduce a un continuo e pericoloso logoramento.
***
Qualcuno dirà che chi è stato contrario alla guerra come strumento per fermare il terrorismo ora si compiace che il dopoguerra sia così tragico in Iraq. Lo dirà in malafede, perché chi si oppone alla guerra per evitare la morte di tanti innocenti, non può desiderare altri morti e altro dolore. E non può che essere allarmato vedendo sprecate ogni giorno risorse grandissime che servono alla sicurezza del mondo, e servono (o servirebbero) a curare la povertà. Sarebbe rassicurante poter dire: "è stata una guerra sbagliata, però adesso è cominciata la pace". Ecco il dramma. Manca la pace. E manca il potere di portarla alla gente. Il potere può distruggere, ma non può costruire.
Il potere può fare la celebrazione di se stesso. Lo ha fatto lanciando due carri armati ad alta tecnologia contro il muretto di un piccolo commissariato di ciò che dovrebbe essere il nuovo Iraq. Ma quei due carri armati appaiono un atto di potenza (gli iracheni diranno di prepotenza) inutile, nel senso che non servono a niente. Come tutta l'immensa e potentissima guerra sulla terra irachena, non hanno raggiunto alcun obiettivo perché il terrorismo non è né una terra né uno Stato.
Per capire come si è arrivati a questo punto di impotenza del potere, è utile leggere la frase finale di un documento neoconservatore firmato da Christopher Hitchens pubblicato nei giorni scorsi dal periodico americano "The Weekly Standard" e ripreso dal "Corriere della Sera" del 23 settembre.
"Ecco il risultato positivo della campagna in Iraq: la possibilità di addestrare e forgiare molte migliaia di combattenti americani nella battaglia contro le forze del nichilismo e dell'assolutismo. Questi combattenti veterani ci saranno estremamente utili nei prossimi combattimenti".
Sarebbe difficile esprimere meglio, e in modo più allarmante l'impotenza del potere detto con parole purtroppo non prive di autorevolezza. Sono le parole di una cultura politica che crede nella guerra come manifestazione della potenza, e rifiuta di capire che quella potenza - se usata come pura forza nel vuoto e nell'assenza della politica - svanisce come in una brutta fiaba.
Occorre notare che, non potendo fare riferimento a fatti e luoghi della Terra, si usano le regioni mentali del nichilismo e dell'assolutismo, ovvero persuasioni ideologiche, come luoghi della vittoria, retrodatando la storia di un secolo.
Ma proprio un documento del genere ci aiuta a vedere il vuoto. Si contrappone alle storie narrate al "Wall Street Journal" dagli ex soldati (tutti volontari, si noti) che, dopo aver partecipato alla guerra, hanno scelto di testimoniare la pace.
Ciò che vedono e che raccontano, a parte il sangue e la morte, è il niente. Niente interventi umanitari, niente aiuti, niente rapporti con i civili, niente ricostruzione. Niente potere per controllare la situazione, nonostante l'immenso potere fisico e militare. Come spiegare altrimenti il gesto di furore, liberare due soldati inglesi dalle mani di una polizia "amica" abbattendo un muro con i carri armati, e facendo insorgere la popolazione?
Come spiegare il gesto del soldato americano che, venerdì scorso, dentro una prigione di Baghdad, ha sparato e ucciso un prigioniero durante un interrogatorio?
Sono gesti folli e disperati. Dicono che quei soldati si sentono abbandonati in una situazione senza senso. Non sono vincitori perché sono costretti a continuare a combattere. Non hanno amici benché siano venuti da liberatori. Hanno prigioni colme benché abbiano dato la giurisdizione ai nuovi iracheni. Hanno una polizia alleata di cui non si fidano e che (ci dicono adesso i soldati inglesi) è a contatto con insorti. Hanno accanto un governo locale che non governa, e intorno un immenso territorio che non controllano. Da mesi, stremati di pericolo e fatica, non ricevono il cambio perché i giovani non si arruolano più in America. In America la madre di uno di loro, caduto, come altri duemila giovani americani in uno dei tanti combattimenti alla cieca non si sa contro chi e in nome di che cosa, sta guidando una mobilitazione di pace. Non è una rivolta contro i soldati. La folla di Washington (e quella del mondo che sta dimostrando contro la guerra in decine di capitali durante questo fine settimana) sta correndo in soccorso dei soldati americani e di quelli inglesi, abbandonati in terra di nessuno con molta potenza e nessun potere. Se quella folla di gente di pace guidata dalla madre del soldato Sheehan ce la farà speriamo che riporti a casa anche i tremila soldati italiani che da due anni vivono in bunker nella regione di Nassiriya, e sono il simbolo perfetto dei senza potere. Rischiano ad ogni istante la vita, ma non possono aiutare nessuno. Sono lì per la vanagloria di un loro piccolo primo ministro che, quando finalmente torneranno a casa, non troveranno più.
Dacci oggi il nostro delitto quotidiano
Umberto Eco su L'espresso
Ritengo, che se l'uragano che ha distrutto New Orleans non avesse trovato una terra scavata, livellata, dragata, disboscata, saccheggiata, i suoi effetti sarebbero stati meno nefasti. Credo che su questo siano tutti d'accordo. Dove invece inizia il dibattito è se un uragano qua e uno tsunami laggiù siano dovuti al surriscaldamento del pianeta. Metto subito in chiaro che, pur non essendo il detentore di un sapere scientifico in proposito, sono convinto che l'alterazione di molte condizioni ambientali provochi fenomeni che non sarebbero accaduti se avessimo avuto più a cuore il destino del pianeta, e quindi sono per il protocollo di Kyoto. Ma ritengo anche che di tornados, cicloni e tifoni ce ne siano sempre stati, altrimenti non avremmo avuto belle pagine di Conrad o film celeberrimi dedicati a questi disastri.
Azzardo pertanto che nei secoli passati ci siano stati cataclismi tremendi, che hanno ucciso decine di migliaia di persone, e magari sono accaduti alla stessa distanza di tempo (strettissima) intercorsa tra lo tsunami asiatico e il Katrina americano. Di alcuni di essi abbiamo sentito parlare, su pochi è nata persino una letteratura, come coi terremoti di Pompei e di Lisbona, di altri sono circolate notizie imprecise e terrificanti, come l'eruzione del Krakatoa, ma insomma credo sia lecito supporre che decine e centinaia di altri cataclismi abbiano falciato coste e popolazioni lontane mentre noi ci occupavamo di tutt'altro. Quindi succede che nel mondo globalizzato la rapidità dell'informazione fa sì che veniamo a conoscenza (immediata) di qualsiasi evento tragico accaduto anche nell'angolo più remoto del globo, e abbiamo l'impressione che ai giorni nostri ci siano molti più cataclismi di un tempo.
Per esempio, credo che uno spettatore medio della televisione si chieda per quale virus misterioso ci siano in giro tante mamme che ammazzano i loro bambini. E qui è difficile accusare il buco nell'ozono. Ci deve essere sotto qualcosa d'altro. In effetti qualcosa d'altro c'è, ma è sopra, ovvero non è né segreto né nascosto. È che l'infanticidio è sempre stato, nel corso dei secoli, uno sport abbastanza praticato e i greci già andavano a teatro a piangere su Medea che, come è noto, i figli li aveva ammazzati millenni fa, e solo per far dispetto al marito. Tuttavia, e questo ci sia di consolazione, su sei miliardi di abitanti del pianeta le mamme assassine sono sempre state in una percentuale da molti zeri davanti, e quindi cerchiamo di non guardare con sospetto tutte le signore che ci passano vicino con un passeggino.
Eppure chi vede un nostro telegiornale ha l'impressione che viviamo in un girone infernale dove non solo le mamme ammazzano un bambino al giorno, ma i quattordicenni sparano, gli extracomunitari rapinano, i pastori tagliano le orecchie, i padri stendono a fucilate tutta la famiglia, i sadici iniettano varechina nelle bottiglie di minerale, i nipoti affettuosi affettano gli zii. Naturalmente è tutto vero ma è tutto statisticamente normale, e nessuno naturalmente si ricorda degli anni felici e pacifici del dopoguerra quando la saponificatrice lessava i vicini di casa, Rina Fort spaccava a martellate le teste dei figlioletti dell'amante, e la contessa Bellentani disturbava le cene vip a colpi di rivoltella.
Ora, se è 'quasi' normale che ogni tanto una mamma ammazzi il proprio bambino, è meno normale che tanti americani e iracheni saltino ogni giorno in aria. Eppure dei bambini uccisi sappiamo tutto, ma del numero di morti adulti pochissimo. È che i giornali seri, prima dedicano alcune pagine ai problemi della politica, dell'economia, della cultura, altre al listino di Borsa, agli annunci economici e a quegli annunci funebri che costituivano la lettura appassionata delle nostre nonne e poi, tranne casi veramente enormi, dedicano alla cronaca nera solo alcune pagine interne. Anzi, una volta se ne occupavano più sommariamente di oggi, tanto che i lettori assetati di sangue dovevano acquistare pubblicazioni apposite come 'Crimen' - così come, ricordiamocene, lasciavano il pettegolezzo televisivo a rivistine illustrate che si trovavano dal parrucchiere.
Ora invece i nostri telegiornali, dopo le giuste notizie su guerre, stragi, attacchi terroristici e simili, dopo alcune prudenti indiscrezioni sull'attualità politica, ma senza spaventare troppo gli spettatori, iniziano la sequela dei delitti, matri-sororo-uxoro-fratri-patri-infanti-cidi, svaligiamenti, rapimenti, sparatorie, e - per non fare mancare niente al telespettatore - ogni giorno pare che le cataratte del cielo si siano spalancate sulle nostre regioni e piova come non era piovuto mai, che al confronto il diluvio universale era stato un piccolo incidente idraulico.
È qui che c'è sotto, ovvero sopra, qualcosa. È che non volendo compromettersi con notizie politicamente ed economicamente pericolose, i direttori dei nostri Tele Niagara hanno fatto la scelta-Crimen. Una bella sequenza di teste mozzate tiene buona la gente e non gli mette idee cattive per il capo.
25 settembre 2005