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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 18 settembre 2005



Vergogna in cerca d'autore
Eugenio Scalfari su
la Repubblica 18 settembre

Tra le tante cose incomprensibili di questa agitata stagione ce n'è una che è la più incomprensibile di tutte: perché mai Berlusconi non abbia voluto le elezioni anticipate. Non parlo dell'interesse nazionale, che è l'ultima delle sue preoccupazioni, ma parlo del suo proprio ed egoistico obiettivo. E non dico neppure che avrebbe dovuto farle dopo la batosta delle regionali: troppo bruciante era stata quella sconfitta e troppo forte l'effetto di trascinamento che avrebbe esercitato sul corpo elettorale.
Ma poco tempo dopo ci fu la rottura nel centrosinistra tra Rutelli e Prodi cui fece seguito il referendum sulla fecondazione assistita. In teoria quel referendum riguardava un tema extra-politico, ma in pratica annichilì la sinistra e approfondì il solco tra la Margherita e le altre forze dell'opposizione. Riequilibrò il peso delle forze in campo a vantaggio del centrodestra che, con la sola eccezione personale di Fini e di pochissimi altri, aveva compattamente votato "no" al referendum, stravincendolo.
Quello sarebbe stato il momento per metter fine ad una legislatura e ad un governo ormai sfiancati. Ripeto: non solo dal punto di vista dell'interesse nazionale che pure avrebbe avuto solo benefici da una decisione di quel genere, ma da quello del "premier": l'opposizione rissosa e frastornata, la "leadership" di Prodi in bilico, Udc in disperata ricerca di visibilità, Alleanza nazionale spaccata e in preda a una crisi di nervi.
Se avesse avuto intelligenza politica Berlusconi avrebbe colto al volo quest'ultima occasione. Ma evidentemente il nostro "premier" è privo di intelligenza politica. Dopo di allora il declino berlusconiano si è trasformato in una rotta. Purtroppo sulla pelle del Paese. E lo si vede da due segnali inequivocabili: il vicolo cieco imboccato con la presentazione del disegno di legge elettorale e il vicolo altrettanto cieco in cui si è infilato il ministro del Tesoro con l'abbozzo di legge finanziaria redatto dal suo ministero e accolto con furore dall'opposizione, dalla maggioranza, dalle parti sociali e insomma da tutti.
La proposta di riforma della legge elettorale in senso radicalmente proporzionalistico non ha genitori. E' nata orfana. L'autore è ignoto e tale rimarrà. Il governo la disconosce. I partiti della maggioranza pure, tranne la Lega. Fini si tura il naso. Follini, che pure ha preteso il proporzionale con una tenacia degna di miglior causa, ha già dichiarato che se dovesse passare nella versione attuale il suo partito uscirà dalla Casa delle libertà.
Addirittura. In Forza Italia gran parte dei deputati e dei senatori sono in rivolta, soprattutto quelli siciliani, lombardi e veneti, cioè il cuore stesso del berlusconismo, che temono d'essere spazzati via dal nuovo meccanismo delle liste e delle circoscrizioni a dimensione regionale con l'utilizzo dei resti in sede nazionale.
Chi ha voluto questo indecoroso pasticcio? Non si sa. Una cosa sola risulta chiara: quattro "sherpa" guidati dall'ineffabile Calderoli hanno tentato un colpo di coda con l'intento di mandare al macero il 7 per cento dei voti che probabilmente confluiranno sui piccoli partiti del centrosinistra che non dovessero superare la soglia del 4 per cento. L'effetto di questo trucco (furto) sarebbe quello di tagliare il 7 per cento dei voti complessivi del centrosinistra, trasformando la sua probabile vittoria in una probabile sconfitta.
Questo è soltanto uno degli effetti di questa fantomatica riforma ma è il più evidente. Inutile aggiungere che è anche palesemente incostituzionale perché dividerebbe i voti espressi in due categorie: quelli sopra la soglia del 4 per cento e quelli sotto. I primi pesano, i secondi vengono mandati al macero, non solo non contano per l'attribuzione dei seggi (che è un meccanismo legittimo) ma figurano inesistenti anche nell'attribuzione del premio di maggioranza alla coalizione che abbia ottenuto più voti.
C'è un vizio di incostituzionalità grande come una montagna in una disposizione che lede vistosamente la parità dei voti espressi. Penso che il Capo dello Stato rileverebbe questa circostanza nel momento della promulgazione della legge. E se non lui, la Corte costituzionale.
Non mi soffermo su altri effetti altrettanto nefasti: la stabilità dei governi resa di nuovo labile, l'aumento vertiginoso del costo delle campagne elettorali prodotto da circoscrizioni dieci volte più grandi degli attuali collegi, la conflittualità del sistema rispetto alle norme anti-ribaltone contenute nella riforma costituzionale attualmente in seconda lettura in Parlamento, la votazione diretta del "premier" cancellata, la supremazia degli apparati di partito nella scelta dei candidati, i nominativi dei "raccomandati" inseriti in liste bloccate e intangibili da parte degli elettori.
La legge maggioritaria vigente è certamente piena di difetti, ma di fronte a quella ora proposta fa la figura di un Partenone di fronte ad una catapecchia inabitabile, senza dire che si può certamente legiferare sul sistema elettorale anche alla fine della legislatura, a condizione però che le nuove regole del gioco siano concordate con l'opposizione. Su questo terreno, che è quello delicatissimo dell'organizzazione del consenso, la dittatura della maggioranza è inaccettabile, chi ci prova ne resta marcato per tutta la vita e perde ogni diritto a proclamarsi democratico, liberale e per di più moderato.
Chi ci ha provato dovrebbe ora vergognarsi.
E' improbabile che questa legge passi in Parlamento.
L'opposizione ha fatto bene a decidere l'ostruzionismo a tutto campo. Ricordiamoci che Mussolini instaurò il regime grazie alla legge elettorale Acerbo che trasformò una minoranza in una maggioranza. Dieci anni dopo con analogo meccanismo il partito nazionalsocialista prese "legalmente" il potere in Germania. Non voglio certo fare alcun paragone di merito, ma di metodo sì. La sfacciata manipolazione del consenso è inaccettabile e merita ritorsione e impedimento nell'ambito della legalità.
L'opposizione ha deciso l'ostruzionismo ad oltranza, una ritorsione perfettamente legittima e di intensità analoga alla distorsione che la maggioranza vuole introdurre. Ma sarebbe impossibile all'opposizione far mancare il numero legale nelle sedute delle Camere se la maggioranza fosse compattamente presente. Il fatto è che, almeno finora, la maggioranza ha disertato le aule parlamentari quanto e più dell'opposizione. E quindi - lo ripeto per la terza volta - chi è l'autore di questa vergognosa proposta? Tre capiscarico guidati da un Calderoli? Ho sempre pensato che siamo governati da una banda di dilettanti e saltimbanchi, ma una conferma così clamorosa non l'avevamo ancora avuta. Che ne pensa, onorevole Casini? Non sente rossore per quanto sta accadendo anche per responsabilità sua e del partito da lei fondato?
Mentre leggete queste mie righe il popolo tedesco sta votando e le due contrapposte coalizioni contendono sul filo di lana. Schroeder non può vincere in nessun caso, ma la Merkel potrebbe non raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi, nel qual caso dovrebbe negoziare una coalizione con gli avversari di oggi. Sarebbe un caso macroscopico di alleanza al centro. I centristi di casa nostra, ma soprattutto i "moderati" tedeschi, dovrebbero accogliere quest'eventualità con animo lieto: taglio dell'estrema sinistra e tutti gli altri al governo. Non è ciò che sognano tanti furboni e furbetti di casa nostra?
Ma in Germania sono più seri. I poteri forti, cioè l'industria tedesca, considera la Grande Alleanza al centro come l'ipotesi più nefasta e più paralizzante. Tutto fuorché quello. La Germania ha una destra pulita, dunque la via da seguire, secondo gli industriali tedeschi, è segnata.
Sapremo già stasera se gli elettori li ascolteranno. Eppure molti a sinistra hanno abbandonato Schroeder perché si era spostato troppo al centro con le sue riforme, in parte attuate in parte promesse, su pensioni, flessibilità, assistenza. Questo è il paradosso del quale ha scritto in questi giorni Bernardo Valli seguendo quella campagna elettorale. Vedremo come finirà, ma un insegnamento se ne può ricavare fin da ora, valido anche per noi. La cultura (e la politica) tessute solo sul mercato non funzionano in società complesse, opulente ma stagnanti. La Merkel, se vincerà, dovrà comunque concedere molto al solidarismo, agli ammortizzatori sociali, al potere d'acquisto dei ceti più deboli e disoccupati. Se poi dovrà governare in coalizione con gli avversari quelle "ibridazioni" dovranno essere ancor più marcate.
Mario Monti ha ricordato ieri sul "Corriere della Sera" l'esperienza di Erhard fondata sul mercato e sulla concorrenza negli anni '50. Da essa rifiorì la Germania.
Non ha detto però che la Germania di allora era impegnata in un grandioso sforzo di ricostruzione abbondantemente sostenuto dalla finanza americana. Il reddito nazionale segnava tassi di incremento superiori al 5 per cento annuo.
Lo spazio per redistribuire una parte di quel reddito era ampio e l'esperimento funzionò. Ma oggi la Germania e l'Europa vanno a passo di lumaca. L'ibridazione tra mercato e redistribuzione del reddito non si può più praticare in due tempi, dev'essere contestuale ed avere come fondamento una larghissima fiducia. Degli operatori, dei lavoratori, dei consumatori. Perciò lo schema di tavolino resta schema di tavolino.
Meglio di tutti lo sa Ciampi che non a caso ha ricordato in questi giorni l'esperienza italiana tra il 1993 e il 1998. In sei anni quell'esperienza portò il Paese dal collasso all'ingresso nell'euro e al risanamento dei conti pubblici. In che modo? Con la concertazione e con l'iniezione di fiducia che ne conseguì all'interno e all'estero. Se in Italia ci fosse una destra seria e pulita come in Germania si potrebbe discutere se sia più praticabile e più vantaggioso affidare ad essa il compito di rafforzare il mercato e la concorrenza e ibridarlo con la redistribuzione della ricchezza man mano prodotta. Oppure se affidare alla sinistra un compito analogo con le differenze di valori, priorità, strumenti che questa diversa scelta inevitabilmente comporta.
Ma da noi quest'ipotesi è del tutto libresca perché quella destra seria e pulita non c'è. Non ce n'è neanche l'ombra. Tanto meno c'è l'ipotesi di un'alleanza al centro. Ci si può alleare con i creativi di spot? Con chi ha promesso la luna e pensa di cavarsela con un bonus di 100 euro per le famiglie bisognose? Con chi ha frantumato la concertazione e la pace sociale, ha usato la maggioranza a proprio beneficio, ha indebolito le istituzioni di garanzia, s'è impegnato a ridurre le tasse e rilanciare gli investimenti e ora cerca risorse vendendo immobili, strade, spiagge, tagliando i soldi agli ospedali e ai Comuni, bloccando le spese dei ministeri e quindi le prestazioni della pubblica amministrazione? L'Europa non accetterà altre "una tantum". Ma che cos'altro è il tetto di spesa del 2 per cento se non una "gigantesca" una tantum? Il ministro Siniscalco ha applicato quel tetto già nella Finanziaria 2005. Lo applica ancora per il 2006. Ma poi lui o il suo successore dovranno pur toglierlo. Non è una misura strutturale il blocco della spesa, senza tagli specifici e mirati. Il blocco della spesa è come il blocco delle tariffe, comprime i servizi, impedisce il turn over, peggiora la posizione degli utenti, ma alla fine funzionerà come una molla compressa che moltiplica la sua forza quando il vincolo inevitabilmente cadrà.
Dopo di noi il diluvio: è questa l'eredità che lasceranno i dilettanti al potere. Gli italiani scelsero molto male nel 2001, giustificati dall'illusionismo dell'illusionista. Si spera in un ravvedimento operoso.


Mezzo trucco, mezzo pasticcio
Luigi La Spina su
La Stampa 15 settembre

La proposta di modifica della legge elettorale presentata dalla "Casa delle libertà" ha sollevato la durissima protesta dell'opposizione e molte perplessità anche nella maggioranza sostanzialmente per tre ragioni: i tempi, i modi, il merito.
La prima critica, almeno formalmente, è discutibile: varare un nuovo metodo elettorale all'inizio della legislatura toglie rappresentatività a coloro che sono stati eletti con regole diverse. Tanto è vero che fu lo stesso centrosinistra, quand'era in maggioranza, a chiedere, alla vigilia del voto, una correzione di quella legge. Solo quando l'opposizione del centrodestra si dichiarò non disponibile alla discussione, la proposta venne ritirata.
Questo piccolo richiamo alla memoria è utile anche perché giustifica ampiamente l'accusa sul secondo punto, quello dei modi. Le regole non si possono cambiare per la sola volontà di chi, alla luce di tutti i sondaggi, teme di perdere le prossime elezioni e, quindi, si ritaglia una legge più favorevole alla propria parte. La proposta avanzata dalla maggioranza, se approvata, rimetterebbe, forse, in gioco un risultato che, almeno finora, sembra scontato. Più probabilmente, non eviterebbe al centrodestra la sconfitta, ma ne ridurrebbe, in maniera vistosa, le proporzioni. Cambiare il gioco, perché da un po' di tempo non riusciamo più a vincere, è una tentazione alla quale, da piccoli, abbiamo ceduto molte volte. E' meglio lasciarla alle nostalgie dei ricordi d'infanzia.
Resta il terzo punto: il merito. Le leggi elettorali, innanzi tutto, non sono un tabù, ma sono strumenti che devono servire a uno scopo. Se si rivelano inadatte e insufficienti per raggiungere l'obiettivo, o ottengono risultati addirittura contrari al fine per cui erano state pensate, si possono, anzi, si devono cambiare. In un sistema democratico vanno contemperate due esigenze fondamentali: la rappresentatività del Parlamento rispetto agli orientamenti del Paese e la garanzia di una efficace e stabile governabilità. Sia il sistema proporzionale sia quello maggioritario possono, in diversi modi, soddisfare entrambe queste due condizioni. Quello che non è ammissibile è l'incoerenza dello strumento che si vuole usare. Insomma, il pasticcio tra l'uno e l'altro dei due metodi di voto. Ed è questo il difetto sostanziale, nel merito, della proposta avanzata dalla "Casa delle libertà".
Basti pensare che riesce nel vero capolavoro di indebolire, contemporaneamente, sia la rappresentatività sia la governabilità: la prima, quando rischia di non tradurre in seggi quasi il dieci per cento del voto espresso dagli elettori, con l'eventualità di far perdere in Parlamento chi ha vinto nelle urne. La seconda, allentando il vincolo di coalizione e aumentando il potere di ricatto dei piccoli partiti, poiché non prevede nemmeno una norma antiribaltone.
Anche in questo caso bisogna sgombrare il campo da due obiezioni. La ricerca di coloro che erano a favore del maggioritario e che, ora, sono proporzionalisti accaniti, o viceversa, è del tutto inutile. Non perché non si possa cambiare idea, ma perché, in politica, la convenienza fa sempre premio sulla coerenza. Così come ricordare che due referendum dimostrarono la preferenza degli italiani per il maggioritario è altrettanto vano. Non tanto perché la Costituzione consenta al Parlamento la possibilità di ignorare o modificare l'esito di una consultazione popolare, quanto perché la nostra storia recente ci insegna che la classe politica è abituata a farlo senza alcuno scrupolo. Vi ricordate, solo per fare un esempio, della fantomatica abolizione del ministero dell'Agricoltura o dell'altrettanto illusoria privatizzazione della Rai?
Riuscire ad approvare una tale riforma della legge elettorale, con l'ostruzionismo dell'opposizione e con la corsa alle modifiche che, ieri, sia dall'Udc, sia da An, tra l'altro in contraddizione tra loro, è subito partita, sembra assai difficile. In ogni caso, per la disputa tra il partito di Follini e il premier che si è accesa nel centrodestra, il vantaggio di provarci è reciproco. Se il Parlamento riuscirà a votarla, l'Udc vanterà un importante successo politico che giustificherà la rinuncia alla sostituzione della candidatura di Berlusconi a Palazzo Chigi. Con le nuove regole, poi, questo partito si sottrarrà al rischio di una forte riduzione della rappresentanza, in caso di dissenso dal leader della coalizione e si assicurerà un più libero margine di manovra nella prossima legislatura. Se il tentativo fallisse, non potrebbe imputare a Berlusconi di non averci provato, potrebbe legittimamente chiedergli la garanzia di una adeguata riserva di seggi e, in caso di sconfitta, potrebbe ricordare a tutti che, con la persistenza di quel candidato premier, l'aveva ampiamente e pubblicamente previsto.
Anche per Berlusconi il saldo dell'operazione potrebbe essere, in ogni caso, vantaggioso: con l'approvazione della nuova legge potrebbe sperare di vincere o di perdere meno pesantemente. Ma anche con il fallimento del tentativo di modifica elettorale, un risultato lo otterrebbe: dimostrerebbe all'Udc la sua buona volontà, costringendola ad accettare la sua candidatura e a impedire fughe dalla "Casa delle libertà". Ma il risultato del voto? A questo proposito bisogna ricordare che i politici fanno sempre loro il motto di Rossella O'Hara: "Domani è un altro giorno". La protagonista di "Via col vento", poi, non poteva saperlo, ma quella massima l'aveva inventata Silvio Berlusconi.


L'ultimo broglio
Gabriele Polo su
il Manifesto 15 settembre

L'ultima trovata di un governo in caduta libera di consensi e dilaniato da lotte intestine è una nuova legge elettorale. A pochi mesi dal voto, per cancellare i collegi che cinque anni fa decretarono il trionfo del centro-destra e che oggi annunciano la sua sconfitta; e per ricomporre con un po' di colla da figurine un'alleanza divisa su tutto. Il gioco è molto chiaro - e un po' sporco - al punto che gli stessi ideatori della riforma elettorale non sono affatto certi che vedrà mai la luce, mentre sono certissimi che il progetto servirà a tendere la mano alla parte più turbolenta della Casa delle libertà, l'Udc. In altre parole si gioca con quello che, almeno sulla carta, è il principio costitutivo della democrazia rappresentativa - il voto - per rincorrere un obiettivo del tutto contingente, la coesione di una parte politica. Il fine ultimo è la conservazione del proprio potere, il rimanere in sella a tutti i costi, sia nel caso che la riforma passi che in quello più realistico che tutto si risolva con l'acquietamento dei centristi. Ed è proprio questo uso spregiudicato delle norme che illumina sinistramente il quadro istituzionale. Di fronte alla crisi della rappresentanza politica le regole vengono manipolate a seconda delle convenienenze. I sondaggi indicano un crollo del governo nei collegi? Si può tentare di modificare i confini degli stessi andando a integrare zone a rischio con territori più sicuri. E se la cosa non va in porto si fa un bel ribaltone alla vigilia del voto e ci si inventa un'altra formula anche a costo di violare il dio del maggioritario (per mano degli stessi che lo hanno sempre incensato, a partire dal culto del capo assoluto). Poco importa poi se non se ne farà nulla: la grande riforma abortita sarà servita a uso interno per affermare una nuova alleanza di potere.
Il paradosso è che in questa macelleria istituzionale venga rilanciato il proporzionale, il sistema di per sé più pulito e democratico, da tempo affossato proprio per dare una conseguenza istituzionale al vento liberista, per poter fare "riforme" che hanno distrutto la costituzione materiale del paese e intaccato fortemente quella formale consegnataci dall'antifascismo, per fare guerre e perseguire sciagure d'ogni genere. Ma è un paradosso relativo, perché l'ipotesi in campo prevede un premio di maggioranza che fa impallidire la legge truffa d'antica memoria, per cui una vittoria relativa si traduce in potere assoluto in parlamento.
In fondo quella di ieri è solo l'ultima tappa - non quella finale - di un percorso che ha subordinato la rappresentanza alla governabilità. Non è proprio il caso di difendere il principio del sistema maggioritario: questo è stato un escamotage istituzionale - non riuscito - per sopperire alla crisi della rappresentanza che si era costruita attraverso i partiti di massa e la partecipazione alla vita pubblica del dopoguerra. Oggi un governo alla frutta dichiara di voler gettare alle ortiche quel decantato sistema con lo stesso spirito con cui lo aveva beatificato. Nello svelare la pericolosità del gioco in corso vorremmo dire agli esponenti del centrosinistra, che oggi giustamente si scagliano contro il blitz, di ripensare la propria concezione della democrazia politica. Magari per ridiscutere il dio-maggioritario senza considerare il sistema proporzionale un residuo del passato. Almeno se vogliono ridare un'altra chance alla rappresentanza politica, cioè anche a loro stessi.


Prodi: la partita è chiusa
Francesco Alberti sul
Corriere della Sera 18 settembre

NEW YORK — Romano Prodi in versione Grande Mela incassa compiaciuto il dietrofront della Casa delle Libertà sulla riforma elettorale, si mette in posa per fotografi e cameramen tra i taxi della Settima Avenue, stringe la mano all'attore Brad Pitt e manda una cartolina piena di calore agli alleati del centrosinistra: "È stata essenziale la compattezza dell'Unione in questa battaglia contro il tentativo del centrodestra di cambiare le regole del gioco...".
Ha la faccia di chi ha fatto bingo, il Professore, radioso per il fallimento del blitz di maggioranza, ma soddisfatto soprattutto per la tenuta della sua coalizione, per nulla scontata vista la presenza di un nutrito drappello di proporzionalisti: "Tutti, ma proprio tutti — ripete — hanno capito la gravità della situazione e hanno fatto fronte comune, costringendo la maggioranza ad un passo indietro. A questo punto la partita la considerano chiusa nella Cdl. Ciò dimostra come sul programma l'Unione stia raggiungendo una sempre maggiore coesione. La stessa, mi auguro, che dovrà essere evidenziata al momento di elaborare la squadra di governo".
Dall'Italia Rutelli giudica "importante la posizione di Casini, lascia intendere che nel centrodestra si sta preparando una possibile ritirata". Anche per Massimo D'Alema, che ha vissuto con Prodi i tre giorni newyorkesi del summit organizzato dalla premiata coppia Clinton-Hillary su povertà e mali del pianeta (per la cronaca: incassati 500 milioni di dollari su progetti per aiuti al Terzo Mondo), considera chiusa (e vinta) la partita con la Cdl: "Parlare di legge elettorale quando non si hanno le idee chiare e per di più si è divisi al proprio interno, è del tutto inutile. Sono d'accordo con il presidente Ciampi: proviamo ad occuparci di cose serie in questo scorcio di legislatura". Prodi, al suo fianco, annuisce. Ma poi aggiunge: "Credo purtroppo che non ci sarà molto da aspettarci da qui alle Politiche di primavera. Meglio sarebbe stato andare al voto anticipato. Temo un'Italia "sgovernata". Temo che i problemi marciscano. Con il rischio, in più, di leggi da parte della Cdl che mettano in pericolo il bilancio pubblico". In realtà, un piccolo maquillage alla legge elettorale D'Alema lo farebbe e sarebbe quello di eliminare il meccanismo dello scorporo, ma non si fida: "Una leggina ad hoc — afferma — si potrebbe anche tentare. Considero infatti lo scorporo fonte di imbrogli e aggiramenti, ma dall'altra parte ci vorrebbero interlocutori seri...".
L'aereo attende, fine della trasferta yankee. I tre giorni del summit clintoniano hanno offerto a Prodi e D'Alema spunti di riflessione, ma anche la consapevolezza che "molti dei grandi temi discussi qui, dalla povertà alle tensioni religiose, dall'energia al multilateralismo, rientrano nel Dna del programma dell'Unione". Se è forse prematuro cogliere i semi di quello che qualcuno ha già definito il Partito Democratico Mondiale, il Professore non esita però ad individuare in questo club di progressisti "una piattaforma del riformismo internazionale che si pone in alternativa al modello conservatore su grandi questioni".
Notevole l'interesse attorno alla nostra delegazione, coordinata dall'"ambasciatore per l'Italia" della Fondazione Clinton, il professor Aldo Civico della Columbia University. Afferma Prodi: "Ho colto grande preoccupazione, forse anche un po' esagerata, per i recenti episodi finanziari avvenuti in Italia. Siamo considerati un Paese che tende a chiudersi a riccio, e questo è grave". Oggi il leader dell'Unione sarà con Fassino alla Festa nazionale dell'Unità a Milano. Lo attende un piccolo regalo: le firme per la sua candidatura alle primarie hanno superato quota 200 mila.


Due piccioni e una fava
Editoriale su
Il Riformista 17 settembre

Berlusconi ha battuto un colpo sulla riforma elettorale, e dal suo punto di vista ha preso due piccioni con una fava. Tornato da New York e rassicurato un Consiglio dei ministri al cui esame c'era in materia elettorale il provvedimento di definitiva sistemazione dei seggi esteri, è sceso in sala stampa indossando la migliore delle sue maschere di serenità e rassicurazione. Ha ammesso che il testo della riforma neoproporzionale ha dei difetti, ma del resto lui non l'aveva visto, aveva solo pregato i tecnici di occuparsene. Dunque ci penserà lui, a tutte le migliorie del caso, insieme ai leader della maggioranza nel rispetto delle posizioni di tutti, ma anche con l'esplicito invito all'opposizione a non sottrarsi a un confronto sereno e disteso. E' ovvio che il premier aveva come primo obiettivo - dopo l'altolà di Fini - continuare a rosolare l'Udc senza “regalare” a Follini una rottura pregiudiziale che potrebbe agevolarlo nell'addio alla maggioranza, e facendo perno invece sull'impossibilità per Casini di tirarsi indietro, da un confronto offerto con tanta disponibilità. Ma al contempo, riconoscendo immediatamente che l'eventuale tetto al 4 per cento non comporterebbe affatto non tener conto dei voti presi da tutte le formazioni che ne restassero al di sotto, Berlusconi ha lanciato un chiaro ponte nei confronti dei proporzionalisti di diversa radice presenti nel centrosinistra. Tanto è vero che immediatamente il margheritico Bressa ha riconosciuto che c'era del buonsenso, nelle dichiarazioni di Berlusconi. Almeno come reazione delle prime ore ha retto meglio Rifondazione, visto che Bertinotti ha dichiarato che malgrado le preferenze da lui sempre espresse per il proporzionale, è giusto che Berlusocni venga sconfitto con la stessa legge elettorale con cui ha vinto cinque anni prima. Nessuno può dire che cosa mai potrebbe succedere nello scrutinio segreto, se la riforma arriverà in aula. Certo è che conterebbero forse più i no inconfessati dei peones che temono di perdere il collegio, che i no granitici per fedeltà alla coalizione.


La possibile sorpresa
Sergio Romano sul
Corriere della Sera 18 settembre

All'incontro Ambrosetti di Cernobbio, il 4 settembre Silvio Berlusconi ha parlato per mezz'ora a un pubblico composto prevalentemente da industriali, banchieri ed economisti. Nelle due ore precedenti gli uomini d'affari intervenuti avevano ascoltato un rapporto alquanto pessimistico sullo stato dell'economia italiana e avevano fatto ai relatori molte domande da cui trasparivano evidenti preoccupazioni per il futuro delle loro aziende. Poiché moderavo l'incontro, mi sembrò giusto dire al presidente del Consiglio, nel dargli la parola, quali fossero le informazioni che i suoi ascoltatori avevano ricevuto prima del suo arrivo. Ammonimento inutile. In pochi minuti Berlusconi riuscì a rovesciare gli umori della platea e a conquistare un buon numero di applausi a scena aperta. Vi fu persino un momento in cui disse, dopo una pausa, con una certa sfacciataggine: "Qui mi sarei aspettato un applauso". E l'applauso arrivò subito, doppiamente entusiastico.
E' un episodio, poco più di un aneddoto. Ma suggerisce qualche riflessione sulle fortune politiche del presidente del Consiglio e sul risultato delle prossime elezioni. Se fossi nei panni dell'opposizione, non sarei certo della sua sconfitta. Potrebbe ancora vincere, per almeno tre ragioni.
In primo luogo, nessun governo è mai così brutto come l'opposizione cerca di dipingerlo. Il patto per l'Italia è stato mantenuto soltanto in parte, l'economia non va bene, la riduzione delle imposte è stata insignificante. Ma parecchi italiani sono convinti che le cose, con un governo di centrosinistra, non sarebbero andate meglio. Qualcosa di buono è stato fatto. Il mercato del lavoro è un po' meno ingessato. Il numero dei precari è cresciuto, ma la disoccupazione è diminuita. E' stato fatto un altro passo verso la riforma del sistema previdenziale. I cantieri sulle strade sono l'incubo di chi viaggia, ma sono meglio dell'impotenza dei governi precedenti in materia di opere pubbliche. Esistono il conflitto d'interessi e molte sconcertanti leggi ad personam. Ma temo che una buona parte della società consideri il conflitto d'interessi un peccato veniale e credo che molti italiani ritengano quelle leggi giustificate dall'atteggiamento della magistratura.
In secondo luogo Berlusconi dà agli italiani qualcosa di cui hanno disperatamente bisogno: l'ottimismo. Anche quando si lamentano delle loro condizioni e ne danno la colpa al governo, molti sono attratti dall'uomo pubblico che trasuda fiducia nel futuro, non perde occasione per vantarsi dei suoi successi personali, trasforma una scaramuccia diplomatica in un trionfo internazionale. L'ottimismo e il successo sono la droga di cui hanno bisogno. Credono a Berlusconi come credono al lotto e molti forse sono ancora disposti a votarlo con la stessa dose di fiducia con cui fanno la loro modesta puntata settimanale.
Esiste una terza ragione. In un libro apparso presso Longanesi, Luca Ricolfi sostiene che la sinistra italiana "risulta antipatica alla maggior parte dell'elettorato". Non so se sia vero. Ma è certamente vera la sua osservazione che gli italiani disposti a cambiare schieramento, da una elezione all'altra, sono pochissimi (più o meno il 3%) e che i voti, per vincere, vanno conquistati nel folto gruppo di coloro che non sono schierati. Una ragione di più per ricordare ai tifosi dei due campi che la partita non è ancora giocata.


L'Addio del Cancelliere
Bernardo Valli su
la Repubblica 18 settembre

Le ultime immagini del cancelliere, ritto, ieri, su un palco a Recklinghausen nella Ruhr operaia, e poi sulla Opernplaz a Francoforte, cuore finanziario europeo, erano quelle di un uomo di potere vigoroso, pugnace, convincente che diceva addio al governo e alla politica. Così hanno visto quelle immagini non pochi socialdemocratici, fedeli di Gerhard Schroeder. Chi meglio di loro poteva interpretarle? Lascio quindi a loro la parola. Quello era un addio espresso secondo lo stile che gli è tipico: senza gettare la spugna, a testa alta, continuando a battersi, come se avesse l´impossibile vittoria a portata di mano.
Nel caso dovesse uscire sul serio di scena, quello resterà, c´é da giurarlo, il suo atteggiamento, assicurano quei socialdemocratici fedeli. Sarà uno sconfitto che ha scelto i ritmi, i tempi e il terreno della sconfitta.
Egli ha rispettato fino in fondo le regole con rigore. Ha compiuto il suo dovere senza il minimo cedimento. I suoi attacchi erano rivolti agli avversari, a Angela Merkel, data per vincente, forse non proprio trionfante, tra poche ore all´apertura delle urne. Ma in cuor suo Gerhard Schroeder si rivolgeva al partito, al suo, alla Spd; che l´ha frenato; che ha contestato le sue riforme, definendolo " il compagno dei padroni"; che gli ha reso la vita difficile, nello stesso Consiglio dei ministri, dove era spesso costretto a picchiare i pugni sul tavolo e a minacciare di sbattere la porta ed andarsene.
Nella Ruhr e a Francoforte, come durante tutta la campagna elettorale, si è prodigato e ha voluto la vittoria; se l´avesse ritenuta irraggiungibile non sarebbe riuscito a metterci tanta energia; ma in fondo, dicono quei socialdemocratici fedeli al cancelliere, egli ha lanciato l´addio al partito e alla sinistra nel suo insieme. Alla sinistra che, frantumandosi, con lo scisma di Lafontaine, gli ha sbarrato la strada.
Battendosi lealmente fino all´ultimo, ha voluto lasciare il partito nelle migliori condizioni; ed anche dimostrare che la vittoria era a portata di mano; e che a sconfiggerlo, più della Merkel, sarebbe stata la sinistra; che l´ha abbandonato sulla strada delle riforme. Riforme giudicate troppo liberiste da molti socialdemocratici; insufficienti dagli avversari cristiano-democratici e liberali. E per lui indispensabili al fine di rinnovare il modello renano, senza compromettere la solidarietà sociale, mentre nel mondo prevalgono le esigenze del mercato. Con quei due sentimenti in petto, da un lato l´impegno dall´altro l´addio, Gerhard Shroeder ha concluso i suoi sette anni come cancelliere.
Fin dalla primavera, quando in seguito alla batosta elettorale nel Nord Reno Westfalia decise di anticipare il voto, rinunciando a un prezioso anno di governo, durante il quale avrebbe potuto usufruire della ripresa economica in arrivo, Gerhard Schroeder aveva manifestato la sua stanchezza.
I suoi amici dicono che "ne aveva abbastanza". Era soprattutto stanco dell´ostruzionismo a sinistra. Aveva fretta e voleva che il paese si pronunciasse sulle sue riforme, pur essendo cosciente che i tedeschi erano in preda alla voglia di cambiare; e che il cambiamento era Angela Merkel.
Dopo avere spiegato ai giornalisti i motivi, assai vaghi, che lo spingevano ad anticipare il voto, Schroeder fece stappare una bottiglia di Champagne, quasi volesse festeggiare l´imminente libertà.
Il risultato di un´elezione democratica, malgrado la quasi perfezione dei moderni sondaggi, resta sempre, per fortuna, un´incognita. Non si può quindi escludere, in assoluto, che l´impegno teso alla vittoria, uno dei due sentimenti autonomi nel subconscio del cancelliere durante la campagna elettorale, finisca col dare risultati eccezionali. Al limite del miracolo. E che, conseguita la vittoria, l´addio svanisca nel nulla. In politica non proprio tutto, ma molto è possibile. Dieci forse quindici milioni di tedeschi (su sessanta milioni che possono votare) stanno decidendo chi scegliere raggiungendo in questo ore i seggi.
Nel voto di oggi resta, si nasconde tuttavia quel dramma politico, in cui pare non manchi un risvolto umano. Esso riguarda la vita privata del cancelliere, arricchita dalla presenza di Viktoria, la bambina adottata in Russia l´anno scorso con l´aiuto dell´amico Vladimir Putin. A 61 anni, Schroeder è molto preso dal nuovo ruolo di padre e questo aumenterebbe la tentazione di dire addio alla politica, già fonte di troppe frustrazioni, e di ritirarsi a vita privata. Si è parlato di un suo possibile impiego nel newyorkese Citigroup. Ma è una supposizione in cui è difficile distinguere pettegolezzo interessato e realtà.
Al di là delle sue intime passioni, questo voto tedesco ha una eccezionale valenza europea, per la sua inevitabile influenza su tutte le nostre società. Sul piano economico è evidente. Il prodotto interno lordo è quasi un terzo di quello dell´intera zona euro (2.215 miliardi su 7.614), ma se si aggiunge quello delle aziende tedesche nei vari continenti, molte delle quali si sono trasferite per cercare manodopera a basso costo, si hanno ben altre proporzioni. Queste dislocazioni chiariscono, perlomeno in parte, il fatto che pur essendo la potenza industriale che più esporta nel mondo, più degli Stati Uniti e del Giappone, la Germania conta l´11 per cento di disoccupati. Una massa di cinque milioni di persone che alimenta l´insoddisfazione e l´incertezza, e deprime i consumi. E´ una debolezza che si riflette sul resto dell´Europa. Senz´altro sull´Italia che ha la Germania come primo partner commerciale.
La politica economica del nuovo governo avrà un impatto sull´Europa, anche per quel che riguarda l´equilibrio tra mercato e solidarietà sociale, tra le concessioni al primo e i tagli alla seconda.
Più immediato sarà l´effetto sulla politica estera. Appena arrivata al potere, nel '98, la coalizione rosso-verde ha dovuto compiere un lavaggio del cervello (secondo l´espressione della stampa tedesca). I socialdemocratici della corrente di sinistra della Spd, ma in particolare i verdi, i cui capi appartenevano alla generazione del '68, hanno dovuto disintossicarsi (anche questa è un´espressione della stampa tedesca) dalla lunga milizia contro l´imperialismo americano, contro l´allenza germano-sovietica, in favore della diminuzione delle spese militari, o addirittura dello scioglimento della Bundeswehr. Nei sette anni di governo l´alleanza rosso-verde ha partecipato alla guerra nel Kosovo, sotto il comando della Nato, e ha mandato truppe all´estero, soprattutto nei Balcani e in Afghanistan, per la prima volta nella storia della Repubblica federale, nata dopo la Seconda guerra mondiale.
Durante la campagna elettorale del 2002 il pacifismo è riemerso con forza, su scala nazionale, consentendo a Gerhard Schroeder di recuperare in extremis un´elezione che sembrava perduta. Opponendosi alla guerra americana in Iraq il cancelliere ha conquistato un altro mandato, e ha preso un´altra iniziativa senza precedenti nella storia della Repubblica federale: ha rifiutato apertamente il sostegno agli Stati Uniti, fino allora tutori rispettati, e ha condannato al Consiglio di sicurezza la politica del loro presidente. Questo atto di insubordinazione fu anche un gesto di emancipazione, condiviso da larga parte dell´opinione pubblica europea, ostile alla politica interventista (e unilaterale) di George W. Bush.
La posizione di Schroeder, in quell´occasione, ha dato peso a quella tradizionale della Francia di Jacques Chirac, e ha contribuito a rafforzare, sempre in quella congiuntura, l´intesa Berlino-Parigi-Mosca.
Primo cancelliere insediatosi a Berlino, ridiventata capitale della Germania riunificata, Gerhard Schroeder aveva parlato, poco dopo essere stato eletto, anche in questo caso per la prima volta nella storia federale, di "interessi nazionali". La sua indipendenza, nei rapporti inter-atlantici, era in definitiva la conseguenza di quella dichiarazione. Fino a Helmut Kohl, il suo predecessore, gli interessi erano sempre "europei". Europea era in sostanza l´identità provvisoria della Germania, nata dalle rovine del nazismo, nel frattempo scomparse. Tra poche ore, dal cancelliere che uscirà dalle urne, e dal modo come è stato eletto, se con o senza una vera maggioranza al Bundestag, capiremo quel che è destinato a cambiare, in Germania e in Europa.


L'atomica nella terra del petrolio
Igor Man su
La Stampa 17 settembre

All'Onu il blabla rituale e la piena di luoghi comuni non riescono a esorcizzare la crisi bicefala che attanaglia i "Balcani di oggi", vale a dire quell'"area del petrolio" che impropriamente chiamiamo Medio Oriente. Una testa ha i connotati lordi di sangue dell'Iraq massacrato da una violenza terroristica quotidiana che sta brutalmente serrando nel cassetto dei sogni l'avvento della democrazia promessa dal presidente Bush.
Altro che "ritiro scaglionato" dei GI: a dispetto di quella società civile che manda avanti, eroicamente, la macchina statale, si ingigantisce il timore che la situazione possa sfuggir di mano agli Stati Uniti. Bush riconosce, ora, che la democrazia non si può imporre con le armi soltanto, ma rischia di dover rimpolpare il suo corpo di spedizione in Iraq pena una sconfitta sul campo disastrosa nonché grottesca. La seconda testa della crisi bicefala ha un nome mitico: Iran. Ma quello odierno non è l'Iran lirico-filosofico di Omar Khayan, il poeta che pregava l'amico di non svelare a nessuno "questo segreto: i tulipani appassiti non rifioriranno mai più". Nel tulipano rifiorito "grazie al sangue dei martiri": i mostazafin (senza scarpe), i sanculotti iraniani che a mani nude sconfissero i pretoriani dello Scià, in quel fiore gentile e drammatico, laleh in lingua farsi, la leadership iraniana identifica il "riscatto definitivo d'un paese grande ch'è una nobile nazione antica".
Con le royalties del petrolio l'Iran avrebbe potuto benissimo creare un welfare state ma è successo che proprio coloro che accusavano di satrapismo lo Scià anziché dedicarsi a una distribuzione onesta e fruttuosa dell'oro nero, hanno intrallazzato senza vergogna. E infatti l'attuale presidente della Repubblica islamica ha vinto le recenti elezioni denunciando l'establishment in turbante, "corrotto e retrivo". Ahmadinejad tuttavia non è quel rivoluzionario "puro e duro" i cui panni, per altro, indossa con scenica abilità. No. Il giovine presidente iraniano è un populista "che promette lotta alla corruzione e altri anni di assistenzialismo". Ha vinto ma non ha stravinto come si crede. Rafsanjani, l'ex presidente pragmatico, l'uomo che ha fatto i miliardi (di dollari) coi pistacchi, lui, il grande sconfitto che guardava a un "rapporto nuovo" con l'Occidente, commentò la vittoria del pupillo di Khamenei, la Guida Spirituale succeduta a Khomeini in forza d'un complotto in moschea, con queste precise parole: "Mahmoud ha vinto con una maggioranza piuttosto larga ma più grande è l'Iran che non l'ha votato".
Per guadagnarsi il consenso dell'Iran che non l'ha votato, il neo presidente ha aperto un vaso di Pandora invero particolare: il nucleare. In virtù della taqqya (la dissimulazione, un'arte vera e propria praticata da sempre dagli sciiti) l'Iran aveva messo i sigilli al "centro atomico" di Isphaan, incantevole città d'arte: ebbene, il presidente-populista li ha tolti per simboleggiare la "svolta nucleare". Ed ora, sbarcato a New York, annuncia non solo che tratterà l'uranio per ricavarne energia pacifica (ci mancherebbe) ma d'esser deciso a spartire la manna atomica "con i paesi fratelli islamici". E' chiaramente una botta ad effetto, codesta, e infatti le varie cancellerie si sono allarmate ed han premuto sulla evanescente squadra europea che da lunghissimo tempo "tratta" con l'Iran avido di nucleare.
Di più: l'ineffabile Putin riafferma la volontà di collaborare al progetto nucleare iraniano volto a fini pacifici (ci mancherebbe) mentre piuttosto aspre (e preoccupate) son le reazioni dei paesi atomici di ringhiera con in testa Israele. Se ci fossero i voti, la questione finirebbe al Consiglio di Sicurezza dove l'Iran in fregola nucleare sarebbe condannato e sanzionato duramente: sennonché i voti non ci sono e dunque si traccheggia. Gli Usa "per ora" scartano ogni "opzione bellica" ma domani "è un altro giorno, e si vedrà". Il guaio è che la crisi bicefala passa per la cruna angusta dell'imbroglio iracheno funestato dal terrorismo suicida. Mai nella lunga storia dell'islam la contestazione s'è mutata in istituzione e dunque anche il nuovo terrorismo è condannato alla implosione. Ci attende un lungo cammino terribile difficile, però, da cominciare con un piccolo passo.


Lo Stato, il mercato, la vita
Furio Colombo su
l'Unità 18 settembre

Un giorno di venti anni fa il più potente costruttore di Manhattan, Donald Trump, ha voluto far sorgere una delle sue torri (modestamente, si chiamano tutte "Trump Tower") nel punto di Manhattan in cui c'era una casetta rossa con i gerani alle finestre.
Trump aveva già comprato tutto il terreno circostante e aveva bisogno di liberarsi dalla casetta per cominciare a scavare le fondamenta del suo nuovo gigante. C'era un problema. Come testimoniavano i gerani alle finestre, la casetta era abitata. L'inquilina era una signora niente affatto timida di settant'anni che ha detto subito: "Vivo qui da una vita, non me ne vado."
A quel tempo, quando a New York c'era meno mercato e più Stato, vigeva una legge che forse era un laccio per la libera impresa, ma era anche una bella protezione per gli anziani. Stabiliva che, compiuti i 65 anni di età, nessun cittadino poteva essere sfrattato. A giudicare dal continuo moltiplicarsi di nuove costruzioni e fortune edilizie a Manhattan, negli anni Settanta e Ottanta, non si direbbe che le imprese ne abbiano sofferto. Ma decine di migliaia di anziani abitanti di New York hanno potuto finire i loro giorni in pace nella casa in cui avevano sempre vissuto.
Quanto alla signora settantenne della casetta coi gerani, sono lieto di informarvi che ha vinto lei. Trump ha perfino provato a offrirle somme di denaro non indifferenti per una insegnante in pensione. Ma lei ha detto no. Ha detto: "Sto bene qui, conosco le persone, i negozi, la farmacia di questo quartiere. Che senso ha mandarmi via?". Ha senso per il mercato, le risponderebbero decine di esperti ai nostri giorni. Da allora (che non è la preistoria, ma appena vent'anni fa) la donna e la casetta sono diventate un simbolo per milioni di cittadini newyorkesi.
La casetta rossa c'è ancora a Manhattan, accanto alla torre di Trump, che gli architetti hanno dovuto costruire un po' più piccola. Si trova all'angolo fra Lexington Avenue e la 59ma strada. È inclusa nelle carte turistiche e nelle passeggiate consigliate delle guide. È diventata il simbolo di una catena benevola che lega il cittadino alle istituzioni, e le istituzioni (con una misura di moderazione, di buon senso ma anche di fermezza) alla libertà di impresa.
Infatti, guardando indietro, si scopre questo: Trump è stato sconfitto nel principio che il bene dell'impresa è il bene di tutti, perché una donna, da sola (ma con l'aiuto della legge) ha potuto dire: "non è vero, per me è un gravissimo danno".
Trump non ha perso nulla, è ancora lì a dominare il mondo delle costruzioni di New York. E i turisti fanno la coda per vedere la piccola casa rossa diventata un mini-museo. Forse è un monumento alla memoria della politica.
Che cosa è infatti quella vecchia legge newyorkese che qualcuno, al momento di cancellarla, ha chiamato "socialista", se non l'intervento della politica, con l'intento di non lasciare i cittadini da soli, nell'intrico di pesi e contrappesi del mercato, quando quei pesi sono troppo squilibrati?
La legge risale a un progetto di John Kennedy, detto "Guerra alla povertà", realizzato da Lyndon Johnson. È rimasto intatto per decenni fino all'avvento di Ronald Reagan, che ha iniziato lo smantellamento.
Da quel momento i poveri sono immensamente più poveri, i ricchi immensamente più ricchi, e non c'è un solo economista disposto a sostenere che questa società (che avrebbe prontamente cacciato la signora settantenne dalla casetta rossa della Lexington Avenue) sia una società migliore o più giusta o più conveniente o più produttiva e meglio organizzata per tenere testa, ad esempio, a colossi emergenti come la Cina, o alla disperata povertà del mondo che rischia di trasformarsi in vendetta. Ricordiamo che cosa era la "guerra alla povertà" di Kennedy e Johnson: imponeva agli ospedali di non rifiutare i poveri, in cambio di sostegno alla attività medica e farmaceutica di ricerca. Alcuni dei più importanti premi Nobel per la medicina sono stati assegnati a ricercatori americani, o residenti in America, in quegli anni e a causa di quei fondi. Imponeva a chi affitta, a chi da lavoro, alle scuole e alle università, di non rifiutare le minoranze. Dava alle università e alle aziende incentivi per accettare o per assumere i neri. Manteneva in vigore la legge di Roosevelt detto "G.I. Bill" che prevedeva tasse universitarie gratuite, fino al dottorato, per gli ex soldati che, in base al merito, venivano ammessi nelle grandi università. Manteneva tutta la vita, per i reduci della Seconda Guerra Mondiale, l'assistenza medica gratuita.
* * *
Ad un certo punto, lo ricorderete tutti, si è diffusa la voce che "la festa era finita" e che bisognava fare i conti con la diminuzione delle risorse.
Eppure chi doveva lavorare aveva lavorato, nessuno dei grandi patrimoni o delle grandi imprese del mondo si era dissipato o consumato per avere pagato troppo chi lavora. Scandali e crolli sono venuti dopo, nell'epoca delle deregolamentazioni. Tutte le imprese forti e presenti sul mercato avevano moltiplicato di dieci o venti o cento volte le loro dimensioni iniziali. Le immigrazioni, anche clandestine, erano state assorbite dal moltiplicarsi di nuovi posti di lavoro non più coperti dai lavoratori delle industrie.
I cittadini avevano fiducia e compravano. È vero, i sindacati erano forti. Ma erano parte del mercato: riequilibravano, trattando tutti insieme, il peso irrilevante di ciascun lavoratore, impedivano i due grandi mali della società di massa, la solitudine e la prepotenza.
Il grande protagonista era l'impegno politico, quando i cittadini, in numero grandissimo, facevano sentire la loro voce in grandi mobilitazioni di massa. Poiché sto parlando dell'America, simbolo del mercato, ricorderò il movimento per i diritti civili, che ha salvato l'America da un pericoloso e costosissimo scontro sociale; l'opposizione di massa a Nixon dopo che le sue azioni vergognose erano diventate pubbliche e provate dai giudici, che ha tenuto dentro le istituzioni politiche un caso gravissimo; la mobilitazione contro la guerra nel Vietnam, che ha bloccato il più costoso e spaventoso errore americano prima della guerra in Iraq.
Per restare all'America-simbolo, chiunque ricorderà che "la festa è finita", almeno per i lavoratori, sotto la presidenza di Reagan. Ma il grande leader conservatore ha moltiplicato per tre il deficit degli Stati Uniti, impegnando cifre immense in armamenti e nella ossessione della "Scudo Spaziale",e tagliando quasi tutta la spesa sociale. Ha dato avvio a quella strada in vertiginosa discesa detta "deregolamentazione".
Curioso che la festa sia finita mentre i compensi dei vertici delle aziende salivano a quote mai toccate nel mondo del capitale e della industria, e gli azionisti approvavano simili scatti in alto (che in molti casi hanno portato un danno mortale all'impresa) come premio a quei dirigenti che avevano operato "snellimenti", "modernizzazioni" e "liberalizzazioni". Significa sempre licenziamenti (ma si dice "mettere in libertà"). E hanno spesso privato le aziende di personale competente, prezioso, la cui formazione era costata ben di più, e aveva fruttato ben di più, del vantaggio di licenziare.
* * *
Tutto ciò è avvenuto perché, sotto la spinta della cosiddetta "modernità", lo Stato ha smesso di essere il garante dei cittadini (e certo anche il notaio irreprensibile di certezze essenziali per investire, avviare e sviluppare imprese). E si è attestato da una parte sola. Quella parte non era, come è stato detto, l'interesse delle aziende. Era la libertà di speculazione sottratta a ogni regola che ha danneggiato o cancellato moltissime imprese e il loro lavoro.
Le devastazioni crudeli avvenute nel paesaggio sociale, un vero e proprio abbandono dei cittadini a se stessi nelle grandi democrazie industriali, sono rimaste nascoste e frutto solo di nobili interventi accademici (suggerisco al lettore di vedere o rivedere due testi italiani recenti, "Un mondo di sofferenze" di Alberto Alesina, edito da Laterza, e "Le imprese irresponsabili" di Luciano Gallino, Einaudi) fino all'uragano Katrina, che ha scoperchiato il destino dei poveri dimenticati, nel Paese più ricco e più dotato di risorse del mondo.
Chi legge questo articolo avrà notato in questa pagina la fotografia di uno scheletrico ammalato trovato nudo in ciò che resta di un ospedale (era il Charity Hospital di New Orleans) e soccorso - dice la didascalia della foto del grande giornale americano - due settimane dopo l'uragano. Ma quella fotografia impressionante è accompagnata da un articolo (pubblicato del New York Times del giorno prima, 15 settembre) in cui un team di giornalisti ha posto domande e cercato risposte per un dramma così disumano.
È risultato che decine e decine di pazienti trovati morti negli ospedali, erano stati vittime di tre cause: mancanza di ventilatori (la temperatura era salita a 40-50 gradi dopo la tempesta, a causa del calore del mare), mancanza di ossigeno per chi respirava a fatica, interruzione delle dialisi.
Perché non hanno funzionato i generatori? Perché la scorta di carburante era minima benché l'uragano fosse stato meticolosamente previsto. Ma il proprietario non aveva voluto spendere per dotare gli ospedali di scorta. Perché nessuno è venuto a soccorrere i malati, benché i medici avessero creato un eliporto di fortuna sui tetti, usando assi di legno e lastre di metallo tolte da altri edifici distrutti? La risposta è a pagina 4 del quotidiano citato: "Il proprietario degli ospedali, "Tenet Healthcare", la seconda più larga catena di cliniche private degli Usa, aveva subaffittato i centri sanitari di New Orleans alla compagnia Lifecare Holdings, grande azienda del Texas. I sopravvissuti di New Orleans affermano: "Mai nessuno ha risposto alle nostre continue telefonate. I medici hanno provato con raffiche di e-mail. Nessuna risposta, mai. Nessun elicottero è stato noleggiato e inviato. Quando se ne è presentato uno della Guardia Costiera, il pilota ha detto: "Noi andiamo solo a Baton Rouge e non sappiamo se ci sono posti in quell'ospedale". E se ne è ripartito vuoto.
Inevitabile chiedere come mai tre grandi centri ospedalieri della città di New Orleans fossero controllati da grandi catene private dislocate in centri lontani del paese.
La risposta del quotidiano di quella città, il Times Picayune, interpellato, è questa: "Sono stati privatizzati. “Tenet Healthcare”, che ha il suo quartier generale nel Texas, si è fatta avanti dicendo: “Se si fa profitto li prendiamo noi”".
Il risultato è nella immagine di quel paziente di 74 anni, che si chiama Edgar Hollingsworth, che è miracolosamente sopravvissuto per due settimane senza medicine e senza soccorsi, ed è stato trovato nelle condizioni che il fotografo Bruce Chambers ci mostra. La gigantografia di quella foto dovrebbe essere esposta nell'ingresso delle maggiori "Business Schools" delle democrazie avanzate.
Serve per ricordare che un mercato senza regole e senza controlli crea un mondo selvaggio. Serve per dire che il ruolo della politica è quello di congiungere i pezzi di un mondo che ha interessi diversi, e a volte divergenti, quello di obbligare i più forti a rispettare i limiti, quello di sostenere i deboli affinché non siano esclusi come è accaduto con spaventosa evidenza a New Orleans. Serve per proclamare che nessun affare è un buon affare se costruito sull'abbandono e il dolore, perché costa troppo. Costa il prezzo di tutto un percorso di civiltà.
"Non fermiamoci alle buone parole" ha detto Bill Clinton aprendo la controconferenza sui problemi e le ansie del mondo (a cui partecipano per l'Italia Romano Prodi e Massimo D'Alema), mentre alle Nazioni Unite si celebra il sessantesimo anniversario.
Vuol dire scegliere e votare per una politica che impedisca di buttar via il povero corpo di Edgar Hollingsworth non appena quel corpo diventa un peso per il bilancio di un'impresa.
Speriamo che comincino oggi i cittadini tedeschi, votando contro Angela Merkel e il suo progetto di prosciugamento della spesa sociale in Germania. Anche gli elettori tedeschi hanno visto impressionanti scene di mercato senza Stato a New Orleans. Hanno constatato le conseguenze dell'uragano Katrina in un Paese privato del tutto di ogni strumento di sostegno per una parte dei cittadini.


Mia cara sinistra attenta all'antipatia
Giampaolo Pansa su
L'espresso

Come tamburi nella notte, i sondaggi ritmano la marcia funebre per Silvio Berlusconi e la sua Casa delle libertà. Il centro-sinistra è in vantaggio di 4 punti, di 9, di 12, il Cavaliere dalla Bandana Nera è spacciato, lui giura di no e ribatte con altri sondaggi, ma chi gli crede più? Il suo ciclo nefasto è chiuso. Forse non fuggirà a Tahiti. E non andrà a mangiare la minestra dai frati. Ma dall'aprile 2006 in poi, non sentiremo più parlare di lui.
C'è molta euforia sotto le tende dell'Unione. Tanto che Romano Prodi ha dovuto mettere in guardia i suoi: "Vedo troppa sicurezza sul nostro successo alle politiche. Guardate che Berlusconi ci metterà tanti di quei soldi e una tale batteria mediatica da far invidia alle presidenziali americane!". Prudenza saggia, quella del Prof. E fondata su qualche ricordo. Nel 1948, le sinistre del Fronte Popolare erano sicurissime di vincere, ma Alcide De Gasperi le mise nel sacco. Nel 1976 il Pci era convinto di superare la Dc, ma il sorpasso non ci fu. Nel 1994, Achille Occhetto si vedeva già a Palazzo Chigi, ma il Berlusca ottenne la sua prima vittoria.
Dunque tocchiamo ferro. Ci invita a farlo anche un buon libro appena uscito, del sociologo torinese Luca Ricolfi: 'Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori' (Longanesi, 205 pagine, 14 euro). Ricolfi vede l'elettorato italiano diviso in tre grandi vasche: 15 milioni stanno a sinistra, 15 a destra e 15 nella vasca dei non schierati. I passaggi da destra a sinistra, e viceversa, sono poca cosa, appena il 3 per cento del corpo elettorale. Molto più importanti sono i voti che dalla terza vasca possono dirigersi verso le altre due.
Ma perché la sinistra, almeno sino ad oggi, sembra giovarsi poco di questi ultimi flussi? Secondo Ricolfi, perché la sinistra italiana è antipatica. E non lo è soltanto alla destra, ma anche al vasto arcipelago dei non schierati, quelli della terza vasca. Per quale motivo è antipatica? Il nostro sociologo, uomo di sinistra, una spiegazione ce l'ha e il lettore la troverà nel suo libro. Qui dirò soltanto che l'antipatia deriva da una serie di vizi, tra i quali campeggiano l'abuso di 'parole di nebbia', ossia di un linguaggio oscuro, e soprattutto la presenza di un ferreo 'complesso dei migliori', ovvero la convinzione che la sinistra sia eticamente superiore a tutti.
Posso dirlo? Il libro di Ricolfi mi ha rammentato qualche vecchio Bestiario. E mi ha stuzzicato a mettere a fuoco almeno tre altre ragioni che rendono antipatica la sinistra italiana. La prima è l'incontinenza verbale, ossia il vizio di usare mille parole quando ne basterebbero cinquanta. Volete degli esempi di questi giorni? L'esempio A è il Libretto Giallo che Prodi distribuisce nel tour per le primarie. Ho letto il testo stampato sull''Unità' dell'8 settembre: due paginate di un giornale dal formato grande. Lo stesso Prof dice all'inizio: "Se avrete la pazienza di leggerle.". Anche la scheda finale che riassume i punti chiave del suo impegno è lunga ben 182 righe. Non sarebbe stato meglio condensare il tutto in una cartolina?
Esempio B: le interviste dei big dell'Unione. Sono sempre sterminate. Quella di Massimo D'Alema alla 'Stampa' del 9 settembre era un'altra paginata terrificante. Gli addetti ai lavori l'avranno certamente letta. Ma chi addetto non è? Ed ecco l'esempio C: sul 'Corriere della sera' del 12 settembre appariva un'interminabile articolessa di Piero Fassino sul terrorismo internazionale. E come se non bastasse, il medesimo testo stava, lo stesso giorno, sull''Unità', con l'aggiunta di due capoversi. Speriamo non sia questo il nuovo corso di un'Unione vittoriosa: la ripetizione su testate diverse delle esternazioni dei vincitori.
Veniamo al secondo motivo di antipatia. È la convinzione granitica di aver sempre ragione. La logorrea dei capi del centro-sinistra è blindata. Guai a contraddirli, soprattutto se chi dissente appartiene al loro campo. Le obiezioni degli avversari di centro-destra sono più o meno accettate, fanno parte del gioco. Ma chi sta con te deve soltanto abbozzare e tacere. Se ti dà sulla voce, mal glie ne incoglie. Le bacchettate partono a raffica. Talvolta sono reazioni silenziose, che ti arrivano in ritardo, attraverso qualche famiglio che trasmette l'irritazione del leader. In altri casi, se c'è di mezzo qualche gerarchetto avvelenato, fioccano gli insulti. E la scomunica.
Ecco il terzo vizio della sinistra italiana. Quello di sentirsi ancora una cittadella assediata, dove non c'è posto per chi non è allineato e coperto. Dove chi fa domande scomode va tagliato fuori. Etichettato come un voltagabbana, un traditore, una quinta colonna della destra, un infedele che non ha più diritto al posto in chiesa. Se accade oggi che la sinistra non è al potere, che cosa accadrà domani, una volta agguantata la vittoria? Naturalmente, la destra ha gli stessi difetti. Ma è il miglioramento della sinistra che sta a cuore al povero Bestiario.


   18 settembre 2005